Archive for the ‘té e dintorni’ Category

infusioni di maggio: i té alla rosa

credits: pinterest

Maggio è il mese delle rose: ovunque nei giardini fioriscono di tutti i colori e formati: da quelle piccoline bianche, poco più che boccioli, a quelle grosse, enormi, screziate, da quelle profumatissime, che quasi storidiscono a quelle tenui, delicatissime, che a malapena si percepiscono. Il mondo delle rose è vastissimo, ed esse popolano tanti giardini pubblici e privati. Addirittura alcuni giardini pubblici sono interamente dedicati a questi romantici fiori: a Firenze c’è il Giardino delle Rose, mentre a Roma è il Roseto Comunale sull’Aventino ad essere interamente dedicato a questi fiori.

Il profumo delle rose è impiegato in vari campi: nei profumi e nella cosmesi, per esempio, ma anche in cucina e nel té.

Ovviamente è proprio del té che voglio parlarvi, perché i petali profumati delle rose ben si prestano a profumare e aromatizzare la nostra bevanda preferita, sia nella versione verde che nera che, anche, bianca.

Sul mercato troviamo spesso il té alla rosa. Dobbiamo prestare attenzione a come lo vogliamo il té: scented, ovvero ottenuto naturalmente, per osmosi dei profumi, per cui le foglie di té sono poste ad appassire con i petali di rosa, trasferendosi i profumi dalle foglie ai petali e viceversa? Oppure vogliamo un té aromatizzato, ottenuto con l’olio essenziale di rosa che viene addizionato alle foglie di té?

rose gong fu

Il gong fu rose tea (durante il corso di té di Vania Coveri-Teateller)

Il primo caso segue un processo di produzione tradizionale e antico. Viene chiamato Té Rose GongFu, e consiste nel mettere a seccare le foglie di té nero insieme ai petali di rosa, sostituendo i petali ogni tot di tempo in modo da immetterne sempre nuovi e profumati. Il procedimento è lo stesso del té al gelsomino (altro fiore che sta per sbocciare), e fa sì che si ottenga un té profumato naturalmente, semplicemente grazie al contatto con i petali. Questo té è davvero delicato, il profumo è volatile e fresco, non persistente, ma proprio per questo è un piacere da gustare ad occhi chiusi.

I té aromatizzati alla rosa si basano sull’aggiunta di oli essenziali alle foglie di té. Il profumo questa volta sarà molto persistente e deciso. In genere vengono aromatizzati alla rosa con questo procedimento i té verdi, in qualche caso anche i té bianchi; inoltre alla rosa possono essere aggiunti altri profumi di fiori o di frutta che si abbinano insieme (ad esempio la mandorla, oppure il fiordaliso, il pepe per quanto riguarda le spezie). Ogni casa di produzione di té aromatizzati dà libero sfogo alla fantasia creando sempre nuovi profumi basati sull’abbinamento di essenze variegate.

Cosa preferisco io? Beh, per quanto mi riguarda, quando hai provato il Rose Gongfu non puoi tornare indietro.

E voi? Avete un té alla rosa preferito? Ma soprattutto, vi piace il profumo della rosa nel té?

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Nel continente (del té) nero…

Una scatolina da té a tema Africa

Nella mia collezione di té (eh sì, la posso definire una collezione: ho la dispensa veramente troppo piena!) un piccolo spazio è occupato dal té prodotto e proveniente dall’Africa.

Tranne che per una breve incursione a Tangeri, l’Africa è un continente a me totalmente ignoto, che conosco solo per i documentari, per qualche film e per qualche racconto di viaggio (un capitolo a parte merita l’Egitto e l’Africa mediterranea, che conosco archeologicamente). Da piccola guardavo Quark e amavo la savana, i leoni e gli elefanti, anche se il mio preferito era e resta il velocissimo ghepardo. Oggi so che l’Africa è molto più di questo, estremamente variegata. E per motivi storici vari produce, e consuma, il té.

