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Cos’ho imparato da un corso sul té

Se avete letto gli scorsi post di questo blog avrete visto che quest’inverno ho partecipato ad un corso di degustazione di té che si è svolto a Firenze, presso la sede della Società Toscana di Orticoltura, tenuto da Vania Coveri, Teateller, con un passato professionale a La Via del Té di Firenze, e scusate se è poco. La passione per il té ha guidato Vania al punto da farla diventare una teateller, appunto, una che racconta il té, che porta la conoscenza del té a chi vuole accostarvisi senza preconcetti né pregiudizi.

Un esercito di teiere pronto per la degustazione di té

Ho trovato una classe eterogenea: tra chi beveva il té col limone, chi non andava oltre il té in bustina, chi voleva scoprire attraverso il té nuovi modi di usarlo in cucina, chi voleva ampliare le sue conoscenze e chi, infine, blogger come me (di Cognathé) voleva scoprire qualcosa di più. E poi c’ero io.

Ma è per principianti, che ci vai a fare?” “Ma ti annoierai, saprai già tutto!

No, no, e no. Io sono autodidatta. Ho cominciato come tutti con le bustine di té Ati, poi ho scoperto l’earl grey, poi ho scoperto che grazie a dio il limone nel té è un’aberrazione, quindi mi sono sentita legittimata a buttare via quella fettina gialla ogni volta che mi veniva propinata; poi ho scoperto i té aromatizzati, quindi i té verdi, e poi i té bianchi. Un percorso di scoperta che va avanti da 17 anni ormai. Eh sì, il té l’ho scoperto davvero al primo anno di università, nell’ormai lontano 2000.

Il té è pronto! Andiamo a degustare

Ho un blog, scrivo post più o meno approfonditi, tocco svariati argomenti e tipologie di té, ma con un taglio sempre da autodidatta, finora avevo seguito solo il corso di cerimonia del té giapponese con Lailac Firenze, ma niente di più. Per cui mi è sembrato naturale iscrivermi ad un corso di té che partisse da zero, che affrontasse un po’ tutte le varietà di té. È vero, non sono del tutto tabula rasa, ma mi manca un’educazione al gusto, un’educazione al té puro. Perciò mi sono iscritta con entusiasmo e curiosità.

Fin dalla prima lezione mi sono detta che ho fatto bene.

Perché in 4 lezioni di corso ho imparato quelle piccole grandi cose che diventeranno d’ora in avanti dei capisaldi nel mio modo di bere, e di scegliere il té.

La cosa fondamentale, per esempio, è che bisogna scegliere té puri.

Darjeeling, Pu-erh, Yunnan, oppure Bancha, Sencha, Gen-maicha. Il té dev’essere puro. La cosa che ho imparato è che se scelgo un té nero aromatizzato non capisco un accidente di té. Può soddisfarmi il palato, ma è ingannatore.

Andiamo con ordine.

La prima e fondamentale cosa che ho scoperto sul té è che esiste una differenza tra i té scented, profumati a contatto con l’ingrediente profumatore, e i té aromatizzati. Questi ultimi, che sono la maggior parte, sono il frutto di accozzaglie chimiche che soddisfano i sensi con le loro note speziate, fiorite, fruttate, cioccolatose, ma che non contengono per davvero nessuno degli ingredienti di volta in volta proposti. Il té al cioccolato, per esempio: vi siete mai chiesti come faccia a profumare davvero di cioccolato? Non c’è né cacao né cioccolato tra i suoi ingredienti e, se mai ci fosse, sciogliendosi in tazza non rilascerebbe mai tutto il profumo che invece si percepisce. Idem per il té alla pesca, arancia e cannella e via di seguito tutti gli abbinamenti che vi possono venire in mente. Il concetto, o il procedimento chimico, è lo stesso dei bagnoschiuma alla fragola, allo zucchero filato e alla vaniglia che andavano di moda qualche anno fa: da una stessa molecola viene tratto un profumo differente.

degustaziò degustaziò!

A me questa cosa ha shockato molto. Non che non avessi lievemente intuito che ci doveva essere qualcosa sotto, però sentirmelo dire così con tanta franchezza mi ha proprio fatto sentire nuda e ingenua.

Ho deciso così che d’ora in avanti, salvo rarissime eccezioni, acquisterò solo té puri, darjeeling, pu-erh, lapsang souchong, jokuro, sencha e via di seguito: raccolti puri da foglie pure senza nessun aromatizzante.

