Cos’ho imparato da un corso sul té

Se avete letto gli scorsi post di questo blog avrete visto che quest’inverno ho partecipato ad un corso di degustazione di té che si è svolto a Firenze, presso la sede della Società Toscana di Orticoltura, tenuto da Vania Coveri, Teateller, con un passato professionale a La Via del Té di Firenze, e scusate se è poco. La passione per il té ha guidato Vania al punto da farla diventare una teateller, appunto, una che racconta il té, che porta la conoscenza del té a chi vuole accostarvisi senza preconcetti né pregiudizi.

Un esercito di teiere pronto per la degustazione di té

Ho trovato una classe eterogenea: tra chi beveva il té col limone, chi non andava oltre il té in bustina, chi voleva scoprire attraverso il té nuovi modi di usarlo in cucina, chi voleva ampliare le sue conoscenze e chi, infine, blogger come me (di Cognathé) voleva scoprire qualcosa di più. E poi c’ero io.

Ma è per principianti, che ci vai a fare?” “Ma ti annoierai, saprai già tutto!

No, no, e no. Io sono autodidatta. Ho cominciato come tutti con le bustine di té Ati, poi ho scoperto l’earl grey, poi ho scoperto che grazie a dio il limone nel té è un’aberrazione, quindi mi sono sentita legittimata a buttare via quella fettina gialla ogni volta che mi veniva propinata; poi ho scoperto i té aromatizzati, quindi i té verdi, e poi i té bianchi. Un percorso di scoperta che va avanti da 17 anni ormai. Eh sì, il té l’ho scoperto davvero al primo anno di università, nell’ormai lontano 2000.

Il té è pronto! Andiamo a degustare

Ho un blog, scrivo post più o meno approfonditi, tocco svariati argomenti e tipologie di té, ma con un taglio sempre da autodidatta, finora avevo seguito solo il corso di cerimonia del té giapponese con Lailac Firenze, ma niente di più. Per cui mi è sembrato naturale iscrivermi ad un corso di té che partisse da zero, che affrontasse un po’ tutte le varietà di té. È vero, non sono del tutto tabula rasa, ma mi manca un’educazione al gusto, un’educazione al té puro. Perciò mi sono iscritta con entusiasmo e curiosità.

Fin dalla prima lezione mi sono detta che ho fatto bene.

Perché in 4 lezioni di corso ho imparato quelle piccole grandi cose che diventeranno d’ora in avanti dei capisaldi nel mio modo di bere, e di scegliere il té.

La cosa fondamentale, per esempio, è che bisogna scegliere té puri.

Darjeeling, Pu-erh, Yunnan, oppure Bancha, Sencha, Gen-maicha. Il té dev’essere puro. La cosa che ho imparato è che se scelgo un té nero aromatizzato non capisco un accidente di té. Può soddisfarmi il palato, ma è ingannatore.

Andiamo con ordine.

La prima e fondamentale cosa che ho scoperto sul té è che esiste una differenza tra i té scented, profumati a contatto con l’ingrediente profumatore, e i té aromatizzati. Questi ultimi, che sono la maggior parte, sono il frutto di accozzaglie chimiche che soddisfano i sensi con le loro note speziate, fiorite, fruttate, cioccolatose, ma che non contengono per davvero nessuno degli ingredienti di volta in volta proposti. Il té al cioccolato, per esempio: vi siete mai chiesti come faccia a profumare davvero di cioccolato? Non c’è né cacao né cioccolato tra i suoi ingredienti e, se mai ci fosse, sciogliendosi in tazza non rilascerebbe mai tutto il profumo che invece si percepisce. Idem per il té alla pesca, arancia e cannella e via di seguito tutti gli abbinamenti che vi possono venire in mente. Il concetto, o il procedimento chimico, è lo stesso dei bagnoschiuma alla fragola, allo zucchero filato e alla vaniglia che andavano di moda qualche anno fa: da una stessa molecola viene tratto un profumo differente.

degustaziò degustaziò!