Nella mia collezione di té ho due lotti di prodotto: il té nero proveniente da Zanzibar, un té decisamente broken, dalla foglia quasi polverizzata, non propriamente di buonissima qualità, ma comunque testimonianza di ciò che a Zanzibar si beve.

Il mio té dal Kenya

Un altro té proveniente dall’Africa, dal Kenya questa volta, è commercializzato in Italia da Storie di té e caffé. Si chiama Kenia Maynin ed è un té nero dal profumo dolciastro che anche in bocca lascia un senso di dolcezza. Secondo la scheda tecnica del prodotto, ha note di legno e di henné, è ottimo per la colazione o in alternativa per il brunch. Viene coltivato sull’altopiano di Kericho, una zona che copre entrambi i lati della Rift Valley tra il monte Kenya e il lago Vittoria: una terra ricca di suggestioni sia storiche che geografiche; la Rift Valley è l’area dell’Africa da cui provengono i nostri antenati più lontani: Lucy, la piccola australopiteco femmina, nonna di tutti noi, proviene proprio da questa remota regione del mondo. Anche il Lago Vittoria è denso di storia, perché da esso nasce il Nilo bianco, uno degli affluenti del Nilo. Nella storia delle esplorazioni geografiche la ricerca delle sorgenti del Nilo è stata un grande capitolo di imprese, di disavventure, di epopee, di sfide dell’uomo nei confronti della natura. Ecco, quando bevo il té nero Kenia Maynin penso a questi luoghi così carichi di significato per l’umanità, e mi sento davvero appagata.

Piantagione di té nella regione di Kericho, Kenya. Credits: 50treasuresofkenya.org

Il Kenya è il quarto produttore di té del mondo, dopo Cina, Sri Lanka e India. Ed è la regione dove viene coltivato il té per le grandi multinazionali (come la Unilever, di cui è parte il marchio Lipton, per capirci). Trovate tantissime informazioni in questo bel post di BianconeroKenia.

Il té nel resto dell’Africa

Il té in Africa viene prodotto non solo in Kenya, ma anche in Tanzania, in Mozambico e in Sudafrica, ovvero lungo il lato Sud Ovest del continente. In questa mappa, che ho rielaborato da La via del té, sono riportati gli Stati produttori.

In Sud Africa viene prodotto quello che erroneamente viene definito té rosso, ma che in realtà non ha niente a che vedere con il té: è il rooibos, tratto da un arbusto, il rooibos appunto, dal sapore naturalmente dolce e con molte proprietà utili all’organismo. Per saperne qualcosa di più, soprattutto sulla sua storia, potete leggere qui.

E nell’Africa mediterranea?

Io e il mio té alla menta a Tangeri

In questa regione così vicina geograficamente a noi il té non viene coltivato, ma è bevuto quotidianamente. Non si tratta di té nero, tra l’altro, ma di té verde alla menta. La cerimonia del té araba nasce nelle sabbie del deserto, nelle tende beduine e berbere, ed è un rito di condivisione e di ospitalità che passa attraverso tre infusioni successive, dalla più dolce e zuccheratissima, alla più forte e amara. Viene preparato nelle caratteristiche teiere di peltro e servito negli eleganti bicchierini di vetro. È una tradizione comune a tutto il mondo arabo mediterraneo, dalla Mauretania al Libano e qualche rimanenza è ancora evidente in Spagna a Granada, nelle teterias del quartiere  Albaicìn, dove però ormai ha una connotazione più turistica che altro. Il té alla menta, quello vero, quello bevuto nei café di Tangeri o di Marrakesh, porta con sé tante suggestioni, che Paul Bowles così bene fissò nel suo romanzo Il té nel deserto. Un mito per noi Occidentali in cerca di ispirazione.

