Tiare tea. Ed è subito Polinesia… forse.

Apro il boccettino di vetro che contiene il Tiare Flower Tea, e subito il profumo mi inebria. Non saprei definirlo: dolce, sì, fragrante, intenso, nonostante sia passato un po’ di tempo da quando la mia amica Irene l’ha portato di ritorno dal suo viaggio di nozze in Polinesia (beata lei… l’avete pensato tutte, vero?).

Il tiare è un bellissimo fiore tropicale. È bianco, carnoso, è il classico fiore che ti mettono all’orecchio quando scendi dall’aereo a Tahiti, è il fiore che staresti a guardare per ore, quando ti imbatti nel suo albero nei giardini di Darwin, in Australia. Eh sì, l’ho visto anch’io il tiare, quando sono stata in Australia. Visto, amato, fotografato, e ancora non sapevo che fosse usato per aromatizzare il té.

Il fiore di Tiare. La pianta è la Gardenia Tahitiensis, originaria dell'isola di Tahiti

Il fiore di Tiare. La pianta è la Gardenia Tahitiensis, originaria dell’isola di Tahiti

Un té nero dal sapore intenso. Secondo me, azzardo, lo coltivano in Australia, nel Daintree National Park. Oppure in Cina, chissà. Ma no, secondo me in Australia, la cui produzione può soddisfare il mercato dell’Oceania. La Polinesia è in Oceania del resto. Ed è difficile pensare che sugli atolli, all’ombra delle palme, qualcuno possa sorseggiare una tazza di té. Una batida di cocco, casomai, oppure un latte di cocco bevuto direttamente dalla noce, ma non un té. Non dimentichiamo però che il té è profumato di un fiore tropicale, anzi del fiore tropicale per eccellenza.

Bere il Tiare Tea al lavoro...

Bere il Tiare Tea al lavoro…

Mi vedo così, mollemente adagiata al sole, davanti a me il mare verde trasparente, sopra di me il cielo azzurro che solo l’Oceania può regalare, sotto il mio telo mare la sabbia finissima mista ai coralli del mio atollo. Le palme ci sono, naturalmente: sono due, baciate anch’esse come me dal sole, agitate da quel poco di vento che fa tanto Tropico del Cancro.

Poi apro gli occhi, però. E mi ritrovo in un grigio pomeriggio di novembre nella sala mensa del mio posto di lavoro. Da sola, in certi casi è un bene, davanti a me il boccettino di Tiare Tea e la mia tazza, piena di té fumante, poggiati sul triste tavolino grigio/azzurro. No, non c’è niente della Polinesia qui, proprio niente. Per fortuna c’è il profumo del té. E mi ci tuffo dentro, dimenticando per 5 minuti il bruttume che mi circonda.

Maledetti ftalati!

Mi stavo preparando la mia consueta tisana dopopasto. Avevo messo a bollire l’acqua, l’avevo versata nella tazza, stavo per tuffarci la bustina e… mi è rimasta a mezz’aria: su Raitre stava andando in onda Report, con un servizio dedicato agli ftalati, additivi della plastica che sono tanto presenti nei nostri oggetti quotidiani, quanto dannosi per il nostro organismo.

Mi direte “grazie per l’informazione, ma che c’entrano gli ftalati col té“? C’entrano, c’entrano. Perché pare che gli ftalati siano tra le componenti delle comunissime bustine di té! E tu pensi di prepararti una corroborante tisana digestiva, e invece ti ritrovi intossicata da questi ftalati.

La notizia mi lascia di sasso. Per carità, Report è spesso un po’ catastrofico, però, ecco, il tema mi tocca un po’ troppo da vicino per  non  volerlo approfondire.

Innanzitutto una domanda: cosa sono gli ftalati?

Già il nome in sé è cattivo, inevitabile sputacchiare mentre lo pronunciamo. Si tratta di sostanze chimiche che servono a rendere più flessibili e resistenti gli oggetti in materie plastiche. Sono spiegati molto bene in questo post che vi linko. Per dirla con i tweet di Report, sono degli additivi della plastica, molto sfruttati nelle industrie, che vengono rilasciati soprattutto col calore e con l’acidità degli alimenti. Sono però inquinanti organici persistenti e interferenti endocrini, il che vuol dire che interferiscono col nostro organismo, alterando alcune funzioni del nostro corpo in materia, soprattutto, di ormoni. Ed evidentemente non interferiscono in modo positivo, se sono stati vietati nei giocattoli dei bimbi. Peccato, però, che nei contenitori per alimenti siano ancora ampiamente utilizzati.

