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Nel continente (del té) nero…

Una scatolina da té a tema Africa

Nella mia collezione di té (eh sì, la posso definire una collezione: ho la dispensa veramente troppo piena!) un piccolo spazio è occupato dal té prodotto e proveniente dall’Africa.

Tranne che per una breve incursione a Tangeri, l’Africa è un continente a me totalmente ignoto, che conosco solo per i documentari, per qualche film e per qualche racconto di viaggio (un capitolo a parte merita l’Egitto e l’Africa mediterranea, che conosco archeologicamente). Da piccola guardavo Quark e amavo la savana, i leoni e gli elefanti, anche se il mio preferito era e resta il velocissimo ghepardo. Oggi so che l’Africa è molto più di questo, estremamente variegata. E per motivi storici vari produce, e consuma, il té.

Nella mia collezione di té ho due lotti di prodotto: il té nero proveniente da Zanzibar, un té decisamente broken, dalla foglia quasi polverizzata, non propriamente di buonissima qualità, ma comunque testimonianza di ciò che a Zanzibar si beve.

Il mio té dal Kenya

Un altro té proveniente dall’Africa, dal Kenya questa volta, è commercializzato in Italia da Storie di té e caffé. Si chiama Kenia Maynin ed è un té nero dal profumo dolciastro che anche in bocca lascia un senso di dolcezza. Secondo la scheda tecnica del prodotto, ha note di legno e di henné, è ottimo per la colazione o in alternativa per il brunch. Viene coltivato sull’altopiano di Kericho, una zona che copre entrambi i lati della Rift Valley tra il monte Kenya e il lago Vittoria: una terra ricca di suggestioni sia storiche che geografiche; la Rift Valley è l’area dell’Africa da cui provengono i nostri antenati più lontani: Lucy, la piccola australopiteco femmina, nonna di tutti noi, proviene proprio da questa remota regione del mondo. Anche il Lago Vittoria è denso di storia, perché da esso nasce il Nilo bianco, uno degli affluenti del Nilo. Nella storia delle esplorazioni geografiche la ricerca delle sorgenti del Nilo è stata un grande capitolo di imprese, di disavventure, di epopee, di sfide dell’uomo nei confronti della natura. Ecco, quando bevo il té nero Kenia Maynin penso a questi luoghi così carichi di significato per l’umanità, e mi sento davvero appagata.

Piantagione di té nella regione di Kericho, Kenya. Credits: 50treasuresofkenya.org

Il Kenya è il quarto produttore di té del mondo, dopo Cina, Sri Lanka e India. Ed è la regione dove viene coltivato il té per le grandi multinazionali (come la Unilever, di cui è parte il marchio Lipton, per capirci). Trovate tantissime informazioni in questo bel post di BianconeroKenia.

Il té nel resto dell’Africa

Il té in Africa viene prodotto non solo in Kenya, ma anche in Tanzania, in Mozambico e in Sudafrica, ovvero lungo il lato Sud Ovest del continente. In questa mappa, che ho rielaborato da La via del té, sono riportati gli Stati produttori.

In Sud Africa viene prodotto quello che erroneamente viene definito té rosso, ma che in realtà non ha niente a che vedere con il té: è il rooibos, tratto da un arbusto, il rooibos appunto, dal sapore naturalmente dolce e con molte proprietà utili all’organismo. Per saperne qualcosa di più, soprattutto sulla sua storia, potete leggere qui.

E nell’Africa mediterranea?

Io e il mio té alla menta a Tangeri

In questa regione così vicina geograficamente a noi il té non viene coltivato, ma è bevuto quotidianamente. Non si tratta di té nero, tra l’altro, ma di té verde alla menta. La cerimonia del té araba nasce nelle sabbie del deserto, nelle tende beduine e berbere, ed è un rito di condivisione e di ospitalità che passa attraverso tre infusioni successive, dalla più dolce e zuccheratissima, alla più forte e amara. Viene preparato nelle caratteristiche teiere di peltro e servito negli eleganti bicchierini di vetro. È una tradizione comune a tutto il mondo arabo mediterraneo, dalla Mauretania al Libano e qualche rimanenza è ancora evidente in Spagna a Granada, nelle teterias del quartiere  Albaicìn, dove però ormai ha una connotazione più turistica che altro. Il té alla menta, quello vero, quello bevuto nei café di Tangeri o di Marrakesh, porta con sé tante suggestioni, che Paul Bowles così bene fissò nel suo romanzo Il té nel deserto. Un mito per noi Occidentali in cerca di ispirazione.