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Rivedere la Cerimonia del Té

Non mi è bastato fare un corso di cerimonia del té. Non mi è bastato imparare tutti i termini degli strumenti, i vari passaggi della cerimonia, provare a preparare io stessa il té proprio secondo il Chado, rifarlo a casa, allestire anche dei set fotografici con mio marito per immortalare il momento. No. Io quando so che in giro viene fatta una cerimonia del té, devo vederla, devo andare: da vera “collezionista” appassionata della materia, non mi basta vederla una volta per dire “ok, l’ho aggiunta all’archivio delle cose fatte e viste”, no: piuttosto sono come gli appassionati d’opera lirica, che sapranno a memoria tutte le arie di un’opera, ma vanno ugualmente, anno dopo anno, a rivederla a teatro (e casomai diventano così bravi da riuscire a fare confronti, sviluppando anche uno spirito critico oltre ad appagare il loro piacere). 

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Così, quando ho saputo che al XV Festival Giapponese a Firenze indetto da Lailac ci sarebbe stata una dimostrazione di Cerimonia del té, mi sono precipitata senza por tempo in mezzo! Nella tensostruttura montata davanti alla Limonaia di Villa Strozzi che ospita il Festival, sul palco approntato per i vari eventi della manifestazione, la ragazza che ha insegnato a me la cerimonia del té questo inverno ha illustrato tutti i passaggi della cerimonia. Per l’occasione hanno fatto provare due persone del pubblico, una che preparasse e l’altra che bevesse il té, cioè l’ospite (perché anche l’ospite ha un ruolo non di poco conto nella cerimonia). Mi sono proposta per preparare il té, ma la sorte non mi ha arriso, ahimè. Questo però mi ha consentito di guardare la cerimonia con una maggiore consapevolezza questa volta rispetto alle mie esperienze precedenti: così ho sorriso vedendo le difficoltà nel piegare il fukusa, ho ricordato i movimenti del braccio per muovere l’hishaku per prendere l’acqua calda, i giri col frullino all’interno della tazza per pulirla, l’inchino degli ospiti e il dolcino zuccherosissimo con il quale si accompagna la bevuta, le operazioni di pulizia e ancora il difficoltosissimo fukusa. 

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Non so, ma vedere la cerimonia con gli occhi di chi già la conosce mi ha permesso di apprezzarla forse ancora di più: perché se finora era stata semplice curiosità quella che mi aveva spinto a guardarla (e poi a provarla), oggi c’era soprattutto il puro piacere di vederla. Proprio come quando si va a vedere per l’ennesima volta il Barbiere di Siviglia e si canticchia tra sé e sé “Sono il factotum della città della città della città!“.

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La cerimonia sul vassoio

In giapponese si chiama obon ed è il vassoio che viene utilizzato per fare la cerimonia del té senza tutti gli apparati previsti dalla cerimonia del té tradizionale. E’ una cerimonia solo in parte semplificata, perché ci sono meno strumenti e meno gesti, ma ciò non vuol dire che non richieda la stessa cura e attenzione nell’esecuzione sia da parte di chi prepara il té che da parte di chi lo riceve.

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Rispetto alla cerimonia tradizionale, di cui ho parlato, seppur limitatamente, in qualche post fa, nella variante col vassoio tutto si svolge intorno al vassoio, per l’appunto. Non è predisposto il bollitore, ma un contenitore con l’acqua bollente, che viene versata una prima volta per scaldare la tazza, poi per preparare il té e infine per pulire la tazza alla fine; viene portato il kensui, contenitore circolare di bambù nel quale viene svuotata l’acqua scartata, e viene portato l’obon, sul quale sono poggiati il chawan, la tazza, il nazume che contiene il té, il fukusa, che serve per pulire gli strumenti, il chakin, la garza bianca che asciuga la tazza, il chashaku, il cucchiaino di bambù col quale si versa il té in polvere nella tazza, e il chasen, il frullino per preparare il té matcha.

