“Un té con Alice” e la Cappellaia Matta!

Domenica 10 dicembre alla Libreria delle Donne di Firenze ho partecipato a “Un té con Alice“, un bel pomeriggio a base di libri, di favole e di té. Nello specifico, io, Cappellaia Matta per l’occasione, alle 17, proprio all’ora del té, ho raccontato ai presenti la storia e le leggende legate all’origine del té, ho spiegato la differenza tra té nero, té verde e té bianco, che ho fatto poi assaggiare.

Un té con Alice alla Libreria delle donne di Firenze

Era la prima volta (ospitata da Magalli a I fatti vostri a parte) che parlavo di té in pubblico. Di solito infatti scrivo qui, o sulla pagina facebook (a proposito, la seguite?), o rispondo a qualche curiosità di qualche amica (magari proprio davanti a una tazza di té), ma non avevo mai fatto una “conferenza” pubblica sul té. Ero piuttosto emozionata, ma l’attenzione e il calore del pubblico mi hanno aiutata molto.

Cosa ci sarà sotto i cappelli della Cappellaia Matta? Ma certo! Un té nero, un té verde e un té bianco!

Ho trovato una platea curiosa, attenta, recettiva, proprio come si addice a chi scopre cose nuove e non vuole farsele sfuggire.

Ho raccontato le leggende intorno alla nascita del té:

  • la leggenda cinese, che narra che l’imperatore Cheng Nung, 2700 anni e più a.C., scoprì il té perché alcune foglie si staccarono dall’albero presso cui stava riposando e si depositarono nella pentola nella quale stava facendo bollire l’acqua per depurarla;
  • la leggenda indiana, secondo la quale il principe Bodidharma predicando il buddismo in Cina fece voto di non dormire per 7 anni, ma giunto al quinto rischiò di addormentarsi, e allora masticò alcune foglie che immediatamente gli diedero vigore e gli consentirono di proseguire la meditazione;
  • la variante giapponese, secondo cui Bodhidarma verso il quinto anno di meditazione si addormentò e al risveglio, arrabbiato con se stesso, si strappò le palpebre che l’avevano tradito, e le seppellì sottoterra. E da esse nacquero due piante di té.

Ecco la Cappellaia Matta in azione alla Libreria delle Donne!

Ho raccontato di Robert Fortune, lo scozzese che si finse cinese per carpire i segreti della coltivazione del té in Cina e che li esportò in India (ne racconta le gesta Bill Bryson in Breve storia della vita privata): grazie alla sua impresa nel XIX secolo finalmente l’Inghilterra si sganciò dal monopolio commerciale della Cina in fatto di té decretando, di fatto, il boom di questa bevanda presso tutte le classi sociali.

Ho spiegato, poi, la differenza tra té nero, té verde e té bianco. Una differenza cromatica delle foglie e della bevanda in tazza, certo, ma anche una differenza di profumi e di tecnica di produzione.

Ho fatto assaggiare un té nero Gong fu Rose, il té nero profumato naturalmente alla rosa, per la cui produzione i petali di rosa sono uniti alle foglie di té durante l’essicazione, in modo che trasmettano il profumo. Ho fatto assaggiare un té verde Gyokuro, che arriva direttamente dal Giappone: bello, verde, profumato e intenso. Ho fatto assaggiare un té bianco profumato al gelsomino, prodotto alla maniera tradizionale, con fiori di gelsomino uniti alle foglie di té durante la preparazione, in modo che trasmettano il profumo. Tutti té che ho ricevuto in regalo: il nero alla rosa e il bianco al gelsomino provengono dal mio premio per il Premio Letterario “Racconti di té all’ora del té”. Tre té di gran pregio, che sono contenta di aver dedicato a quest’occasione: il té migliore va consumato quando ne vale la pena, di questo ne sono convinta. E “Un té con Alice” era l’evento per cui ne valeva la pena.

L’assaggio è andato esattamente come prevedevo: in pochissimi conoscevano il té bianco, che quindi è andato per la maggiore. Il primo assaggio, per quasi tutti è stato dunque il té bianco al gelsomino. A seguire, il té verde ha avuto il suo momento di gloria. Il té nero, più diffuso nelle nostre tazze quotidiane, è stato l’ultimo assaggio. Ma la delicatezza del profumo di rosa ha lasciato tutti d’incanto.

