Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè

Passando distrattamente in libreria, mi è caduto l’occhio su questo volumetto. Mi ha attratto la copertina, non c’è dubbio: un ritratto antico di un personaggio giapponese. Leggo il titolo: Memorie di un Maestro del Tè. Immediatamente capisco: si tratta del racconto della morte di Sen no Rikyu, il creatore del Canone del Tè, del Cha no yu, come i Giapponesi tuttora chiamano la Via de Tè.

Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè, Skira 2016 (1° ed. 1981)

Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè, Skira 2016 (1° ed. 1981)

Non ho esitato un istante. L’ho acquistato. Un attimo dopo ero già a leggerlo.

Conoscevo vagamente la storia: Sen no Rikyu alla fine del XVI secolo fu condannato a togliersi la vita dall’uomo all’epoca più potente del Giappone, Ideyoshi, del quale era stato maestro del té e presso il quale, però, cadde in disgrazia in circostanze mai chiarite. Avevo conosciuto questa vicenda leggendo Lo zen e la cerimonia del té di Kakuzo Okakura, libro illuminante che mi ha aperto un mondo che all’epoca ancora non conoscevo. Successivamente ho fatto anche un corso di cerimonia del té giapponese a Firenze con Lailac, quindi ho acquisito i rudimenti e imparato i termini tecnici giapponesi dei singoli oggetti.

Quella lettura e quell’esperienza mi sono stati fondamentali per capire questo romanzo. Perché Morte di un maestro di tè è un romanzo. La morte di Rikyu, personaggio storico realmente esistito, è infatti avvolta nella leggenda. L’autore allora ci fa credere di aver rinvenuto il manoscritto di un umile monaco che fu inserviente di Rikyu e che ebbe modo di apprendere, seppur da lontano, la cerimonia del tè, di conoscerne e riconoscerne gli oggetti, di incontrare illustri maestri del tè del suo tempo. Il manoscritto narra quindi degli incontri importanti e delle riflessioni che il monaco fa sulla morte del grande maestro e al tempo stesso sul senso della vita e sull’ineffabilità di cosa realmente sia la Via del Té intesa come stile di vita. In realtà nel romanzo non succede molto, il maestro è già morto da tempo e tutto gioca sul tentativo di ricostruzione delle cause che portarono alla condanna.

Per leggere questo racconto bisogna avere un minimo di infarinatura di che cosa sia il Cha no yu. Anche se c’è un bel glossario finale, tuttavia il testo è disseminato di termini giapponesi tecnici del rito del té e di riferimenti precisi ai vari passaggi della cerimonia, a partire dagli oggetti necessari per il suo svolgimento, che non sono per niente facili da imparare per chi ne è estraneo. Inoltre, anche se tutto ruota intorno alle sedute del té, non ne viene mai descritta una! Nel testo non troveremo mai la descrizione dei vari passaggi, dall’ingresso degli ospiti nel chashitsu, la stanza del tè, all’omaggio reso al tokonoma (l’opera d’arte che decora ogni casa del té durante le cerimonie), al versare la polvere di matcha nella tazza, quindi l’acqua e l’utilizzo del frullino. Solo chi già conosce la cerimonia del té riesce a capire in cosa consistono le sedute del té cui si fa continuo riferimento in tutto il testo. Del resto è un romanzo giapponese per un pubblico giapponese, che si suppone conosca a fondo la materia e ci sia nato, in mezzo al té.

Un aspetto interessante, sul quale l’autore del romanzo punta molto, è l’attenzione agli oggetti. Ogni utensile della cerimonia del té (che in realtà l’autore chiama sempre “seduta” e non cerimonia) ha un nome proprio, che si tratti della tazza o del chashaku (il piccolo e sottile legno di bambù col quale si prende ogni singola dose di matcha da versare nella tazza). Il nome proprio infonde personalità e identità ad ogni singolo oggetto, che è perciò unico. Ogni maestro del té dev’essere innanzitutto un grande esperto di oggetti, deve saper scegliere nel modo giusto quelli più adatti ad ogni singola seduta, in funzione anche dei suoi ospiti. Come si dice ad un certo punto nel testo, la conoscenza degli strumenti è il primo gradino, ma anche quello basilare, per diventare un maestro del té:

Tratto da Morte di un maestro del Tè

Tratto da Morte di un maestro del Tè

E ancora, è illuminante la spiegazione del Cha no yu che viene fatta da un maestro del té a proposito di Rikyu:

Tratto da Morte di un maestro del Tè

Tratto da Morte di un maestro del Tè

Sempre a proposito degli oggetti e della loro unicità, emerge un gusto estetico tutto giapponese che apprezza l’imperfezione: l’incrinatura nella ceramica, il labbro del vaso più spesso da un lato che dall’altro, il colore diffuso in modo non uniforme sono dettagli che aggiungono valore invece che levarne ad ogni singolo oggetto. Il protagonista stesso del romanzo, dopo la morte di Rikyu vive facendo da consulente di utensili per il té per i mercanti di Kyoto e di altre città del Giappone.

Chasen (il frullino), Chashaku (il cucchiaino di bambù), chaire (il contenitore per il té) e chawan (la tazza) della mia personale collezione: Sen no Rikyu avrebbe apprezzato?

Chasen (il frullino), Chashaku (il cucchiaino di bambù), chaire (il contenitore per il té) e chawan (la tazza) della mia personale collezione: Sen no Rikyu avrebbe apprezzato?

Più che leggerlo con lo spirito del romanzo, ho letto Morte di un maestro del Té con l’interesse di chi vuole affacciarsi ancora una volta sul mondo del Cha no yu. Mi sono ritrovata a sforzarmi di ricordare i passaggi della cerimonia del té per essere in grado di immaginarmi per bene le scene altrimenti appena accennate. Più che una lettura piacevole è stata una lettura interessante, che consiglio a chi vuole approfondire la conoscenza della cerimonia del té giapponese.

Dopo tutto il Tè è la giusta combinazione di fuoco e acqua” dice il maestro Rikyu: quanta semplicità rivelano queste parole e quanto invece è complesso il rito del té e quanto è difficile comprendere fino in fondo la Via del Tè!

Granada, il té, le teterias

Una cosa che a Granada non manca è il té. La città più arabeggiante di Spagna vuole mantenere il suo legame culturale con la costa africana del Mediterraneo anche con il rito del té e la passione per le spezie. Così, se i negozi di souvenir vendono principalmente artigianato arabo, molti localini si fanno chiamare teterias. Non potevo non andare in esplorazione.

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Le teterias sono sale da té, né più né meno. A Granada si trovano nell’Albaicìn, il quartiere arabo che come un souk si sviluppa lungo una stradina che sale lungo la collina di fronte all’Alhambra, la reggia/fortezza dei principi arabi che governarono la città prima della Reconquista cristiana.

L'interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

L’interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

Ero incuriosita dalla possibilità di prendere un té in una teteria di Granada e nel quartiere arabo, per giunta: prima di partire mi ero un po’ informata sull’esistenza di questi locali, e avevo letto anche un articolo che avevo postato sulla pagina facebook del blog che mi dava un quadro più preciso dell’argomento.

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

Tra le varie teterias mi ispirava di più La Kasbah, per cui quando mi ci sono trovata davanti, proprio all’inizio di Calle Caldererìa Nueva, non ho perso tempo e ho detto: prendiamo un té.

Perfetto per dopocena. Ambiente assolutamente arabeggiante, atmosfera da Mille e una notte tirata pure un po’ troppo all’eccesso, profumo d’incensi e di cannella, e anche del narghilè che fumano al tavolo accanto. Ancora freschi dell’esperienza di Tangeri prendiamo un té alla menta e un té “sueño de Granada“. Ma il té alla menta non è all’altezza del suo simile bevuto in Marocco, com’è giusto che sia, del resto. Il locale è molto bello, ben arredato e la scelta del menu è molto vasta. Ma fa anche ristorante, fa fumare il narghilè e insomma più che una teteria sembra un caravanserraglio per turisti. Ma forse sono io che pretendo troppo. In fondo non c’è niente di male a voler arredare all’araba un locale che si trova nel quartiere storicamente arabo della città. E poi, parliamoci chiaro, tutti i negozini che si susseguono lungo la via, non sono poi fatti apposta per i turisti?

