Breve storia del té in Italia

In Italia la cultura del té è ancora poco nota. La stragrande maggioranza degli Italiani identifica il té con quello “normale” in bustina, e nei bar esso viene servito sempre con la fettina di limone. Questa scarsa conoscenza del té non è da colpevolizzare: in fondo, l’Italia è piuttosto giovane e ha conosciuto il té solo negli ultimi 70 anni. Non abbiamo sulle spalle 3 secoli di esperienza come la Gran Bretagna, per dire, perciò siamo molto giustificabili. Già, ma da quando inizia la storia del té in Italia?

japan teaPer la verità la conoscenza del té in Italia si ha da tantissimo tempo: ma si trattava di sporadiche conoscenze, scritte su libri che per forza di cose avevano tiratura limitata e finivano nelle biblioteche di ricchi signori e cardinali. Il Papa conosceva il té, e forse poteva avere occasione di assaggiarlo, per via della presenza dei Gesuiti in Giappone che pare appresero il Chanoyu (ma, com’è descritto molto bene nel film Silence di Martin Scorsese, il rapporto tra Gesuiti e Giapponesi fuori dalla Casa del té non fu così pacato).

Per un’interessantissima trattazione della storia del té in Italia vi rimando a questo post, che ho trovato completissimo, di Mondo del té. Io invece vi racconto cosa ho appreso pochi giorni fa da Vania Coveri, una tea-teller di Firenze della quale seguo un corso di degustazione del té (di cui vi parlerò in seguito). Ebbene, ho scoperto che il té in Italia si è diffuso con la Seconda Guerra Mondiale. Prima era un affare da alti ufficiali e diplomatici e… ma andiamo con ordine.

Sì, è vero, nei grandi e sontuosi servizi da mensa delle famiglie reali italiane, come quella dei Granduchi Lorena di Firenze la teiera era presente, ma era appunto un vezzo, un oggetto d’ornamento che si esibiva in compagnia di ospiti stranieri o per interessamento di figure aristocratiche che provenivano da casate reali europee, come quella francese, ad esempio (e i Lorena erano legati agli Asburgo, austriaci). Tuttavia la prima vera conoscenza del té gli Italiani la fecero durante la Guerra di Crimea.

Guerra di Crimea. Credits: HuffingtonPost

Guerra di Crimea. Credits: HuffingtonPost

Una guerra?

Eh sì, una guerra che apparentemente non ci interessava, ma che fu fondamentale nel nostro Risorgimento per la costituzione del Regno d’Italia. Quella gran testa strategica che era Camillo Benso Conte di Cavour, nel desiderio di annettere al Regno di Sardegna il Lombardo-Veneto, all’epoca sotto l’Austria Asburgica, avrebbe venduto anche la su’ mamma. Ma siccome non era possibile cercò alleanze importanti. Ora, successe nel mondo che scoppiò la Guerra di Crimea nel 1953, vedendo contrapposti la Russia e la Francia che faceva gli interessi della Turchia. In questa congiuntura diplomatica Cavour intravvide la possibilità di farsi alleata la Francia intervenendo al suo fianco come alleato. Il Regno di Sardegna entrò in guerra nel 1855 e fu nel corso di incontri tra alti ufficiali dell’esercito e diplomatici che i nostri Italiani cominciarono a bere il té (i Francesi lo bevevano da almeno un secolo, i Russi da molto più tempo). Il té giunse fino a Torino. Uno dei padri dell’unità d’Italia, Massimo d’Azeglio possedeva un servizio da té, molto completo, che oggi appartiene al Museo di Palazzo Madama di Torino.

Il té comunque avrà la sua consacrazione nell’alta società, e poi nella classe borghese, con Pellegrino Artusi, che nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene parla del té, e consiglia di accompagnarlo con una fettina di limone.

Ed ecco che il limone entra nelle nostre tazze e sarà duro da far morire (anzi, non è ancora morto!).