Durante e dopo gli assaggi di té: teiere, infusori e tazze vuote

L’evento alla Libreria delle Donne è stato la prima occasione in cui ho parlato pubblicamente del té, ma anche la mia ultima “apparizione” pubblica a Firenze: mi trasferirò per lavoro, infatti, a Ostia Antica. Da Firenze vado alla conquista di Roma. Auguratemi buona fortuna! E se qualcuna di voi è di Roma Capitale, sarò felice di conoscerla!

Ringrazio la Libreria delle Donne e Stefania, che mi ha coinvolto: carissima amica che non si libererà facilmente di me nonostante la distanza che si verrà a creare! Infine, un ringraziamento speciale alle amiche e amici del Bookclub Firenze, che hanno partecipato numerosi: è stato bellissimo avervi nel pubblico!

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La farinata di ceci e il té alla salvia

La mia amica foodblogger Alice di Pane Libri e Nuvole mi ha invitato ad un bel contest che mi calza a pennello: l’ora del tè, promosso dai blog The Spicy Note e Sapori e dissapori Food. Non potevo non partecipare, anche se mi sono ridotta all’ultimo (il contest scade oggi 30 novembre). Ho solo quel piccolo problema che i dolci, che a me piace abbinare con il té, non mi riescono mai particolarmente bene. Non sono una foodblogger, del resto, l’ho sempre detto e sempre lo ribadirò! Tuttavia mi piace cucinare con il té, che utilizzo spesso in alcune preparazioni salate, come nel pollo al Lapsang Souchong, o nel risotto (ebbene sì, lo uso al posto del brodo!).

Women Taking Tea (oil on canvas), Lynch, Albert (1851-1912) / Museo de Arte, Lima, Peru / Giraudon / The Bridgeman Art Library

Insomma, non so fare i dolci; me la cavo meglio con i salati; per fare bella figura ci vuole allora una ricetta adatta alla bisogna, che esca dritta dritta dal mio piccolo bagaglio di “questo lo so fare bene!”. Uhm… ma sì, certo, perché no? Una ricetta per nulla difficile, neanche troppo diffusa, e che in genere nessuno penserebbe mai di abbinare con un té. Ma siccome nella vita bisogna sperimentare… ci sono!

Preparo la farinata di ceci, tipica della Liguria, mia terra di origine, e vi abbino un té alla salvia. Vi ho incuriosito?

Prepariamo intanto la farinata.

La mia farinata a base di farina di ceci e porri

Si tratta di una ricetta non semplice, di più! Basta mettere in acqua per una mezza giornata almeno la farina di ceci (250 g per 750 g di acqua). Bisogna mescolare con cura, soprattutto all’inizio, per rompere tutti i grumi che la farina inevitabilmente forma, anche se per versarla nell’acqua la setacciamo. Ogni tanto nell’arco della giornata torniamo a controllare lo stato della nostra preparazione: le diamo qualche mescolata per farla riprendere, e ritorniamo alle nostre faccende quotidiane.

Quando s’appressa l’ora, puliamo, affettiamo e soffriggiamo un porro. Non deve cuocere tantissimo, visto che poi terminerà la cottura in forno, ed è importante che rimanga il più asciutto possibile.

A questo punto prendiamo una teglia, o una leccarda da forno, e la ungiamo con olio. Io metto anche la carta da forno, che ungo ugualmente, perché la farinata quel po’ di olio lo ama. Versiamo nella teglia la nostra preparazione che è, naturalmente, piuttosto liquida. A seconda di quanto la vogliamo spessa verseremo più o meno impasto (a me per esempio piace piuttosto sottile, ma quella tradizionale è lievemente più spessa). A questo punto versiamo sopra il porro già saltato in padella, distribuendolo in maniera abbastanza capillare. Spolveriamo con un po’ di pepe, se ci piace, e un pizzico di sale. L’impasto della farinata è per sua natura neutro. Se però ci piacciono le cose salate, possiamo aggiungere il sale già nella preparazione di farina di ceci e acqua. Infine mettiamo in forno caldo. Non deve cuocere a lungo: l’ideale è che venga dorata sopra, ma morbida dentro, se optate per la versione spessa. Quando la farinata è cotta possiamo scegliere se farla raffreddare o meno; in ogni caso la tagliamo a rombi o quadrati, in modo da poterla servire in tavola come fingerfood.

È il momento di pensare al té.

