La magia del fiore di té

Io lo chiamo fiore di té; altri lo chiamano bouquet di té, altri ancora blooming tea oppure flowering tea: si tratta di una pallocchia formata da gemme di té che avvolgono uno o più fiori cuciti insieme. Questa pallocchia, una volta messa in infusione in acqua calda piano piano si schiude e lascia libero il fiore al suo interno. Uno spettacolo davvero magico per chi vi assiste.

La magia di un fiore di té che si schiude

Lo spettacolo è ancora più magico se vi si assiste al buio, con la teiera in vetro trasparente illuminata da una lucina puntata direttamente contro, e se in sottofondo vi è una musica pacata e orientaleggiante, che ci porta in un mondo di sogno. È quanto è accaduto nel corso dell’ultima sera del corso di degustazione di té che ho seguito con Vania Coveri Tea-teller. Io conoscevo già la trasformazione del bozzolo in fiore, ma le mie compagne d’avventura no e scoprire sui loro volti la meraviglia è stato davvero incredibile. Anzi, forse è stato più bello il lato umano dell’infusione che l’infusione stessa.

Va detto che Vania non ha infuso un fiore qualunque: ha usato una grossa ghianda di té al cui interno si celava un fiore di crisantemo rosso. Effetto scenografico assicurato!

L’infusione data dal fiore di té è di un tenue giallo chiaro, dovuto alle gemme del té

Il rito del dischiudimento del fiore di té merita tutta la calma che ci si aspetta dall’assistere ad un fiore che sboccia. Dapprima viene messo nella teiera di vetro trasparente il bozzolo, poi gli viene versata l’acqua calda. Il bozzolo sale in superficie, poi piano piano, una fogliolina di té dopo l’altra, si apre e man mano che si apre va a fondo, liberando il suo prezioso contenuto. Il té è pronto quando l’intera composizione floreale custodita all’interno del bozzolo è liberata e il tutto si dispone sul fondo. Il té che ne risulta è delicato, anche perché realizzato con le gemme della pianta del té, dunque con le foglie più pregiate. Ogni fiore di té viene realizzato a mano, con estrema cura e delicatezza. Un lavoro certosino che merita ancora di più la nostra meraviglia nel vedere il miracolo che si compie.

Tutti noi possiamo riprodurre a casa questo miracolo: occorre una teiera in vetro o plexiglas trasparente, l’acqua calda e un fiore di té. E poi godiamoci lo spettacolo. La teiera trasparente è fondamentale, perché altrimenti non c’è modo di vedere il fiore che si schiude. Teiere trasparenti si trovano comunemente in vendita, di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi. Quanto al té, possiamo ripetere l’infusione anche più volte, perché questo té si presta ad essere re-infuso. Quando sono stata a I Fatti Vostri da Magalli ho mostrato l’infusione di un fiore di té: nella mia collezione, infatti, non manca la teiera trasparente! E non mancano neanche i fiori di té.

Screenshot da I fatti vostri di Magalli, quando mostro il Fiore di té

Il fiore di té è un piccolo capolavoro che mette in pace con se stessi: se poi invitate le amiche un pomeriggio di primavera, anche se l’acqua calda magari non ispira molto perché ci stiamo avvicinando alla stagione dei té freddi, tuttavia avrete un grande successo! Mi immagino già la scena: un tavolino bianco in giardino, e il fiore di té in infusione che sboccia come uno qualunque dei fiori del prato e delle siepi e come quelli desta la nostra più profonda ammirazione.

I giardini giapponesi

Poco tempo fa mi sono iscritta alla Società Toscana di Orticultura, presso la quale seguo un corso di degustazione di té tenuto da Vania Coveri Teateller. Approfittando di questo privilegio, e sperando di trovare un giorno per sfogliare i volumi della splendida biblioteca, sono andata a farmi un giro sui bollettini di quest’importante istituzione fiorentina. Ho trovato subito, neanche a farlo apposta, un articolo sui giardini giapponesi.

