Archive for the ‘té nell’arte’ Category

Lusso ed eleganza a Palazzo Pitti

Si trattavano bene i Granduchi di Toscana. E ancora meglio si trattavano i re di Francia: quelle porcellane finissime prodotte dalla manifattura di Sèvres, ricchissime e pretenziose nelle forme e nelle decorazioni, erano certo un ulteriore elemento di lusso della corte francese, guardate con ammirazione dagli ospiti internazionali che si trovavano a passare da Versailles.

La locandina della mostra di Palazzo Pitti (Firenze)

In Italia, Toscana, Sesto Fiorentino, anzi Doccia, nel 1737 apre i battenti la manifattura Ginori. L’evento coincide temporalmente con l’insediarsi, alla guida del Granducato, di Pietro Leopoldo di Lorena, il cui governo fu improntato alla crescita imprenditoriale e tecnologica del territorio. Se si visita il Museo di Doccia si può proprio vedere, vetrina dopo vetrina, oggetto dopo oggetto, lo svilupparsi delle tecniche, delle produzioni, che vanno verso il miglioramento tecnologico e le produzioni di lusso man mano che le innovazioni tecnologiche e i contatti con i vicini francesi portano nuove conoscenze e decorazioni.

Servito da té, manifattura Dagoty, 1810. Porcellana smaltata

Servito da té, manifattura Dagoty, riassortito a Doccia, 1810. Porcellana, biscuit e pasta smaltata. Firenze, Palazzo Pitti, Museo delle Porcellane

La mostra che si può visitare ora al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti (fino al 23 giugno 2013) ci racconta proprio del periodo in cui la manifattura di Doccia viene a contatto con le manifatture di lusso francesi, soprattutto durante il periodo dell’Impero Napoleonico e soprattutto grazie all’interessamento di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone e granduchessa di Toscana fino al 1814. Costei promosse un rinnovato interesse per le arti di cui da tempo a Firenze si sentiva la mancanza (eh, i fasti della Firenze rinascimentale erano in effetti ormai solo un ricordo..). Il suo mecenatismo richiamò a Firenze scultori, pittori, musicisti, e sostenne anche le industrie artigiane toscane, incentivando la lavorazione della seta, della mobilia e, per l’appunto, della porcellana. In questo contesto la manifattura di Doccia ebbe un posto di rilievo, accogliendo importanti influssi francesi sia nella ricerca delle forme che nelle decorazioni.
In particolare, la manifattura, sotto la direzione di Carlo Leopoldo Ginori Lisci fece sue importanti innovazioni tecniche e stilistiche provenienti dalla Francia.

teiera Asselin. Manifattura di Sèvres, 1813. Donata da Napoleone a Elisa BAciocchi, Granduchessa di Toscana

In mostra si ripercorre tutta questa fase e storia della produzione di Doccia, con il costante e continuo rimando alle lussuose porcellane francesi che fecero da modello alle produzioni di lusso di Doccia.

Come sempre io mi interesso soltanto ad una tipologia di oggetti esposti a mostre di questo tipo, ovvero le teiere e i servizi da té; e c’è da dire che effettivamente in questo caso scarseggiano, ma per un motivo molto semplice: in Francia e soprattutto in Italia a inizio ‘800 il té non è una bevanda diffusa, non vi è la pratica di berlo come invece avviene nell’Inghilterra di quegli anni (e poi soprattutto più tardi, in epoca vittoriana). Questa scarsa presenza non deve quindi stupire, anzi dà modo di concentrarsi sull’osservazione degli altri oggetti, tutti assolutamente bellissimi, elaboratissimi, sia che siano di manifattura francese o italiana. E’ quasi divertente, anzi, vedere i decori sulle produzioni francesi e ritrovarli pressoché uguali su quelle italiane, oppure stupirsi di fronte alle placche e alle lastre in porcellana dipinta che riproducono dipinti famosi dell’arte italiana rinascimentale… Le forme articolatissime di alcuni vasi, poi, alcuni immensi, altri con preziosissime anse, altri ancora placcati d’oro oppure blu, altri con inserti in materiale a contrasto che non fa altro che impreziosire l’insieme, si possono considerare veri e propri oggetti di design per un mercato di élite, e che élite: quella dei regnanti d’Europa e delle loro corti. Non certo oggetti da mercatino dell’antiquariato…