A me questa cosa ha shockato molto. Non che non avessi lievemente intuito che ci doveva essere qualcosa sotto, però sentirmelo dire così con tanta franchezza mi ha proprio fatto sentire nuda e ingenua.

Ho deciso così che d’ora in avanti, salvo rarissime eccezioni, acquisterò solo té puri, darjeeling, pu-erh, lapsang souchong, jokuro, sencha e via di seguito: raccolti puri da foglie pure senza nessun aromatizzante.

Eh, ma così vuoi fare la purista e rinunci al profumo. E vuoi fare la snob

No, un momento. Non è che se comincio a bere té da raccolti puri divento snob e non bevo il resto. No. Però sono consapevole della differenza. E soprattutto, se permettete, affino il gusto. Facile dire che un té alla pesca è profumatissimo e buonissimo. Diverso è spiegare perché un darjeeling First flush è pregiato e delicatissimo. Ma il Darjeeling è uno dei raccolti più pregiati al mondo; ogni raccolto prende il nome dal giardino di provenienza e la regione in cui è coltivato, il darjeeling, appunto, è una meraviglia paesaggistica senza paragoni nel Nord dell’India. Uno di quei posti dove, prima di morire, dovrò andare per forza.

Un’altra cosa che ho imparato sul té è che il té al gelsomino, quello sì che è scented sul serio! Ovvero, se preparato col metodo tradizionale, si ottiene dal contatto dei fiori di gelsomino (che sono profumatissimi e stanno sbocciando proprio ora!) con le foglie di té appena colte: per osmosi il profumo del gelsomino si trasmette alle foglie che così acquisiscono la loro profumazione così unica e… naturale!

Degustazione di té Earl Grey: foglie asciutte, foglie bagnate (rilasciano profumi differenti!) e l’infusione

La terza cosa che ho scoperto sul té, ma cui potevo facilmente arrivare con un minimo di ragionamento, è che il té in bustina è poco pregiato perché raccatta tutte le foglie rovinate, rotte, frammentate e polverizzate, in una parola gli scarti della lavorazione del té. Anche se ultimamente si stanno imponendo sul mercato delle bustine di pregio, la grande distribuzione infila in bustina té di infima qualità. Lo stato di conservazione della foglia determina la qualità: se la foglia è rotta malamente, è facile che finisca in bustina piuttosto che nel té sfuso. Naturalmente dipende dal tipo di té, ma se consideriamo che molti té prevedono proprio una preparazione manuale di ciascuna foglia, che viene piegata, arrotolata, sistemata, allora forse ciò che vi sto dicendo non sarà del tutto assurdo.

E poi ho imparato che ogni té ha una personalità, e che quella personalità è data da come noi percepiamo quel té sulla lingua, al profumo e alla vista. Un po’ come quando cerchiamo di indovinare una persona da come si muove, da come parla, da come si presenta. In questo caso abbiamo giocato, per ogni té, ad attribuirgli un personaggio. Un giochino strano, direte voi. Un giochino utile, vi dico io, perché insegna a guardare e osservare con tutti i 5 sensi ciò che state bevendo. Non è esperienza da poco, e vi renderà quel té più familiare. lo potrete chiamare per nome, quasi, e magari, se siete romantiche, ve ne innamorerete.

 

Parola d’ordine: detox!

un mazzetto di erbe aromatiche per infusi e tisane

La sapete la storia delle lacrime di coccodrillo? Si dice di persona che commette una cosa sbagliata e poi se ne piange; lo si dice perché pare che il coccodrillo, dopo che ha mangiato una preda piuttosto grossa, pianga durante la pesante e lunga digestione. Ecco, io non piango, però dopo i pranzi di Pasqua e Pasquetta sono decisamente provata.

Fortuna vuole che abbia passato le vacanze di Pasqua in una casa con un bell’orticello. Tante le piante aromatiche e le erbe, così ho pensato bene di cogliere un mazzolino di utilissimi ingredienti per infusi e tisane detox.

Non bisogna cercare chissà che, infatti: salvia, menta e finocchietto sono i tre ingredienti più comuni e più efficaci per infusi fai-da-te.