Ora voi mi direte: che c’entrano i giardini giapponesi con un blog del té? E io vi risponderò: c’entrano, eccome se c’entrano!

Giardino del Tè nello
Zuihoo-in, Daitoku-ji, Kyoto. Credits: Higan.com

Il giardino giapponese è infatti l’anticamera di accesso alla casa del té. È un percorso di purificazione, di astrazione dalle necessità e dalle preoccupazioni quotidiane e materiali per avvicinarsi sempre più alla natura e al naturale stato delle cose. Quindi a se stessi. Quando, attraversato il giardino del té, Roji in Giapponese, arriviamo a questa conclusione, possiamo accedere alla casa del té e alla Cerimonia del Té giapponese.

Nell’articolo del Bullettino, di cui vi fornisco il link, si racconta in realtà l’origine dei giardini giapponesi. Essi si diffondono in Giappone per il tramite della cultura cinese e coreana. L’aspetto più importante è la natura e l’esaltazione degli elementi naturali, come l’acqua, ad esempio. Il giardino giapponese è inizialmente identificato come luogo di culto, proprio perché la bellezza della natura diviene qualcosa di sacro. Ecco che allora molti giardini diventano veri e propri templi. Il giardino in Giappone è considerato una rievocazione del paesaggio, quindi una riproposizione in piccola scala di fiumi, laghi, anche alberi (saranno nati per questo i bonsai?). In questo contesto in Giappone il giardino diventa un luogo di pace e serenità, di ristoro dalle tribolazioni della vita quotidiana. Ed è in questo contesto che si sviluppa il Giardino del té.

Il Giappone prende dalla Cina non solo il concetto paesaggistico di giardino, ma anche il té! Lo declina poi con caratteristiche sue proprie, ma è pur sempre la Cina la grande madre che ne esporta la conoscenza. Il té arriva in Giappone tramite i monaci buddhisti cinesi e acquisisce ad un certo punto caratteristiche sue proprie: sono quelle che Sen Rikyu canonizza nella Via del té, il Chado, e nella cerimonia del té, il Chanoyu. Sen Rikyu è un monaco zen e lo zen d’ora in avanti (siamo nel XVI secolo) invade e pervade ogni aspetto della vita, della cultura e del pensiero giapponese.

Il giardino del té è luogo, dirà agli esordi del XX secolo Kakuzo Okakura ne “L’arte e la cerimonia del té”, in cui l’invitato alla cerimonia del té deve abbandonare, passo dopo passo, se stesso, le sue preoccupazioni, i suoi affanni, per immergersi in un mondo di apparente, naturalistica perfezione. Dico apparente, perché nel giardino del té tutto è meticolosamente ordinato, comprese le foglie non spazzate sul sentiero, che danno quel senso di romantico abbandono, ma che in realtà sono appositamente volute in quel modo disordinato. La bellezza, nella cultura giapponese, sta nella perfezione data dalle imperfezioni. Così, un vialetto totalmente spazzato via dalle foglie non restituisce le stesse emozioni e la stessa pacatezza di un vialetto lasciato alla mercé della brezza.

Uno scorcio del Giardino Giapponese di Firenze

A Firenze c’è un giardino giapponese, realizzato in occasione del gemellaggio tra Firenze e Kyoto, ormai qualche decennio fa. Si tratta di un piccolo versante del più grande Giardino delle Rose, che poco trasmette del senso di bellezza e perfezione naturalistica dei giardini giapponesi del Giappone: elemento sempre caratterizzante è l’acqua, ma gli spazi sono talmente esigui che è difficile calarsi nella parte. E soprattutto manca la casa del té al fondo del percorso. Nonostante ciò, però, bene che ci sia! Perché nella città campionessa del Giardino all’Italiana una realizzazione appartenente a un’altra cultura non può che essere un fattore positivo.

