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Pausa Caffé Festival: a Firenze vince la cultura del caffé (ma tranquilli: io preferisco il té!)

012In questi giorni si sta svolgendo a Firenze in piazza della Repubblica il Pausa Caffé Festival: una manifestazione concepita per avvicinare la gente alla cultura del caffé. Assaggi di caffé e degustazioni gratuite, dal 7 al 9 maggio 2014: eh sì, ahimè oggi chiude, ma quel poco che ho visto, sentito e assaggiato ieri mi è bastato per ritenermi soddisfatta.

Oltre a bere il té, io bevo il caffé. Tanto caffé, lo ammetto. Lo bevo la mattina presto, unico elemento della mia colazione, perché ho la psicologica convinzione che mi dia la sveglia (di fatto non lo so se è vero, perché se capita di rimettermi a letto dormo comunque); lo bevo spesso, forse troppo spesso, a lavoro: ed è un momento di convivialità cui non rinuncerei per niente al mondo; lo bevo al bar, quando mi va, più come uno sfizio che non perché ne senta davvero il bisogno.

Però, diciamoci la verità, io di caffé non so proprio niente. So solo che personalmente non sono in grado di fare un caffé con la moka che sia decente, so che le cialde Roma della Bialetti sono più forti delle cialde Napoli e quindi le preferisco, so che non mi piace il caffé troppo lungo e aborro totalmente il caffé americano. Io sono per l’espresso: rapido e indolore. Ma non so riconoscere se un caffé è buono o cattivo, a mala pena mi accorgo se è bruciato, di sicuro non so riconoscere un’arabica da un monorigine, né tantomeno capisco se mi state propinando un decaffeinato di nascosto.

014Come me sono tantissimi, anzi la stragrande maggioranza della popolazione italiana, coloro che consumano caffé senza sapere però in realtà cosa stanno bevendo. Perché nonostante l’Italia sia una nazione in cui il caffé è un’arte, non esiste una vera e propria cultura del caffé. Per cui sostanzialmente noi, io sicuramente, trangugiamo qualunque cosa ci sia in quella tazzina che ci viene servita al bar. E se non ci piace, almeno io ragiono così, forse non è perché è cattivo, ma perché sono io che non lo capisco.

Si discuteva proprio di questo ieri al Pausa Caffé Festival in Piazza della Repubblica, col responsabile dello stand del caffé Piansa, un simpatico signore con tanta voglia di raccontare e tanta passione nel farlo. Mi fa provare un caffé prodotto in una piccola fattoria in Honduras e mi dice che il caffé è come il vino (e come il té, aggiungo io): esistono degli assaggiatori che sanno riconoscere le sfumature di profumo e di aroma, il raccolto di quest’anno dà una resa diversa rispetto a quella dell’anno scorso e dell’anno prossimo, e quindi anche l’aroma, il gusto, il profumo, ne risentiranno (e anche in questo è come il té, aggiungo io).

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Gli chiedo il perché di questa manifestazione e mi dice che serve proprio per avvicinare la gente alla cultura del caffé, perché “si fa presto a dire caffé”. Al tempo stesso è un modo per incontrare i distributori, i commercianti, i baristi, e questa manifestazione, a poche settimane dal servizio televisivo di Report in cui si denunciava la pessima qualità dei caffé nei bar italiani (compresi quelli di Firenze), la trovo più che mai appropriata.

Dopo questa chiacchierata sono senz’altro più consapevole. Certo, avere la cultura del caffé è tutt’altra cosa, ma sono comunque contenta. Dal mio punto di vista, di una che cerca di fare la stessa cosa con il té, trovo molto importanti manifestazioni di questo tipo. E forse varrebbe la pena di fare qualcosa di simile anche per il té. Perché anche nel nostro campo “si fa presto a dire té”, e sono ancora tantissimi coloro che credono che il té sia semplicemente la bustina twinings e non hanno idea che esista il té nero, il té verde, il té bianco… addirittura non sanno che il té deriva da una pianta (e pazienza sapere quale)! Io sono decisamente a favore di un consumo più consapevole dei prodotti che amiamo o che consumiamo maggiormente. Imparare a conoscere questi prodotti richiede molto tempo, anni almeno nel mio caso con il té, ed è un’apprendere che non si ferma, ma è in continuo divenire e non avrà mai fine. In Italia manca una cultura del té, come dico fin dai primi post di questo blog, anche se vedo intorno a me un interesse crescente e una certa curiosità verso le infinite sfumature che un té può assumere.