Straordinaria foto di Robert Capa che racconta lo sbarco degli Alleati in Sicilia

Straordinaria foto di Robert Capa che racconta lo sbarco degli Alleati in Sicilia

Bisogna però aspettare qualche decennio, e un tragico evento, la Seconda Guerra Mondiale, per far sì che il té sia sdoganato in Italia a tutte le classi sociali. Esatto: i soldati Alleati che sbarcarono in Sicilia e risalirono la penisola liberandola città dopo città, oltre al cioccolato e al chewingum portarono anche il té in bustina.

Il té in bustina, nel frattempo era stato inventato agli inizi del Novecento da un distributore americano che per meglio presentare il prodotto ai suoi clienti offriva così dei campioni di prova.

Ed eccoci qui, negli anni ’50. L’Italia ha conosciuto il té grazie agli Alleati; alcuni, emigrati all’estero, in America o in Inghilterra, e rientrati, portano con sé l’uso del té (nel latte). Le famiglie italiane cominciano a berlo, diventa una consuetudine, entra nella colazione italiana accanto al caffelatte, al caffè, al latte. In Italia arriva la Lipton, così rassicurante (negli anni ’80 Dan Peterson dirà “Feeenomenale”), la Twinings, e per l’Italia il Tè Infrè (“È buono qui, è buono qui“) e il Té Ati sono protagonisti assoluti del mercato.

Qui la storia italiana diventa storia personale.

Suvvia, chi non ha avuto una confezione di té Ati nella propria dispensa?

Suvvia, chi non ha avuto una confezione di té Ati nella propria dispensa?

Perché io sono cresciuta in una famiglia in cui mio padre faceva colazione col té Ati e riutilizzava giorno dopo giorno la stessa bustina (chissà per quanti giorni riutilizzava la stessa, non ho mai chiesto); e quest’usanza l’aveva appresa in famiglia, in Sicilia, dalla quale veniva. Per me il té fino alla maggiore età è stato il té Ati. Sì, qualche incursione nel Twinings Prince of Whales l’avevo fatta (e non mi era piaciuto), e anche nell’Earl Grey Twinings (e mi era piaciuto). Ma poi sono arrivata a Genova e forse in città c’era più scelta, fatto sta che ho scoperto che esistevano i té aromatizzati (Twinings nero alla vaniglia, al cocco!, ai frutti rossi), esistevano i té verdi (incredibile, agli albori del 2000!). Ma la scoperta più grossa è stato scoprire il loose tea. Il té si beve sfuso, non necessariamente in bustina. Non è che il loose tea non ci fosse in Italia prima di quella data, ma era davvero poco diffuso. Col nuovo millennio invece ha cominciato ad affacciarsi alla grande distribuzione. Per fortuna, aggiungo.

Correva l’anno 2002. Ero appena all’inizio del mio processo di conoscenza del té. Il resto è tutto in queste pagine web.

 

Il mio té in diretta TV!

Ebbene sì, sono stata in tv. E non una tv qualsiasi: la tv di stato. Nella settimana del Festival di Sanremo, anch’io ho fatto la mia parte.

Sono stata ospite de I fatti vostri di Magalli su Raidue l’8 febbraio 2017. Sono stata chiamata per presentare la mia collezione di teiere all’interno della rubrica settimanale dedicata ai collezionisti.

Sono stata contattata e ho accolto la proposta con entusiasmo: un po’ perché sono un’incosciente, un po’ perché sono vanesia e un po’ perché l’idea di parlare del té in tv, anche solo per pochi minuti, mi è sembrata una grandissima occasione da non perdere.

Il mio té da Magalli a I fatti vostri

Il mio té da Magalli a I fatti vostri

È stata un’esperienza divertentissima per me che non ho a che fare con il magico mondo della tv. Un’atmosfera molto rilassata, familiare direi. Tutti molto carini, a partire da Silvia Squizzato che mi ha coinvolto in questa impresa, e da sua sorella Laura che mi ha sostenuto durante la mattinata.

Vi posto il link su raiplay alla puntata. Il mio intervento è dal minuto 52.