Un altro giardino giapponese, che visitai ormai quasi 20 anni fa (ossignore!!!) è il giardino giapponese di Montecarlo: uno spazio molto grande, con lo sfondo dei grattacieli del Principato, ma perfettamente isolato. Il rombo delle Ferrari sulla strada si perde, immersi come siamo a seguire i sentieri nei ciottoli e il corso d’acqua varcato da ponticini. Molto più grande e molto più suggestivo del giardino di Firenze, è giocato anch’esso sull’acqua e sulla pietra, con la riproposizione in scala di un paesaggio realistico. Se andate a Montecarlo ve lo consiglio, è qualcosa di veramente esclusivo, un’esperienza che pochi fanno perché pochi la conoscono.

Per approfondire l’argomento, in maniera eccellente direi, vi invito a leggere la pagina web dedicata ai Giardini giapponesi di Higan. Molto completa, dice tutto in modo molto curato e chiaro. Buona lettura!

Drink tea & eat cake

Ogni tanto dedico un post a un teatime con le amiche. Per cui non vi stupirà se dedico anche questo ad un evento del genere. In un mondo pieno di fretta, di chat veloci, di rapidi incontri e di ritmi forsennati, un pomeriggio con le amiche a bere una tazza di té e a mangiare una fetta di torta è un evento sempre più raro.

Raro, e prezioso.

Così, non vi stupirà se dedico un post all’ultimo pomeriggio tra amiche (e colleghe, evento raro che le due cose coincidano) che ho trascorso. Il protagonista in effetti non era il té, ma una torta. La torta, nello specifico, era una creazione bellissima di Alice di Pane Libri e Nuvole, la quale ci ha invitato a casa ed ha organizzato il teatime apposta per farcela provare. Questo è affetto sincero, io ve lo dico.

Teatime with Alabama Lane Cake

La torta in questione è la Alabama Lane Cake. Una torta bellissima da vedere, una di quelle che le hai sempre visto sulle riviste o in tv, ma che seriamente non pensi che possano esistere davvero. Non credi che sia davvero possibile prepararle. Poi però ti ritrovi l’amica foodblogger che te la fa trovare lì davanti sul tavolo della cucina di casa sua. E ti commuovi.

teatime with Alabama Lane Cake

L’Alabama Lane Cake è una torta bellissima, americana, con un’interessante storia alle spalle. Alice nel suo blog racconta molto bene la storia e la ricetta, per cui rimando direttamente al suo post e non sto a farne un doppione. Ciò che Alice nel post non racconta (e infatti tocca a me farlo) è dire come ha servito la torta, con quale accompagnamento in tazza. Perché vi ricordo che l’invito era per un té delle cinque con annesso dolciume.

La Alabama Lane Cake ci è stata servita con un té nero al maple syrup, ovvero allo sciroppo d’acero, ingrediente fondamentale dei pancakes tipici del breakfast americano. Questa scelta è stata particolarmente azzeccata, per via dei legami geografico/culturali che lo sciroppo d’acero ha con il popolo degli Stati Uniti, al pari di questa torta. Mancavano sul tavolo bandierine americane e poi l’illusione sarebbe stata perfetta. Ma per fortuna non siamo negli USA oggi, e ci siamo godute la torta, il té e le ciane (le chiacchiere) in tutta tranquillità, come una torta così elegante richiede.

Racconti di té: un concorso letterario a base di té

tea&readingL’ho sempre sostenuto a gran voce: la scrittura, la lettura e il té vanno di pari passo. Té e letteratura sono una bella coppia: vedrete spesso illustrazioni in cui c’è qualcuno, una signora distinta, una ragazza, un uomo adulto, che beve il té con accanto un libro o viceversa che legge un libro con accanto una tazza di tè.