L’origine del té, tra leggende e storia

L’origine del té risale indietro nel tempo e si perde in quel luogo e momento difficile da distinguere in cui Storia e leggenda si fondono. Qui vi racconto le leggende legate all’origine del té in Cina, in India e in Giappone. E come vedrete tutte hanno degli agganci con la Storia.

In Cina

L’imperatore cinese Cheng Nun è uno dei più noti tra gli imperatori cinesi antichi: è ricordato come il “divino mietitore”, colui che promosse l’a rivoluzione agricola in Cina. Siamo all’incirca nel 2700 a.C., quando l’umanità nel Vicino Oriente e in Europa aveva da poco più di un millennio scoperto l’agricoltura, gettando le basi per la formazione delle prime vere società stanziali e delle prime città. Fin qui la Storia.

Narra la leggenda che l’imperatore Cheng Nun avesse imposto ai suoi sudditi di bere solo acqua bollita, per questioni di igiene e salute, e lui stesso beveva acqua bollita. Una volta, mentre era in viaggio, si fermò, accese un fuoco, mise a bollire l’acqua, e intanto si poggiò contro il tronco di un albero e si addormentò. Dal ramo dell’albero si staccarono due foglie che caddero nella pentola, colorarono l’acqua e le diedero sapore e profumo. Cheng Nun, risvegliatosi, fu incuriosito da questa nuova bevanda: trattandosi pur sempre di acqua bollita, la bevve e si sentì carico di energia e benessere. Aveva scoperto il té.

Il té si diffuse tra i ceti nobili e sacerdotali, con scopi medicinali per le sue proprietà curative. Tuttavia il té in Cina si diffuse molto più tardi a tutti i livelli della popolazione, dal 200 d.C. circa.

Nell’VIII secolo della nostra era il monaco Lu Yu scrisse il Canone del té, un volume nel quale raccolse tutti i suoi consigli, i suoi rimedi, il suo sapere: è una fonte preziosissima per noi oggi, perché parla della qualità dell’acqua, della temperatura che deve avere, della qualità delle foglie e delle teiere. Una fonte inesauribile di conoscenza.

Una pagina del Canone del té di Lu Yu. Credits: Viaggiointornoalte.net

In India

La leggenda indiana è legata al buddismo. Essa narra che il principe Bodidharma, quando si trovava in Cina per diffondere il Buddismo, fece voto di non dormire mai nel corso dei 7 anni di meditazione che si era imposto. Ma verso il quinto anno di meditazione, giorno più giorno meno, a Bodidharma prese sonno. Lo risolse masticando alcune foglie che gli diedero immediato sollievo e energia. Le foglie erano quelle della pianta del té.

Secondo la versione giapponese, decisamente più truce, Bodidharma verso il quinto anno di meditazione si addormentò, e risvegliatosi si arrabbiò talmente tanto con se stesso da strapparsi le palpebre e seppellirle nella terra. E dalla terra spuntarono due piante: le piante del té.

In India in realtà il té arriva solo alla fine del Settecento, e per l’interessamento di Sua Maestà Britannica. La Gran Bretagna intratteneva infatti rapporti commerciali di importazione del té con la Cina, all’epoca unico Paese esportatore. Ma sull’“Isoletta” (come la chiama Bill Bryson) il consumo di té era andato aumentando vertiginosamente nell’ultimo secolo e occorreva trovare una soluzione per abbassare i prezzi della merce. L’unica soluzione era cominciare a coltivare la pianta del té. La soluzione arrivò grazie ad un avventuriero scozzese che si travestì da cinese (come fece a risultare credibile per me resta un mistero), lavorò in una piantagione in Cina, imparò le tecniche di produzione, quindi rubò quelle migliaia di piantine utili ad impiantare una coltivazione di té in India, all’epoca parte integrante dei possedimenti inglesi. Ed ecco come il té giunse in India. Questa storia la racconta Bill Bryson nel suo “Breve storia della vita privata”.