Cos’ho dovuto fare? Ho illustrato a Magalli e al pubblico a casa la mia collezione di teiere, una collezione di cui, a spizzichi e bocconi, ho parlato anche qui sul blog. Anzi, il motivo per cui sono andata in Rai è proprio perché ne ho parlato qui su queste pagine post dopo post.

Ho disposto le mie teiere, e altri accessori per il té, su dei tavoli ricoperti di velluto rosso. Una collezione preziosa, la mia ;). Ho fatto una prova velocissima, nella quale la regista mi ha spiegato come mi sarei dovuta muovere. E poi è arrivato il momento della diretta vera e propria.

Nei miei 10 minuti di spazio ho chiacchierato con Magalli, il quale mi ha condotto dal Giappone al Marocco alla Cina, tra qualche battuta e qualche osservazione arguta. Una breve, brevissima rassegna dei miei oggetti: 10 minuti sono volati proprio, nell’indicare le teiere in ghisa, il chasen e il matcha, le teiere marocchine, tra cui quella di Tangeri, e i bicchieri in vetro, il servizio cinese, la bombilla sudamericana per il mate, le teiere a forma di castello medievale, di lumaca, di conchiglia, quelle a forma di casa e quella in vetro, nella quale avevo fatto preparare un fiore di té.

Un momento del mio intervento a I fatti vostri

Un momento del mio intervento a I fatti vostri

Al termine della diretta mi rimane nel cuore un’esperienza incredibile, divertente ed emozionante, mi rimane la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale, che non avrei mai immaginato di poter fare; e mi rimane soprattutto la bellezza delle dimostrazioni di affetto che mi sono arrivate da più parti, convogliate su fb in particolare, da parte di amici, parenti, semplici  conoscenti e, non ultimi, dai lettori del blog.

Sono anni che curo questo teablog. Ho avuto alti e bassi, e ammetto che dei vari blog che gestisco questo è quello su cui investo meno. Ma è quello che ultimamente mi ha dato più soddisfazioni. A dicembre, infatti, il mio té blog è finito sul giornalino mensile del Conad: voi direte “capirai!” e invece è importante, perché ha distribuzione nazionale e il traffico del blog ha risentito positivamente di questa menzione. Adesso questa nuova esperienza, questa consacrazione televisiva è la conferma che con questo blog sto lavorando bene, e  ciò mi è di stimolo ad andare avanti con rinnovato vigore ed entusiasmo.

E inoltre, ho scoperto che la telecamera non mi intimidisce per niente. Sono pronta per il grande salto nel piccolo schermo 😂

C'è feeling... ;-)

C’è feeling… 😉

Calmiamoci un po’

Tranquilli, non è un monito e non sto sgridando nessuno. Semplicemente, è un invito. Un invito a prendersi cura di sé, a coccolarsi, anzi, a curarsi, ad ascoltare il proprio corpo e la propria testa, per una volta.

La calma è la virtù dei forti, dice un vecchio proverbio. E in effetti riuscire a non farsi prevaricare dalle preoccupazioni e dalle azioni quotidiane non è impresa semplice. Di carattere le persone sono più o meno predisposte ad agitarsi anche per un nonnulla. Difficile è trovare qualcuno che non sia smosso da niente e da nessuno. Ciascuno di noi, chi più, chi meno, vive le sue preoccupazioni quotidiane. Vi è chi le esterna in modo pure troppo teatrale, vi è chi invece si tiene tutto dentro, ma ugualmente soffre.

 

 

Mi sono accorta ultimamente di aver avuto degli sbalzi di nervi che non mi appartengono, momenti di esplosione di rabbia che mi hanno preoccupato più del motivo stesso che li ha generati. In quel frangente avrei voluto calmarmi, avrei desiderato una camomilla. E mi sono accorta, invece, che di tutti gli infusi che avevo nella mia dispensa, la camomilla era l’unico che mancava. Così alla prima occasione utile sono corsa in erboristeria. Mi è stato consigliato un infuso di camomilla, melissa, fiori d’arancio, dal profumo di miele che riporta all’infanzia e che funziona già solo come aromaterapia.