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

E veniamo allora alla mia bustina a mezz’aria. È rimasta lì, a mezz’aria per stasera. Ora, è anche vero che non tutte le bustine sono uguali. Vi sono quelle in mussolina, quelle in similcarta e quelle plastificate. La curiosità allora è capire di che materiale sono fatte, ma non mi risulta che sulle confezioni di té ci sia mai scritto di cosa sono fatte le bustine. Arriva in mio soccorso un interessantissimo articolo di greenme.it proprio dedicato a quest’argomento. Ebbene sì, signore e signori, in molte bustine da té sono contenute materie plastiche, che rilasciano proprio quegli ftalati che tanto male fanno al nostro organismo (e che tra l’altro non sono neanche biodegradabili, come fa rilevare l’articolo in questione).

Non tutte le bustine, ribadisco, non tutte: non voglio creare allarmismi, ma semplicemente sollevare una questione tutto sommato importante perché riguarda la nostra salute innanzitutto e perché, se ci pensate, è paradossale: beviamo infusi e tisane dalle alte proprietà benefiche, che però ci sono propinate in bustine di té realizzate con materie plastiche che rilasciano ftalati? C’è un controsenso, non trovate?

Nel dubbio, prediligo sempre il loose tea, il té in foglia sciolta. Almeno sono sicura che materie plastiche nel mezzo non ce ne sono.

La strana storia dei cinesi a Londra (nel II secolo d.C.)

*ATTENZIONE! CONTIENE UN RACCONTO DI FANTASIA!*

Siamo abituati a pensare ai popoli antichi come a compartimenti stagni: i Greci stavano in Grecia, i Romani nell’Impero Romano, i Cinesi in Cina, i Vichinghi in Norvegia e via di seguito. A meno che la storia non ci racconti di guerre di conquista, di invasioni, di esplorazioni geografiche, noi non riusciamo a immaginare che popoli tanto distanti geograficamente possano essere entrati in contatto tra loro. Per questo sulla nostra fantasia fanno presa quelle notizie che ogni tanto ci giungono, che ci dicono che i primi a giungere in America furono i Vichinghi, o che in una regione sperduta della Cina vi si stabilì un manipolo di Romani (cosa, questa, che ha ispirato il romanzo “L’Aquila e il Dragone” di Valerio Massimo Manfredi”). 

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Sappiamo, ad esempio, che i Romani conoscevano le spezie orientali provenienti dall’India perché portate, di mano in mano, dal centro dell’Asia sino alle coste del Mediterraneo tramite la via della Seta, per mezzo di una serie di passaggi di mano che dalla Cina arrivavano a Petra e da qui a Roma.

Spesso queste storie sono più leggende che altro. Ma poi succede che gli archeologici a Londra, a Southwark, scavino una necropoli romana di II-IV secolo d.C. e, analizzando gli scheletri degli inumati, scoprano che due di essi appartennero a persone di etnia cinese!

La notizia, recente, ha fatto il giro del mondo. Ne ha parlato perfino Alberto Angela nella sua trasmissione “Ulisse” (ormai uno dei pochissimi baluardi della comunicazione culturale nella tv italiana), ed è sensazionale, perché ci dice in una botta sola che anche nel II-IV secolo d.C. Romani (volendo chiamare così gli abitanti della Britannia, che era una terra di confine dell’Impero) e Cinesi potevano venire a contatto anche se, certo, non doveva trattarsi di contatti consueti, ma piuttosto eccezionali. Comunque sia, i due Cinesi di Londinium morirono e furono seppelliti come tutti gli altri abitanti della città loro contemporanei.

L’ipotesi più probabile è che fossero mercanti.

E se fossero stati mercanti di té?

Esatto. Tutta questa introduzione per dirvi questa suggestione che mi è passata per la testa. Gli Inglesi scoprirono il té in Cina solo nel XVII secolo, ai tempi dei commerci su grandi distanze via oceano che dopo la scoperta dell’America divennero fondamentali per le potenze europee, e per un certo tempo lo importarono esclusivamente dalla Cina, che aveva così il monopolio mondiale della produzione.