L'obon con gli strumenti prima dell'inizio della cerimonia del té

L’obon con gli strumenti prima dell’inizio della cerimonia del té

Appena il vassoio è posato sul posto davanti a noi, si spostano gli strumenti in modo da dare la caratteristica forma a tartaruga: così la tazza centrale è il corpo, il nazume la testa, il chakin fa da zampa sinistra anteriore e il chasen da zampa destra anteriore, mentre la zampa destra posteriore è formata dal chashaku e quella sinistra dal fukusa. La solita esigenza di ordine è alla base di questa bizzarra, ma simmetrica, disposizione degli oggetti.

Gli strumenti disposti "a tartaruga" nella cerimonia del té con l'obon

Gli strumenti disposti “a tartaruga” nella cerimonia del té con l’obon

I passaggi per la preparazione del té non sono poi molto diversi da quelli della cerimonia tradizionale: si puliscono per prima cosa gli strumenti, quindi si scalda la tazza, si prepara il té, l’ospite lo beve, quindi si puliscono gli strumenti e si conclude. Detta così sembra molto veloce e invece no, anche in questo caso ogni gesto viene compiuto con la giusta dose di solennità, in un mix di calma e di attenzione spasmodica ai dettagli.

La cerimonia del té col vassoio è la variante da esportazione, se così vogliamo definirla, della cerimonia giapponese tradizionale: mancano alcuni strumenti, come il bollitore, il mizusashi, che sarebbe il contenitore dell’acqua fredda, e l’hishaku, ovvero il mestolino di bambù col quale si prende l’acqua dal bollitore per versarla nella tazza. Nella cerimonia col vassoio al bollitore si sostituisce una teiera, pertanto l’acqua viene versata direttamente, senza passaggi intermedi. Dato che è una cerimonia più semplificata e che richiede meno strumenti, si può facilmente riprodurre (a patto, certo, di saper ricordare a memoria tutti i passaggi: e questa non è cosa da poco, anzi!) anche a casa nostra. Ah, ed essendo sul vassoio non è obbligatorio stare inginocchiati a terra… sapevatelo!

Detto questo, qualcuno vuole venire da me per una cerimonia del té fatta su misura? Sarete le mie cavie…

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Il primo tè matcha non si scorda mai…

È successo, finalmente! Finalmente, ho preparato il mio primo tè matcha!
Voi mi direte: e che ci vuole? Basta avere il tè, il frullino, una tazza e dell’acqua calda e il gioco è fatto!
E invece no! innanzitutto il “frullino” si chiama chasen, per favore! E poi si dà il caso che preparare il tè matcha sia un’arte, anzi, l’Arte del tè! Non senza un certo timore reverenziale mi appresto a parlarne, soprattutto ora che, svolgendo un corso di Cerimonia del Tè Giapponese da qualche lezione, mi rendo conto di quanto non si tratti solo di gesti e di utensili, ma di un vero linguaggio, di una mentalità decisamente lontana da quella del nostro mondo occidentale.

Comunque sia, nella scorsa lezione ho preparato, finalmente, il mio primo vero tè matcha. Dico vero perché finora, possedendo un frullino, pardon, chasen, e un tè, mi era già capitato di prepararlo; ma così, senza nessuna spiegazione né consiglio, posso ora dire che avevo preparato dell’acqua calda verde dal gusto particolarmente forte.

Ma veniamo alla preparazione del té matcha, quello vero.

Intorno alla preparazione del tè ruota, ovviamente, tutta la cerimonia del té. Da quando si entra nella stanza del tè a quando si preparano gli strumenti e si usa il fukusa per pulire gli utensili, tutto è studiato in funzione del gesto di preparazione della verde bevanda.

Prima di preparare il tè va scaldata la tazza. Si prende l’hishaku, il mestolo di bambù, e si prende dal bollitore l’acqua calda che viene versata nel chawan, la tazza. Si prende quindi il chasen, il frullino, e lo si pulisce con l’acqua controllando le punte in bambù per verificarne la consunzione.

Con movimenti fluidi e armonici si gira poi l’acqua nella tazza in modo da scaldarne le pareti, quindi si getta. Si pulisce la tazza, quindi si prende dal nazume, il contenitore per il tè, la verde polvere del matcha con il shashaku, due volte.