Lungi da me pensare, e scrivere pubblicamente, che un infuso possa curare. Ma sicuramente le erbe con effetto calmante possono alleviare il senso di agitazione che uno ha. Il mio infuso non è una cura, dunque, ma un sostegno. Del resto si è sempre detto che la camomilla è un calmante, ma non è una medicina.

C’è un altro tipo di stress, che apparentemente non appare come tale, ma che in realtà affatica l’organismo perché sottoposto ad uno sforzo notevole: è lo stress da troppo cibo. Sotto le Feste appena concluse siamo stati bombardati da pranzi, cenoni, dolciumi. E basta aprire facebook per vedere tutte le vignette create appositamente per prendere in giro le sbafate di Natale e Capodanno e le diete che iniziano dal 7 gennaio. Luoghi comuni a parte, è vero che in tanti casi il corpo va in affaticamento: si mangia in maniera diversa rispetto al solito e per più occasioni ravvicinate, per cui l’organismo non fa a tempo a rilassarsi che subito arriva una nuova bordata di stress sottoforma di lasagne, agnello e panettone.

La mia tisana dopopasto

La mia tisana dopopasto

In mio soccorso è arrivata in regalo, proprio in occasione dell’ultimo pranzo delle feste, una bella e gradita tisana dopopasto: nuovamente un infuso di erboristeria, a base di malva, achillea millefolium, finocchio e rosa: un infuso fatto apposta per aiutare la digestione, il migliore amico che possiamo incontrare dopocena.

Il debutto del 2016 mi ha imposto di calmarmi. L’aiuto me lo offrono questi due infusi che vi ho descritto. Con essi calmo sia l’organismo ingolfato che l’animo alterato. Non sono una cura ma, spero, un supporto prezioso.

E voi? Ricorrete a camomilla e simili per calmarvi e a tisane dopopasto e digestive per andare a letto senza il peso sullo stomaco? Quali sono i prodotti migliori? Discutiamone insieme nei commenti e sulla pagina facebook de Il mio té!

Regali dal Giappone

Adoro la mia padrona di casa. È una persona carinissima ed ha un pregio: per lavoro vola spesso in Giappone. Così, ogni tanto quand’è laggiù mi pensa, e al suo ritorno mi porta del té.

Questa volta si è superata: un regalo di Natale in anticipo che mi ha tanto sorpreso quanto entusiasmato. Sì, perché non si tratta di té qualunque, ma di tre té decisamente rappresentativi del Giappone. E non solo, ma le loro confezioni parlano da sole.

I due contenitori cilindrici, rivestiti in carta giapponese, contengono l’uno bustine di GenMaicha, l’altro di Gyokuro.

Il mio té dal Giappone

Il mio té dal Giappone

In assenza di didascalie in caratteri europei – i soli caratteri riportati sono ideogrammi giapponesi a me incomprensibili – sono solo il profumo e l’aspetto fisico ad indicarmi di cosa si tratta.

Il mio té dal Giappone: le due scatole sono talmente belle che meritano di essere esposte :)

Il mio té dal Giappone: le due scatole sono talmente belle che meritano di essere esposte 🙂

Il Genmaicha l’ho riconosciuto a naso, davvero: il profumo del riso tostato è inconfondibile, conferisce un non so che di amarognolo e di tostato, appunto (la parola inglese roasted rende l’idea), che si mescola alla foglia del té verde già profumata di suo. Il té è in bustine piramidali setose, che consentono al té di conservare il suo aroma senza disperderlo, ma al contempo permettono di spiare il contenuto: il té è sminuzzato in foglia piccola, e il riso tostato, che assume il tipico colore ambrato, è poco più che polverizzato. In tazza rilascia tutto se stesso, la sua fragranza riempie la stanza e ne fa la bevanda ideale per accompagnare un pasto.