Ma questa notizia, dei due mercanti Cinesi a Londinium già in età romana, mi ha fatto viaggiare parecchio con la fantasia: e se gli Inglesi, anzi i Britanni romanizzati dell’epoca avessero già conosciuto il té cinese?

Non si ha notizia precisa dell’epoca in cui per i Cinesi il té divenne bevanda fondamentale. I primi documenti scritti in cui sicuramente se ne parla risalgono al III secolo d.C., quindi più o meno alla stessa epoca in cui i nostri due Cinesi si trovavano a Londinium. Ma la scoperta archeologica di foglie di té nella tomba dell’imperatore cinese Jing Di che regnò intorno al 150 a.C. retrodata l’inizio dell’utilizzo del té in Cina. Mi piace pensare, allora, che i Cinesi del II-IV secolo d.C. conoscessero il té, lo bevessero e, perché no, portassero con sé scorte di foglie per poter compiere in ogni luogo il loro rito. Ed ecco così che la fantasia galoppa.

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

Di luogo in luogo, i due mercanti cinesi giunsero in Britannia, agli estremi confini dell’Impero Romano. Qui furono ricevuti dal governatore di Londinium, che rese loro grandi onori e offrì un banchetto nel triclinio della sua bella domus. I due mercanti in dono per l’ospitalità proposero un panetto pressato di foglie di té, preziose lacrime di drago. Gli schiavi in cucina scaldarono l’acqua, misero in infusione le foglie sotto indicazione dei mercanti, e un profumo nuovo, mai sentito, si sprigionò nella sala. Furono prese le coppe migliori, finemente decorate con i miti dei romani, con leoni che assaltano cervi, con palmette, con Ercole e la sua clava, e vi versarono la bevanda. Era un po’ amaro il contenuto, troppo amaro per il palato dei nobili commensali romani. Non so se furono i due mercanti cinesi a proporlo, o fu il capocuoco, ma per smorzare l’amaro fu versata in ogni tazza una goccia di latte, che intorbidì il té, rendendolo una nuvola liquida.

Erano le cinque del pomeriggio. Era nata l’hora teae, il teatime. Insieme al té il capocuoco ebbe cura di far servire dolci al miele e focaccine di farro, piccoli stuzzichini che avrebbero reso ancora più piacevole il pomeriggio. Il governatore di Londinium apprezzò la bevanda, volle che anche la moglie, che pur non aveva preso parte al banchetto, ne assaggiasse una coppa. E la moglie se ne innamorò perdutamente. Ai due ospiti furono resi ulteriori grandi onori, ed essi si impegnarono a far arrivare altro té, poiché la pianta era sconosciuta in Britannia e in tutto l’Impero.

Di lì a poco il governatore dovette partire per sedare una rivolta di Sassoni che premevano ai confini, sul Vallo di Adriano. La moglie, rimasta padrona della casa, pensò bene che, per passare il tempo, avrebbe potuto invitare le sue amiche per un té. L’hora teae divenne per un certo tempo una vera moda a Londinium, le importazioni dalla Cina erano fiorenti, le matronae costituivano veri e propri circoli di sole donne durante i quali si spettegolava di imperatrici, acconciature e nuovi tessuti arrivati all’approdo sul Tamigi. I due mercanti cinesi furono accolti come veri cittadini romani. Alla loro morte, anni dopo, furono seppelliti in una necropoli romana, in mezzo a tanti uomini e donne di origine britannica.

L'hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell'inglese Lawrence Alma-Tadema

L’hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell’inglese Lawrence Alma-Tadema

Il tempo passò, e portò via con sé i giorni di pace e di stabilità politica. Cadde l’Impero romano d’Occidente, ne caddero le istituzioni, la Britannia divenne una terra di nessuno. Londinium stessa decadde. Seguirono tempi bui, in cui alla storia si sostituì la leggenda. Le importazioni di té dalla Cina, inutile dirlo, tramontarono per sempre, e nessuno poté più praticare l’hora teae. In breve se ne perse il ricordo.

Ma la Storia, si sa, sa offrire una seconda possibilità. E così secoli dopo, quando l’Inghilterra era ormai una potenza europea in grado di solcare con le sue navi i mari del mondo, avvenne nuovamente l’incontro. Questa volta in Cina, un mercante inglese bevve una tazza di té. Il resto è storia.

