Nel continente (del té) nero…

Una scatolina da té a tema Africa

Nella mia collezione di té (eh sì, la posso definire una collezione: ho la dispensa veramente troppo piena!) un piccolo spazio è occupato dal té prodotto e proveniente dall’Africa.

Tranne che per una breve incursione a Tangeri, l’Africa è un continente a me totalmente ignoto, che conosco solo per i documentari, per qualche film e per qualche racconto di viaggio (un capitolo a parte merita l’Egitto e l’Africa mediterranea, che conosco archeologicamente). Da piccola guardavo Quark e amavo la savana, i leoni e gli elefanti, anche se il mio preferito era e resta il velocissimo ghepardo. Oggi so che l’Africa è molto più di questo, estremamente variegata. E per motivi storici vari produce, e consuma, il té.

Nella mia collezione di té ho due lotti di prodotto: il té nero proveniente da Zanzibar, un té decisamente broken, dalla foglia quasi polverizzata, non propriamente di buonissima qualità, ma comunque testimonianza di ciò che a Zanzibar si beve.

Il mio té dal Kenya

Un altro té proveniente dall’Africa, dal Kenya questa volta, è commercializzato in Italia da Storie di té e caffé. Si chiama Kenia Maynin ed è un té nero dal profumo dolciastro che anche in bocca lascia un senso di dolcezza. Secondo la scheda tecnica del prodotto, ha note di legno e di henné, è ottimo per la colazione o in alternativa per il brunch. Viene coltivato sull’altopiano di Kericho, una zona che copre entrambi i lati della Rift Valley tra il monte Kenya e il lago Vittoria: una terra ricca di suggestioni sia storiche che geografiche; la Rift Valley è l’area dell’Africa da cui provengono i nostri antenati più lontani: Lucy, la piccola australopiteco femmina, nonna di tutti noi, proviene proprio da questa remota regione del mondo. Anche il Lago Vittoria è denso di storia, perché da esso nasce il Nilo bianco, uno degli affluenti del Nilo. Nella storia delle esplorazioni geografiche la ricerca delle sorgenti del Nilo è stata un grande capitolo di imprese, di disavventure, di epopee, di sfide dell’uomo nei confronti della natura. Ecco, quando bevo il té nero Kenia Maynin penso a questi luoghi così carichi di significato per l’umanità, e mi sento davvero appagata.

Piantagione di té nella regione di Kericho, Kenya. Credits: 50treasuresofkenya.org

Il Kenya è il quarto produttore di té del mondo, dopo Cina, Sri Lanka e India. Ed è la regione dove viene coltivato il té per le grandi multinazionali (come la Unilever, di cui è parte il marchio Lipton, per capirci). Trovate tantissime informazioni in questo bel post di BianconeroKenia.

Il té nel resto dell’Africa

Il té in Africa viene prodotto non solo in Kenya, ma anche in Tanzania, in Mozambico e in Sudafrica, ovvero lungo il lato Sud Ovest del continente. In questa mappa, che ho rielaborato da La via del té, sono riportati gli Stati produttori.

In Sud Africa viene prodotto quello che erroneamente viene definito té rosso, ma che in realtà non ha niente a che vedere con il té: è il rooibos, tratto da un arbusto, il rooibos appunto, dal sapore naturalmente dolce e con molte proprietà utili all’organismo. Per saperne qualcosa di più, soprattutto sulla sua storia, potete leggere qui.

E nell’Africa mediterranea?