Il té dà concentrazione: non è un caso che nella meditazione zen il té sia sempre stato un supporto per i monaci che dovevano trascorrere lunghe ore senza rischiare di addormentarsi. Il té dunque fornisce il giusto supporto in termini di caffeina, per tenere svegli: se si beve té nero la caffeina fa l’effetto del caffé, quindi dà la botta di sveglia necessaria per riprendersi; se si beve té verde la caffeina è a rilascio lento, come nel caso del caffè verde.

Io personalmente sono abituata a consumare il té proprio davanti al pc, mentre studio o ancora meglio mentre scrivo: che si tratti di post per i vari blog, di articoli per il magazine online Sopralerighe, di cose un pochino più scientifiche; oppure se devo preparare pps, infografiche o simili, il té è il mio silente compagno di scrivania: una mano al mouse e una alla tazza, poi il momento forsennato in cui batto i polpastrelli sulla tastiera, quindi il momento del relax, quando rileggo e intanto, finalmente, porto la tazza alla bocca.

La scrivania del perfetto scrittore :-)

La scrivania del perfetto scrittore 🙂

Tutta questa introduzione per dirvi che esiste un concorso letterario che si chiama Racconti di té indetto da Edoné l’ora del Té. Ci viene fornito un incipit sul quale elaborare il nostro racconto, che deve ruotare proprio intorno alla nostra amata bevanda. E secondo voi non parteciperò? Ma certo, è ovvio! Partecipate anche voi, però: c’è tempo fino a fine giugno. La pagina facebook del concorso è questa. Vi trovate tutto, il regolamento e soprattutto l’incipit, senza utilizzare il quale non si partecipa.

Che fate, vi cimentate? Io ora comincio a tirare giù qualche idea… mi raccomando: dapprima l’idea generale della trama, poi cominciate a scrivere, e quindi affinate ed eventualmente cambiate in corso d’opera. E leggete, leggete e rileggete ciò che avete scritto. La prima stesura non va mai bene. Dovrete curarla e rifinirla, e limarla e togliere le brutture e le ridondanze, le ripetizioni e le imprecisioni. Ma soprattutto buttatevi!

 

Si fa presto a dire Té Verde

“Ah sì, a me piace il té verde”

“Eh sì, io preferisco di gran lunga il té verde al té nero”

“Eh, il té verde è leggero, è adatto a tutti, fa bene”

“W il té verde!”

Bene. Ti piace il té verde. Allora ti faccio una domanda: esattamente quale té verde ti piace?
Sì, perché non esiste un solo té verde. Esistono tanti té verdi. Di diverse qualità, di diverso taglio, con profumi e intensità diverse. Con origini diverse. Le vogliamo scoprire insieme?

tre diversi tipi di té verde prima, durante e dopo l'infusione: gunpowder, sencha e té verde al gelsomino

Tre diversi tipi di té verde prima, durante e dopo l’infusione: gunpowder, sencha e té verde al gelsomino

Innanzitutto dirò la prima grande verità sul té verde: esistono té verdi prodotti in Cina, e té verdi prodotti in Giappone. Parlo naturalmente dei principali té verdi, poi altre regioni orientali del mondo producono té verde. Ma concentriamoci su queste due: Cina e Giappone. Quindi, cominciamo a capire che esistono aree geografiche differenti produttrici di té verde.

Parliamo ora della lavorazione del té verde, che è diversa se realizzata in Cina o in Giappone.

Innanzitutto occorre sapere che il té verde è un té nel quale le foglie non subiscono processo di ossidazione, a differenza di quanto avviene nel té nero, basato proprio sull’ossidazione delle foglie. Nella lavorazione del té verde, l’ossidazione viene scongiurata il più possibile evitando di rompere le foglie, dunque di spezzare le nervature, la cui rottura è la causa prima di ossidazione. Sia in Cina che in Giappone per evitare l’ossidazione le foglie sono trattate col calore, ma mentre in Cina il calore è secco, in Giappone esse sono sottoposte allo sbuffo di vapori bollenti, che inumidiscono l’aria e fanno sì che le foglie mantengano un colore vivo e un sapore erbaceo e vegetale. In Giappone, poi, le foglie vengono maneggiate e modellate in modo da distribuire equamente i fluidi e la linfa all’interno della foglia, già di per sé pregiata, in modo che mantenga intatte in ogni punto le sue proprietà. In Cina, invece, la modellazione della foglia è piuttosto un fatto estetico: e abbiamo così piccoli capolavori come le perle di té, realizzate a mano, una per una.