Tea Soul. Quando sondaggio fa rima con omaggio!

Qualche settimana fa girellando su facebook mi sono imbattuta in un annuncio: se rispondi al seguente test in omaggio ti inviamo un assaggio di té. Che faccio, resisto alla tentazione? Naturalmente no! E partecipo al sondaggio promosso da Tea Soul.

I miei due té arrivati in omaggio da Tea Soul per aver risposto ad un test sul té

I miei due té arrivati in omaggio da Tea Soul per aver risposto ad un test sul té

Stamani mi sono vista recapitare il pacco delle meraviglie. Basta poco per far volgere per il verso giusto una giornata grigia a lavoro, in fondo.

Tea Soul mi ha inviato due pacchettini di té. Il primo è un Dang Cong Hong Cha: un té rosso della provincia di Guangdong, in Cina, leggo sulla confezione. L’altro invece è un Yin Yang Mao Jian, dalle foglie argentate che fanno un suono quasi metallico quando le tocco.

Non ho potuto resistere alla tentazione, e li ho assaggiati subito, appena sono tornata a casa nel pomeriggio e ho rispolverato gli accessori per il té che avevo un po’ messo da parte ultimamente, date le alte temperature estive. Bollitore, ovetto, tazza: è tutto pronto. Seguo le indicazioni per una corretta preparazione indicate sulle due confezioni e preparo.

E finalmente bevo.

I miei due té Tea Soul

I miei due té Tea Soul

Il Dang Cong Hong Cha è dolcissimo. Un profumo come di miele si sviluppa dalla confezione non appena la apri. In tazza un bel colore ambrato e questa sensazione di dolce senza che vi sia zucchero aggiunto. Fa spuntare il sorriso sulle labbra.

Il Yin Yang Mao Jian in tazza risulta invece di un bel colore giallo. La sua particolarità sta davvero nelle sue foglioline arrotolate strettissime, tanti piccoli uncini che risuonano come metallo leggero, come se fossero tante piccole graffette che si riversano sul banco. La foglia in infusione poi si svolge e si ammorbidisce, ma rimane la sensazione di avere per le mani un té prezioso.

Due nuovi té si sono aggiunti così alla mia collezione e alla mia conoscenza. Se anche voi volete provare dei té particolari rispondete al test di Tea Soul; non resterete delusi.

Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè

Passando distrattamente in libreria, mi è caduto l’occhio su questo volumetto. Mi ha attratto la copertina, non c’è dubbio: un ritratto antico di un personaggio giapponese. Leggo il titolo: Memorie di un Maestro del Tè. Immediatamente capisco: si tratta del racconto della morte di Sen no Rikyu, il creatore del Canone del Tè, del Cha no yu, come i Giapponesi tuttora chiamano la Via de Tè.

Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè, Skira 2016 (1° ed. 1981)

Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè, Skira 2016 (1° ed. 1981)

Non ho esitato un istante. L’ho acquistato. Un attimo dopo ero già a leggerlo.

Conoscevo vagamente la storia: Sen no Rikyu alla fine del XVI secolo fu condannato a togliersi la vita dall’uomo all’epoca più potente del Giappone, Ideyoshi, del quale era stato maestro del té e presso il quale, però, cadde in disgrazia in circostanze mai chiarite. Avevo conosciuto questa vicenda leggendo Lo zen e la cerimonia del té di Kakuzo Okakura, libro illuminante che mi ha aperto un mondo che all’epoca ancora non conoscevo. Successivamente ho fatto anche un corso di cerimonia del té giapponese a Firenze con Lailac, quindi ho acquisito i rudimenti e imparato i termini tecnici giapponesi dei singoli oggetti.

Quella lettura e quell’esperienza mi sono stati fondamentali per capire questo romanzo. Perché Morte di un maestro di tè è un romanzo. La morte di Rikyu, personaggio storico realmente esistito, è infatti avvolta nella leggenda. L’autore allora ci fa credere di aver rinvenuto il manoscritto di un umile monaco che fu inserviente di Rikyu e che ebbe modo di apprendere, seppur da lontano, la cerimonia del tè, di conoscerne e riconoscerne gli oggetti, di incontrare illustri maestri del tè del suo tempo. Il manoscritto narra quindi degli incontri importanti e delle riflessioni che il monaco fa sulla morte del grande maestro e al tempo stesso sul senso della vita e sull’ineffabilità di cosa realmente sia la Via del Té intesa come stile di vita. In realtà nel romanzo non succede molto, il maestro è già morto da tempo e tutto gioca sul tentativo di ricostruzione delle cause che portarono alla condanna.