Io e il mio té alla menta a Tangeri

In questa regione così vicina geograficamente a noi il té non viene coltivato, ma è bevuto quotidianamente. Non si tratta di té nero, tra l’altro, ma di té verde alla menta. La cerimonia del té araba nasce nelle sabbie del deserto, nelle tende beduine e berbere, ed è un rito di condivisione e di ospitalità che passa attraverso tre infusioni successive, dalla più dolce e zuccheratissima, alla più forte e amara. Viene preparato nelle caratteristiche teiere di peltro e servito negli eleganti bicchierini di vetro. È una tradizione comune a tutto il mondo arabo mediterraneo, dalla Mauretania al Libano e qualche rimanenza è ancora evidente in Spagna a Granada, nelle teterias del quartiere  Albaicìn, dove però ormai ha una connotazione più turistica che altro. Il té alla menta, quello vero, quello bevuto nei café di Tangeri o di Marrakesh, porta con sé tante suggestioni, che Paul Bowles così bene fissò nel suo romanzo Il té nel deserto. Un mito per noi Occidentali in cerca di ispirazione.

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L’origine del té, tra leggende e storia

L’origine del té risale indietro nel tempo e si perde in quel luogo e momento difficile da distinguere in cui Storia e leggenda si fondono. Qui vi racconto le leggende legate all’origine del té in Cina, in India e in Giappone. E come vedrete tutte hanno degli agganci con la Storia.

In Cina

L’imperatore cinese Cheng Nun è uno dei più noti tra gli imperatori cinesi antichi: è ricordato come il “divino mietitore”, colui che promosse l’a rivoluzione agricola in Cina. Siamo all’incirca nel 2700 a.C., quando l’umanità nel Vicino Oriente e in Europa aveva da poco più di un millennio scoperto l’agricoltura, gettando le basi per la formazione delle prime vere società stanziali e delle prime città. Fin qui la Storia.

Narra la leggenda che l’imperatore Cheng Nun avesse imposto ai suoi sudditi di bere solo acqua bollita, per questioni di igiene e salute, e lui stesso beveva acqua bollita. Una volta, mentre era in viaggio, si fermò, accese un fuoco, mise a bollire l’acqua, e intanto si poggiò contro il tronco di un albero e si addormentò. Dal ramo dell’albero si staccarono due foglie che caddero nella pentola, colorarono l’acqua e le diedero sapore e profumo. Cheng Nun, risvegliatosi, fu incuriosito da questa nuova bevanda: trattandosi pur sempre di acqua bollita, la bevve e si sentì carico di energia e benessere. Aveva scoperto il té.

Il té si diffuse tra i ceti nobili e sacerdotali, con scopi medicinali per le sue proprietà curative. Tuttavia il té in Cina si diffuse molto più tardi a tutti i livelli della popolazione, dal 200 d.C. circa.

Nell’VIII secolo della nostra era il monaco Lu Yu scrisse il Canone del té, un volume nel quale raccolse tutti i suoi consigli, i suoi rimedi, il suo sapere: è una fonte preziosissima per noi oggi, perché parla della qualità dell’acqua, della temperatura che deve avere, della qualità delle foglie e delle teiere. Una fonte inesauribile di conoscenza.

Una pagina del Canone del té di Lu Yu. Credits: Viaggiointornoalte.net

In India

La leggenda indiana è legata al buddismo. Essa narra che il principe Bodidharma, quando si trovava in Cina per diffondere il Buddismo, fece voto di non dormire mai nel corso dei 7 anni di meditazione che si era imposto. Ma verso il quinto anno di meditazione, giorno più giorno meno, a Bodidharma prese sonno. Lo risolse masticando alcune foglie che gli diedero immediato sollievo e energia. Le foglie erano quelle della pianta del té.

Secondo la versione giapponese, decisamente più truce, Bodidharma verso il quinto anno di meditazione si addormentò, e risvegliatosi si arrabbiò talmente tanto con se stesso da strapparsi le palpebre e seppellirle nella terra. E dalla terra spuntarono due piante: le piante del té.