Abbiamo visto la lavorazione, ora vediamo i singoli tipi.

Té verde cinese gunpowder

Té verde cinese gunpowder

In Cina, il té verde per eccellenza è il Gunpowder: è in assoluto il té verde più diffuso al mondo, il più comune e il più bevuto: oltre al mercato cinese, infatti, esso è il té impiegato nel Maghreb per il té alla menta marocchino! Oriente e Occidente mediterraneo si incontrano, e l’esito non potrebbe essere più positivo. Il Gunpowder si presenta come una fogliolina arrotolata. A vederlo così non gli daresti tanto credito: il profumo non è certo invitante, sapido, quasi salmastro, mentre il colore, più grigio-argenteo che verde, lo rende quasi metallico. La foglia in infusione si apre, sprigiona il suo profumo e ci regala un infuso giallo caldo.

Ma il trionfo del té verde è il Giappone. Qui il té (verde) arrivò intorno al 550 d.C. portato dai monaci buddisti. Inutile dire che il Buddismo nella sua forma zen sposi perfettamente la pratica del té, che assume i caratteri della tranquillità, della serenità, della pace interiore. Tale pratica prese talmente piede da entrare a pieno titolo nella cultura e nel rituale giapponese.

Il té matcha

Il té matcha

Il re dei té verdi giapponesi è il té matcha che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è l’unico dei té verdi ad essere in polvere e a dover essere preparato non per infusione ma per emulsione: il chasen, il frullino in bambù, è accessorio irrinunciabile per quanti vogliono prepararselo, Il matcha è il protagonista per eccellenza della cerimonia del té giapponese, il Chanoyu. Ma ormai è entrato a pieno titolo nelle cucine occidentali come ingrediente per dolci o per piatti particolarmente ricercati e profumati. Anzi, dispiace dire che è stato un po’ sdoganato male: in rete si trovano tante aberrazioni (come il matcha alla coca-cola) dalle quali occorre davvero stare alla larga.

sencha

Té verde sencha

Restando in Giappone, è solo nel XIX secolo che prendono piede i té verdi in foglia. La cerimonia del té a base di matcha era infatti appannaggio delle classi sociali più elevate, mentre i poveracci stavano a guardare. Finalmente comparirono altri té verdi in foglia sullo scorcio dell’800. Il principale fu il sencha, cui fu dedicata una cerimonia del té tutta sua, il Sencha-do, ma altri té verdi da lì in avanti fiorirono: il bancha, così adatto ai bambini per il suo scarso contenuto di caffeina, il gyokuro, il genmaicha (a base, questo, di riso tostato che conferisce una certa tostatura a tutta l’infusione). Il Giappone vanta oggi una quantità di tipologie diverse di té verdi davvero invidiabile. Per essere che il Giappone ricevette il té dalla Cina, va detto che fin da subito trovò la sua strada.

Ma allora, di cosa parliamo quando parliamo di té verde?

Non possiamo parlare semplicemente di té verde, ma dobbiamo contestualizzarlo, dargli un nome e una provenienza più specifici. A seconda di come è lavorata la foglia e a seconda del suo colore, già possiamo capire molto del té che abbiamo davanti. Fermo restando che il matcha è in polvere, dunque è un té verde totalmente a sé stante, gli altri té verdi vengono spesso scambiati perché, sostanzialmente, non se ne conosce la differenza.