La farinata è un piatto ligure, che si trova col nome di cecina anche lungo la costa toscana. Con la farina di ceci in Sicilia si fanno le panelle, mentre i ceci frullati sono alla base dell’hummus marocchino. Tutto ciò mi fa pensare al Mediterraneo, ai suoi profumi e ai suoi sapori che, nonostante le distanze, si richiamano un po’ ovunque, da Nord a Sud, da Occidente al Medio Oriente. Ed è proprio in Medio Oriente che trovo la soluzione.

té nero alla salvia

Vi accennavo ad un té alla salvia. Non l’avete mai bevuto? Io sì, in Giordania, e l’ho trovato splendido: dissetante anche se la salvia di per sé ci richiama sapori sapidi dovuti all’impiego che ne facciamo in cucina.

Per ottenere il nostro té alla salvia possiamo usare un té nero qualunque (un ceylon andrà benissimo) ricordandoci di mettere in infusione con esso alcune foglie di salvia fresche. Se vogliamo prepararci per tempo, possiamo addirittura pensare di creare noi il té alla salvia mescolando insieme foglie essiccate di salvia alle foglie di té nero. La salvia donerà al té tutto il suo profumo, e in tazza sprigionerà un aroma delicato.

Vi ho convinto? Oh, il risultato è splendido, parola mia!

Edonè l’ora del tè

C’era una volta una sala da té nel centro di Casteggio (PV) che indisse un concorso letterario dedicato al té. Io partecipai (non poteva essere altrimenti), ed ebbi anche l’onore di vincere il primo premio!

Il primo premio consisteva in una favolosa confezione di tè a tema colore: infatti all’interno c’è il té bianco, il té blu, il té giallo, il té rosso, il té verde e il té nero. Un arcobaleno di té!

Il premio più bello, però, è stato alla fine della premiazione, andare proprio alla sala da tè che aveva bandito il concorso.

Un té da Edonè l’ora del tè

Si chiama Edonè l’ora del tè, ed è davvero un dono d’amore. L’amore che Marina (toh, si chiama come me: sono segni?) mette in ogni singolo gesto quand’è lì nel suo mondo, dalla mattina quando tira su la serranda fino alla sera, quando invece la tira giù. Amore e passione per una cosa bella. Glielo si legge negli occhi, c’è poco da fare.

La saletta da té

La sala da té/negozio di té non è grande, anzi, è un piccolo angolo tranquillo e intimo. Si accede dapprima nella sezione negozio: un lungo bancone dietro al quale stanno le inconfondibili latte piene di preziosissime foglie, mentre una bacheca di fronte sorregge teiere, tazze e accessori per il tè.

La saletta retrostante accoglie alcuni tavolini e un altro banco, il vero e proprio banco delle meraviglie, dietro il quale Marina prepara il té. Questo è davvero il suo regno. Qui prepara le infusioni per i clienti, e già me l’immagino che mentre l’acqua è nel bollitore, o il té è in infusione, lei si sofferma a chiacchierare del più e del meno, o del té che sta preparando.

L’arredamento è davvero di gusto, shabby chic ma non troppo: il luogo ideale in cui sorseggiare una tazza da té in un’atmosfera soffice e retro.

Marina di Edoné l’ora del té prepara il té Benifuuki

Nella sua sala da té Marina mi ha fatto assaggiare un té Benifuuki (chiamato Wakoucha in giapponese): una varietà pregiata di té giapponese che, mi spiega, deriva dalle foglie di una cultivar di camelia ibrida di sinensis e assamica (due varietà di camelia usate per la produzione del té). Utilizzata principalmente per la produzione di té neri e oolong, in minima parte è utilizzata anche per produrre il té verde: per ognuno dei casi cambia, ovviamente, il modo di produzione (ossidazione per il nero, totale assenza di ossidazione per il verde, ossidazione parziale per l’oolong) e il periodo della raccolta. Piace ai produttori di té per la sua resistenza alle temperature più fredde e perché rende molto in fase di raccolto, grazie alle sue foglie grandi.

Esco dalla sala da tè di Marina davvero arricchita. Arricchita perché ho vinto un premio letterario, arricchita perché ho assaggiato un té pregiato che non conoscevo, arricchita perché ho incontrato una persona speciale, che ama e fa amare ciò che fa.

Grazie di cuore, Marina!

Té profumati e té aromatizzati: come distinguerli

Conoscete tutti il té alla pesca, il té al bergamotto, il té al gelsomino. Ma sapreste dire quale sia la differenza oltre che, ovviamente, nell’ingrediente base che dà il profumo?

Ve lo dico subito: il té al gelsomino è un té profumato (scented tea); té alla pesca e al bergamotto sono aromatizzati.