In India in realtà il té arriva solo alla fine del Settecento, e per l’interessamento di Sua Maestà Britannica. La Gran Bretagna intratteneva infatti rapporti commerciali di importazione del té con la Cina, all’epoca unico Paese esportatore. Ma sull’“Isoletta” (come la chiama Bill Bryson) il consumo di té era andato aumentando vertiginosamente nell’ultimo secolo e occorreva trovare una soluzione per abbassare i prezzi della merce. L’unica soluzione era cominciare a coltivare la pianta del té. La soluzione arrivò grazie ad un avventuriero scozzese che si travestì da cinese (come fece a risultare credibile per me resta un mistero), lavorò in una piantagione in Cina, imparò le tecniche di produzione, quindi rubò quelle migliaia di piantine utili ad impiantare una coltivazione di té in India, all’epoca parte integrante dei possedimenti inglesi. Ed ecco come il té giunse in India. Questa storia la racconta Bill Bryson nel suo “Breve storia della vita privata”.

Raccolta del té nella regione indiana del Darjeeling. Credits: Infothè.it

In Giappone

Ritratto di Sen Rikyu. Credits: urasenke.or.jp

La leggenda giapponese non è altro che la tradizione buddista trasportata in Giappone quando il Buddismo giunse nella terra dei Samurai, in un’epoca corrispondente al nostro basso medioevo. Qui i monaci buddisti portarono l’uso del té come veniva consumato all’epoca in Tibet: una foglia ridotta a poltiglia e una bevanda ottenuta per emulsione. Quest’uso è rimasto nel matcha, il té verde giapponese per eccellenza, protagonista della cerimonia del té, il cha no yu. Il canonizzatore della cerimonia del té giapponese è Sen Rikyu, monaco zen che stabilì le regole che i Maestri del té devono seguire ogni volta che preparano il té secondo questo rituale. Siamo nel XVI secolo della nostra era.

La storia personale di Sen Rikyu è particolare: da Maestro del té apprezzato a corte, consigliere di Hideyoshi, che fu samurai e importante uomo politico e militare nella seconda metà del XVI secolo, fu da questi condannato a morte per motivi che non sono chiari. Fu condannato al suicidio, ovvero ad infliggersi la morte da solo, e lui obbedì, perché un maestro zen segue sempre il volere di chi comanda, pur se non è d’accordo. Di Sen Rikyu parla diffusamente Kakuzo Okakura ne “Lo zen e la cerimonia del té”, un libricino che uscì ai primi del Novecento con l’intento di narrare all’Occidente le peculiarità della cultura giapponese. Recentemente un romanzo, Morte di un maestro del té, di Yasushi Inoue, ha per protagonista assente proprio Rikyu, il quale, defunto, è al centro delle riflessioni e delle ricerche dei “vivi” che vogliono capire perché fu condannato e perché si uccise.

Gli elementi della Cerimonia del té, così come sono rimasti dall’epoca di Sen Rikyu: la teiera in ghisa, il frullino (chasen) il fazzoletto (fukusa)

Come vedete sono tante le leggende, intrecciate con la Storia, che circolano intorno al té. Io, personalmente, le trovo tutte ugualmente affascinanti. Di tutte, però, preferisco la storia di Rikyu, tragica ed epica, come solo le storie giapponesi di virtù sanno essere.

Il Coffee&Tea Festival di Dubai

Credits: instagram

Adoro Dubai. Chi di voi segue il mio travelblog sa che per Dubai nutro un’attrazione e una predilezione particolari. Se poi proprio il mio Emirato preferito ospita un festival del té, non posso fare altro che amarlo ancora di più!

In realtà si tratta di un festival dedicato sia al té che al caffè. Cos’hanno in comune queste due bevande e perché proprio a Dubai si svolge un festival dedicato a entrambe?

La ragione va cercata nelle tradizioni del mondo arabo.