Il té a Granada viene venduto nei negozi di souvenir in piccoli pacchettini cilindrici trasparenti. A 2 € l’uno ti puoi portare a casa qualche té nero o verde aromatizzato dal nome fortemente evocativo: magia dell’alhambra, notte di Granada, Albaicin… e via di seguito su questo stile. Con i ricordi torno a quando venni qui per la prima volta nel 2003 durante l’interrail: stetti a Granada solo una notte, e proprio qui, nel quartiere dell’Albaicin, acquistai due té in pacchetti cilindrici trasparenti del tutto identici a questi. Questa volta, invece, non ho acquistato nulla.

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

Anche nel mercato dell’Alcaiceria accanto alla cattedrale (un tempo era un mercato serio, oggi ospita solo negozi di souvenir) si trovano gli stessi pacchettini di té. Intorno alla cattedrale, poi, qualche negozio vende té e spezie. La cosa che non sono riuscita a capire è se a Granada gli abitanti bevono il té perché gli è rimasto un qualche retaggio culturale, oppure se è solo un’invenzione per i turisti. Il dubbio mi è venuto e sinceramente non sono riuscita a scioglierlo.

Comunque alla fine il té l’ho comprato, verde al profumo intenso di fiori e frutta matura, in un negozio di spezie accanto alla cattedrale. E ho comprato anche le spezie. Che non si dica che sono monotematica. E poi, sempre in questo negozio, ho visto vendere le foglie d’ulivo, così come le vendevano anche a Tangeri. Ma scusi, a che servono? In infusione, come rimedio per l’ipertensione e il colesterolo alto. Infuso di foglie d’ulivo, dunque: il must-to-drink dell’autunno 2016. Ma ve lo racconterò a tempo debito😉

Le teiere di Tangeri e il mistero del marchio “Manchester”

Questo è il secondo post che dedico alla mia visita a Tangeri. Ci sono stata un solo giorno, eppure è stata davvero ricca di suggestioni per me. Il perché lo potete facilmente immaginare: per una come me, curiosa bevitrice seriale di té, il Marocco non può che essere una grandissima fonte di ispirazione e un luogo da studiare. E così se nel primo post ho parlato del té alla menta di Tangeri, in questo secondo post vi parlo delle teiere che si trovano a vendere in quantità industriali nei mercati e nei negozi della città.

Un'esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Un’esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Innanzitutto una premessa: a Tangeri vi sono mercati per i tangerini e negozi per i turisti. Anche se di turisti “a piede libero” cioè da soli, non in gruppi organizzati, ce n’è pochi, tuttavia i negozi ci sono, e sono quelli che fanno, ovviamente, i prezzi più alti, o che proprio provano a fregare (come il tipo che inizialmente mi stava per vendere un pacchetto di té a 50 centesimi di €, ma che poi per 3 pacchetti di euro ne voleva 45).

Teiere dorate in vendita in uno dei mercati di Tangeri

Teiere dorate in uno dei mercati di Tangeri

Il posto migliore dove fare affari è invece un mercato che si trova tra Avenue d’Angleterre e Rue San Francisco, alle spalle della moschea che affaccia su Place du 9 Avril 1947. Qui trovate il miglior artigianato, piatti, ciotole, tajine, bicchieri in terracotta dipinta, e poi ancora bicchieri di vetro e teiere.

Qui in effetti abbiamo trovato un’autentica teiera per il té marocchino: pesante, in metallo, che sicuramente era già stata usata in passato. Niente marchio di fabbrica sul fondo, peccato. La vendeva un tale che aveva un banco di oggetti vari in ferro e metalli: una sorta di antiquario del posto, se così lo si può definire. E in esposizione aveva una serie di teiere da incanto, anche dorate: veniva voglia di strofinarle come se fossero state tante lampade di Aladino.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri e un’autentica teiera marocchina

Anche i negozi di Tangeri vendono le teiere per il té marocchino (che non necessariamente è alla menta, ma può essere anche alla shiba, come ho raccontato qui), ma si vede subito che non si tratta di merce di qualità, ma di produzione industriale fatta apposta per il turismo. La cosa che mi ha incuriosito è stata la marca, apposta sul fondo di tutte queste teiere: Manchester. Non una scritta in arabo, come pensavo, ma il nome della città inglese. Ma pensa un po’, mi son detta, possibile che questi si facciano arrivare dalla Gran Bretagna le teiere marocchine? Possibile?