Per leggere questo racconto bisogna avere un minimo di infarinatura di che cosa sia il Cha no yu. Anche se c’è un bel glossario finale, tuttavia il testo è disseminato di termini giapponesi tecnici del rito del té e di riferimenti precisi ai vari passaggi della cerimonia, a partire dagli oggetti necessari per il suo svolgimento, che non sono per niente facili da imparare per chi ne è estraneo. Inoltre, anche se tutto ruota intorno alle sedute del té, non ne viene mai descritta una! Nel testo non troveremo mai la descrizione dei vari passaggi, dall’ingresso degli ospiti nel chashitsu, la stanza del tè, all’omaggio reso al tokonoma (l’opera d’arte che decora ogni casa del té durante le cerimonie), al versare la polvere di matcha nella tazza, quindi l’acqua e l’utilizzo del frullino. Solo chi già conosce la cerimonia del té riesce a capire in cosa consistono le sedute del té cui si fa continuo riferimento in tutto il testo. Del resto è un romanzo giapponese per un pubblico giapponese, che si suppone conosca a fondo la materia e ci sia nato, in mezzo al té.

Un aspetto interessante, sul quale l’autore del romanzo punta molto, è l’attenzione agli oggetti. Ogni utensile della cerimonia del té (che in realtà l’autore chiama sempre “seduta” e non cerimonia) ha un nome proprio, che si tratti della tazza o del chashaku (il piccolo e sottile legno di bambù col quale si prende ogni singola dose di matcha da versare nella tazza). Il nome proprio infonde personalità e identità ad ogni singolo oggetto, che è perciò unico. Ogni maestro del té dev’essere innanzitutto un grande esperto di oggetti, deve saper scegliere nel modo giusto quelli più adatti ad ogni singola seduta, in funzione anche dei suoi ospiti. Come si dice ad un certo punto nel testo, la conoscenza degli strumenti è il primo gradino, ma anche quello basilare, per diventare un maestro del té:

Tratto da Morte di un maestro del Tè

Tratto da Morte di un maestro del Tè

E ancora, è illuminante la spiegazione del Cha no yu che viene fatta da un maestro del té a proposito di Rikyu:

Tratto da Morte di un maestro del Tè

Tratto da Morte di un maestro del Tè

Sempre a proposito degli oggetti e della loro unicità, emerge un gusto estetico tutto giapponese che apprezza l’imperfezione: l’incrinatura nella ceramica, il labbro del vaso più spesso da un lato che dall’altro, il colore diffuso in modo non uniforme sono dettagli che aggiungono valore invece che levarne ad ogni singolo oggetto. Il protagonista stesso del romanzo, dopo la morte di Rikyu vive facendo da consulente di utensili per il té per i mercanti di Kyoto e di altre città del Giappone.

Chasen (il frullino), Chashaku (il cucchiaino di bambù), chaire (il contenitore per il té) e chawan (la tazza) della mia personale collezione: Sen no Rikyu avrebbe apprezzato?

Chasen (il frullino), Chashaku (il cucchiaino di bambù), chaire (il contenitore per il té) e chawan (la tazza) della mia personale collezione: Sen no Rikyu avrebbe apprezzato?

Più che leggerlo con lo spirito del romanzo, ho letto Morte di un maestro del Té con l’interesse di chi vuole affacciarsi ancora una volta sul mondo del Cha no yu. Mi sono ritrovata a sforzarmi di ricordare i passaggi della cerimonia del té per essere in grado di immaginarmi per bene le scene altrimenti appena accennate. Più che una lettura piacevole è stata una lettura interessante, che consiglio a chi vuole approfondire la conoscenza della cerimonia del té giapponese.

Dopo tutto il Tè è la giusta combinazione di fuoco e acqua” dice il maestro Rikyu: quanta semplicità rivelano queste parole e quanto invece è complesso il rito del té e quanto è difficile comprendere fino in fondo la Via del Tè!