Oggi sono rimasti in pochi, ma fino a un secolo fa tutto il Medio Oriente e la penisola araba erano abitati da popolazioni beduine: vivevano nelle aree desertiche, in tende, popolazioni seminomadi, anche abbastanza attaccabrighe, ma estremamente ospitali. Un bellissimo affresco di queste genti è tratteggiato nel racconto del viaggio in Siria di Gertrude Bell, all’inizio del Novecento. Lei, archeologa inglese, viaggiava con la sua scorta personale di té, tuttavia spesso durante il suo viaggio fu ospitata dagli emiri locali, i quali avevano l’abitudine di bere té chiacchierando davanti al focolare. La geografia umana del Medio Oriente naturalmente era molto più complessa: agli inizi del Novecento non esisteva ancora l’organizzazione politica degli Stati che conosciamo noi, e che fu sostenuta fortemente dal governo inglese (avete presente Lawrence d’Arabia? No? Beh, guardate il film e capirete).

Il racconto di Gertrude Bell aiuta a farci un’idea della complessità delle relazioni umane nella pur semplice (per l’epoca) organizzazione territoriale. Ma sto divagando.

giordania

caffettiere a Petra, in Giordania

In Medio Oriente, dunque, l’uso di bere té risale piuttosto indietro nel tempo. Non deve dunque stupire che gli vengano dedicate manifestazioni proprio in quest’area del mondo.

credits: instagram

Per quanto riguarda il caffè, invece, vi basti pensare al caffè turco, così diverso dal nostro, così forte e aromatico: ho avuto modo di assaggiarlo in Giordania (dove peraltro ho assaggiato molto té) ed è stato un incontro molto particolare. Addirittura in Giordania, al centro delle rotonde si trovano caffettiere monumentali. Qualcosa vorrà dire. E poi, Giordania a parte, il nome arabica non vi dice niente? 😉

Ecco che in estrema sintesi vi ho spiegato il perché di un Festival del té e del caffè a Dubai.

Ne sono venuta a conoscenza su instagram: incredibile? A pensarci bene no: se saputo usare o veicolare, instagram, come tutti i social media, è in grado di far circolare le notizie su base mondiale ad una velocità molto maggiore e un’efficacia molto più ampia del semplice sito web. Così dal mio account instagram ho scoperto l’esistenza di questo Festival, che non si limita solo al té e al caffè, ma in generale si rivolge al mondo dei bar.

Non nego che sarei curiosa di andare a Dubai per seguirlo. Vabbè, diciamo pure che sarebbe una scusa per tornare a Dubai! Magari proprio per comprare del té nel Souq delle Spezie. Il té speziato più buono che io abbia mai bevuto viene proprio da quel Souq.

Seguirò il Festival via instagram: sono sicura che si rivelerà molto interessante.

Il Coffee&Tea Festival di Dubai si svolge dal 14 al 16 dicembre 2017. Per info: http://www.coffeeteafest.com/index.php/media-centre/photo-gallery-2016

“Un té con Alice” e la Cappellaia Matta!

Domenica 10 dicembre alla Libreria delle Donne di Firenze ho partecipato a “Un té con Alice“, un bel pomeriggio a base di libri, di favole e di té. Nello specifico, io, Cappellaia Matta per l’occasione, alle 17, proprio all’ora del té, ho raccontato ai presenti la storia e le leggende legate all’origine del té, ho spiegato la differenza tra té nero, té verde e té bianco, che ho fatto poi assaggiare.

Un té con Alice alla Libreria delle donne di Firenze

Era la prima volta (ospitata da Magalli a I fatti vostri a parte) che parlavo di té in pubblico. Di solito infatti scrivo qui, o sulla pagina facebook (a proposito, la seguite?), o rispondo a qualche curiosità di qualche amica (magari proprio davanti a una tazza di té), ma non avevo mai fatto una “conferenza” pubblica sul té. Ero piuttosto emozionata, ma l’attenzione e il calore del pubblico mi hanno aiutata molto.

Cosa ci sarà sotto i cappelli della Cappellaia Matta? Ma certo! Un té nero, un té verde e un té bianco!

Ho trovato una platea curiosa, attenta, recettiva, proprio come si addice a chi scopre cose nuove e non vuole farsele sfuggire.