Ah, intanto che ero lì a sorseggiare caffé è passato un corteo di giapponesi in kimono, per il Wa! Japan Film Festival che si sta svolgendo in questi giorni a Firenze. E mi hanno riportato sulla retta via… del té… 😉

016In bocca al lupo a chi promuove in Italia la cultura del caffé, e a chi fa lo stesso con il té. Con l’augurio che in Italia ci siano sempre più consumatori consapevoli di prodotti di qualità. Perché io di bere acqua sporca (sia in un senso che nell’altro) mi sono sinceramente stufata.

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SHIZUOKA: cielo, terra e piantagioni di té

Voglio condividere con voi quest’immagine che trovo stupenda. L’ho scovata da qualche parte nel web, ed ho scoperto essere simile, se non uguale, ad un’analoga immagine pubblicata sul n° 48 della rivista di Slow Food, dicembre 2010, all’interno di un lungo speciale dal titolo evocativo, “Foglie rituali”, in cima ad un articolo che ha un altro titolo evocativo, “Il sogno del té”. L’articolo è dedicato alle piantagioni di té della regione di Shizuoka, Giappone, a Ovest di Tokyo.

Shizuoka Giappone

Le piantagioni di té sullo sfondo del Monte Fuji nella regione di Shizuoka, Giappone

Un paesaggio semplice, eppure speciale, dove la mano dell’uomo ha scolpito filari di camelie come siepi di un labirinto. La vista spazia, e sullo sfondo il Monte Fuji domina, eterno custode di queste terre. Un solo albero anima la distesa ondulata di un verde brillante tutto uguale. I nuovi germogli attendono di essere colti, il té verde di qui a poco potrà essere preparato.

Potrebbe essere una delle vedute del Monte Fuji di Hokusai, l’artista giapponese le cui stampe hanno fatto il giro del mondo, contribuendo a diffondere quell’idea di magico, rituale, sospeso nel tempo che la tradizione giapponese ci suggerisce.

Immagine senza tempo, panorama immoto, perfetto di quella perfezione fatta di tanti piccoli dettagli che da soli non dicono nulla, ma che uniti insieme danno vita ad un sogno. Tutto è fermo qui. Eppure quanto si muove poco più in là, dietro l’obiettivo della fotocamera! Vedo un brulicare di contadini e di donne che colgono i germogli nelle loro ceste di bambù, ognuna china sul filare che le è stato assegnato. Ma ancora prima vedo un uomo, ogni ruga dei suoi anni scolpita dal sole e dal vento, e dal mutare delle stagioni. Lui deciderà de è giunto il momento: coglie tre foglie da una pianta, umida della rugiada mattutina. Le mette in una tazza, vi versa sopra dell’acqua calda. Poi aspetta. Quindi assaggia. E’ giunto il momento. Il giorno del raccolto è vicino. E si allontana tra i filari, accarezzandoli come fossero spighe di grano, imoltrandosi in questo paesaggio senza tempo, sorridendo all’eterno Monte Fuji.

La stanza del té – 1° parte

In Giappone, alla preparazione e alla degustazione del té è destinata una costruzione a sé stante rispetto alla casa giapponese, ovvero la Sukiya, la Stanza del té. Questo termine ha alcuni significati: dimora della fantasia, in quanto ospita un impulso poetico (la preparazione del té); dimora del vuoto, perché priva di ornamenti. Fu il maestro del té Sen-no-Soeki, generalmente noto col nome di Rikyu, a separare la stanza del té dalla Casa Giapponese. Da semplice porzione di soggiorno separata da un paravento, la sukiya di Rikyu ha la stanza del té vera e propria, che può accogliere 5 persone al massimo, da un’anticamera, mizuya, in cui gli utensili sono lavati e preparati prima dell’uso, da un portico, machiai, sotto il quale gli invitati attendono di poter entrare, collegato alla sukiya da un sentiero nel giardino, il roji. La sukiya è piccola, deve dare l’impressione di una raffinata povertà. Sembra spoglia ed essenziale, e lo è, ma è frutto di una profonda elaborazione artistica perché i dettagli sono scelti con la stessa cura con cui si sceglierebbero per il palazzo imperiale. I falegnami cui si rivolgono i maestri del té non sono falegnami comuni, ma artigiani specializzati.