Granada, il té, le teterias

Una cosa che a Granada non manca è il té. La città più arabeggiante di Spagna vuole mantenere il suo legame culturale con la costa africana del Mediterraneo anche con il rito del té e la passione per le spezie. Così, se i negozi di souvenir vendono principalmente artigianato arabo, molti localini si fanno chiamare teterias. Non potevo non andare in esplorazione.

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Le teterias sono sale da té, né più né meno. A Granada si trovano nell’Albaicìn, il quartiere arabo che come un souk si sviluppa lungo una stradina che sale lungo la collina di fronte all’Alhambra, la reggia/fortezza dei principi arabi che governarono la città prima della Reconquista cristiana.

L'interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

L’interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

Ero incuriosita dalla possibilità di prendere un té in una teteria di Granada e nel quartiere arabo, per giunta: prima di partire mi ero un po’ informata sull’esistenza di questi locali, e avevo letto anche un articolo che avevo postato sulla pagina facebook del blog che mi dava un quadro più preciso dell’argomento.

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

Tra le varie teterias mi ispirava di più La Kasbah, per cui quando mi ci sono trovata davanti, proprio all’inizio di Calle Caldererìa Nueva, non ho perso tempo e ho detto: prendiamo un té.

Perfetto per dopocena. Ambiente assolutamente arabeggiante, atmosfera da Mille e una notte tirata pure un po’ troppo all’eccesso, profumo d’incensi e di cannella, e anche del narghilè che fumano al tavolo accanto. Ancora freschi dell’esperienza di Tangeri prendiamo un té alla menta e un té “sueño de Granada“. Ma il té alla menta non è all’altezza del suo simile bevuto in Marocco, com’è giusto che sia, del resto. Il locale è molto bello, ben arredato e la scelta del menu è molto vasta. Ma fa anche ristorante, fa fumare il narghilè e insomma più che una teteria sembra un caravanserraglio per turisti. Ma forse sono io che pretendo troppo. In fondo non c’è niente di male a voler arredare all’araba un locale che si trova nel quartiere storicamente arabo della città. E poi, parliamoci chiaro, tutti i negozini che si susseguono lungo la via, non sono poi fatti apposta per i turisti?

Il té a Granada viene venduto nei negozi di souvenir in piccoli pacchettini cilindrici trasparenti. A 2 € l’uno ti puoi portare a casa qualche té nero o verde aromatizzato dal nome fortemente evocativo: magia dell’alhambra, notte di Granada, Albaicin… e via di seguito su questo stile. Con i ricordi torno a quando venni qui per la prima volta nel 2003 durante l’interrail: stetti a Granada solo una notte, e proprio qui, nel quartiere dell’Albaicin, acquistai due té in pacchetti cilindrici trasparenti del tutto identici a questi. Questa volta, invece, non ho acquistato nulla.

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

Anche nel mercato dell’Alcaiceria accanto alla cattedrale (un tempo era un mercato serio, oggi ospita solo negozi di souvenir) si trovano gli stessi pacchettini di té. Intorno alla cattedrale, poi, qualche negozio vende té e spezie. La cosa che non sono riuscita a capire è se a Granada gli abitanti bevono il té perché gli è rimasto un qualche retaggio culturale, oppure se è solo un’invenzione per i turisti. Il dubbio mi è venuto e sinceramente non sono riuscita a scioglierlo.

Comunque alla fine il té l’ho comprato, verde al profumo intenso di fiori e frutta matura, in un negozio di spezie accanto alla cattedrale. E ho comprato anche le spezie. Che non si dica che sono monotematica. E poi, sempre in questo negozio, ho visto vendere le foglie d’ulivo, così come le vendevano anche a Tangeri. Ma scusi, a che servono? In infusione, come rimedio per l’ipertensione e il colesterolo alto. Infuso di foglie d’ulivo, dunque: il must-to-drink dell’autunno 2016. Ma ve lo racconterò a tempo debito😉

Le teiere di Tangeri e il mistero del marchio “Manchester”

Questo è il secondo post che dedico alla mia visita a Tangeri. Ci sono stata un solo giorno, eppure è stata davvero ricca di suggestioni per me. Il perché lo potete facilmente immaginare: per una come me, curiosa bevitrice seriale di té, il Marocco non può che essere una grandissima fonte di ispirazione e un luogo da studiare. E così se nel primo post ho parlato del té alla menta di Tangeri, in questo secondo post vi parlo delle teiere che si trovano a vendere in quantità industriali nei mercati e nei negozi della città.