Raccolta del té nella regione indiana del Darjeeling. Credits: Infothè.it

In Giappone

Ritratto di Sen Rikyu. Credits: urasenke.or.jp

La leggenda giapponese non è altro che la tradizione buddista trasportata in Giappone quando il Buddismo giunse nella terra dei Samurai, in un’epoca corrispondente al nostro basso medioevo. Qui i monaci buddisti portarono l’uso del té come veniva consumato all’epoca in Tibet: una foglia ridotta a poltiglia e una bevanda ottenuta per emulsione. Quest’uso è rimasto nel matcha, il té verde giapponese per eccellenza, protagonista della cerimonia del té, il cha no yu. Il canonizzatore della cerimonia del té giapponese è Sen Rikyu, monaco zen che stabilì le regole che i Maestri del té devono seguire ogni volta che preparano il té secondo questo rituale. Siamo nel XVI secolo della nostra era.

La storia personale di Sen Rikyu è particolare: da Maestro del té apprezzato a corte, consigliere di Hideyoshi, che fu samurai e importante uomo politico e militare nella seconda metà del XVI secolo, fu da questi condannato a morte per motivi che non sono chiari. Fu condannato al suicidio, ovvero ad infliggersi la morte da solo, e lui obbedì, perché un maestro zen segue sempre il volere di chi comanda, pur se non è d’accordo. Di Sen Rikyu parla diffusamente Kakuzo Okakura ne “Lo zen e la cerimonia del té”, un libricino che uscì ai primi del Novecento con l’intento di narrare all’Occidente le peculiarità della cultura giapponese. Recentemente un romanzo, Morte di un maestro del té, di Yasushi Inoue, ha per protagonista assente proprio Rikyu, il quale, defunto, è al centro delle riflessioni e delle ricerche dei “vivi” che vogliono capire perché fu condannato e perché si uccise.

Gli elementi della Cerimonia del té, così come sono rimasti dall’epoca di Sen Rikyu: la teiera in ghisa, il frullino (chasen) il fazzoletto (fukusa)

Come vedete sono tante le leggende, intrecciate con la Storia, che circolano intorno al té. Io, personalmente, le trovo tutte ugualmente affascinanti. Di tutte, però, preferisco la storia di Rikyu, tragica ed epica, come solo le storie giapponesi di virtù sanno essere.

Té profumati e té aromatizzati: come distinguerli

Conoscete tutti il té alla pesca, il té al bergamotto, il té al gelsomino. Ma sapreste dire quale sia la differenza oltre che, ovviamente, nell’ingrediente base che dà il profumo?

Ve lo dico subito: il té al gelsomino è un té profumato (scented tea); té alla pesca e al bergamotto sono aromatizzati.

Per capire la differenza – a livello di significato molto sottile, ma a livello di prodotto decisamente differente – occorre che vi racconti i metodi di preparazione alla base di té scented e té aromatizzati.

I té profumati (scented tea)

Hanno profumazioni delicate, decisamente fresche e piacevoli. Sono ottenuti dall’unione al té di fiori. Il té scented più noto è quello al gelsomino, ma anche l’osmanto, la rosa e la rosa canina, alcune orchidee, la gardenia sono fiori impiegati nella profumazione dei té.

King of Jasmine è un pregiato té bianco profumato al gelsomino

Come funziona il procedimento? Varia a seconda che si tratti di té verdi o té neri. Nel caso dei té verdi è prevista una proporzione di 3 g di fiori per ogni 100 g di té. I fiori vengono uniti alle foglie di té che per osmosi assimilano il profumo, e vengono lasciati insieme per un giorno, dopodiché il té viene setacciato in modo da separare le foglie dai fiori quindi, a seconda dell’intensità che si vuole ottenere, si procede nuovamente con l’unione di altri fiori e via così seguitando. Per i té neri i fiori essiccati vengono mescolati al té nelle stesse proporzioni, 3 g ogni 100 g, che abbiamo visto per i té verdi.