Eh, ma così vuoi fare la purista e rinunci al profumo. E vuoi fare la snob

No, un momento. Non è che se comincio a bere té da raccolti puri divento snob e non bevo il resto. No. Però sono consapevole della differenza. E soprattutto, se permettete, affino il gusto. Facile dire che un té alla pesca è profumatissimo e buonissimo. Diverso è spiegare perché un darjeeling First flush è pregiato e delicatissimo. Ma il Darjeeling è uno dei raccolti più pregiati al mondo; ogni raccolto prende il nome dal giardino di provenienza e la regione in cui è coltivato, il darjeeling, appunto, è una meraviglia paesaggistica senza paragoni nel Nord dell’India. Uno di quei posti dove, prima di morire, dovrò andare per forza.

Un’altra cosa che ho imparato sul té è che il té al gelsomino, quello sì che è scented sul serio! Ovvero, se preparato col metodo tradizionale, si ottiene dal contatto dei fiori di gelsomino (che sono profumatissimi e stanno sbocciando proprio ora!) con le foglie di té appena colte: per osmosi il profumo del gelsomino si trasmette alle foglie che così acquisiscono la loro profumazione così unica e… naturale!

Degustazione di té Earl Grey: foglie asciutte, foglie bagnate (rilasciano profumi differenti!) e l’infusione

La terza cosa che ho scoperto sul té, ma cui potevo facilmente arrivare con un minimo di ragionamento, è che il té in bustina è poco pregiato perché raccatta tutte le foglie rovinate, rotte, frammentate e polverizzate, in una parola gli scarti della lavorazione del té. Anche se ultimamente si stanno imponendo sul mercato delle bustine di pregio, la grande distribuzione infila in bustina té di infima qualità. Lo stato di conservazione della foglia determina la qualità: se la foglia è rotta malamente, è facile che finisca in bustina piuttosto che nel té sfuso. Naturalmente dipende dal tipo di té, ma se consideriamo che molti té prevedono proprio una preparazione manuale di ciascuna foglia, che viene piegata, arrotolata, sistemata, allora forse ciò che vi sto dicendo non sarà del tutto assurdo.

E poi ho imparato che ogni té ha una personalità, e che quella personalità è data da come noi percepiamo quel té sulla lingua, al profumo e alla vista. Un po’ come quando cerchiamo di indovinare una persona da come si muove, da come parla, da come si presenta. In questo caso abbiamo giocato, per ogni té, ad attribuirgli un personaggio. Un giochino strano, direte voi. Un giochino utile, vi dico io, perché insegna a guardare e osservare con tutti i 5 sensi ciò che state bevendo. Non è esperienza da poco, e vi renderà quel té più familiare. lo potrete chiamare per nome, quasi, e magari, se siete romantiche, ve ne innamorerete.

 

Come ti cucino il pollo al té affumicato Lapsang Souchong 

Questo non è un foodblog e io tutto sono fuorché una foodblogger (se volete conoscere una brava foodblogger guardate qui). Mi piace cucinare anche se ultimamente pratico pochissimo; soprattutto ho il terrore di preparare i dolci. Ogni tanto dai miei fornelli si materializzano cose degne del gruppo facebook Cucinare male (e ogni tanto qualcosa condivido), ma nella maggior parte dei casi, però, me la cavo egregiamente.

Era da un po’ che l’idea mi girava per la testa. Volevo preparare un secondo di carne usando il té. Non un té qualunque, ma il té affumicato Lapsang Souchong.

Questo té dall’aroma affumicato molto particolare o lo si odia o lo si ama. Io personalmente lo amo. Profuma di legna da ardere, con un sentore anche, se vogliamo, di cacio stagionatissimo (o di provola affumicata, non a caso). Detto così presenta malissimo, ma vi assicuro che se superate la diffidenza iniziale (e se vi piace il sapore affumicato) questo té vi stupirà. E vi stupirà ancora di più usarlo al posto del brodo per cucinare. Io in passato l’ho usato proprio al posto del brodo per un risotto alla scamorza e speck. Capite bene, però, che sia la scamorza che lo speck sono affumicati, mentre io volevo capire fino a che punto posso spingermi a utilizzare il Lapsang Souchong come unico ingrediente affumicato.