Il Gyokuro è un té verde particolarmente verde in foglia prodotto nella regione di Shizuoka. È molto ricco di clorofilla (a questo è dovuto il suo colore verde intenso) ed ha un sapore molto caratteristico, al tempo stesso delicato e strutturato. Il suo nome in giapponese richiama la giada, colore che risalta nell’infusione. Un té-gioiello, dunque.

Sono molto contenta di queste new entries nella mia collezione. Ma ce n’è un’altra di cui non vi ho parlato (ancora): è una scatolina dipinta, con il panorama del Monte Fuji. Spettacolare. Se avete pazienza ve ne parlerò in un’altra occasione!

Il chai che viene dal Nord

Profuma di fiordi e di acque impetuose;  di boschi di conifere e di renne al trotto nella neve; il fumo crea quelle illusioni che solo l’aurora boreale nelle lunghe notti invernali può creare.

Non conosco la Svezia, per cui non so se queste immagini possano davvero riferirsi ad essa. Non conosco la Svezia, ma conosco il suo té.

Si chiama Nordic Chai e, lo dice il nome, è un chai, un té nero fortemente speziato che porta con sé tutte le spezie solitamente attribuite al chai indiano, ma con la forte preponderanza dello zenzero (che, mi si dice, nel Regno dei Ghiacci piace molto): troviamo la cannella, il cardamomo, i chiodi di garofano, petali di fiori che aspettano la fine dell’inverno per fiorire. E poi, appunto, tantissimo zenzero. A differenza del chai indiano, poi, non ha bisogno del latte per essere completo.

A dispetto del panorama bianco che mi posso immaginare pensando ad un té che viene dal Nord, il té sciolto, con tutti i suoi ingredienti, è un mix colorato e vivace. In tazza non viene particolarmente scuro e può stare in infusione meno dei 5 minuti previsti dalla confezione (e se l’illusione è quella di trovarsi quasi al Polo, io il té lo voglio bollente, mica posso aspettare 5 minuti!).

Sarà la vicinanza con le latitudini della Russia, ma questo blend mi ricorda alcune infusioni della linea dedicata al Russian Tea di Kusmi Tea. Non mi riferisco ad Anastasia, blend di té neri e agrumi, ma ad altri blend.

La Svezia è parecchio lontana e, in effetti, è una terra che conosciamo (almeno io) meno di altre regioni d’Europa. Così, anche per quanto riguarda il té, ne so veramente poco. Ma qualcosa l’ho scoperto, giusto di recente: fu un botanico svedese, allievo di Linneo, a rivelare agli Europei l’esistenza del Rooibos (anche se poi fu un russo due secoli dopo a commercializzarlo) e in generale mi immagino che alle elevate latitudini per riscaldarsi si sia sempre bevuto qualcosa di caldo, anche se non era té, prima che le varie Compagnie delle Indie iniziassero a importarlo dalla Cina.

Basta un pacchetto di té, un nome evocativo, e via, si innesca il meccanismo della curiosità e della fantasia. Bisognerà andare in Svezia per soddisfarla 😉

Christmas Teatime. Con le amiche, ovviamente

Amo le tradizioni. Sono così rassicuranti!

christmas teatimeCosa fa sì che un gesto, o un evento, diventi tradizione? Lo scambio dei regali a Natale, a cena fuori (pago io) per il compleanno, un pic-nic per ricordare l’anniversario dell’assunzione a lavoro, un pranzo in inverno tra amiche nel luogo più accogliente che esista: una bella casa antica, già addobbata per le feste, con la tavola apparecchiata, tante leccornie da gustare e a seguire lo scambio di pensierini di Natale e immancabile il té a metà pomeriggio. Sono queste, le rassicuranti tradizioni che amo.