Del finocchietto sono note le proprietà digestive: e io stessa ho potuto sperimentare proprio negli scorsi giorni  quanto una tazza di infuso al finocchietto sia stata un toccasana per risolvere un problematico senso di appesantimento dovuto ad un pranzo di Pasquetta troppo abbondante. Per preparare la tisana ho semplicemente messo in infusione in un pentolino d’acqua foglie di finocchietto: è venuta un’infusione piacevolmente profumata e intensa, che ha fatto il suo effetto (non immediato, naturalmente).

Buona tisana detox!

In caso di mal di stomaco (anch’esso una conseguenza dei pranzi troppo abbondanti), la tisana alla salvia si è rivelata un ottimo riparatore. Ho scoperto il té alla salvia in Giordania quasi 10 anni fa e da allora quando riesco mi preparo sempre un infuso a questa pianta aromatica: mi piace il suo profumo più ancora di tutto il resto. Ma certo, sapere che è utile in caso di mal di stomaco non mi dispiace affatto.

Per puro piacere, invece, ho preparato un infuso salvia e menta: la freschezza della menta si sposa col profumo più pacato e morbido della salvia. L’effetto è notevolissimo, di piacevole contrasto. Se invece dell’infuso vogliamo prepararci un té, basterà aggiungere una bustina di té verde o un cucchiaino di té verde gunpowder in foglie, e il risultato è assicurato: un’infusione leggera e profumata, da gustare anche fresca: con l’arrivo della bella stagione è senz’altro una bella idea.

Come ti cucino il pollo al té affumicato Lapsang Souchong 

Questo non è un foodblog e io tutto sono fuorché una foodblogger (se volete conoscere una brava foodblogger guardate qui). Mi piace cucinare anche se ultimamente pratico pochissimo; soprattutto ho il terrore di preparare i dolci. Ogni tanto dai miei fornelli si materializzano cose degne del gruppo facebook Cucinare male (e ogni tanto qualcosa condivido), ma nella maggior parte dei casi, però, me la cavo egregiamente.

Era da un po’ che l’idea mi girava per la testa. Volevo preparare un secondo di carne usando il té. Non un té qualunque, ma il té affumicato Lapsang Souchong.

Questo té dall’aroma affumicato molto particolare o lo si odia o lo si ama. Io personalmente lo amo. Profuma di legna da ardere, con un sentore anche, se vogliamo, di cacio stagionatissimo (o di provola affumicata, non a caso). Detto così presenta malissimo, ma vi assicuro che se superate la diffidenza iniziale (e se vi piace il sapore affumicato) questo té vi stupirà. E vi stupirà ancora di più usarlo al posto del brodo per cucinare. Io in passato l’ho usato proprio al posto del brodo per un risotto alla scamorza e speck. Capite bene, però, che sia la scamorza che lo speck sono affumicati, mentre io volevo capire fino a che punto posso spingermi a utilizzare il Lapsang Souchong come unico ingrediente affumicato.

Pollo al lapsang souchong in cottura

Così, l’altra sera ho preparato il pollo al Lapsang Souchong. Siccome mi è riuscito molto bene, a detta non solo mia 😊, ho deciso di proporre qui la ricetta, che è davvero molto semplice.
Ho usato le sovracosce di pollo, private della pelle: su di esse ho adagiato un po’ di foglie di té affumicato, come fosse una marinatura, ma senza esagerare. Ho preparato a parte un pentolino di té portando l’acqua quasi a ebollizione e mettendo in infusione un quantitativo di Lapsang Souchong piuttosto cospicuo: come dose mi sono regolata col mio dosatore per il té, che ha una dimensione standard, ma l’ho riempito ben bene, in modo da ottenere un té molto carico. Anche l’infusione è durata tanto: 4-5 minuti.

In una casseruola ho rosolato uno spicchio d’aglio a pezzettini e un mezzo cipollotto a rondelline, quindi ho aggiunto le sovracosce di pollo con la loro marinatura e le ho fatte rosolare. Le foglie al contatto con il fondo arroventato della casseruola sprigionano un fortissimo odore di affumicato. È il momento di versare una prima parte del té, che nel frattempo ho salato con sale grosso, e di avviare la cottura a fuoco lento e coperta.