sukiya

La semplicità e la purezza della stanza del té vanno ricercati nel tentativo di emulare il monastero zen. Infatti i fondamenti della cerimonia del té risalgono al rituale dei monaci zen che bevevano a turno il té dalla stessa ciotola davanti all’immagine di Bodhidharma; dal monastero zen deriva nella stanza del té il tokonoma, una sorta di altare su cui si dispongono opere d’arte o fiori per il diletto degli ospiti.

to be continued

La camellia sinensis descritta da Lu Yu

L’abbiamo già detto, la Camellia Sinensis è la pianta sempreverde della famiglia delle Teacee dai cui germogli si ricava, per infusione, il té. E’ originaria della Cina Meridionale, ed è conosciuta sin dai tempi più remoti dalla botanica e dalla medicina cinesi: era molto apprezzata per le sue proprietà di alleviare la fatica, dilettare lo spirito, rafforzare la volontà e la vista. La si usava come medicinale, sia come pozione che come pomata contro i dolori reumatici. I taoisti la consideravano un ingrediente dell’elisir dell’immortalità e i buddhisti la usavano per prevenire la sonnolenza durante le ore di meditazione.

Ma vediamo la descrizione che fa Lu Yu, l’autore del Ch’a-ching, il Canone del té (ho già parlato di lui qui), della pianta del té: 

I suoi fiori sono bianchi, come bianche rose rampicanti. Il genere migliore cresce sulle rocce, quello di media qualità su terreno sassoso; il migliore è quello che cresce selvatico, le specie coltivate sono di seconda qualità. Cresce meglio sulle rocce voltge a Sud, presso foreste profonde. Meglio di tutte la varietà color porpora, e subito dopo viene la verde; meglio di tutte le varietà a forma di gemme, e subito dopo vengono i piccoli germogli. Le foglie curve sono le più squisite; subito dopo vengono quelle piatte.”

Nello scegliere le foglie per il té bisogna sapere che quelle di migliore qualità devono “avere pieghe come gli stivali di cuoio dei cavalieri tartari, torcersi come la giogaia di un vigoroso torello, aprirsi come nebbia che salga da una gola, scintillare come un lago sfiorato dallo zefiro, ed essere soffici ed umide come il terriccio dopo la pioggia.“*

Questo è il té, e la pianta da cui si produce: pura poesia.

camellia sinensis

la camellia sinensis

* Da Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del té, pp. 22-23 e nota 3 p. 83.

Esiste in Italia una cultura del té? – parte 2°

Nello scorso post mi chiedevo se esiste in Italia una cultura del té. Secondo me la risposta è no, come avevo cominciato a spiegare fornendo una serie di motivazioni: ragioni storiche, culturali, la modernità e le tradizioni. In questo post concludo l’elenco delle mie motivazioni:

  • interesse: si sta diffonfendo l’interesse per il té, ma in molti casi come risultato di un interesse per l’Oriente. Molte associazioni che promuovono la cultura orientale, ovviamente illustrano le varie cerimonie del té. L’interesse quindi nasce, viene il desiderio di emulare, di imitare, ma lo consideriamo, comunque, come qualcosa d’altro, di estraneo alla nostra forma mentis.
  • moda: eppure in questo momento in Italia il té va di moda. Gli scaffali delle librerie si vanno riempiendo di libri sull’argomento, si organizzano sempre più manifestazioni in cui il té è ospite d’onore: un esempio palese è stato ad esempio la manifestazione Antiche Camelie della Lucchesia 2010: la festa delle camelie in fiore ha trattato principalmente il té che è prodotto dalla camelia che invece fiore non dà. Siccome è una moda, il té in bustina dei grandi marchi, Twinings oppure Lipton, spadroneggia nei supermercati. Accanto ad essi si diffondono le più svariate sottomarche, sulla cui qualità spesso c’è da dubitare.
  • questione di gusti: non essendoci una cultura del té, il consumo è piuttosto eterogeneo, e  anch’esso segue le mode. Negli anni ’80 c’era solo il té nero, forse qualche primo esempio di té nero aromatizzato. Il té verde è un’acquisizione recente, il té bianco è ancora misconosciuto. Accanto al té, in Italia con gli anni ha preso sempre più piede l’infuso. Una volta c’era solo la camomilla e ho memoria, quand’ero piccola, del tiglio-menta. Ma è solo in tempi recenti che l’infuso dopopasto, o comunque rilassante, si è diffuso a macchia d’olio: il settore infusi-tisane è più esteso dello scaffale del té al supermercato. Merito di un’efficace campagna pubblicitaria che passa per le riviste femminili di salute e bellezza. Ci sarebbe da chiedersi chi influenza chi, se il nostro gusto influisce sul mercato o piuttosto il contrario…non sono certa di volerlo sapere!

In conclusione, l’Italia non ha una sua propria cultura del té. Prende a prestito da altre culture, ma non rielabora, non crea qualcosa di nuovo. Forse è perché la scoperta del té è un’acquisizione tutto sommato recente, e che ha visto il boom negli ultimi 5-10 anni. Abbiamo ancora bisogno di farlo entrare nella nostra tradizione e nella nostra cultura.

Esiste in Italia una cultura del té?

La risposta è no, tanto per fugare ogni dubbio. Dopo attenta analisi e riflessione sono giunta alla conclusione che in Italia non esiste, non è diffusa una cultura del té. Mentre, al contrario, quella del caffé è addirittura un’arte, il té è invece un vezzo d’importazione. Le motivazioni sono facilmente intuibili; provo qui ad elencare le principali:

  • innanzitutto ragioni storiche: se prendiamo come termine di paragone l’Inghilterra, notiamo subito che gli Inglesi hanno conosciuto il té in Oriente, lo hanno acquisito, assorbito, e lo hanno importato nella propria patria facendolo diventare un tratto distintivo della loro cultura. Alla base c’è stato l’incontro con chi già lo beveva, gli Orientali; poi l’importazione in patria e l’adattamento alle esigenze inglesi ne ha fatto un vero rito. In Italia non è avvenuto niente del genere: non abbiamo neanche mai avuto compagnie di importatori di té perché, chiaramente, in economia da sempre è la domanda che genera l’offerta.
  • ragioni culturali: sono strettamente legate alle ragioni storiche: nella nostra cultura e nell’organizzazione della nostra giornata non è concepito un momento da dedicare  a noi stessi, come può essere il té delle 5 a Londra o una cerimonia del té a scelta tra CIna e Giappone.
  • modernità: ciò è tanto più evidente oggi: il massimo che ci concediamo è la pausa caffé in ufficio (chiaramente per chi lavora: sapeste quanto té ho bevuto finché ero disoccupata…). Siamo sempre di corsa, mentre la preparazione del té, con tutti i sacri crismi, richiede calma e lentezza. Non avendone la tradizione, non ne sentiamo la necessità. Ben diverso dagli Inglesi, per i quali è un irrinunciabile momento della giornata.
  • tradizioni: non esiste una tradizione italiana del té. Mentre esiste, per dirne uno, l’English Breakfast, in Italia non è mai stato creato un blend che si sia imposto sul mercato. Non è necessario autoprodurre il té: gli Inglesi tuttora lo importano. Non abbiamo neanche creato strumenti italiani per preparare il té: usiamo porcellane cinesi, teiere in ghisa giapponesi, ammiriamo i servizi da té marocchini e il samovar russo. Ma noi non abbiamo creato nulla di tipicamente italiano con la sola funzione di bere il té.

[to be continued…nel prossimo post]