Pollo al lapsang souchong in cottura

Così, l’altra sera ho preparato il pollo al Lapsang Souchong. Siccome mi è riuscito molto bene, a detta non solo mia 😊, ho deciso di proporre qui la ricetta, che è davvero molto semplice.
Ho usato le sovracosce di pollo, private della pelle: su di esse ho adagiato un po’ di foglie di té affumicato, come fosse una marinatura, ma senza esagerare. Ho preparato a parte un pentolino di té portando l’acqua quasi a ebollizione e mettendo in infusione un quantitativo di Lapsang Souchong piuttosto cospicuo: come dose mi sono regolata col mio dosatore per il té, che ha una dimensione standard, ma l’ho riempito ben bene, in modo da ottenere un té molto carico. Anche l’infusione è durata tanto: 4-5 minuti.

In una casseruola ho rosolato uno spicchio d’aglio a pezzettini e un mezzo cipollotto a rondelline, quindi ho aggiunto le sovracosce di pollo con la loro marinatura e le ho fatte rosolare. Le foglie al contatto con il fondo arroventato della casseruola sprigionano un fortissimo odore di affumicato. È il momento di versare una prima parte del té, che nel frattempo ho salato con sale grosso, e di avviare la cottura a fuoco lento e coperta.

Ho rabboccato di tanto in tanto il té che man mano si sfumava rilasciando un aroma affumicato che riempiva tutta casa. A metà cottura ho aggiunto delle olive nere e ho continuato a far cuocere tenendo coperto. A fine cottura, quando il té si è ritirato ma non troppo, ho aggiunto un cucchiaino di maizena sciolto in una mezza tazzina da caffè in modo da addensare una salsina affumicata.

Pollo al té Lapsang Souchong pronto in tavola!

Spento il gas e servito in tavola. Indecisa tra accompagnarci un bicchiere di vino o una tazza di té, ovviamente Lapsang Souchong, ho optato per… entrambi!

Té bianchi di un certo livello: Silvery Pekoe Yin Zhen e Moonlight White

Il té bianco è il più delicato tra i té. E tra i té bianchi, il té bianco puro è il più prezioso in assoluto. È il té dell’Imperatore, chiamato così perché, vuole la leggenda, esso doveva essere colto la prima notte di primavera da fanciulle vergini che usavano forbicine d’oro. In realtà è prezioso perché tratto dalle gemme apicali della pianta del té, quelle più tenere e fresche, appena nate ma non dischiuse e ancora coperte di peluria bianca. La gemma apicale è solo una per pianta, perciò il raccolto è costoso; inoltre viene realizzato un solo raccolto all’inizio della primavera. Dunque abbiamo una sola gemma per pianta per un solo raccolto annuale. Decisamente una produzione che non può raggiungere grandissimi numeri ma, proprio per questo, raggiunge grandissimi prezzi.

Dalla foglia asciutta alla foglia dopo l’infusione, passando per la tazza: i té bianchi silvery pekoe Yin Zhen e Moonlight White

La foglia è colta con un’attenzione minuziosa ed è distesa su un graticcio all’aria e lì lasciata a seccare. L’essicazione, o appassimento, può avvenire in pieno sole, oppure solo di notte, oppure prima all’aria e poi in forno ventilato. Nei tempi antichi si pensava, forse a ragione, che l’appassimento fosse la lavorazione che meno andava a incidere sul sapore della foglia in infusione.

La sua delicatezza è sinonimo di meditazione: la parte più nobile della pianta, la gemma, serve a soddisfare non tanto i bisogni fisici, quanto la mente, la parte più nobile del corpo.

Sul té bianco si apre un grandissimo dibattito. Non è solo la gemma apicale che fa la differenza, perché anche alcuni té verdi vengono tratti da gemme e perché non tutti i té bianchi sono puri: il Pai-mu Tan, Peonia Bianca, il più popolare tra i té bianchi, sfrutta sia gemme che le prime 3-4 foglie; il Moonlight White è composto da gemma e prima foglia.

té bianco Silvery Pekoe Yin Zhen

Come venirne a capo? Come distinguere il té bianco dal té verde allora? Come stabilire che il Pai-Mu Tan è bianco e non verde? La tecnica di lavorazione è la discriminante. Se nei té verdi le foglie di té vengono stabilizzate con calore secco o umido (a seconda se in Cina o in Giappone), nel té bianco ciò non avviene. Il té bianco è un té lievemente ossidato.

Torniamo ai tipi di té bianco.