Ho rabboccato di tanto in tanto il té che man mano si sfumava rilasciando un aroma affumicato che riempiva tutta casa. A metà cottura ho aggiunto delle olive nere e ho continuato a far cuocere tenendo coperto. A fine cottura, quando il té si è ritirato ma non troppo, ho aggiunto un cucchiaino di maizena sciolto in una mezza tazzina da caffè in modo da addensare una salsina affumicata.

Pollo al té Lapsang Souchong pronto in tavola!

Spento il gas e servito in tavola. Indecisa tra accompagnarci un bicchiere di vino o una tazza di té, ovviamente Lapsang Souchong, ho optato per… entrambi!

Té bianchi di un certo livello: Silvery Pekoe Yin Zhen e Moonlight White

Il té bianco è il più delicato tra i té. E tra i té bianchi, il té bianco puro è il più prezioso in assoluto. È il té dell’Imperatore, chiamato così perché, vuole la leggenda, esso doveva essere colto la prima notte di primavera da fanciulle vergini che usavano forbicine d’oro. In realtà è prezioso perché tratto dalle gemme apicali della pianta del té, quelle più tenere e fresche, appena nate ma non dischiuse e ancora coperte di peluria bianca. La gemma apicale è solo una per pianta, perciò il raccolto è costoso; inoltre viene realizzato un solo raccolto all’inizio della primavera. Dunque abbiamo una sola gemma per pianta per un solo raccolto annuale. Decisamente una produzione che non può raggiungere grandissimi numeri ma, proprio per questo, raggiunge grandissimi prezzi.

Dalla foglia asciutta alla foglia dopo l’infusione, passando per la tazza: i té bianchi silvery pekoe Yin Zhen e Moonlight White

La foglia è colta con un’attenzione minuziosa ed è distesa su un graticcio all’aria e lì lasciata a seccare. L’essicazione, o appassimento, può avvenire in pieno sole, oppure solo di notte, oppure prima all’aria e poi in forno ventilato. Nei tempi antichi si pensava, forse a ragione, che l’appassimento fosse la lavorazione che meno andava a incidere sul sapore della foglia in infusione.

La sua delicatezza è sinonimo di meditazione: la parte più nobile della pianta, la gemma, serve a soddisfare non tanto i bisogni fisici, quanto la mente, la parte più nobile del corpo.

Sul té bianco si apre un grandissimo dibattito. Non è solo la gemma apicale che fa la differenza, perché anche alcuni té verdi vengono tratti da gemme e perché non tutti i té bianchi sono puri: il Pai-mu Tan, Peonia Bianca, il più popolare tra i té bianchi, sfrutta sia gemme che le prime 3-4 foglie; il Moonlight White è composto da gemma e prima foglia.

té bianco Silvery Pekoe Yin Zhen

Come venirne a capo? Come distinguere il té bianco dal té verde allora? Come stabilire che il Pai-Mu Tan è bianco e non verde? La tecnica di lavorazione è la discriminante. Se nei té verdi le foglie di té vengono stabilizzate con calore secco o umido (a seconda se in Cina o in Giappone), nel té bianco ciò non avviene. Il té bianco è un té lievemente ossidato.

Torniamo ai tipi di té bianco.

Pai-mu Tan: té bianco ottenuto dalla gemma e dalle prime 3-4 foglie: in effetti, a vederlo, le foglie sono verdi, non ricoperte di quella pelurietta bianca caratteristica delle gemme che ci sono, sì, ma in minima parte. Di fatto è il té bianco meno pregiato e meno costoso, più commerciale, senza nulla togliergli, eh? Per carità. Diciamo anche che per i té aromatizzati realizzati col té bianco viene utilizzato proprio il Pai-mu Tan, proprio perché è il meno costoso e, aggiungo io, il più sacrificabile all’aggiunta di aromi che ne alterano il gusto.

té bianco moonlight white

Moonlight White: saliamo decisamente di livello, perché si ottiene dalla gemma apicale più la prima fogliolina: non è un té bianco puro, ma poco ci manca. Delicato, le foglie fresche sono grandi, l’insieme tende a una nota dorata che si rivela anche nell’infusione, di un bel giallo chiaro. Così, non stupisce la nota di miele che si coglie, lievissima, mentre lo si sorseggia.