A questo punto tutto è pronto per il tè. Con l’hishaku si prende acqua fredda dal mizusashi, il contenitore dell’acqua fredda, per versarla nel bollitore, in modo da mitigare il bollore. Immediatamente, quasi ad inseguire l’ultima goccia versata, si tuffa l’hishaku nel bollitore per prendere l’acqua calda, di cui solo metà, il giusto quantitativo per una tazza di tè matcha, si versa nel chawan.

È il momento: si mescola energicamente il tè col chasen, fino a creare una schiumetta verde chiaro piuttosto decisa. L’ultimo giro di chasen serve per raggruppare la schiuma centrale quasi a fare una collinetta: il touch of class, come si suol dire…

Ed eccolo pronto il primo tè matcha della mia esistenza da preparatrice consapevole di tè verde giapponese secondo la tradizione. Perché ancora è troppo presto per dire che sono un’esperta di cerimonia del tè…

Dettagli della cerimonia del té giapponese: l’uso del fukusa

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La cerimonia del té giapponese Chanoyu è la somma di tanti gesti e azioni che, presi uno per uno, sembrano e sono insignificanti, ma che tutti insieme concorrono alla perfezione dell’azione. Così ogni singolo oggetto contribuisce alla riuscita dell’intero rituale. Ogni utensile è ugualmente importante, dalla tazza/chawan, nella quale si prepara e si beve il té, al frullino/chasen per preparare il matcha, al mestolo di bambù/hishaku col quale si versa l’acqua calda nella tazza, fino al fukusa, l’umile fazzolettino quadrangolare di seta col quale si spolverano gli utensili.

Proprio il fukusa, oggetto che uno spettatore casuale di una cerimonia del té probabilmente neanche nota la prima volta che assiste ad un evento del genere, è centrale nei primi momenti della cerimonia.

Piegare il fukusa è uno dei primi movimenti che chi prepara il té deve imparare a compiere, con grazia e precisione (quanta ne può consentire un fazzoletto quadrato dalla forma non perfetta e scivoloso per via della seta). Il fazzolettino di seta va piegato, per prima cosa, a triangolo, e inserito nell’obi, la cintura del kimono, prima dell’avvio della cerimonia.

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Quando si comincia, il fazzoletto viene estratto con la mano sinistra dall’obi, quindi lasciato aprire, e piegato con una serie di movimenti che sembrano danza delle dita e dei polsi. Tutto questo serve per ridurre il fukusa alla dimensione giusta per pulire il coperchio del barattolo contenente il matcha/nazume.

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Un gesto apparentemente umilissimo e che si potrebbe tranquillamente compiere dietro le quinte di una cerimonia del té, assume invece una grazia e un’importanza tutta sua particolare: il perché si scopre subito dopo, quando viene pulito un altro strumento della cerimonia, il cucchiaino per il matcha/chashaku. Anch’esso va pulito col fukusa, che vi viene passato 3 volte, per togliere la polvere. Ogni gesto viene compiuto per conferire importanza alle singole cose, chi compie l’azione guarda con attenzione ciò che fa ed è osservato a sua volta dagli ospiti della cerimonia, primo tra tutti l’ospite d’onore. L’attenzione alle piccole umili cose, come possono essere i gesti della pulizia degli utensili è rivelatrice della grazia e dell’attenzione nel preparare il té.

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Il fukusa viene utilizzato ancora una volta prima dell’inizio della preparazione del té, e questa volta non per pulire, ma per sollevare il coperchio dal bollitore. Dopo quest’ultimo gesto, il fukusa, ripiegato, viene messo da parte, a lato di chi prepara il té, nascosto alla vista degli ospiti. E la preparazione del té può avere inizio.

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Le immagini della cerimonia del té di questo post sono tratte da http://www.guavarose.com/2012/06/chanoyu-the-way-of-tea-part-one/

Il saluto a Rykiu

Ho iniziato a fare un corso di cerimonia del tè. Lo faccio a Firenze, al Lailac, l’associazione Culturale Giapponese che cura una serie di manifestazioni di cui ho parlato qui in varie occasioni (Natsu Matsuri, i tamburi Taiko…). È da qualche anno che faccio la corte al corso di cerimonia del té, e quest’anno, 2013, le congiunzioni astrali hanno fatto sì che io riuscissi finalmente a iscrivermi. Ho assistito alla prima lezione mercoledì scorso. È un’esperienza interessante, che mi piacerà raccontare qui. Questo è il primo post che dedico all’argomento, pertanto l’ho intitolato con uno dei gesti rituali della cerimonia: il saluto a Rykiu, Sen Rykiu, colui che canonizzò la cerimonia del tè giapponese riportando lo spirito del tè ad un’essenzialità e una semplicità che si era persa nonostante la filosofia zen imperante nel Giappone del XVI secolo. A lui, dunque, si deve il canone del Chado, la via del tè, che viene praticata tuttora in Giappone.