Per capire la differenza – a livello di significato molto sottile, ma a livello di prodotto decisamente differente – occorre che vi racconti i metodi di preparazione alla base di té scented e té aromatizzati.

I té profumati (scented tea)

Hanno profumazioni delicate, decisamente fresche e piacevoli. Sono ottenuti dall’unione al té di fiori. Il té scented più noto è quello al gelsomino, ma anche l’osmanto, la rosa e la rosa canina, alcune orchidee, la gardenia sono fiori impiegati nella profumazione dei té.

King of Jasmine è un pregiato té bianco profumato al gelsomino

Come funziona il procedimento? Varia a seconda che si tratti di té verdi o té neri. Nel caso dei té verdi è prevista una proporzione di 3 g di fiori per ogni 100 g di té. I fiori vengono uniti alle foglie di té che per osmosi assimilano il profumo, e vengono lasciati insieme per un giorno, dopodiché il té viene setacciato in modo da separare le foglie dai fiori quindi, a seconda dell’intensità che si vuole ottenere, si procede nuovamente con l’unione di altri fiori e via così seguitando. Per i té neri i fiori essiccati vengono mescolati al té nelle stesse proporzioni, 3 g ogni 100 g, che abbiamo visto per i té verdi.

Questo metodo di preparazione è piuttosto tradizionale e antico. Le profumazioni sono sempre fresche e le infusioni, dissetanti, non hanno bisogno di essere zuccherate (ma questo si sa, va a gusto personale).

I té aromatizzati

Sono decisamente più diffusi sul mercato, perché potenzialmente il té si può aromatizzare con qualunque cosa. Dicevo la pesca o il bergamotto, ma possiamo pensare anche all’arancia, alla ciliegia e ai frutti rossi, all’ananas, alla vaniglia o al cocco. Questi té sono aromatizzati in genere con oli essenziali estratti dai frutti dei quali si vuole conferire la profumazione. Il risultato è un prodotto decisamente più caratterizzato, dal profumo più intenso e deciso.

Il procedimento prevede che le foglie di té, in genere una miscela di té diversi, siano poste in una sorta di tamburo meccanico che ruota e nel quale viene vaporizzato l’olio essenziale prescelto. Le foglie ruotano e si rimescolano, in modo che l’olio essenziale aromatizzi davvero tutto quanto. A seconda poi dell’aromatizzazione che si è scelta, il produttore può decidere di inserire, ma a puro scopo decorativo, pezzettini di frutta o petali o spezie la cui presenza però non influisce sul profumo ottenuto.

Tra i té aromatizzati il più famoso è il té al bergamotto, cioè l’Earl Grey. La sua nascita l’ho raccontata anche in altre occasioni, ma la sintetizzo qui: Sir Charles Grey si trovava in Cina nel 1832 quando salvò la vita ad un Mandarino della corte cinese. Costui gli donò in segno di gratitudine un té aromatizzato al bergamotto con tanto di ricetta originale: e considerato quanto i Cinesi fossero gelosi del loro primato nella produzione di té (tanto che gli Inglesi dovettero ricorrere all’inganno e ad un avventuriero scozzese per riuscire ad impiantare una coltivazione in India come racconta Bill Bryson), questo gesto fu certo importante. Sir Grey tornato in patria commissionò alla Twinings la produzione del té al bergamotto che a questo punto prese il nome proprio del nobile inglese. Ed ecco così come nacque un vero mito.

Racconti di te all’ora del té. And the winner is…

Io! Ho vinto io!!!

Qualche tempo fa ho pubblicato su queste pagine la notizia di un concorso letterario dedicato al té organizzato da Marina Pasotti di Edonè l’ora del Tè di Casteggio (PV). In quell’occasione avevo espresso l’intenzione di partecipare: a me piace tanto scrivere (chi mi segue qui su questo blog e altrove lo sa) e ultimamente ho scoperto la scrittura di narrativa. Ho fatto alcuni corsi di scrittura creativa, per cui ho affinato anche la tecnica e ho imparato alcune finezze che servono assolutamente nel momento in cui si scrive: perché va bene la scrittura di pancia, ma tutti i grandi scrittori (eccetto Jack Kerouac in On the road) editano sempre la loro prima versione.

Il momento della premiazione. Viva me! E viva il té!

Ho detto anche in più di un’occasione che la scrittura, così come la lettura, va d’accordo col té. Il té è pace, meditazione, tranquillità e relax, tutte condizioni ideali per lasciare la fantasia libera di inseguire un pensiero e di dargli forma compiuta. Il té dà anche concentrazione, e fa sì che l’ispirazione non si perda dietro la prima mosca che vola, ma si faccia acchiappare dalle dita che scorrono leste sulla tastiera.