Silvery Pekoe Yin Zhen: è il té bianco puro per eccellenza: trae il nome da ciò che lo compone: le sole gemme apicali ricoperte di argentea peluria. Yin zhen in cinese vuol dire proprio aghi d’argento: un nome parlante, insomma. In infusione il té è leggerissimo, di un colore giallino appena accennato, e lievissime note dolci floreali si liberano in bocca, anche se è difficilissimo afferrarle.

PS: ho degustato i té bianchi Moonlight White e Silvery Pekoe Yin Zhen durante il corso di degustazione di té di Vania Coveri Tea-teller.

La magia del fiore di té

Io lo chiamo fiore di té; altri lo chiamano bouquet di té, altri ancora blooming tea oppure flowering tea: si tratta di una pallocchia formata da gemme di té che avvolgono uno o più fiori cuciti insieme. Questa pallocchia, una volta messa in infusione in acqua calda piano piano si schiude e lascia libero il fiore al suo interno. Uno spettacolo davvero magico per chi vi assiste.

La magia di un fiore di té che si schiude

Lo spettacolo è ancora più magico se vi si assiste al buio, con la teiera in vetro trasparente illuminata da una lucina puntata direttamente contro, e se in sottofondo vi è una musica pacata e orientaleggiante, che ci porta in un mondo di sogno. È quanto è accaduto nel corso dell’ultima sera del corso di degustazione di té che ho seguito con Vania Coveri Tea-teller. Io conoscevo già la trasformazione del bozzolo in fiore, ma le mie compagne d’avventura no e scoprire sui loro volti la meraviglia è stato davvero incredibile. Anzi, forse è stato più bello il lato umano dell’infusione che l’infusione stessa.

Va detto che Vania non ha infuso un fiore qualunque: ha usato una grossa ghianda di té al cui interno si celava un fiore di crisantemo rosso. Effetto scenografico assicurato!

L’infusione data dal fiore di té è di un tenue giallo chiaro, dovuto alle gemme del té

Il rito del dischiudimento del fiore di té merita tutta la calma che ci si aspetta dall’assistere ad un fiore che sboccia. Dapprima viene messo nella teiera di vetro trasparente il bozzolo, poi gli viene versata l’acqua calda. Il bozzolo sale in superficie, poi piano piano, una fogliolina di té dopo l’altra, si apre e man mano che si apre va a fondo, liberando il suo prezioso contenuto. Il té è pronto quando l’intera composizione floreale custodita all’interno del bozzolo è liberata e il tutto si dispone sul fondo. Il té che ne risulta è delicato, anche perché realizzato con le gemme della pianta del té, dunque con le foglie più pregiate. Ogni fiore di té viene realizzato a mano, con estrema cura e delicatezza. Un lavoro certosino che merita ancora di più la nostra meraviglia nel vedere il miracolo che si compie.

Tutti noi possiamo riprodurre a casa questo miracolo: occorre una teiera in vetro o plexiglas trasparente, l’acqua calda e un fiore di té. E poi godiamoci lo spettacolo. La teiera trasparente è fondamentale, perché altrimenti non c’è modo di vedere il fiore che si schiude. Teiere trasparenti si trovano comunemente in vendita, di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi. Quanto al té, possiamo ripetere l’infusione anche più volte, perché questo té si presta ad essere re-infuso. Quando sono stata a I Fatti Vostri da Magalli ho mostrato l’infusione di un fiore di té: nella mia collezione, infatti, non manca la teiera trasparente! E non mancano neanche i fiori di té.