Pai-mu Tan: té bianco ottenuto dalla gemma e dalle prime 3-4 foglie: in effetti, a vederlo, le foglie sono verdi, non ricoperte di quella pelurietta bianca caratteristica delle gemme che ci sono, sì, ma in minima parte. Di fatto è il té bianco meno pregiato e meno costoso, più commerciale, senza nulla togliergli, eh? Per carità. Diciamo anche che per i té aromatizzati realizzati col té bianco viene utilizzato proprio il Pai-mu Tan, proprio perché è il meno costoso e, aggiungo io, il più sacrificabile all’aggiunta di aromi che ne alterano il gusto.

té bianco moonlight white

Moonlight White: saliamo decisamente di livello, perché si ottiene dalla gemma apicale più la prima fogliolina: non è un té bianco puro, ma poco ci manca. Delicato, le foglie fresche sono grandi, l’insieme tende a una nota dorata che si rivela anche nell’infusione, di un bel giallo chiaro. Così, non stupisce la nota di miele che si coglie, lievissima, mentre lo si sorseggia.

Silvery Pekoe Yin Zhen: è il té bianco puro per eccellenza: trae il nome da ciò che lo compone: le sole gemme apicali ricoperte di argentea peluria. Yin zhen in cinese vuol dire proprio aghi d’argento: un nome parlante, insomma. In infusione il té è leggerissimo, di un colore giallino appena accennato, e lievissime note dolci floreali si liberano in bocca, anche se è difficilissimo afferrarle.

PS: ho degustato i té bianchi Moonlight White e Silvery Pekoe Yin Zhen durante il corso di degustazione di té di Vania Coveri Tea-teller.

La magia del fiore di té

Io lo chiamo fiore di té; altri lo chiamano bouquet di té, altri ancora blooming tea oppure flowering tea: si tratta di una pallocchia formata da gemme di té che avvolgono uno o più fiori cuciti insieme. Questa pallocchia, una volta messa in infusione in acqua calda piano piano si schiude e lascia libero il fiore al suo interno. Uno spettacolo davvero magico per chi vi assiste.

La magia di un fiore di té che si schiude

Lo spettacolo è ancora più magico se vi si assiste al buio, con la teiera in vetro trasparente illuminata da una lucina puntata direttamente contro, e se in sottofondo vi è una musica pacata e orientaleggiante, che ci porta in un mondo di sogno. È quanto è accaduto nel corso dell’ultima sera del corso di degustazione di té che ho seguito con Vania Coveri Tea-teller. Io conoscevo già la trasformazione del bozzolo in fiore, ma le mie compagne d’avventura no e scoprire sui loro volti la meraviglia è stato davvero incredibile. Anzi, forse è stato più bello il lato umano dell’infusione che l’infusione stessa.

Va detto che Vania non ha infuso un fiore qualunque: ha usato una grossa ghianda di té al cui interno si celava un fiore di crisantemo rosso. Effetto scenografico assicurato!

L’infusione data dal fiore di té è di un tenue giallo chiaro, dovuto alle gemme del té

Il rito del dischiudimento del fiore di té merita tutta la calma che ci si aspetta dall’assistere ad un fiore che sboccia. Dapprima viene messo nella teiera di vetro trasparente il bozzolo, poi gli viene versata l’acqua calda. Il bozzolo sale in superficie, poi piano piano, una fogliolina di té dopo l’altra, si apre e man mano che si apre va a fondo, liberando il suo prezioso contenuto. Il té è pronto quando l’intera composizione floreale custodita all’interno del bozzolo è liberata e il tutto si dispone sul fondo. Il té che ne risulta è delicato, anche perché realizzato con le gemme della pianta del té, dunque con le foglie più pregiate. Ogni fiore di té viene realizzato a mano, con estrema cura e delicatezza. Un lavoro certosino che merita ancora di più la nostra meraviglia nel vedere il miracolo che si compie.

Tutti noi possiamo riprodurre a casa questo miracolo: occorre una teiera in vetro o plexiglas trasparente, l’acqua calda e un fiore di té. E poi godiamoci lo spettacolo. La teiera trasparente è fondamentale, perché altrimenti non c’è modo di vedere il fiore che si schiude. Teiere trasparenti si trovano comunemente in vendita, di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi. Quanto al té, possiamo ripetere l’infusione anche più volte, perché questo té si presta ad essere re-infuso. Quando sono stata a I Fatti Vostri da Magalli ho mostrato l’infusione di un fiore di té: nella mia collezione, infatti, non manca la teiera trasparente! E non mancano neanche i fiori di té.