Tutto questo per dirvi che ho partecipato al concorso letterario “Racconti di te all’ora del té e che il mio racconto ha addirittura vinto il primo premio! Di questo sono molto felice perché un conto è scrivere, e un conto è sapere che chi legge apprezza a tal punto le tue storie da premiarle.

Il mio premio: un confanetto di té pregiati e una copia dell’antologia dei Racconti di te allora del té

Il concorso consisteva nello scrivere un racconto a partire da un incipit fisso e immutabile. Ne ho tratto la storia di un nipote che attraverso la collezione di oggetti da tutto il mondo del nonno appena defunto, e attraverso l’amicizia di costui con un personaggio del tutto particolare, riscopre il valore delle “cose” e ne celebra il ricordo diffondendone la conoscenza: un racconto sull’amicizia, sull’affetto, sul valore della memoria personale e collettiva. E sul té, che fa da sfondo ai passaggi principali della trama.

I racconti finalisti e vincitori sono stati raccolti in un’antologia che è stata pubblicata. Così, emozione e onore, posso vedere il mio nome e il mio racconto stampato: mi sembra di aver fatto qualcosa di tangibile e di aver partecipato a qualcosa di grande.

La premiazione, che si è svolta nella bella cornice della Certosa Cantù di Casteggio è stata tra l’altro l’occasione di conoscere dal vivo Marina, senza il cui entusiasmo non sarebbe mai nato nulla. Marina al termine della premiazione mi ha ospitato nella sua sala da té: davanti a una favolosa tazza di sencha nero (incredibile, vero? siamo abituati al té sencha verde!) abbiamo chiacchierato del più e del meno, del té, di come sarebbe bello fare rete tra di noi e di come Marina effettivamente ci sia riuscita e ci riesca, riunendo intorno a sé persone appassionate.

È bello incontrare persone così. La sala da té Edonè l’ora del té poi è bellissima: ma ve ne parlo nel prossimo post!

Storia di una caffettiera che si travestì da teiera per entrare nella mia collezione

Eh, evidentemente il richiamo della mia collezione è irresistibile. Dopo che le mie teiere hanno avuto la consacrazione televisiva con Magalli a I fatti vostri (clicca qui per saperne di più) le teiere che bussano ogni giorno alla mia porta si sono duplicate, triplicate, quintuplicate!

Vi presento la mia caffettiera Letizia, caffettiera italiana vintage degli anni ’70

Tra tutte quelle su cui si è posato il mio sguardo ce n’è una che, per farsi accogliere, mi ha ingannato!

Si chiama Letizia, come la mi’ nipote. E questo me l’ha fatta subito amare, nonostante si sia rivelata cosa ben diversa da quello che è.

Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa sono entrata nel Mercatino dell’ANT, Associazione Nazionale Tumori, che si trova vicino a casa mia a Firenze. Come sapete amo curiosare tra i mercatini, a caccia di qualche nuovo vecchio pezzo e per scattare qualche foto. Rovistando tra i mille servizi da té e caffé ne ho notato uno che non sapevo classificare: sembrava una teierina con un qualche sistema di riscaldamento dell’acqua al di sotto, ma l’etichetta era perentoria: caffettiera.

Caffettiera? Con una teiera sopra? Abbiamo guardato bene e sì, è una caffettiera che ha la camera superiore in ceramica a forma di teiera, perfetta per servire il caffé senza portare in tavola l’intera caffettiera. Possibile? Ma da dove sbuca? Giuro che non ne avevo mai vista una.

L’acquisto è immediato, che ve lo dico a fare? Questa caffeteiera non poteva restare lì. L’ho presa con tutto il servizio da 5 tazzine (la sesta non pervenuta) e l’ho portata a casa.

La mia caffettiera letizia: l’interno. Purtroppo manca il cappuccio che consente al caffé di uscire senza sgorgare fuori dalla teiera

Ok. Funziona? È innegabile che sia un oggettino vintage, e a vederlo così ha avuto sicuramente una funzione pratica, non semplicemente da soprammobile. La proviamo subito. Il caffè esce, pure troppo! Manca un piccolo elemento che permetta di raccordare la ceramica della teiera con lo sfiato della caffettiera vera e propria. Poco male, troviamo il modo di metterci una pezza: viene su un caffè perfetto, come se Letizia (così recita il marchio di fabbrica sul fondo) non avesse mai smesso di preparare caffè.