Spero, con questo post, di avervi chiarito le idee in merito al té verde. A scanso di equivoci, ho preparato una semplicissima infografica che trovate qui in fondo al post. Guardatela e facciamo così, ditemi nei commenti e sulla pagina fb qual è il vostro té verde preferito. Vi dico i miei? Per me è il matcha, preparato naturalmente in poca acqua col frullino in bambù chasen. A seguire adoro il gen-maicha, té verde sencha addizionato con chicchi di riso tostati che conferiscono al té un carattere davvero unico. E se proprio vogliamo esagerare, il più buono in assoluto è il Iyemon Cha, che è un blend di matcha e gen-maicha. E il vostro té verde preferito qual è?

té-verde-infografica

PS: io qui vi ho scritto qualcosa, ma se volete apprendere, e assaggiare in modo consapevole i té verdi (e non solo) seguite i corsi di Vania Coveri tea-teller. Se siete a Firenze non fateveli scappare. Io sto seguendo il suo corso di degustazione del té e sono molto contenta. Ve lo racconterò tra qualche post.

 

 

Breve storia del té in Italia

In Italia la cultura del té è ancora poco nota. La stragrande maggioranza degli Italiani identifica il té con quello “normale” in bustina, e nei bar esso viene servito sempre con la fettina di limone. Questa scarsa conoscenza del té non è da colpevolizzare: in fondo, l’Italia è piuttosto giovane e ha conosciuto il té solo negli ultimi 70 anni. Non abbiamo sulle spalle 3 secoli di esperienza come la Gran Bretagna, per dire, perciò siamo molto giustificabili. Già, ma da quando inizia la storia del té in Italia?

japan teaPer la verità la conoscenza del té in Italia si ha da tantissimo tempo: ma si trattava di sporadiche conoscenze, scritte su libri che per forza di cose avevano tiratura limitata e finivano nelle biblioteche di ricchi signori e cardinali. Il Papa conosceva il té, e forse poteva avere occasione di assaggiarlo, per via della presenza dei Gesuiti in Giappone che pare appresero il Chanoyu (ma, com’è descritto molto bene nel film Silence di Martin Scorsese, il rapporto tra Gesuiti e Giapponesi fuori dalla Casa del té non fu così pacato).

Per un’interessantissima trattazione della storia del té in Italia vi rimando a questo post, che ho trovato completissimo, di Mondo del té. Io invece vi racconto cosa ho appreso pochi giorni fa da Vania Coveri, una tea-teller di Firenze della quale seguo un corso di degustazione del té (di cui vi parlerò in seguito). Ebbene, ho scoperto che il té in Italia si è diffuso con la Seconda Guerra Mondiale. Prima era un affare da alti ufficiali e diplomatici e… ma andiamo con ordine.

Sì, è vero, nei grandi e sontuosi servizi da mensa delle famiglie reali italiane, come quella dei Granduchi Lorena di Firenze la teiera era presente, ma era appunto un vezzo, un oggetto d’ornamento che si esibiva in compagnia di ospiti stranieri o per interessamento di figure aristocratiche che provenivano da casate reali europee, come quella francese, ad esempio (e i Lorena erano legati agli Asburgo, austriaci). Tuttavia la prima vera conoscenza del té gli Italiani la fecero durante la Guerra di Crimea.

Guerra di Crimea. Credits: HuffingtonPost

Guerra di Crimea. Credits: HuffingtonPost

Una guerra?