Questo metodo di preparazione è piuttosto tradizionale e antico. Le profumazioni sono sempre fresche e le infusioni, dissetanti, non hanno bisogno di essere zuccherate (ma questo si sa, va a gusto personale).

I té aromatizzati

Sono decisamente più diffusi sul mercato, perché potenzialmente il té si può aromatizzare con qualunque cosa. Dicevo la pesca o il bergamotto, ma possiamo pensare anche all’arancia, alla ciliegia e ai frutti rossi, all’ananas, alla vaniglia o al cocco. Questi té sono aromatizzati in genere con oli essenziali estratti dai frutti dei quali si vuole conferire la profumazione. Il risultato è un prodotto decisamente più caratterizzato, dal profumo più intenso e deciso.

Il procedimento prevede che le foglie di té, in genere una miscela di té diversi, siano poste in una sorta di tamburo meccanico che ruota e nel quale viene vaporizzato l’olio essenziale prescelto. Le foglie ruotano e si rimescolano, in modo che l’olio essenziale aromatizzi davvero tutto quanto. A seconda poi dell’aromatizzazione che si è scelta, il produttore può decidere di inserire, ma a puro scopo decorativo, pezzettini di frutta o petali o spezie la cui presenza però non influisce sul profumo ottenuto.

Tra i té aromatizzati il più famoso è il té al bergamotto, cioè l’Earl Grey. La sua nascita l’ho raccontata anche in altre occasioni, ma la sintetizzo qui: Sir Charles Grey si trovava in Cina nel 1832 quando salvò la vita ad un Mandarino della corte cinese. Costui gli donò in segno di gratitudine un té aromatizzato al bergamotto con tanto di ricetta originale: e considerato quanto i Cinesi fossero gelosi del loro primato nella produzione di té (tanto che gli Inglesi dovettero ricorrere all’inganno e ad un avventuriero scozzese per riuscire ad impiantare una coltivazione in India come racconta Bill Bryson), questo gesto fu certo importante. Sir Grey tornato in patria commissionò alla Twinings la produzione del té al bergamotto che a questo punto prese il nome proprio del nobile inglese. Ed ecco così come nacque un vero mito.

Iced Tea e Bubble Tea a Firenze

Estate, sole, caldo, ferie già finite e già rientrata a lavoro. Ho sete. Ho tanta sete. E sono accaldata. E voglio qualcosa di fresco e di buono. E poi e poi e poi.

Ho trovato a Firenze 3 posti che soddisfano tutte le mie esigenze estive: bere un té freddo, se bubble ancora meglio, sorseggiandolo per le vie della città in modo da non avvertire il caldo e, soprattutto, godendomi un prodotto davvero di qualità.

FirenZen

Cominciamo da FirenZen, ultimo arrivato tra i ristoranti giapponesi (veri) a Firenze. Per conquistare anche il pubblico dei passanti questo locale in via Guelfa propone iced matcha latte oppure, su richiesta, Iced green tea, che poi è semplicemente il matcha freddo.

Sapete tutti cos’è il té matcha: è il té verde in polvere tipico della cerimonia del té giapponese. Un rituale antico prevede movimenti e strumenti particolari per la preparazione di questo té dal sapore unico e concentrato. Tuttavia nel tempo e in Occidente il matcha ha preso piede in cucina, dove è utilizzato per aromatizzare e caratterizzare soprattutto i dolci (qui la ricetta delle madeleines di Pane Libri e Nuvole), e per bevande come il matcha latte, appunto.

Inutile dire che le due preparazioni proposte da FirenZen diano esiti differenti: l’Iced matcha latte rinfresca ma non disseta, ed è dolciastro. Il matcha ghiacciato, invece, è amarognolo: a tutti gli effetti un té matcha, che di base è amaro e concentrato, con aggiunta di ghiaccio. Ognuno scelga il suo preferito! Io, ovviamente, preferisco il matcha ghiacciato.