Screenshot da I fatti vostri di Magalli, quando mostro il Fiore di té

Il fiore di té è un piccolo capolavoro che mette in pace con se stessi: se poi invitate le amiche un pomeriggio di primavera, anche se l’acqua calda magari non ispira molto perché ci stiamo avvicinando alla stagione dei té freddi, tuttavia avrete un grande successo! Mi immagino già la scena: un tavolino bianco in giardino, e il fiore di té in infusione che sboccia come uno qualunque dei fiori del prato e delle siepi e come quelli desta la nostra più profonda ammirazione.

Si fa presto a dire Té Verde

“Ah sì, a me piace il té verde”

“Eh sì, io preferisco di gran lunga il té verde al té nero”

“Eh, il té verde è leggero, è adatto a tutti, fa bene”

“W il té verde!”

Bene. Ti piace il té verde. Allora ti faccio una domanda: esattamente quale té verde ti piace?
Sì, perché non esiste un solo té verde. Esistono tanti té verdi. Di diverse qualità, di diverso taglio, con profumi e intensità diverse. Con origini diverse. Le vogliamo scoprire insieme?

tre diversi tipi di té verde prima, durante e dopo l'infusione: gunpowder, sencha e té verde al gelsomino

Tre diversi tipi di té verde prima, durante e dopo l’infusione: gunpowder, sencha e té verde al gelsomino

Innanzitutto dirò la prima grande verità sul té verde: esistono té verdi prodotti in Cina, e té verdi prodotti in Giappone. Parlo naturalmente dei principali té verdi, poi altre regioni orientali del mondo producono té verde. Ma concentriamoci su queste due: Cina e Giappone. Quindi, cominciamo a capire che esistono aree geografiche differenti produttrici di té verde.

Parliamo ora della lavorazione del té verde, che è diversa se realizzata in Cina o in Giappone.

Innanzitutto occorre sapere che il té verde è un té nel quale le foglie non subiscono processo di ossidazione, a differenza di quanto avviene nel té nero, basato proprio sull’ossidazione delle foglie. Nella lavorazione del té verde, l’ossidazione viene scongiurata il più possibile evitando di rompere le foglie, dunque di spezzare le nervature, la cui rottura è la causa prima di ossidazione. Sia in Cina che in Giappone per evitare l’ossidazione le foglie sono trattate col calore, ma mentre in Cina il calore è secco, in Giappone esse sono sottoposte allo sbuffo di vapori bollenti, che inumidiscono l’aria e fanno sì che le foglie mantengano un colore vivo e un sapore erbaceo e vegetale. In Giappone, poi, le foglie vengono maneggiate e modellate in modo da distribuire equamente i fluidi e la linfa all’interno della foglia, già di per sé pregiata, in modo che mantenga intatte in ogni punto le sue proprietà. In Cina, invece, la modellazione della foglia è piuttosto un fatto estetico: e abbiamo così piccoli capolavori come le perle di té, realizzate a mano, una per una.

Abbiamo visto la lavorazione, ora vediamo i singoli tipi.

Té verde cinese gunpowder

Té verde cinese gunpowder

In Cina, il té verde per eccellenza è il Gunpowder: è in assoluto il té verde più diffuso al mondo, il più comune e il più bevuto: oltre al mercato cinese, infatti, esso è il té impiegato nel Maghreb per il té alla menta marocchino! Oriente e Occidente mediterraneo si incontrano, e l’esito non potrebbe essere più positivo. Il Gunpowder si presenta come una fogliolina arrotolata. A vederlo così non gli daresti tanto credito: il profumo non è certo invitante, sapido, quasi salmastro, mentre il colore, più grigio-argenteo che verde, lo rende quasi metallico. La foglia in infusione si apre, sprigiona il suo profumo e ci regala un infuso giallo caldo.

Ma il trionfo del té verde è il Giappone. Qui il té (verde) arrivò intorno al 550 d.C. portato dai monaci buddisti. Inutile dire che il Buddismo nella sua forma zen sposi perfettamente la pratica del té, che assume i caratteri della tranquillità, della serenità, della pace interiore. Tale pratica prese talmente piede da entrare a pieno titolo nella cultura e nel rituale giapponese.