Eh sì, una guerra che apparentemente non ci interessava, ma che fu fondamentale nel nostro Risorgimento per la costituzione del Regno d’Italia. Quella gran testa strategica che era Camillo Benso Conte di Cavour, nel desiderio di annettere al Regno di Sardegna il Lombardo-Veneto, all’epoca sotto l’Austria Asburgica, avrebbe venduto anche la su’ mamma. Ma siccome non era possibile cercò alleanze importanti. Ora, successe nel mondo che scoppiò la Guerra di Crimea nel 1953, vedendo contrapposti la Russia e la Francia che faceva gli interessi della Turchia. In questa congiuntura diplomatica Cavour intravvide la possibilità di farsi alleata la Francia intervenendo al suo fianco come alleato. Il Regno di Sardegna entrò in guerra nel 1855 e fu nel corso di incontri tra alti ufficiali dell’esercito e diplomatici che i nostri Italiani cominciarono a bere il té (i Francesi lo bevevano da almeno un secolo, i Russi da molto più tempo). Il té giunse fino a Torino. Uno dei padri dell’unità d’Italia, Massimo d’Azeglio possedeva un servizio da té, molto completo, che oggi appartiene al Museo di Palazzo Madama di Torino.

Il té comunque avrà la sua consacrazione nell’alta società, e poi nella classe borghese, con Pellegrino Artusi, che nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene parla del té, e consiglia di accompagnarlo con una fettina di limone.

Ed ecco che il limone entra nelle nostre tazze e sarà duro da far morire (anzi, non è ancora morto!).

Straordinaria foto di Robert Capa che racconta lo sbarco degli Alleati in Sicilia

Straordinaria foto di Robert Capa che racconta lo sbarco degli Alleati in Sicilia

Bisogna però aspettare qualche decennio, e un tragico evento, la Seconda Guerra Mondiale, per far sì che il té sia sdoganato in Italia a tutte le classi sociali. Esatto: i soldati Alleati che sbarcarono in Sicilia e risalirono la penisola liberandola città dopo città, oltre al cioccolato e al chewingum portarono anche il té in bustina.

Il té in bustina, nel frattempo era stato inventato agli inizi del Novecento da un distributore americano che per meglio presentare il prodotto ai suoi clienti offriva così dei campioni di prova.

Ed eccoci qui, negli anni ’50. L’Italia ha conosciuto il té grazie agli Alleati; alcuni, emigrati all’estero, in America o in Inghilterra, e rientrati, portano con sé l’uso del té (nel latte). Le famiglie italiane cominciano a berlo, diventa una consuetudine, entra nella colazione italiana accanto al caffelatte, al caffè, al latte. In Italia arriva la Lipton, così rassicurante (negli anni ’80 Dan Peterson dirà “Feeenomenale”), la Twinings, e per l’Italia il Tè Infrè (“È buono qui, è buono qui“) e il Té Ati sono protagonisti assoluti del mercato.

Qui la storia italiana diventa storia personale.

Suvvia, chi non ha avuto una confezione di té Ati nella propria dispensa?

Suvvia, chi non ha avuto una confezione di té Ati nella propria dispensa?

Perché io sono cresciuta in una famiglia in cui mio padre faceva colazione col té Ati e riutilizzava giorno dopo giorno la stessa bustina (chissà per quanti giorni riutilizzava la stessa, non ho mai chiesto); e quest’usanza l’aveva appresa in famiglia, in Sicilia, dalla quale veniva. Per me il té fino alla maggiore età è stato il té Ati. Sì, qualche incursione nel Twinings Prince of Whales l’avevo fatta (e non mi era piaciuto), e anche nell’Earl Grey Twinings (e mi era piaciuto). Ma poi sono arrivata a Genova e forse in città c’era più scelta, fatto sta che ho scoperto che esistevano i té aromatizzati (Twinings nero alla vaniglia, al cocco!, ai frutti rossi), esistevano i té verdi (incredibile, agli albori del 2000!). Ma la scoperta più grossa è stato scoprire il loose tea. Il té si beve sfuso, non necessariamente in bustina. Non è che il loose tea non ci fosse in Italia prima di quella data, ma era davvero poco diffuso. Col nuovo millennio invece ha cominciato ad affacciarsi alla grande distribuzione. Per fortuna, aggiungo.