Tra chiacchiere, scambi di complimenti (“Che buono…” “Che brava!” “Oh che bellino!”), coccole al bel micio vanesio e le immancabili grasse risate, tra porzioni abbondanti di dolce (sì, è Alice di Pane Libri e Nuvole che prepara la torta ogni volta, e ogni volta supera il concetto di slurp!), regalini DIY (sempre made in Fancyhollow by Silvia, sennò che Natale sarebbe?), tra la risata spontanea e contagiosa di Chiara, la parola saggia, ma che nasconde quel pizzico di rompete-le-regole di Barbara, tra l’ospitalità della padrona di casa, Ada, che ci tratta sempre da principesse quando, con la sua forza carismatica potrebbe rovesciar governi, e la bellezza di Irene+1, che ci ha trasformato tutte in zie prima del tempo (però troviamoglielo un nome a ‘sto figliolo, eh?), anche quest’anno la tradizione si è rinnovata. E abbiamo avuto il nostro pranzo a Sinalunga.

Siamo nella Valdichiana, ma molto vicino alla Valdorcia. Nella bella campagna toscana insomma, quella delle dolci colline, dei campi di grano e dei prati in cui pascolano le vacche chianine, dei bei borghi medievali appoggiati sulla cima dei colli, e di un antico passato etrusco che nessuno qui dimentica. Poi noi siamo tutte archeologhe, tranquilli che ce l’abbiamo ben presente. In un paesaggio antico, in un paese che ha ritmi ben diversi dalla Firenze di tutti i giorni, la gita a Sinalunga è sempre una gioia.

È una gioia il pranzo, ed è una gioia il té.

il mio té di NataleQuest’anno è stata Irene ad animarlo. Il suo regalo di Natale è stato un bellissimo vasetto di vetro riempito del blend Il sogno di Michelangelo de La via del Té. Non potevamo farlo passare inosservato, così l’abbiamo subito provato: pinoli, petali di fiori  (fiordaliso e girasole) un lieve sentore di cioccolato ci hanno riscaldato l’anima. Ada ha tirato fuori, come tradizione, la sua collezione di favolose tazze a tema natalizio (quest’anno abbiamo contribuito noi colleghe a incrementarla). Presto fatto: metti una cassapanca, un vassoio, le tazze da té, i biscotti spekulaas preparati da Barbara e il christmas teatime scocca improvvisamente!

E tra una tazza di té e un biscotto, scorrono come l’acqua le chiacchiere e le risate di cuore; i problemi e le incognite lavorative gettano ogni tanto un’ombra, ma come una nuvola passeggera vengono spazzate via dalla prima battuta, dal primo starnuto, o dalla coda del gatto che si struscia su una gamba. Basta poco per donarci il sorriso, in fondo.

E a pensarci bene, non è il blend che rende tale il té di Natale. Ma è l’atmosfera, il luogo, la compagnia, la disposizione d’animo. E io sì, a Sinalunga con le amiche mi sono goduta il mio té di Natale.

Auguro a tutti voi di passare momenti come questo. Fanno bene all’anima.

Buon Natale

Marina

 

Breve storia del Rooibos

In tanti fanno ancora confusione. Siccome per questioni di marketing spesso viene venduto come té rosso, molti credono che il rooibos sia una varietà di té.

Errore.

Ripetiamo insieme: il rooibos non è un té. Il rooibos non è un té

Ripetiamo insieme: il rooibos non è un té. Il rooibos non è un té

Ne ho già parlato in un altro post, ma lo ribadisco: il rooibos non ha niente a che vedere con il té, perché non viene tratto dalle foglie della camelia sinensis, ma da un arbusto sudafricano, il rooibos appunto in lingua Afrikaans, che significa redbush (arbusto rosso) e il cui nome scientifico è aspalathus linearis. In Sudafrica il rooibos è coltivato nell’area montuosa di Cederberg, nella regione del Capo di Buona Speranza.