Abraham Constantin (1785-1855); manifattura di Sèvres (?) Venere Da Tiziano 1821. Lastra rettangolare in porcellana dipinta; cornice dorata contemporanea di fattura fiorentina Torino, Galleria Sabauda

Abraham Constantin (1785-1855), Venere; manifattura di Sèvres (?) 
Da Tiziano,1821. Lastra rettangolare in porcellana dipinta; cornice dorata contemporanea di fattura fiorentina. Torino, Galleria Sabauda. Credits: unannoadarte.it

#invasionidigitali al Museo di Doccia

Non potevo esimermi. Le invasioni digitali, anzi #invasionidigitali hanno conquistato in meno di un mese tutta Italia, qualsiasi tipo di struttura culturale, dal museo al parco archeologico al giardino al centro storico; musei di qualsiasi categoria, poi, dall’archeologico, allo storicoartistico, al contemporaneo, allo scientifico… Ogni regione ha accolto le sue invasioni, toccando le corde giuste del cuore di ciascuno. E io da brava blogger, toscana di adozione, e amante del té, non ho potuto esimermi e ho preso la palla al balzo: e quando mi ricapita, del resto, di visitare il Museo Richard-Ginori di Doccia, a Sesto Fiorentino con una visita guidata approfondita? E così è stato, e ho aderito con entusiasmo all’iniziativa. Questo mio post è dunque sì un necessario plauso alle invasioni digitali, che hanno permesso di dare risalto ad una struttura quale il Museo di Doccia, ignota ai più, ma anche un resoconto, il mio personalissimo, sulla produzione di teiere in quel di Sesto Fiorentino, da metà del ‘700 a metà del ‘900. Altrimenti che ci sto a fare io?

Venite con me, allora, in questa invasione digitale fotografica, del Museo di Doccia. Il bottino? Le teiere e i servizi da té che il museo mostra al suo pubblico.

Teiera in porcellana. Circa 1750

Teiera in porcellana. Circa 1750

Siamo a metà circa del 1700. La neonata  manifattura di Doccia comincia i primi esperimenti con la porcellana: una porcellana bianca, semplice essenziale, come ben riassume questa teiera…

Museo di Doccia, porcellana, 1740

Museo di Doccia, porcellana, 1740

Già intorno al 1740, per rispondere alle esigenze del mercato, soprattutto di un mercato d’élite, la manifattura di Doccia si dedica all’imitazione di decori di ispirazione orientale. Questa teiera ne è un esempio…

Museo di Doccia, 1740

Museo di Doccia, 1740

Sempre intorno al 1740 avviene l’incontro con le manifatture viennesi, che ispirano agli artigiani/artisti di Doccia nuove forme e nuove decorazioni, come i paesaggi, ben evidenti su questo servizio da té…

Manifattura di Doccia, 1780-1820

Manifattura di Doccia, 1780-1820

Intorno al 1740 si diffonde presso la Manifattura di Doccia anche il decoro “a paesi”, cui col tempo si sostituiscono le vedute cittadine. Il colore predominante è il porpora, difficile da ottenere, ma proprio per questo ancora più ricercato…

Manifattura di Doccia

Manifattura di Doccia

Nello stesso periodo, rispondendo alle esigenze di mercato più disparate, la moda vuole che si colgano le ispirazioni dall’estremo oriente. Questa teiera, col suo beccuccio a forma animale e le decorazioni vegetali sulla pancia, ne è un brillante esempio, anche se, certo, le realizzazioni migliori si hanno sulle decorazioni dei piatti. La produzione, però, investe tutte le tipologie di oggetti, e testimonia della grande creatività dei maestri che lavoravano per la Manifattura di Doccia.

Manifattura di Doccia, produzione per Vittorio Emanuele II

Manifattura di Doccia, produzione per Vittorio Emanuele II

Salto in avanti di un secolo. La Manifattura di Doccia ha ormai un suo ruolo importante e riconosciuto non solo in Toscana, ma nell’Italia Unita, come produttrice di ceramiche e porcellane non solo per la tavola e per l’uso quotidiano, ma anche per oggetti d’arte, dai vasi decorativi alle sculturinte  in porcellana e alle statue di grandi dimensioni. Naturalmente Re Vittorio Emanuele II rimane estasiato dai prodotti di Doccia e durante il periodo di Firenze Capitale d’Italia commissiona alcuni servizi particolarmente preziosi, perché rivestiti in oro. D’altronde era il re, se lo poteva permettere…

Richard-Ginori, design industriale, 1954

Richard-Ginori, servizio Ulpia, 1954

Con un altro brusco salto temporale arriviamo nell’Italia post II Guerra Mondiale. Dopo il periodo di direzione artistica di Gio Ponti, coincidente con l’epoca fascista, la direzione artistica passa a Gariboldi, il quale, seguendo le logiche di mercato, apre alla produzione di forme di design industriale. Il servizio Ulpia è uno dei primi esperimenti.