Correva l’anno 2002. Ero appena all’inizio del mio processo di conoscenza del té. Il resto è tutto in queste pagine web.

 

Il mio té in diretta TV!

Ebbene sì, sono stata in tv. E non una tv qualsiasi: la tv di stato. Nella settimana del Festival di Sanremo, anch’io ho fatto la mia parte.

Sono stata ospite de I fatti vostri di Magalli su Raidue l’8 febbraio 2017. Sono stata chiamata per presentare la mia collezione di teiere all’interno della rubrica settimanale dedicata ai collezionisti.

Sono stata contattata e ho accolto la proposta con entusiasmo: un po’ perché sono un’incosciente, un po’ perché sono vanesia e un po’ perché l’idea di parlare del té in tv, anche solo per pochi minuti, mi è sembrata una grandissima occasione da non perdere.

Il mio té da Magalli a I fatti vostri

Il mio té da Magalli a I fatti vostri

È stata un’esperienza divertentissima per me che non ho a che fare con il magico mondo della tv. Un’atmosfera molto rilassata, familiare direi. Tutti molto carini, a partire da Silvia Squizzato che mi ha coinvolto in questa impresa, e da sua sorella Laura che mi ha sostenuto durante la mattinata.

Vi posto il link su raiplay alla puntata. Il mio intervento è dal minuto 52.

Cos’ho dovuto fare? Ho illustrato a Magalli e al pubblico a casa la mia collezione di teiere, una collezione di cui, a spizzichi e bocconi, ho parlato anche qui sul blog. Anzi, il motivo per cui sono andata in Rai è proprio perché ne ho parlato qui su queste pagine post dopo post.

Ho disposto le mie teiere, e altri accessori per il té, su dei tavoli ricoperti di velluto rosso. Una collezione preziosa, la mia ;). Ho fatto una prova velocissima, nella quale la regista mi ha spiegato come mi sarei dovuta muovere. E poi è arrivato il momento della diretta vera e propria.

Nei miei 10 minuti di spazio ho chiacchierato con Magalli, il quale mi ha condotto dal Giappone al Marocco alla Cina, tra qualche battuta e qualche osservazione arguta. Una breve, brevissima rassegna dei miei oggetti: 10 minuti sono volati proprio, nell’indicare le teiere in ghisa, il chasen e il matcha, le teiere marocchine, tra cui quella di Tangeri, e i bicchieri in vetro, il servizio cinese, la bombilla sudamericana per il mate, le teiere a forma di castello medievale, di lumaca, di conchiglia, quelle a forma di casa e quella in vetro, nella quale avevo fatto preparare un fiore di té.

Un momento del mio intervento a I fatti vostri

Un momento del mio intervento a I fatti vostri

Al termine della diretta mi rimane nel cuore un’esperienza incredibile, divertente ed emozionante, mi rimane la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale, che non avrei mai immaginato di poter fare; e mi rimane soprattutto la bellezza delle dimostrazioni di affetto che mi sono arrivate da più parti, convogliate su fb in particolare, da parte di amici, parenti, semplici  conoscenti e, non ultimi, dai lettori del blog.

Sono anni che curo questo teablog. Ho avuto alti e bassi, e ammetto che dei vari blog che gestisco questo è quello su cui investo meno. Ma è quello che ultimamente mi ha dato più soddisfazioni. A dicembre, infatti, il mio té blog è finito sul giornalino mensile del Conad: voi direte “capirai!” e invece è importante, perché ha distribuzione nazionale e il traffico del blog ha risentito positivamente di questa menzione. Adesso questa nuova esperienza, questa consacrazione televisiva è la conferma che con questo blog sto lavorando bene, e  ciò mi è di stimolo ad andare avanti con rinnovato vigore ed entusiasmo.

E inoltre, ho scoperto che la telecamera non mi intimidisce per niente. Sono pronta per il grande salto nel piccolo schermo 😂

C'è feeling... ;-)

C’è feeling… 😉