Qui gli abitanti indigeni bevevano un’infusione di rooibos già prima dell’arrivo degli Europei: raccoglievano i rami e battevano le foglie, simili ad aghi, con dei pestelli, in modo da sminuzzarle, quindi le facevano fermentare e seccare al sole. I primi coloni, scoperta questa bevanda, si fecero due conti in tasca e capirono che era molto più conveniente bere l’infuso di rooibos che non farsi importare il té nero dall’Europa (il quale té nero era a sua volta importato dalla Cina: vi immaginate che prezzi poteva raggiungere un pane di foglie di té?). Perciò cominciarono a berlo, e certo non rimpiansero le vecchie abitudini della Madrepatria.

L'area di produzione del rooibos in Sudafrica. Credits: Manutee-factur.com

L’area di produzione del rooibos in Sudafrica. Credits: Manutee-factur.com

Nel 1772 un naturalista svedese, Carl Peter Thunberg, allievo di Carl Linnaeus (che tutti noi abbiamo studiato a scuola: è lo studioso al quale dobbiamo la classificazione degli esseri viventi), considerato il padre della Botanica Africana, riportò nel Vecchio Continente la notizia dell’esistenza della pianta del rooibos e del suo utilizzo al posto del té. Ma è solo nel 1904 che il pioniere russo Benjamin Ginsberg, esploratore della regione del Capo di Buona Speranza, apprese dai Bushmen, gli indigeni, la preparazione dell’infuso e decise di diventare il primo coltivatore ed esportatore di rooibos in Europa. Ginsberg, del resto, proveniva da una famiglia di mercanti di té. Non gli fu difficile inserire il suo “nuovo” prodotto nelle vecchie vie commerciali. Da lì in avanti Benjamin, e poi il figlio Charles, trasformarono la coltivazione per renderla sempre più produttiva in modo da rispondere alle richieste di un mercato sempre più ampio. Oggi il rooibos è infatti molto diffuso, e continuerà ad esserlo sempre più.

Un mucchietto di rooibos

Un mucchietto di rooibos

La caratteristica principale del rooibos è quella di essere naturalmente dolce. Inoltre, proprio per la sua dolcezza intrinseca, si presta ad essere aromatizzato con profumi ancora più dolci o che tendono ad accentuare la piacevolezza dell’infusione. Ricordo ancora che il primo rooibos che bevvi, acquistato in Austria nell’ormai lontano 2003, era aromatizzato alla ciliegia: davvero dolcissimo (mi ricordo ancora la confezione: blu, con una giostra sull’etichetta). L’ultimo rooibos approdato in casa mia è invece aromatizzato alla mandorla e pistacchio, dolce regalo della mia amica Valeria. E poi c’è Cape Town, della serie Tea Travels de La Via del Té aromatizzato alla malva, alla rosa e ai petali di girasole. Infusioni dunque dolci, fruttate, leggere. L’infusione è di color arancio-ambrato tendente al rosso (diventa più o meno rosso a seconda degli ingredienti nei rooibos aromatizzati). Le foglie sono più simili ad aghi di pino sminuzzati. L’unico difetto di questa bevanda è il fatto che gli aghi di rooibos sono talmente piccoli e sottili, spesso, da passare il colino e finire in tazza. Ma se questo problema non vi infastidisce siete a posto. Io molto spesso me li bevo direttamente, senza farmi troppi problemi.

Non essendo un té, il rooibos non contiene caffeina. Per questo è particolarmente adatto a chi non vuole rinunciare alla sua tazza pur dovendo tenere sotto controllo l’assunzione di caffeina. Pare inoltre che il rooibos abbia proprietà salutari: combatte i radicali liberi ed ha proprietà digestive. Ciò sarà utile ricordarselo sotto le feste quando sarà necessario depurarsi dalle troppe mangiate: così spiega un articolo di Green.me che vi consiglio di leggere.

Té o non té, il té rosso è una valida alternativa alla tazza di té delle 5 oppure alla tisana dopopasto. E come per tutte le tazze da té, anche bere un rooibos è un puro piacere per il corpo e per la mente.

Bene, vado a prepararmene una tazza 😉

E voi avete mai bevuto il rooibos? Come vi piace? In purezza o aromatizzato? Raccontatemelo nei commenti, oppure sulla pagina Facebook de Il mio Té Blog!