Ho raccontato le leggende intorno alla nascita del té:

  • la leggenda cinese, che narra che l’imperatore Cheng Nung, 2700 anni e più a.C., scoprì il té perché alcune foglie si staccarono dall’albero presso cui stava riposando e si depositarono nella pentola nella quale stava facendo bollire l’acqua per depurarla;
  • la leggenda indiana, secondo la quale il principe Bodidharma predicando il buddismo in Cina fece voto di non dormire per 7 anni, ma giunto al quinto rischiò di addormentarsi, e allora masticò alcune foglie che immediatamente gli diedero vigore e gli consentirono di proseguire la meditazione;
  • la variante giapponese, secondo cui Bodhidarma verso il quinto anno di meditazione si addormentò e al risveglio, arrabbiato con se stesso, si strappò le palpebre che l’avevano tradito, e le seppellì sottoterra. E da esse nacquero due piante di té.

Ecco la Cappellaia Matta in azione alla Libreria delle Donne!

Ho raccontato di Robert Fortune, lo scozzese che si finse cinese per carpire i segreti della coltivazione del té in Cina e che li esportò in India (ne racconta le gesta Bill Bryson in Breve storia della vita privata): grazie alla sua impresa nel XIX secolo finalmente l’Inghilterra si sganciò dal monopolio commerciale della Cina in fatto di té decretando, di fatto, il boom di questa bevanda presso tutte le classi sociali.

Ho spiegato, poi, la differenza tra té nero, té verde e té bianco. Una differenza cromatica delle foglie e della bevanda in tazza, certo, ma anche una differenza di profumi e di tecnica di produzione.

Ho fatto assaggiare un té nero Gong fu Rose, il té nero profumato naturalmente alla rosa, per la cui produzione i petali di rosa sono uniti alle foglie di té durante l’essicazione, in modo che trasmettano il profumo. Ho fatto assaggiare un té verde Gyokuro, che arriva direttamente dal Giappone: bello, verde, profumato e intenso. Ho fatto assaggiare un té bianco profumato al gelsomino, prodotto alla maniera tradizionale, con fiori di gelsomino uniti alle foglie di té durante la preparazione, in modo che trasmettano il profumo. Tutti té che ho ricevuto in regalo: il nero alla rosa e il bianco al gelsomino provengono dal mio premio per il Premio Letterario “Racconti di té all’ora del té”. Tre té di gran pregio, che sono contenta di aver dedicato a quest’occasione: il té migliore va consumato quando ne vale la pena, di questo ne sono convinta. E “Un té con Alice” era l’evento per cui ne valeva la pena.

L’assaggio è andato esattamente come prevedevo: in pochissimi conoscevano il té bianco, che quindi è andato per la maggiore. Il primo assaggio, per quasi tutti è stato dunque il té bianco al gelsomino. A seguire, il té verde ha avuto il suo momento di gloria. Il té nero, più diffuso nelle nostre tazze quotidiane, è stato l’ultimo assaggio. Ma la delicatezza del profumo di rosa ha lasciato tutti d’incanto.

Durante e dopo gli assaggi di té: teiere, infusori e tazze vuote

L’evento alla Libreria delle Donne è stato la prima occasione in cui ho parlato pubblicamente del té, ma anche la mia ultima “apparizione” pubblica a Firenze: mi trasferirò per lavoro, infatti, a Ostia Antica. Da Firenze vado alla conquista di Roma. Auguratemi buona fortuna! E se qualcuna di voi è di Roma Capitale, sarò felice di conoscerla!

Ringrazio la Libreria delle Donne e Stefania, che mi ha coinvolto: carissima amica che non si libererà facilmente di me nonostante la distanza che si verrà a creare! Infine, un ringraziamento speciale alle amiche e amici del Bookclub Firenze, che hanno partecipato numerosi: è stato bellissimo avervi nel pubblico!