Teiere marchiate Manchester

Teiere marchiate Manchester

Così, una volta a casa ho fatto qualche ricerca, e ho scoperto una storia incredibile del tutto casualmente su un blog: pare che intorno al 1770 un certo Richard Wright, di Manchester, abbia cominciato a produrre ed esportare teiere in argento e silver plate in Marocco. Pare che producesse non solo teiere, ma altri oggetti legati al consumo del té come zuccheriere e tea-caddy. Il marchio impresso sugli oggetti di sua produzione era una scritta in arabo e in inglese, “Richard Wright Manchester“. La cosa buffa, però, è che di questo personaggio nessuno a Manchester sa nulla, non si sa se sia realmente esistito o se fosse uno pseudonimo di qualche produttore ebreo o direttamente marocchino impegnato nel commercio di té dall’Inghilterra. Sul mercato gli oggetti marchiati Richard Wright si trovano almeno fino al 1850. Dopodiché, complice il successo del marchio, divenuto un vero e proprio brand, in Marocco compaiono delle produzioni locali a imitazione dell’originale. E oggi, evidentemente, il ricordo di questa produzione è rimasto nel marchio Manchester di tutte le piccole teiere che vengono vendute a Tangeri e, immagino, anche nel resto del Marocco.

Ecco, dunque, spiegato perché le teiere di Tangeri sono marchiate Manchester! Mai avrei immaginato una soluzione del genere, e soprattutto mai avrei immaginato un’altra cosa incredibile: la cosa più interessante di tutte, infatti, è che da quello che ho capito, è questo Wright che avrebbe “inventato” la teiera marocchina col coperchio a punta. Ma questo è un aspetto che voglio approfondire. Poi, da brava archeologa, una volta che avrò messo insieme tutti i dati vi racconterò cosa ho scoperto. Nel frattempo terrò gli occhi ben aperti: che se nei prossimi mercati dell’antiquariato in cui girerò mi imbatterò in una teiera di Richard Wright, non me la lascerò sfuggire!

Natura morta. Viva la natura!

Domenica 19 giugno ho partecipato all’Instameet #poggioacaiano2016 organizzato dagli Igers Prato col comune di Poggio a Caiano (PO). La giornata, in parte ma non troppo, compromessa dalla pioggia, si è svolta principalmente alla villa Medicea di Poggio a Caiano. Si tratta di un capolavoro dell’architettura rinascimentale fiorentina, che funge da modello per tutte le successive ville signorili di campagna. Su progetto di Giuliano da San Gallo, la villa è aperta sul paesaggio circostante, che controlla dai lati, e che è un paesaggio fatto di campi coltivati, di vigneti, di oliveti, di panorami che spaziano fino a Firenze (la cupola, piccolissima, si vede laggiù in fondo).

Al secondo piano, la villa ospita un Museo della Natura Morta. È di questo in particolare che vi voglio parlare (della villa ne parlerò su Maraina in viaggio). Niente teiere, i Medici non bevevano il té (che è arrivato in Europa dopo che la loro dinastia fu tramontata); tuttavia vale la pena spendere un post per raccontarvi ciò che di questo museo mi ha colpito.

Alzatine con frutta varia: Museo della Natura Morta

Alzatine con frutta varia: Museo della Natura Morta

Natura morta. Potrebbe sembrare un genere pittorico noioso, poco spettacolare: sono sempre vasi di fiori, ceste di frutta e oggetti inanimati disposti più o meno a caso su un tavolo. Sì, certo, ma è proprio questo il bello: che oggetti inanimati siano oggetto di un’osservazione tanto acuta da parte del pittore da saperne rendere il più minuto dettaglio, la resa alla luce, il rapporto con lo spazio e con gli altri oggetti presenti! Questa è la magia della natura morta, genere che, nato nel Cinquecento, ha avuto fortuna in tutte le seguenti correnti pittoriche, comprese quelle del Novecento, e che oggi è protagonista assoluta di tanta parte della fotografia (la foodphotography, alla fin fine, altro non è che fotografia di still life).

Vaso di fiori, dettaglio

Vaso di fiori, dettaglio

Tra tutti i collezionisti, e committenti, di nature morte, gli esponenti del casato dei Medici erano molto esigenti e anzi accolsero alla loro corte pittori specializzati proprio in questo genere pittorico. Il Museo della Natura Morta della villa medicea di Poggio a Caiano illustra la collezione mostrando la varietà e la vastità di interessi dei Medici in questo campo.