Un'esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Un’esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Innanzitutto una premessa: a Tangeri vi sono mercati per i tangerini e negozi per i turisti. Anche se di turisti “a piede libero” cioè da soli, non in gruppi organizzati, ce n’è pochi, tuttavia i negozi ci sono, e sono quelli che fanno, ovviamente, i prezzi più alti, o che proprio provano a fregare (come il tipo che inizialmente mi stava per vendere un pacchetto di té a 50 centesimi di €, ma che poi per 3 pacchetti di euro ne voleva 45).

Teiere dorate in vendita in uno dei mercati di Tangeri

Teiere dorate in uno dei mercati di Tangeri

Il posto migliore dove fare affari è invece un mercato che si trova tra Avenue d’Angleterre e Rue San Francisco, alle spalle della moschea che affaccia su Place du 9 Avril 1947. Qui trovate il miglior artigianato, piatti, ciotole, tajine, bicchieri in terracotta dipinta, e poi ancora bicchieri di vetro e teiere.

Qui in effetti abbiamo trovato un’autentica teiera per il té marocchino: pesante, in metallo, che sicuramente era già stata usata in passato. Niente marchio di fabbrica sul fondo, peccato. La vendeva un tale che aveva un banco di oggetti vari in ferro e metalli: una sorta di antiquario del posto, se così lo si può definire. E in esposizione aveva una serie di teiere da incanto, anche dorate: veniva voglia di strofinarle come se fossero state tante lampade di Aladino.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri e un’autentica teiera marocchina

Anche i negozi di Tangeri vendono le teiere per il té marocchino (che non necessariamente è alla menta, ma può essere anche alla shiba, come ho raccontato qui), ma si vede subito che non si tratta di merce di qualità, ma di produzione industriale fatta apposta per il turismo. La cosa che mi ha incuriosito è stata la marca, apposta sul fondo di tutte queste teiere: Manchester. Non una scritta in arabo, come pensavo, ma il nome della città inglese. Ma pensa un po’, mi son detta, possibile che questi si facciano arrivare dalla Gran Bretagna le teiere marocchine? Possibile?

Teiere marchiate Manchester

Teiere marchiate Manchester

Così, una volta a casa ho fatto qualche ricerca, e ho scoperto una storia incredibile del tutto casualmente su un blog: pare che intorno al 1770 un certo Richard Wright, di Manchester, abbia cominciato a produrre ed esportare teiere in argento e silver plate in Marocco. Pare che producesse non solo teiere, ma altri oggetti legati al consumo del té come zuccheriere e tea-caddy. Il marchio impresso sugli oggetti di sua produzione era una scritta in arabo e in inglese, “Richard Wright Manchester“. La cosa buffa, però, è che di questo personaggio nessuno a Manchester sa nulla, non si sa se sia realmente esistito o se fosse uno pseudonimo di qualche produttore ebreo o direttamente marocchino impegnato nel commercio di té dall’Inghilterra. Sul mercato gli oggetti marchiati Richard Wright si trovano almeno fino al 1850. Dopodiché, complice il successo del marchio, divenuto un vero e proprio brand, in Marocco compaiono delle produzioni locali a imitazione dell’originale. E oggi, evidentemente, il ricordo di questa produzione è rimasto nel marchio Manchester di tutte le piccole teiere che vengono vendute a Tangeri e, immagino, anche nel resto del Marocco.

Ecco, dunque, spiegato perché le teiere di Tangeri sono marchiate Manchester! Mai avrei immaginato una soluzione del genere, e soprattutto mai avrei immaginato un’altra cosa incredibile: la cosa più interessante di tutte, infatti, è che da quello che ho capito, è questo Wright che avrebbe “inventato” la teiera marocchina col coperchio a punta. Ma questo è un aspetto che voglio approfondire. Poi, da brava archeologa, una volta che avrò messo insieme tutti i dati vi racconterò cosa ho scoperto. Nel frattempo terrò gli occhi ben aperti: che se nei prossimi mercati dell’antiquariato in cui girerò mi imbatterò in una teiera di Richard Wright, non me la lascerò sfuggire!