Una stampa giapponese con una bella rappresentazione di una cerimonia del té

Il saluto a Rykiu si compie durante la cerimonia del tè, ed è l’omaggio che maestro del tè e invitati seduti sul tatami rivolgono a colui che per la prima e unica volta fissò le azioni, i movimenti, gli oggetti, tutto ciò che avviene durante il chanoyu. Senza il quale, probabilmente non esisterebbe più nulla di tutto ciò.

La cerimonia del tè, chanoyu, si svolge nella stanza del tè, una camera spoglia col pavimento coperto dal tatami. In fondo alla stanza bolle l’acqua e accanto, su un basso tavolino sta il tokonoma, un fiore o un’opera d’arte, realizzato o posizionato lì per deliziare la vista e lo spirito dell’ospite d’onore della cerimonia.

Ogni cerimonia del tè che si rispetti ha un ospite d’onore. A lui vanno le maggiori attenzioni, lui entra per primo, beve per primo, a lui spetta l’omaggio da parte degli altri invitati, che hanno l’onore di poter bere il tè con lui, a lui spetta di decidere quando la cerimonia del tè può avere termine.

Cerimonia del té, photo by Eliza R. Scidmore, National Geographic Archive

La prima lezione di corso è stata… curiosa: curiosa perché io ero curiosa e guardavo tutto con gli occhi aperti il doppio, con i sensi tutti tesi a cercare di carpire e capire quanto più possibile. Improvvisamente, infatti, sono stata sbalzata in un mondo totalmente nuovo, del quale poco conosco, eccetto quello che ho letto ne “Lo zen e la cerimonia del tè” di Kakuzo Okakura; un mondo fatto di cerimoniale, di cura e attenzione alle piccole, minuscole cose, attenzione che da fuori potrebbe sembrare maniacale ai gesti, gestualità che ha dell’artefatto e del sacro, forse: il tutto è un inno alla semplicità, ma quanto sono complicate agli occhi degli occidentali queste cose semplici!

Nella prima lezione abbiamo imparato ad essere ospiti, quindi a bere il tè. A bere il tè son buoni tutti, si potrebbe pensare, e invece no, perché anche per bere il tè ci sono regole da seguire, movimenti da compiere e pose da assumere.

una cartolina del 1931 raffigurante la cerimonia del té giapponese

una cartolina del 1931 raffigurante la cerimonia del té giapponese

Incredibile quante cose ci siano da imparare: a camminare innanzitutto, e a stare seduti. A stare seduti a lungo. Perché sul tatami si sta seduti, o meglio, inginocchiati per tutto il tempo della cerimonia. E noi occidentali abituati alle sedie e non a stare in ginocchio per ore, per quanti sforzi possiamo fare non resistiamo più di tanto: si comincia con un formicolio che diventa poi indolenzimento e infine dolore che distrae. E questo non deve accadere.

Da imparare ci sono anche alcune parole, i nomi giapponesi degli oggetti che vengono coinvolti nella cerimonia del tè, dal fukusa, che è il tovagliolo di seta non perfettamente quadrato che ogni maestro possiede, al chawan, che è la tazza in ceramica. La tazza ha sempre un decoro che ne identifica un “davanti” rispetto a un “dietro”: e la posizione del decoro è importante nel corso della cerimonia.

Chawan, chasen e nazuma, il contenitore del té matcha

Quando l’ospite entra nella stanza del tè per prima cosa deve rendere omaggio al tokonoma, poi prendere posto. L’ospite d’onore entra per primo, a seguire, in ordine di importanza, gli altri ospiti, che si vanno a mettere accanto. L’ospite d’onore beve per primo, per lui è preparata la prima tazza di tè. Chi viene dopo di lui, e dopo di lui berrà il tè, ha l’obbligo di rendergli omaggio, ringraziando per la possibilità di poter prendere il tè con lui, e all’ospite che viene dopo, scusandosi se beve il tè prima. Poi rivolge al maestro del tè la sua approvazione per la bevanda appena ricevuta.