La pittura di natura morta era sì esercizio di stile per il pittore, ma era anche, in un’epoca in cui non esistevano ancora enciclopedie, un modo per rappresentare la varietà della natura e, dal punto di vista dei committenti, per mettere su tela la varietà e ricchezza dei frutti della terra sotto il controllo mediceo: così vanno intese le serie di dipinti che mi hanno entusiasmato di più: si tratta di una serie di grandi tele che illustrano, frutto per frutto, tutte le varietà e il mese di raccolta. Il pittore deputato alle nature morte, Francesco Bimbi, rappresenta un eccezionale tela che intitola Pere, nella quale rappresenta 5 vassoi pieni di pere di ogni forma, colore e dimensione, e dunque varietà, mentre una legenda sotto ne illustra il nome e il mese di produzione. La tela è inserita in una cornice nuovamente intagliata a pere, hai visto mai che qualcuno non avesse ben chiaro il tema. Stessa cosa si verifica con le mele, cui è dedicata un’altro grande dipinto.

Francesco Bimbi, Pere, Museo della Natura Morta Villa Medicea di Poggio a Caiano

Francesco Bimbi, Pere, Museo della Natura Morta Villa Medicea di Poggio a Caiano. Persino la cornice è a tema!

Un discorso a parte, anche se sostanzialmente il principio è lo stesso, va fatto per le tele che rappresentano agrumi. Una costante nelle residenze medicee è il giardino. Una costante nei giardini medicei è la limonaia, un luogo nel quale in inverno si ricoveravano limoni e agrumi piantati in vaso che potevano godere del tepore del calore del sole senza rischiare le gelate. I Medici amavano la varietà e i giardinieri medicei erano esperti nel trarre sempre nuove essenze e nuove forme, realizzando sempre nuovi innesti e nuovi ibridi. Una delle limonaie più famose era quella della villa di Castello a Firenze, tuttora portata avanti da esperti giardinieri.

Certo, molti degli ibridi che erano stati realizzati tra il Cinquecento e il Seicento si sono persi, ma oggi si sta cercando di recuperare ciò che il tempo e i ricorsi storici hanno cancellato. In questo senso anche le tele del Bimbi, sempre lui, dedicate a vassoi di limoni, ognuno di una varietà diversa come nel caso delle pere, è una fonte importante di conoscenza. La scusa di rappresentare tutti quegli agrumi era occasione di magnificare la ricchezza dei Medici, l’abbondanza della loro tavola e la fertilità dei loro terreni. Per noi rimane documento importante della biodiversità dell’epoca.

La varietà di limoni coltivati nelle limonaie medicee

La varietà di limoni coltivati nelle limonaie medicee

Il Museo della Natura Morta della Villa Medicea di Poggio a Caiano è una pinacoteca tutta particolare, la cui ricchezza si svela piano piano, tela dopo tela, sala dopo sala: così quando si arriva ai limoni, verso la fine del percorso, il trionfo è completo. Vi invito a visitarlo, e poi di scendere nel giardino della villa e di farvi un giro tra le piante di limoni ancora oggi coltivate e di passeggiare nel parco, vastissimo, che si stende intorno e dietro la villa. Poggio a Caiano è la villa medicea nella quale per la prima volta diviene centrale il paesaggio e la terra circostante. E non è un caso che la villa ospiti il museo che è il trionfo dei Medici e del loro buongoverno su una terra che erano bravissimi a far fruttare.

EatPrato: come nascono i cantuccini?

È la seconda volta che parlo di cantuccini su questo blog. La prima volta a proposito di un loro eventuale abbinamento con il té, questa volta perché ho avuto l’opportunità e il privilegio di visitare il biscottificio di Prato che più di tutti ha legato il suo nome a questo biscotto: Mattei. Quest’opportunità l’ho avuta in occasione di EatPrato, una manifestazione enogastronomica che si è svolta lo scorso week-end dedicata alle eccellenze locali e ai prodotti del territorio. Tra questi, quindi, un posto di rilievo doveva averlo il Biscottificio Mattei! Così sabato mattina, con un nutrito gruppo di foodblogger (senz’altro più titolate di me a partecipare) ho potuto visitare il laboratorio.