Matcha latte (fonte: pinterest)

San Tea House

Diladdarno, come si dice da queste parti, a pochi passi da Palazzo Pitti si trova San Tea House, un locale gestito da ragazzi orientali che parlano a malapena l’italiano, ma che sanno farsi capire. La clientela è per la maggior parte giovane e orientale, che per quanto mi riguarda è garanzia di qualità. Propongono una vasta scelta di Ice Tea, di Cold Tea e di Bubble Tea. Qui ho preso bubble tea sia freddo che caldo, a seconda della stagione. Mi piace molto il Bubble Tea Ice al mango, ma anche quello tradizionale al té nero regala soddisfazioni. Il locale ha il wifi e i tavolini per sedersi, sicché non è necessario dover bere per forza per strada. Certo che la soddisfazione di bere il bubble tea guardando Ponte Vecchio però è notevole…

Sapete tutti cos’è il bubble tea: è una bevanda a base di té nero o verde, aromatizzato o meno, con aggiunta di latte o meno, caldo o freddo a seconda di come lo si desidera e addizionato con perle di tapioca, nere e gelatinose o, in alternativa, da gelatine di frutta. Le perle di tapioca si depositano sul fondo del bicchiere e per berle occorre una cannuccia molto larga che viene ovviamente fornita col bicchiere. Si tratta di una bevanda da passeggio inventata a Taiwan e che ormai ha preso piede in tutto il mondo.

Just Tea

Nella zona del Mercato centrale, in via Sant’Antonino, si trova Just Tea. Stesso concept di San Tea House, gestito da personale orientale e frequentato da giovani orientali e da turisti stranieri, propone milk tea (bubble tea), ice tea, granite e frullati. Ampia scelta e menu in italiano, inglese e cinese.

Ho preso un normale milk tea/bubble tea al té nero con le perle di tapioca. Per gli ice tea è prevista la possibilità di aggiungere jellies, ovvero gelatine di frutta. Interessante la proposta della granita al matcha, che voglio provare quanto prima. Il locale, che è ospitato in un edificio storico nel quartiere del Mercato Centrale di San Lorenzo, fornisce wi-fi (così come anche San tea House). L’ambiente è accogliente, con tavolini, ma non è particolarmente grande.

E allora, vi ho dato 3 buonissime idee per un drink rinfrescante e corroborante? Fatemi sapere se conoscete locali analoghi in altre città d’Italia!

Tisane a freddo in filtro L’Angelica: come ho svoltato l’estate

Un’idea per l’estate: infusioni in acqua fredda by l’Angelica

Nei miei post estivi vi ho parlato spesso di come preparare té freddi secondo i metodi tradizionali o più innovativi. Vi ho raccontato quali infusioni si prestino bene ad essere preparate fredde, come preparare un ice-brewed tea, un té infuso direttamente nel ghiaccio, come aromatizzare l’acqua con i cubetti di ghiaccio al té, come preparare il calippo al té. Sicuramente, però, si tratta spesso di metodi che richiedono tempo oppure programmazione: entrambe cose che io spesso e volentieri non ho, dato che lavoro e che sono spesso fuori casa.

E allora come fare per avere subito il mio necessario té o infuso freddo? 

L’Istituto Erboristico l’Angelica ci ha pensato creando una gamma di prodotti in filtro fatti apposta per l’infusione a freddo: acqua a temperatura ambiente oppure fresca e bustina, che rilascia nell’acqua i suoi aromi e sostanze come se fosse un’infusione a caldo.

La gamma è piuttosto varia. Io ho provato la versione “Tisana sgonfiante digestiva” un po’ perché al supermercato ho trovato solo quella, un po’ perché mi piaceva l’accostamento fragola, limone, genziana, camomilla e zenzero. Il mio gusto mi ha dato ragione: il sapore è davvero piacevole in bocca, fresco e dissetante. Se sgonfia non lo so. Io ne ho tracannato litri quest’estate e sicuramente posso dire una cosa: è diuretica.