Viene preparata una tazza di tè per volta, e mentre il maestro prepara, agitando nella tazza il chasen, il frustino di bambù che mescola la polvere di matcha all’acqua, l’invitato di turno mangia uno zuccherino o un dolcino, per compensare l’amaro del matcha. L’invitato riceve poi il suo tè, gira la tazza in modo da non bere sul lato “nobile”, quindi restituisce la tazza al maestro, che la pulisce e la riutilizza per servire il tè al prossimo invitato.

gli oggetti principali del chanoyu: la tazza chawan con il té matcha, il frustino in bambù chasen e il dolcetto per gli ospiti

Una cerimonia del tè, che si caratterizza per la calma e la lentezza dei suoi gesti, può durare anche ore. Ma quando l’ospite d’onore decide che ha bevuto abbastanza, allora il maestro ripone i suoi oggetti e conclude la cerimonia. Anche nell’uscire dalla stanza del tè si segue una regola: sempre per primo l’ospite d’onore, e a seguire gli altri invitati in ordine di importanza.

Non è facile ricordare tutti i gesti: sono tanti, minimi dettagli che contribuiscono a rendere speciale un evento del genere. Per riuscire al meglio bisogna calarsi nella parte (dando retta il meno possibile alle gambe doloranti), riuscire a pensare solo a quello che si sta facendo, ma nel più naturale dei modi: questo sarebbe lo spirito per partecipare ad una cerimonia del tè, che sempre più si connota come occasione per lasciare fuori dalla porta le preoccupazioni, gli affanni, le corse, la fretta che governa la nostra vita quotidiana, lasciandosi trasportare dalla calma, dall’attenzione ai singoli piccoli gesti che regolano la via del tè.

Karate Kid 2, e la cerimonia del té

Mi è capitato di rivedere Karate Kid 2. Ho scoperto che nel corso del film c’è la rappresentazione di una cerimonia del té. Rivederla è stata una piacevole sorpresa, così, visto che su youtube esiste un video di tutto, ho pensato di riproporla anche a voi. Non sarà filologicamente corretta, magari, ma è un bel momento di cultura e tradizione giapponese gratuita all’interno di un film made in USA anni’80. E non è per niente scontata!

Buona visione!

La stanza del té – 1° parte

In Giappone, alla preparazione e alla degustazione del té è destinata una costruzione a sé stante rispetto alla casa giapponese, ovvero la Sukiya, la Stanza del té. Questo termine ha alcuni significati: dimora della fantasia, in quanto ospita un impulso poetico (la preparazione del té); dimora del vuoto, perché priva di ornamenti. Fu il maestro del té Sen-no-Soeki, generalmente noto col nome di Rikyu, a separare la stanza del té dalla Casa Giapponese. Da semplice porzione di soggiorno separata da un paravento, la sukiya di Rikyu ha la stanza del té vera e propria, che può accogliere 5 persone al massimo, da un’anticamera, mizuya, in cui gli utensili sono lavati e preparati prima dell’uso, da un portico, machiai, sotto il quale gli invitati attendono di poter entrare, collegato alla sukiya da un sentiero nel giardino, il roji. La sukiya è piccola, deve dare l’impressione di una raffinata povertà. Sembra spoglia ed essenziale, e lo è, ma è frutto di una profonda elaborazione artistica perché i dettagli sono scelti con la stessa cura con cui si sceglierebbero per il palazzo imperiale. I falegnami cui si rivolgono i maestri del té non sono falegnami comuni, ma artigiani specializzati.

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La semplicità e la purezza della stanza del té vanno ricercati nel tentativo di emulare il monastero zen. Infatti i fondamenti della cerimonia del té risalgono al rituale dei monaci zen che bevevano a turno il té dalla stessa ciotola davanti all’immagine di Bodhidharma; dal monastero zen deriva nella stanza del té il tokonoma, una sorta di altare su cui si dispongono opere d’arte o fiori per il diletto degli ospiti.

to be continued