Screenshot da I fatti vostri di Magalli, quando mostro il Fiore di té

Il fiore di té è un piccolo capolavoro che mette in pace con se stessi: se poi invitate le amiche un pomeriggio di primavera, anche se l’acqua calda magari non ispira molto perché ci stiamo avvicinando alla stagione dei té freddi, tuttavia avrete un grande successo! Mi immagino già la scena: un tavolino bianco in giardino, e il fiore di té in infusione che sboccia come uno qualunque dei fiori del prato e delle siepi e come quelli desta la nostra più profonda ammirazione.

I giardini giapponesi

Poco tempo fa mi sono iscritta alla Società Toscana di Orticultura, presso la quale seguo un corso di degustazione di té tenuto da Vania Coveri Teateller. Approfittando di questo privilegio, e sperando di trovare un giorno per sfogliare i volumi della splendida biblioteca, sono andata a farmi un giro sui bollettini di quest’importante istituzione fiorentina. Ho trovato subito, neanche a farlo apposta, un articolo sui giardini giapponesi.

Ora voi mi direte: che c’entrano i giardini giapponesi con un blog del té? E io vi risponderò: c’entrano, eccome se c’entrano!

Giardino del Tè nello
Zuihoo-in, Daitoku-ji, Kyoto. Credits: Higan.com

Il giardino giapponese è infatti l’anticamera di accesso alla casa del té. È un percorso di purificazione, di astrazione dalle necessità e dalle preoccupazioni quotidiane e materiali per avvicinarsi sempre più alla natura e al naturale stato delle cose. Quindi a se stessi. Quando, attraversato il giardino del té, Roji in Giapponese, arriviamo a questa conclusione, possiamo accedere alla casa del té e alla Cerimonia del Té giapponese.

Nell’articolo del Bullettino, di cui vi fornisco il link, si racconta in realtà l’origine dei giardini giapponesi. Essi si diffondono in Giappone per il tramite della cultura cinese e coreana. L’aspetto più importante è la natura e l’esaltazione degli elementi naturali, come l’acqua, ad esempio. Il giardino giapponese è inizialmente identificato come luogo di culto, proprio perché la bellezza della natura diviene qualcosa di sacro. Ecco che allora molti giardini diventano veri e propri templi. Il giardino in Giappone è considerato una rievocazione del paesaggio, quindi una riproposizione in piccola scala di fiumi, laghi, anche alberi (saranno nati per questo i bonsai?). In questo contesto in Giappone il giardino diventa un luogo di pace e serenità, di ristoro dalle tribolazioni della vita quotidiana. Ed è in questo contesto che si sviluppa il Giardino del té.

Il Giappone prende dalla Cina non solo il concetto paesaggistico di giardino, ma anche il té! Lo declina poi con caratteristiche sue proprie, ma è pur sempre la Cina la grande madre che ne esporta la conoscenza. Il té arriva in Giappone tramite i monaci buddhisti cinesi e acquisisce ad un certo punto caratteristiche sue proprie: sono quelle che Sen Rikyu canonizza nella Via del té, il Chado, e nella cerimonia del té, il Chanoyu. Sen Rikyu è un monaco zen e lo zen d’ora in avanti (siamo nel XVI secolo) invade e pervade ogni aspetto della vita, della cultura e del pensiero giapponese.

Il giardino del té è luogo, dirà agli esordi del XX secolo Kakuzo Okakura ne “L’arte e la cerimonia del té”, in cui l’invitato alla cerimonia del té deve abbandonare, passo dopo passo, se stesso, le sue preoccupazioni, i suoi affanni, per immergersi in un mondo di apparente, naturalistica perfezione. Dico apparente, perché nel giardino del té tutto è meticolosamente ordinato, comprese le foglie non spazzate sul sentiero, che danno quel senso di romantico abbandono, ma che in realtà sono appositamente volute in quel modo disordinato. La bellezza, nella cultura giapponese, sta nella perfezione data dalle imperfezioni. Così, un vialetto totalmente spazzato via dalle foglie non restituisce le stesse emozioni e la stessa pacatezza di un vialetto lasciato alla mercé della brezza.