La farinata di ceci e il té alla salvia

La mia amica foodblogger Alice di Pane Libri e Nuvole mi ha invitato ad un bel contest che mi calza a pennello: l’ora del tè, promosso dai blog The Spicy Note e Sapori e dissapori Food. Non potevo non partecipare, anche se mi sono ridotta all’ultimo (il contest scade oggi 30 novembre). Ho solo quel piccolo problema che i dolci, che a me piace abbinare con il té, non mi riescono mai particolarmente bene. Non sono una foodblogger, del resto, l’ho sempre detto e sempre lo ribadirò! Tuttavia mi piace cucinare con il té, che utilizzo spesso in alcune preparazioni salate, come nel pollo al Lapsang Souchong, o nel risotto (ebbene sì, lo uso al posto del brodo!).

Women Taking Tea (oil on canvas), Lynch, Albert (1851-1912) / Museo de Arte, Lima, Peru / Giraudon / The Bridgeman Art Library

Insomma, non so fare i dolci; me la cavo meglio con i salati; per fare bella figura ci vuole allora una ricetta adatta alla bisogna, che esca dritta dritta dal mio piccolo bagaglio di “questo lo so fare bene!”. Uhm… ma sì, certo, perché no? Una ricetta per nulla difficile, neanche troppo diffusa, e che in genere nessuno penserebbe mai di abbinare con un té. Ma siccome nella vita bisogna sperimentare… ci sono!

Preparo la farinata di ceci, tipica della Liguria, mia terra di origine, e vi abbino un té alla salvia. Vi ho incuriosito?

Prepariamo intanto la farinata.

La mia farinata a base di farina di ceci e porri

Si tratta di una ricetta non semplice, di più! Basta mettere in acqua per una mezza giornata almeno la farina di ceci (250 g per 750 g di acqua). Bisogna mescolare con cura, soprattutto all’inizio, per rompere tutti i grumi che la farina inevitabilmente forma, anche se per versarla nell’acqua la setacciamo. Ogni tanto nell’arco della giornata torniamo a controllare lo stato della nostra preparazione: le diamo qualche mescolata per farla riprendere, e ritorniamo alle nostre faccende quotidiane.

Quando s’appressa l’ora, puliamo, affettiamo e soffriggiamo un porro. Non deve cuocere tantissimo, visto che poi terminerà la cottura in forno, ed è importante che rimanga il più asciutto possibile.

A questo punto prendiamo una teglia, o una leccarda da forno, e la ungiamo con olio. Io metto anche la carta da forno, che ungo ugualmente, perché la farinata quel po’ di olio lo ama. Versiamo nella teglia la nostra preparazione che è, naturalmente, piuttosto liquida. A seconda di quanto la vogliamo spessa verseremo più o meno impasto (a me per esempio piace piuttosto sottile, ma quella tradizionale è lievemente più spessa). A questo punto versiamo sopra il porro già saltato in padella, distribuendolo in maniera abbastanza capillare. Spolveriamo con un po’ di pepe, se ci piace, e un pizzico di sale. L’impasto della farinata è per sua natura neutro. Se però ci piacciono le cose salate, possiamo aggiungere il sale già nella preparazione di farina di ceci e acqua. Infine mettiamo in forno caldo. Non deve cuocere a lungo: l’ideale è che venga dorata sopra, ma morbida dentro, se optate per la versione spessa. Quando la farinata è cotta possiamo scegliere se farla raffreddare o meno; in ogni caso la tagliamo a rombi o quadrati, in modo da poterla servire in tavola come fingerfood.

È il momento di pensare al té.