Il mio servizio da caffé Letizia… con un intruso un po’ perplesso, made in Fancyhollow!

Finita la parte dell’incontro, inizia quella della conoscenza. E così scopriamo tutto di Letizia: è prodotta ad Altopascio, nell’azienda di Luciano Mangioli, figlio di Natale Mangioli che nella prima metà del Novecento aveva una grande azienda di ceramiche: sul sito del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche) si trovano tutte le informazioni di cui ho bisogno. Altre info, altrettanto interessanti, le ricavo dal blog Caffettiere. Letizia segna proprio l’avvio dell’attività dello stabilimento di Altopascio dopo che quello storico di Montelupo fu alluvionato nel novembre 1966 e ne caratterizza l’attività negli anni ’70.

Di Letizia esistono vari modelli e varie pezzature, sia per la versione moka che per quella napoletana: se fate un giro su ebay troverete di che soddisfare gli occhi (ed eventualmente da acquistare)! Pare che a suo tempo abbia avuto un discreto successo. Ma ne ho parlato con un ormai anziano proprietario di una mesticheria in centro a Firenze e spergiura di non averla mai sentita nominare.

Io mi godo la mia Letizia personale. Sono contenta di averla incontrata: così non mi sentirò più in colpa ogni volta che al tè preferirò una tazzina di caffè!

Il miele del sole

Estate, un lieve venticello spettina i campi di girasole, che dipingono di un giallo intenso il panorama. Non posso fare a meno di incantarmi ogni volta a guardarli, sempre come se fosse la prima volta. Troppo belli.

Quest’estate, in Mugello, mi sono fermata proprio presso un campo di girasoli. Armata della mia macchina fotografica, mi sono accostata ai primi fiori di un filare (non sono entrata nel campo, lungi da me rovinare la coltivazione!) e ho cominciato a prendere la mira e a scattare. Il venticello non era proprio dalla mia parte, e il girasole che volevo riprendere a tutti i costi si divertiva a farmi i dispetti, agitandosi e dondolando da un lato e dall’altro, senza mai stare fermo: sembrava che ridesse di me e dei miei tentativi di metterlo a fuoco. Comunque alla fine non è stato un problema, qualche foto gliel’ho scattata, e ve le propongo qui.

Mentre mi appostavo come un leone nella savana per fotografare di soppiatto i girasoli, intorno a me era un ronzare di api. “E certo”, penso io, “sono fiori, attirano sicuramente tanti insetti”. A me personalmente le api non danno noia, anzi, ho sempre convissuto con loro, e sono ben contenta quando le vedo intente al loro lavoro.

Quello che non sapevo è che dalle api viene ricavato il miele di girasole.

Mi ci sono imbattuta poco tempo dopo, a Civita di Bagnoregio (che personalmente mi ha deluso, come ho scritto qui, ma questa è un’altra storia): un piccolissimo vasetto di miele, giallo del colore dei petali dei girasoli, giallo come il miele.

L’ho preso. L’ho assaggiato. Dolce, come solo il miele sa essere; sapido, come il sole che scalda e mette sete, solare, come l’estate che l’ha prodotto.

Appena giungerà la stagione dei raffreddori e del maldigola, lo abbinerò con un té nero che già per sua natura ha delle note di miele: il darjeeling. Puristi in ascolto, non storcete il naso: lo farò solo quando avrò bisogno di massaggiare la gola! Lo so che il darjeeling, principe dei té neri, va sorbito da solo.

È incredibile scoprire ogni volta quante varietà di miele possano esistere! Un miele per ogni singolo fiore o essenza, come il miele di acacia, il miele di lavanda, il miele di corbezzolo, il miele di castagno e il miele di girasole. Com’è possibile ottenere un miele ricavato da un singolo fiore? Molto semplice: le arnie vengono trasportate nei pressi del campo o degli alberi interessati, in modo che le api possano prelevare il polline e trasformarlo solo in quello spazio ridotto. Nel caso del mio miele di girasole è stato così.

Ringrazio ancora una volta le api industriose. Il loro lavoro è davvero importante, e non solo per il miele, ma per gli ecosistemi tutti: senza la loro attività di impollinazione, il nostro mondo si impoverirebbe. Quanto all’uomo, conosce il miele fin dall’antichità, e ne ha fatto il più antico dolcificante naturale. Quanta storia, e quante storie, in un piccolo vasetto giallo.