I prodotti di questa linea comunque sono numerosi e variano dal té al limone alla Tisana Abbronzatura (ah! Averla scoperta prima!): un infuso a base di curcuma, vitamina C e vitamina A al sapore di mandarino.

La vita per chi ama il té e gli infusi, ma non ha voglia di mettersi lì a prepararselo freddo e ad aspettare ore e ore che il ghiaccio si sciolga o che l’infusione si accettabile, è sempre più facile. Sarei curiosa di sapere quale principio sfruttano le infusioni a freddo per riuscire rispetto ad una normale bustina di té che ha bisogno dell’acqua calda: chissà se qualcuno all’Angelica leggerà il post e mi vorrà rispondere. La mia è una curiosità che mi piacerebbe soddisfare. 🙂

FALSO! 7 miti da sfatare sul té

È giunto il momento di sfatare alcuni miti sul té. Sì, perché nonostante la conoscenza del té in Italia si stia diffondendo anche piuttosto rapidamente (prova ne sono i tanti shop online, i negozi e le sale da té che offrono finalmente un’offerta diversificata, i corsi sul té come quello di Vania Coveri che ho frequentato pochi mesi fa a Firenze), ci sono ancora tante false credenze e tanti luoghi comuni che circolano sul té. Io ne ho individuato alcuni, che propongo qui. In fondo al testo trovate un’agevole infografica che riassume questi punti.

1) Il miglior modo per bere il té è accompagnarlo con una fettina di limone

FALSO!

È un uso italiano duro a morire, ma non è assolutamente il modo migliore per bere il té! Innanzitutto perché il limone modifica tantissimo il gusto del té, e poi perché ne modifica le proprietà organolettiche. Diffidate da quelle sale da té in cui vi servono al pomeriggio una bustina di English Breakfast e una fettina di té: non sono vere sale da té. Fuggite da quei locali in cui la fettina di limone è già dentro la tazza e non poggiata sul piattino! Il té, qualunque esso sia, va bevuto senza limone, in purezza e possibilmente senza zucchero o miele, proprio per sentirne al meglio il profumo e il sapore.

Una tazza di té con la fettina di limone? No grazie! Credits: veralline.com

2) Lo zucchero esalta il sapore del té

FALSO!

Zucchero nel té. credits: Viaggiointornoalté

Lo zucchero, come qualsiasi dolcificante, modifica il sapore, non lo esalta, ma lo addolcisce, lo rende più gradevole – per chi ama le bevande zuccherate – e altera la percezione del gusto. Nei té puri, verdi o neri che siano, mettere lo zucchero è quasi un sacrilegio: proprio perché si perde totalmente il bouquet di partenza, ciò che fa la differenza tra un té di qualità, proveniente da un giardino particolare o da un determinato raccolto, e l’altro.

Non sto dicendo che non dovete mettere lo zucchero nel té, quello dipende dai vostri gusti. Semplicemente, non è vero che esalta il sapore, ma al contrario lo copre.

3) Il té in bustina è meglio del té sfuso

FALSO!

Meglio? Da che punto di vista? Della praticità, forse. E in effetti è proprio per una finalità pratica che fu inventato il té in bustina, e che le teabags ebbero grande diffusione, inutile dirlo, durante la Seconda Guerra Mondiale: invece del té sfuso, più difficile da gestire in situazioni di non comodità, la bustina permetteva una veloce e pratica infusione.

Il té dentro le bustine però, salvo rarissimi eccellentissimi casi che si trovano sul mercato, è costituito da foglie di té rotte quando non addirittura polverizzate. La qualità di un té, invece, la fa l’arrotolamento e la lavorazione della singola foglia intera, mentre le foglie che si rompono non finiscono nei té sfusi, ma in quelli da destinare alla bustina.