La farinata è un piatto ligure, che si trova col nome di cecina anche lungo la costa toscana. Con la farina di ceci in Sicilia si fanno le panelle, mentre i ceci frullati sono alla base dell’hummus marocchino. Tutto ciò mi fa pensare al Mediterraneo, ai suoi profumi e ai suoi sapori che, nonostante le distanze, si richiamano un po’ ovunque, da Nord a Sud, da Occidente al Medio Oriente. Ed è proprio in Medio Oriente che trovo la soluzione.

té nero alla salvia

Vi accennavo ad un té alla salvia. Non l’avete mai bevuto? Io sì, in Giordania, e l’ho trovato splendido: dissetante anche se la salvia di per sé ci richiama sapori sapidi dovuti all’impiego che ne facciamo in cucina.

Per ottenere il nostro té alla salvia possiamo usare un té nero qualunque (un ceylon andrà benissimo) ricordandoci di mettere in infusione con esso alcune foglie di salvia fresche. Se vogliamo prepararci per tempo, possiamo addirittura pensare di creare noi il té alla salvia mescolando insieme foglie essiccate di salvia alle foglie di té nero. La salvia donerà al té tutto il suo profumo, e in tazza sprigionerà un aroma delicato.

Vi ho convinto? Oh, il risultato è splendido, parola mia!

Edonè l’ora del tè

C’era una volta una sala da té nel centro di Casteggio (PV) che indisse un concorso letterario dedicato al té. Io partecipai (non poteva essere altrimenti), ed ebbi anche l’onore di vincere il primo premio!

Il primo premio consisteva in una favolosa confezione di tè a tema colore: infatti all’interno c’è il té bianco, il té blu, il té giallo, il té rosso, il té verde e il té nero. Un arcobaleno di té!

Il premio più bello, però, è stato alla fine della premiazione, andare proprio alla sala da tè che aveva bandito il concorso.

Un té da Edonè l’ora del tè

Si chiama Edonè l’ora del tè, ed è davvero un dono d’amore. L’amore che Marina (toh, si chiama come me: sono segni?) mette in ogni singolo gesto quand’è lì nel suo mondo, dalla mattina quando tira su la serranda fino alla sera, quando invece la tira giù. Amore e passione per una cosa bella. Glielo si legge negli occhi, c’è poco da fare.

La saletta da té

La sala da té/negozio di té non è grande, anzi, è un piccolo angolo tranquillo e intimo. Si accede dapprima nella sezione negozio: un lungo bancone dietro al quale stanno le inconfondibili latte piene di preziosissime foglie, mentre una bacheca di fronte sorregge teiere, tazze e accessori per il tè.

La saletta retrostante accoglie alcuni tavolini e un altro banco, il vero e proprio banco delle meraviglie, dietro il quale Marina prepara il té. Questo è davvero il suo regno. Qui prepara le infusioni per i clienti, e già me l’immagino che mentre l’acqua è nel bollitore, o il té è in infusione, lei si sofferma a chiacchierare del più e del meno, o del té che sta preparando.

L’arredamento è davvero di gusto, shabby chic ma non troppo: il luogo ideale in cui sorseggiare una tazza da té in un’atmosfera soffice e retro.

Marina di Edoné l’ora del té prepara il té Benifuuki

Nella sua sala da té Marina mi ha fatto assaggiare un té Benifuuki (chiamato Wakoucha in giapponese): una varietà pregiata di té giapponese che, mi spiega, deriva dalle foglie di una cultivar di camelia ibrida di sinensis e assamica (due varietà di camelia usate per la produzione del té). Utilizzata principalmente per la produzione di té neri e oolong, in minima parte è utilizzata anche per produrre il té verde: per ognuno dei casi cambia, ovviamente, il modo di produzione (ossidazione per il nero, totale assenza di ossidazione per il verde, ossidazione parziale per l’oolong) e il periodo della raccolta. Piace ai produttori di té per la sua resistenza alle temperature più fredde e perché rende molto in fase di raccolto, grazie alle sue foglie grandi.

Esco dalla sala da tè di Marina davvero arricchita. Arricchita perché ho vinto un premio letterario, arricchita perché ho assaggiato un té pregiato che non conoscevo, arricchita perché ho incontrato una persona speciale, che ama e fa amare ciò che fa.