Il té matcha

Il té matcha

Il re dei té verdi giapponesi è il té matcha che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è l’unico dei té verdi ad essere in polvere e a dover essere preparato non per infusione ma per emulsione: il chasen, il frullino in bambù, è accessorio irrinunciabile per quanti vogliono prepararselo, Il matcha è il protagonista per eccellenza della cerimonia del té giapponese, il Chanoyu. Ma ormai è entrato a pieno titolo nelle cucine occidentali come ingrediente per dolci o per piatti particolarmente ricercati e profumati. Anzi, dispiace dire che è stato un po’ sdoganato male: in rete si trovano tante aberrazioni (come il matcha alla coca-cola) dalle quali occorre davvero stare alla larga.

sencha

Té verde sencha

Restando in Giappone, è solo nel XIX secolo che prendono piede i té verdi in foglia. La cerimonia del té a base di matcha era infatti appannaggio delle classi sociali più elevate, mentre i poveracci stavano a guardare. Finalmente comparirono altri té verdi in foglia sullo scorcio dell’800. Il principale fu il sencha, cui fu dedicata una cerimonia del té tutta sua, il Sencha-do, ma altri té verdi da lì in avanti fiorirono: il bancha, così adatto ai bambini per il suo scarso contenuto di caffeina, il gyokuro, il genmaicha (a base, questo, di riso tostato che conferisce una certa tostatura a tutta l’infusione). Il Giappone vanta oggi una quantità di tipologie diverse di té verdi davvero invidiabile. Per essere che il Giappone ricevette il té dalla Cina, va detto che fin da subito trovò la sua strada.

Ma allora, di cosa parliamo quando parliamo di té verde?

Non possiamo parlare semplicemente di té verde, ma dobbiamo contestualizzarlo, dargli un nome e una provenienza più specifici. A seconda di come è lavorata la foglia e a seconda del suo colore, già possiamo capire molto del té che abbiamo davanti. Fermo restando che il matcha è in polvere, dunque è un té verde totalmente a sé stante, gli altri té verdi vengono spesso scambiati perché, sostanzialmente, non se ne conosce la differenza.

Spero, con questo post, di avervi chiarito le idee in merito al té verde. A scanso di equivoci, ho preparato una semplicissima infografica che trovate qui in fondo al post. Guardatela e facciamo così, ditemi nei commenti e sulla pagina fb qual è il vostro té verde preferito. Vi dico i miei? Per me è il matcha, preparato naturalmente in poca acqua col frullino in bambù chasen. A seguire adoro il gen-maicha, té verde sencha addizionato con chicchi di riso tostati che conferiscono al té un carattere davvero unico. E se proprio vogliamo esagerare, il più buono in assoluto è il Iyemon Cha, che è un blend di matcha e gen-maicha. E il vostro té verde preferito qual è?

té-verde-infografica

PS: io qui vi ho scritto qualcosa, ma se volete apprendere, e assaggiare in modo consapevole i té verdi (e non solo) seguite i corsi di Vania Coveri tea-teller. Se siete a Firenze non fateveli scappare. Io sto seguendo il suo corso di degustazione del té e sono molto contenta. Ve lo racconterò tra qualche post.

 

 

Breve storia del té in Italia

In Italia la cultura del té è ancora poco nota. La stragrande maggioranza degli Italiani identifica il té con quello “normale” in bustina, e nei bar esso viene servito sempre con la fettina di limone. Questa scarsa conoscenza del té non è da colpevolizzare: in fondo, l’Italia è piuttosto giovane e ha conosciuto il té solo negli ultimi 70 anni. Non abbiamo sulle spalle 3 secoli di esperienza come la Gran Bretagna, per dire, perciò siamo molto giustificabili. Già, ma da quando inizia la storia del té in Italia?

japan teaPer la verità la conoscenza del té in Italia si ha da tantissimo tempo: ma si trattava di sporadiche conoscenze, scritte su libri che per forza di cose avevano tiratura limitata e finivano nelle biblioteche di ricchi signori e cardinali. Il Papa conosceva il té, e forse poteva avere occasione di assaggiarlo, per via della presenza dei Gesuiti in Giappone che pare appresero il Chanoyu (ma, com’è descritto molto bene nel film Silence di Martin Scorsese, il rapporto tra Gesuiti e Giapponesi fuori dalla Casa del té non fu così pacato).

Per un’interessantissima trattazione della storia del té in Italia vi rimando a questo post, che ho trovato completissimo, di Mondo del té. Io invece vi racconto cosa ho appreso pochi giorni fa da Vania Coveri, una tea-teller di Firenze della quale seguo un corso di degustazione del té (di cui vi parlerò in seguito). Ebbene, ho scoperto che il té in Italia si è diffuso con la Seconda Guerra Mondiale. Prima era un affare da alti ufficiali e diplomatici e… ma andiamo con ordine.