cantuccini mattei
È stata un’esperienza ultrasensoriale, che ha coinvolto non soltanto la vista, ma tutti i sensi: il profumo dei biscotti è qualcosa che avvolge e coccola, e fa spuntare il sorriso senza che tu lo possa controllare; il rumore dei macchinari è un ronzio continuo, rotto dai movimenti ritmati di chi sistema le teglie, controlla la produzione, imbusta i biscotti pronti; al tatto il cantuccino appena tagliato non è come te lo aspetteresti: beh, è caldo, quello sì, ma è morbido e fragrante. E il gusto… beh, assaggiatelo voi un cantuccino appena sfornato o, ancora meglio, strappate un pezzo del filone da cui saranno tagliati i cantuccini al cioccolato fondente. Poi mi saprete dire.

cantuccini al cioccolato Mattei e il mio té al cioccolato: la colazione dei campioni

Cantuccini al cioccolato Mattei e il mio té al cioccolato: la colazione dei campioni

L’impasto dei cantuccini, lavorato in un’impastatrice, passa a piccole porzioni in una prima macchina che ne trae dei filoni. Questi vengono però rifiniti a mano e poi, posti sulla loro teglia, passati in forno: la teglia scorre dentro il forno, che cuoce in modo omogeneo, portando la superficie esterna alla giusta doratura. Un nastro trasportatore conduce i filoni in un’ulteriore macchina, responsabile dei tagli.

È qui, in uno spazio coperto alla vista che ogni singolo cantuccino prende forma. L’ennesimo nastro trasportatore conduce, e insieme raffredda, i nuovi nati, li fa salire per poi tuffarli in fondo al ciclo di produzione, dove i sacchetti per alimenti sono pronti ad accoglierli. Questi sacchetti vengono poi ulteriormente imbustati nel classico sacchetto blu per i cantuccini tradizionali, rosso per quelli al cioccolato, e i pacchetti vengono chiusi col filo. Queste ultime operazioni vengono condotte rigorosamente a mano.
Lo so, ho appena fatto una cronaca degna di Com’è fatto, la trasmissione di Real Time che racconta i cicli di produzione di qualsiasi cosa. Eppure è interessante sapere come nascono gli oggetti, e i cibi in particolare. Dà più valore a quello che mangiamo, fa capire che dietro il più semplice biscotto (e comunque il cantuccino non è semplice!) c’è un gran lavoro e un grande saper fare.
Ed è proprio a questo che penso mentre a colazione inzuppo il mio cantuccino al cioccolato in un té, rigorosamente al cioccolato, che ne esalta il profumo.
Buona colazione, gente!

Il mio té alla menta a Tangeri

Tangeri è caotica. Anzi no, è un vero e proprio casino.

Tangeri è un grande immenso mercato. Non ci sono solo i mercati coperti, come il Grand Socco, che è una città nella città, e il Petit Socco, di dimensioni più ridotte, ma certo non da meno: su tutte le strade dalla tarda mattinata in avanti si aprono bazar e negozi, gioiellerie nella via dell’oro, botteghine minuscole appena fuori delle mura della città vecchia. Vendono di tutto: teiere, bigiotteria, scatoline, oggetti in cuoio e in legno, babbucce colorate, abbigliamento tipico maschile, piatti e vasi in terracotta dipinta, e ancora olio d’argan e tessuti. E poi ci sono le donne per strada, che si riparano dal sole con buffi cappelli a tesa, e che sui loro cenci stendono la loro mercanzia: bottiglie di latte appena munto, cipolle, ceste di prezzemolo, di foglie d’olivo, di cedrina e di menta. Sì, di menta.

Un cesto di menta a Tangeri

Un cesto di menta a Tangeri

In mezzo a questo gran bordello, a questo gran vociare di gente, a questo andirivieni di persone, di rumori, di profumi e di odori non sempre piacevoli, di colori sgargianti nel sole caldo di una giornata africana, ad un certo punto ti devi fermare, anche se ti diverte quell’usanza tutta araba di contrattare i prezzi di tutte (o quasi) le merci.

Se non ci sei abituato dopo un po’ ne esci frastornato.