Grazie di cuore, Marina!

Té profumati e té aromatizzati: come distinguerli

Conoscete tutti il té alla pesca, il té al bergamotto, il té al gelsomino. Ma sapreste dire quale sia la differenza oltre che, ovviamente, nell’ingrediente base che dà il profumo?

Ve lo dico subito: il té al gelsomino è un té profumato (scented tea); té alla pesca e al bergamotto sono aromatizzati.

Per capire la differenza – a livello di significato molto sottile, ma a livello di prodotto decisamente differente – occorre che vi racconti i metodi di preparazione alla base di té scented e té aromatizzati.

I té profumati (scented tea)

Hanno profumazioni delicate, decisamente fresche e piacevoli. Sono ottenuti dall’unione al té di fiori. Il té scented più noto è quello al gelsomino, ma anche l’osmanto, la rosa e la rosa canina, alcune orchidee, la gardenia sono fiori impiegati nella profumazione dei té.

King of Jasmine è un pregiato té bianco profumato al gelsomino

Come funziona il procedimento? Varia a seconda che si tratti di té verdi o té neri. Nel caso dei té verdi è prevista una proporzione di 3 g di fiori per ogni 100 g di té. I fiori vengono uniti alle foglie di té che per osmosi assimilano il profumo, e vengono lasciati insieme per un giorno, dopodiché il té viene setacciato in modo da separare le foglie dai fiori quindi, a seconda dell’intensità che si vuole ottenere, si procede nuovamente con l’unione di altri fiori e via così seguitando. Per i té neri i fiori essiccati vengono mescolati al té nelle stesse proporzioni, 3 g ogni 100 g, che abbiamo visto per i té verdi.

Questo metodo di preparazione è piuttosto tradizionale e antico. Le profumazioni sono sempre fresche e le infusioni, dissetanti, non hanno bisogno di essere zuccherate (ma questo si sa, va a gusto personale).

I té aromatizzati

Sono decisamente più diffusi sul mercato, perché potenzialmente il té si può aromatizzare con qualunque cosa. Dicevo la pesca o il bergamotto, ma possiamo pensare anche all’arancia, alla ciliegia e ai frutti rossi, all’ananas, alla vaniglia o al cocco. Questi té sono aromatizzati in genere con oli essenziali estratti dai frutti dei quali si vuole conferire la profumazione. Il risultato è un prodotto decisamente più caratterizzato, dal profumo più intenso e deciso.

Il procedimento prevede che le foglie di té, in genere una miscela di té diversi, siano poste in una sorta di tamburo meccanico che ruota e nel quale viene vaporizzato l’olio essenziale prescelto. Le foglie ruotano e si rimescolano, in modo che l’olio essenziale aromatizzi davvero tutto quanto. A seconda poi dell’aromatizzazione che si è scelta, il produttore può decidere di inserire, ma a puro scopo decorativo, pezzettini di frutta o petali o spezie la cui presenza però non influisce sul profumo ottenuto.

Tra i té aromatizzati il più famoso è il té al bergamotto, cioè l’Earl Grey. La sua nascita l’ho raccontata anche in altre occasioni, ma la sintetizzo qui: Sir Charles Grey si trovava in Cina nel 1832 quando salvò la vita ad un Mandarino della corte cinese. Costui gli donò in segno di gratitudine un té aromatizzato al bergamotto con tanto di ricetta originale: e considerato quanto i Cinesi fossero gelosi del loro primato nella produzione di té (tanto che gli Inglesi dovettero ricorrere all’inganno e ad un avventuriero scozzese per riuscire ad impiantare una coltivazione in India come racconta Bill Bryson), questo gesto fu certo importante. Sir Grey tornato in patria commissionò alla Twinings la produzione del té al bergamotto che a questo punto prese il nome proprio del nobile inglese. Ed ecco così come nacque un vero mito.