Uno scorcio del Giardino Giapponese di Firenze

A Firenze c’è un giardino giapponese, realizzato in occasione del gemellaggio tra Firenze e Kyoto, ormai qualche decennio fa. Si tratta di un piccolo versante del più grande Giardino delle Rose, che poco trasmette del senso di bellezza e perfezione naturalistica dei giardini giapponesi del Giappone: elemento sempre caratterizzante è l’acqua, ma gli spazi sono talmente esigui che è difficile calarsi nella parte. E soprattutto manca la casa del té al fondo del percorso. Nonostante ciò, però, bene che ci sia! Perché nella città campionessa del Giardino all’Italiana una realizzazione appartenente a un’altra cultura non può che essere un fattore positivo.

Un altro giardino giapponese, che visitai ormai quasi 20 anni fa (ossignore!!!) è il giardino giapponese di Montecarlo: uno spazio molto grande, con lo sfondo dei grattacieli del Principato, ma perfettamente isolato. Il rombo delle Ferrari sulla strada si perde, immersi come siamo a seguire i sentieri nei ciottoli e il corso d’acqua varcato da ponticini. Molto più grande e molto più suggestivo del giardino di Firenze, è giocato anch’esso sull’acqua e sulla pietra, con la riproposizione in scala di un paesaggio realistico. Se andate a Montecarlo ve lo consiglio, è qualcosa di veramente esclusivo, un’esperienza che pochi fanno perché pochi la conoscono.

Per approfondire l’argomento, in maniera eccellente direi, vi invito a leggere la pagina web dedicata ai Giardini giapponesi di Higan. Molto completa, dice tutto in modo molto curato e chiaro. Buona lettura!

Drink tea & eat cake

Ogni tanto dedico un post a un teatime con le amiche. Per cui non vi stupirà se dedico anche questo ad un evento del genere. In un mondo pieno di fretta, di chat veloci, di rapidi incontri e di ritmi forsennati, un pomeriggio con le amiche a bere una tazza di té e a mangiare una fetta di torta è un evento sempre più raro.

Raro, e prezioso.

Così, non vi stupirà se dedico un post all’ultimo pomeriggio tra amiche (e colleghe, evento raro che le due cose coincidano) che ho trascorso. Il protagonista in effetti non era il té, ma una torta. La torta, nello specifico, era una creazione bellissima di Alice di Pane Libri e Nuvole, la quale ci ha invitato a casa ed ha organizzato il teatime apposta per farcela provare. Questo è affetto sincero, io ve lo dico.

Teatime with Alabama Lane Cake

La torta in questione è la Alabama Lane Cake. Una torta bellissima da vedere, una di quelle che le hai sempre visto sulle riviste o in tv, ma che seriamente non pensi che possano esistere davvero. Non credi che sia davvero possibile prepararle. Poi però ti ritrovi l’amica foodblogger che te la fa trovare lì davanti sul tavolo della cucina di casa sua. E ti commuovi.

teatime with Alabama Lane Cake

L’Alabama Lane Cake è una torta bellissima, americana, con un’interessante storia alle spalle. Alice nel suo blog racconta molto bene la storia e la ricetta, per cui rimando direttamente al suo post e non sto a farne un doppione. Ciò che Alice nel post non racconta (e infatti tocca a me farlo) è dire come ha servito la torta, con quale accompagnamento in tazza. Perché vi ricordo che l’invito era per un té delle cinque con annesso dolciume.

La Alabama Lane Cake ci è stata servita con un té nero al maple syrup, ovvero allo sciroppo d’acero, ingrediente fondamentale dei pancakes tipici del breakfast americano. Questa scelta è stata particolarmente azzeccata, per via dei legami geografico/culturali che lo sciroppo d’acero ha con il popolo degli Stati Uniti, al pari di questa torta. Mancavano sul tavolo bandierine americane e poi l’illusione sarebbe stata perfetta. Ma per fortuna non siamo negli USA oggi, e ci siamo godute la torta, il té e le ciane (le chiacchiere) in tutta tranquillità, come una torta così elegante richiede.