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

4) Il té non contiene caffeina

FALSO!

La teina non è che lo stesso nome della caffeina, e il té la contiene. A seconda della lavorazione del té, se nero o verde, cambia la modalità di rilascio di essa (che comunque è contenuta in quantità ridotte rispetto ad una tazzina di caffè): a rilascio immediato nel caso del té nero, a rilascio lento nel caso dei té verdi.

5) L’acqua per il té deve bollire a 100°

FALSO!

Il livello di calore dell’acqua varia in linea generale dai 90° per i té neri ai 70° per i té verdi, con alcune eccezioni che vanno valutate (e vengono indicate) caso per caso. Come fare a sapere a quale temperatura si trova l’acqua? La cosa migliore è usare un bollitore elettronico che dia l’indicazione della temperatura. Impostata quella, l’acqua si riscalda fino alla temperatura stabilita. Et voila, neppure un grado andrà sprecato. Se invece usate il solito vecchio e rassicurante pentolino (oui c’est moi!), potete basarvi sull’osservazione e l’udito per capire all’incirca la temperatura: a 70° si cominciano a formare sul fondo le prime bollicine, simili a occhietti. A 80° cominciate a sentire un gorgoglio, ma ancora non è ebollizione. A 90° le bolle salgono in superficie. A 100°… beh, lo sapete tutti come bolle l’acqua, no? 😉

6) Il té verde fa dimagrire

FALSO!

Il té verde fa dimagrire solo se svolgete una corretta e costante attività fisica e un’adeguata alimentazione. Il che vuol dire che dovete svolgere attività fisica unita ad un’adeguata alimentazione a prescindere dal té verde, se volete dimagrire.

Diffidate da quei siti web o da quelle pubblicità che per vendervi il té verde vi dicono che, per l’appunto, fa dimagrire. Fa bene bere molti liquidi, a prescindere che siano té verdi, neri, acqua liscia, succhi di frutta, infusi e tisane. Fa bene, dunque, ma non fa dimagrire né, tantomeno, brucia i grassi (altra castroneria che ho letto in giro, sia su riviste cartacee che sul web).

Una piantagione di té nel Darjeeling, India. La coltivazione del té in India è stata introdotta dagli Inglesi. Credits: NyTimes.com

7) Gli Inglesi hanno imparato a bere il té in India dagli Indiani

FALSO!

Furono gli Inglesi a importare le piantagioni di té in India, nelle montagne dell’Assam e del Darjeeling. Essendo il popolo colonizzatore, imposero i loro usi, tra cui quello del té. In India il Chai era inizialmente un’altra cosa, una miscela di latte e spezie. Introdotto il té dagli Inglesi, esso fu aggiunto a questa miscela. Ma in India, altrimenti, del té all’Occidentale ne avrebbero fatto tranquillamente a meno. Tra l’altro, che si sappia, le prime piantagioni furono impiantate dagli Inglesi di nascosto perché fino a quel momento (metà ‘800) la produzione mondiale di té era monopolio cinese che guadagnava un sacco di soldi dal commercio con l’Europa (non solo Gran Bretagna, ma Francia e Olanda). Coltivando direttamente il té nel proprio territorio, invece, gli Inglesi risparmiarono un bel po’ di spese di esportazione, di dazi e di tasse.

Col tempo, le piantagioni indiane divennero delle produzioni di grandissima qualità: i vari Giardini del Darjeeling sono considerati tra le più pregiate produzioni di té nero al mondo, mentre per le produzioni dell’Assam è utilizzata una cultivar di camelia sinensis particolare e indigena, la Assamica, per l’appunto.

Con quest’ultimo falso mito storico concludo questa rassegna. E voi avete altri falsi miti che vorreste sfatare? Esponeteli nei commenti, che sono curiosa! Poi ne discutiamo insieme!

Godetevi ora l’infografica!