Sì, è vero, nei grandi e sontuosi servizi da mensa delle famiglie reali italiane, come quella dei Granduchi Lorena di Firenze la teiera era presente, ma era appunto un vezzo, un oggetto d’ornamento che si esibiva in compagnia di ospiti stranieri o per interessamento di figure aristocratiche che provenivano da casate reali europee, come quella francese, ad esempio (e i Lorena erano legati agli Asburgo, austriaci). Tuttavia la prima vera conoscenza del té gli Italiani la fecero durante la Guerra di Crimea.

Guerra di Crimea. Credits: HuffingtonPost

Guerra di Crimea. Credits: HuffingtonPost

Una guerra?

Eh sì, una guerra che apparentemente non ci interessava, ma che fu fondamentale nel nostro Risorgimento per la costituzione del Regno d’Italia. Quella gran testa strategica che era Camillo Benso Conte di Cavour, nel desiderio di annettere al Regno di Sardegna il Lombardo-Veneto, all’epoca sotto l’Austria Asburgica, avrebbe venduto anche la su’ mamma. Ma siccome non era possibile cercò alleanze importanti. Ora, successe nel mondo che scoppiò la Guerra di Crimea nel 1953, vedendo contrapposti la Russia e la Francia che faceva gli interessi della Turchia. In questa congiuntura diplomatica Cavour intravvide la possibilità di farsi alleata la Francia intervenendo al suo fianco come alleato. Il Regno di Sardegna entrò in guerra nel 1855 e fu nel corso di incontri tra alti ufficiali dell’esercito e diplomatici che i nostri Italiani cominciarono a bere il té (i Francesi lo bevevano da almeno un secolo, i Russi da molto più tempo). Il té giunse fino a Torino. Uno dei padri dell’unità d’Italia, Massimo d’Azeglio possedeva un servizio da té, molto completo, che oggi appartiene al Museo di Palazzo Madama di Torino.

Il té comunque avrà la sua consacrazione nell’alta società, e poi nella classe borghese, con Pellegrino Artusi, che nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene parla del té, e consiglia di accompagnarlo con una fettina di limone.

Ed ecco che il limone entra nelle nostre tazze e sarà duro da far morire (anzi, non è ancora morto!).

Straordinaria foto di Robert Capa che racconta lo sbarco degli Alleati in Sicilia

Straordinaria foto di Robert Capa che racconta lo sbarco degli Alleati in Sicilia

Bisogna però aspettare qualche decennio, e un tragico evento, la Seconda Guerra Mondiale, per far sì che il té sia sdoganato in Italia a tutte le classi sociali. Esatto: i soldati Alleati che sbarcarono in Sicilia e risalirono la penisola liberandola città dopo città, oltre al cioccolato e al chewingum portarono anche il té in bustina.

Il té in bustina, nel frattempo era stato inventato agli inizi del Novecento da un distributore americano che per meglio presentare il prodotto ai suoi clienti offriva così dei campioni di prova.

Ed eccoci qui, negli anni ’50. L’Italia ha conosciuto il té grazie agli Alleati; alcuni, emigrati all’estero, in America o in Inghilterra, e rientrati, portano con sé l’uso del té (nel latte). Le famiglie italiane cominciano a berlo, diventa una consuetudine, entra nella colazione italiana accanto al caffelatte, al caffè, al latte. In Italia arriva la Lipton, così rassicurante (negli anni ’80 Dan Peterson dirà “Feeenomenale”), la Twinings, e per l’Italia il Tè Infrè (“È buono qui, è buono qui“) e il Té Ati sono protagonisti assoluti del mercato.

Qui la storia italiana diventa storia personale.

Suvvia, chi non ha avuto una confezione di té Ati nella propria dispensa?

Suvvia, chi non ha avuto una confezione di té Ati nella propria dispensa?