Troviamo rifugio in un Caffé lungo la via principale che dal porto sale verso il Grand Socco. Una via che ora dopo ora si risveglia e che abbiamo la fortuna di percorrere una prima volta la mattina presto, quando ancora per strada non c’è quasi nessuno, e poi più tardi, quando il traffico umano aumenta. Il Caffé Tinjis avrebbe pretese di locale “all’europea”, con un dehors di dignitosi tavolini che affaccia sulla via e camerieri in divisa affabili come maîtres di un qualche ristorante di lusso. Ma l’interno è decadente, sporco e fatiscente; il bagno… meglio non commentarlo. Ma il té alla menta che beviamo seduti all’aperto, mentre sotto di noi scorre il fiume in piena della gente che va avanti e indietro (ma avranno davvero tutti una meta?) è la cosa più appagante e ristoratrice della nostra giornata a Tangeri: un momento di vera pace che attutisce il caos d’intorno, un bicchiere di dolcezza profumata e aromatica che ci accarezza come una mano gentile.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri

È semplicemente acqua bollente, zucchero e menta a profusione, quella stessa menta che abbiamo visto vendere un po’ ovunque per la città in quelle ceste poggiate per strada alla mercé di chiunque, all’altezza dei gas di scarico delle auto, delle code dei gatti randagi (tantissimi), delle mani di chi voglia saggiarne il profumo. Ma proprio per questo, o nonostante questo, il té alla menta che beviamo a Tangeri ha un sapore e un profumo che difficilmente troveremo altrove. E la nostra giornata tangerina, totalmente di scoperta di una cultura e di una vita totalmente estranea alle nostre, trova la giusta, degnissima, piacevolissima conclusione.

 

Quant’è fotogenico il matcha!

credits: @matchabay

credits: @matchabay

Sarà il suo colore verde acceso, sarà il fatto che è in polvere, sarà la sua grande versatilità in cucina oltre alla grande suggestione che ispira la cerimonia del té giapponese, di cui è protagonista, fatto sta che il té matcha è una vera star di instagram.
Sono numerosi i profili instagram dedicati al matcha. Scorrere le loro gallerie è un tripudio di verde, di eleganti composizioni fotografiche cui si intervallano foto evocative della cerimonia del té. Il colore predominante è il verde, che in tanti casi viene esaltato dall’utilizzo di un qualche filtro hdr, o da una sapiente modulazione della saturazione. Quale che sia la scelta dell’autore dello scatto, sia esso un teablogger, un rivenditore di té, un food-ografo (non ci credo, l’ho scritto davvero!) o un appassionato, seguire i profili dedicati al matcha vivacizza la propria timeline, spiega un sacco di curiosità e soprattutto suggerisce tante idee in cucina. Il matcha è molto versatile, questo si sa, ma scommetto che nessuno di voi aveva mai pensato di usarlo, ad esempio, per il mojito!

credits: @matchabay

credits: @matchabay

Vi accompagno a fare un giro sui profili instagram che raccontano per immagini il té matcha. Ditemi poi cosa ne pensate. A me tutto questo verde mette tanta allegria! E attraverso le foto percepisco il profumo, così caratteristico, della polvere: dolciastra a sentirla, mentre il té, quand’è preparato secondo il metodo tradizionale (un cucchiaino raso in una tazza non troppo piena d’acqua, girato velocemente col frullino) è amaro e molto forte.

@Tea_mill

@matchadesserts

@matcha_latte_art

@matchabay

@matchaeologist

credits: @tea_mill

credits: @tea_mill

Io personalmente amo il matcha, proprio per la sua diversità rispetto agli altri té, ma soprattutto per la sua storia: la cerimonia del té giapponese, il chanoyu, è una delle tradizioni più autentiche del Giappone: generazioni di maestri del té la insegnano e la praticano, con una gestualità, una ritualità che è rimasta invariata da millenni e che non può lasciare indifferenti gli Occidentali che la approcciano. Io stessa ho impressa nella mente in maniera indelebile la cerimonia del té così come l’ho imparata: mi sembrava di essere messa a parte di pensieri e gesti ignoti ai più e dei quali mi sfuggiva in parte l’essenza. Allora, anche prepararmi il matcha nell’intimità della mia casa non è più un fattore di “moda” o di curiosità, ma di consapevolezza e rispetto di ciò che sto facendo.

Tolta questa parentesi cultural/sentimentale, restano gli infiniti usi cui il matcha si presta: anche solo a guardare le foto, vedete bene che gelati, biscotti, torte e cappuccini verdi sono una gioia per gli occhi e, sono sicura, anche per il palato. Se non avete mai provato il matcha fuori dalla tazza, ecco l’idea per voi: madeleines al matcha, direttamente dal nuovo blog di Panelibrienuvole. Provateli, mi ringrazierete.

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