Perché io sono cresciuta in una famiglia in cui mio padre faceva colazione col té Ati e riutilizzava giorno dopo giorno la stessa bustina (chissà per quanti giorni riutilizzava la stessa, non ho mai chiesto); e quest’usanza l’aveva appresa in famiglia, in Sicilia, dalla quale veniva. Per me il té fino alla maggiore età è stato il té Ati. Sì, qualche incursione nel Twinings Prince of Whales l’avevo fatta (e non mi era piaciuto), e anche nell’Earl Grey Twinings (e mi era piaciuto). Ma poi sono arrivata a Genova e forse in città c’era più scelta, fatto sta che ho scoperto che esistevano i té aromatizzati (Twinings nero alla vaniglia, al cocco!, ai frutti rossi), esistevano i té verdi (incredibile, agli albori del 2000!). Ma la scoperta più grossa è stato scoprire il loose tea. Il té si beve sfuso, non necessariamente in bustina. Non è che il loose tea non ci fosse in Italia prima di quella data, ma era davvero poco diffuso. Col nuovo millennio invece ha cominciato ad affacciarsi alla grande distribuzione. Per fortuna, aggiungo.

Correva l’anno 2002. Ero appena all’inizio del mio processo di conoscenza del té. Il resto è tutto in queste pagine web.

 

Calmiamoci un po’

Tranquilli, non è un monito e non sto sgridando nessuno. Semplicemente, è un invito. Un invito a prendersi cura di sé, a coccolarsi, anzi, a curarsi, ad ascoltare il proprio corpo e la propria testa, per una volta.

La calma è la virtù dei forti, dice un vecchio proverbio. E in effetti riuscire a non farsi prevaricare dalle preoccupazioni e dalle azioni quotidiane non è impresa semplice. Di carattere le persone sono più o meno predisposte ad agitarsi anche per un nonnulla. Difficile è trovare qualcuno che non sia smosso da niente e da nessuno. Ciascuno di noi, chi più, chi meno, vive le sue preoccupazioni quotidiane. Vi è chi le esterna in modo pure troppo teatrale, vi è chi invece si tiene tutto dentro, ma ugualmente soffre.

 

 

Mi sono accorta ultimamente di aver avuto degli sbalzi di nervi che non mi appartengono, momenti di esplosione di rabbia che mi hanno preoccupato più del motivo stesso che li ha generati. In quel frangente avrei voluto calmarmi, avrei desiderato una camomilla. E mi sono accorta, invece, che di tutti gli infusi che avevo nella mia dispensa, la camomilla era l’unico che mancava. Così alla prima occasione utile sono corsa in erboristeria. Mi è stato consigliato un infuso di camomilla, melissa, fiori d’arancio, dal profumo di miele che riporta all’infanzia e che funziona già solo come aromaterapia.

Lungi da me pensare, e scrivere pubblicamente, che un infuso possa curare. Ma sicuramente le erbe con effetto calmante possono alleviare il senso di agitazione che uno ha. Il mio infuso non è una cura, dunque, ma un sostegno. Del resto si è sempre detto che la camomilla è un calmante, ma non è una medicina.

C’è un altro tipo di stress, che apparentemente non appare come tale, ma che in realtà affatica l’organismo perché sottoposto ad uno sforzo notevole: è lo stress da troppo cibo. Sotto le Feste appena concluse siamo stati bombardati da pranzi, cenoni, dolciumi. E basta aprire facebook per vedere tutte le vignette create appositamente per prendere in giro le sbafate di Natale e Capodanno e le diete che iniziano dal 7 gennaio. Luoghi comuni a parte, è vero che in tanti casi il corpo va in affaticamento: si mangia in maniera diversa rispetto al solito e per più occasioni ravvicinate, per cui l’organismo non fa a tempo a rilassarsi che subito arriva una nuova bordata di stress sottoforma di lasagne, agnello e panettone.

La mia tisana dopopasto

La mia tisana dopopasto

In mio soccorso è arrivata in regalo, proprio in occasione dell’ultimo pranzo delle feste, una bella e gradita tisana dopopasto: nuovamente un infuso di erboristeria, a base di malva, achillea millefolium, finocchio e rosa: un infuso fatto apposta per aiutare la digestione, il migliore amico che possiamo incontrare dopocena.

Il debutto del 2016 mi ha imposto di calmarmi. L’aiuto me lo offrono questi due infusi che vi ho descritto. Con essi calmo sia l’organismo ingolfato che l’animo alterato. Non sono una cura ma, spero, un supporto prezioso.

E voi? Ricorrete a camomilla e simili per calmarvi e a tisane dopopasto e digestive per andare a letto senza il peso sullo stomaco? Quali sono i prodotti migliori? Discutiamone insieme nei commenti e sulla pagina facebook de Il mio té!