Richard Ginori, servizio Colonna, 1954

Richard Ginori, servizio Colonna, 1954

Ma l’eccellenza viene raggiunta con il servizio “Colonna” nel 1954. Il perché del nome? Beh, è semplice: le componenti del servizio da té sono tutte impilate l’una sull’altra. Se non è una colonna questa…

Naturalmente il museo di Doccia è molto più ricco di quanto vi ho raccontato qui. A leggere questo post sembrerebbe un museo di teiere e invece no, è un museo dedicato ad una produzione artistica, che diviene piano piano industriale, e che è una realtà viva e vitale di Sesto Fiorentino. Dai piatti alle statue in porcellana, ai vasi dalle proporzioni monumentali e dipinti da artisti di livello, dalle forme sperimentali a quelle prese a prestito da manifatture straniere, il museo racconta un mondo che se a prima vista può sembrare noioso, in realtà è affascinante. Al museo di Doccia i piatti in cui pranziamo ogni giorno acquistano importanza, mentre scopriamo che artigianato e arte non sono mai andati così d’accordo.

Le foto che vedete in questo post sono quelle che ho pubblicato in tempo reale su instagram (account: @maraina81) durante le invasioni digitali del 24 aprile 2013,  nel corso della visita di 2 ore e 1/2 che la direttrice del museo ci ha dedicato. Questo post vuole essere un ringraziamento anche a lei, che ha dedicato preziose ore del suo lavoro a dei semplici visitatori. Semplici visitatori in grado però di poter raccontare al resto del mondo la loro esperienza.  Personalmente credo molto nel potenziale delle #invasionidigitali e nella loro forza. Mi auguro che a questa nostra invasione pacifica, ma famelica di cultura, seguirà un interesse da parte dei potenziali visitatori. E spero davvero che la nostra invasione sia stata utile.

Il servizio da té di Massimo d’Azeglio

Lo direste mai che un servizio in porcellana può valere 80.000 €?

Beh, se il servizio è costituito da 43 elementi, è un servizio da té, caffé e cioccolata, è una manifattura di Meissen del 1730 e soprattutto è appartenuta a Massimo d’Azeglio, forse effettivamente il valore può essere elevato.

Riporto la descrizione del servizio a cura di Palazzo Madama:

Il servizio comprende 43 elementi:
1   caffettiera con coperchio
1   teiera con coperchio
1   bricco per il latte caldo con coperchio
1   portatè
1   zuccheriera con coperchio
1   tazza per gli avanzi del tè e del caffè
1   vassoio pentagonale per i cucchiaini
6   tazze da cioccolata, 12 tazze da tè e da caffè, 18 piattini

Ogni elemento è dipinto con lo stemma Taparelli (partito, controfasciato di rosso e di oro) entro una cartella dorata, sormontata da una corona e affiancata da rami fogliati. La decorazione riprende le porcellane giapponesi in stile Kakiemon con “fiori indiani” sparsi e bordi dorati arricchiti con palmette e girali in blu, rosso e oro. Le forme sono quelle in uso a Meissen tra il 1725 e il 1740. Sono da notare il manico a J della teiera e della caffettiera, e le tazze da cioccolata con un solo manico.

Il servizio fu realizzato per il Conte Pietro Roberto Taparelli quando egli era militare di carriera e poi ministro del governo di Sassonia. Tutti i pezzi recano infatti lo stemma di famiglia Taparelli, insieme a delicate fantasie floreali. Anni dopo la morte del conte, il servizio giunse a Torino, dove fu conservato nel bel palazzo di Casa Taparelli-D’Azeglio. Massimo D’Azeglio, che oltre ad essere protagonista politico degli anni del Risorgimento Italiano, nonché scrittore, si dedicò anche alla pittura, dipinse in una sua natura morta una delle tazze facenti parte del servizio. E’ da questo quadro che parte la caccia  alla tazzina. Nel 2011 dopo molto cercare, viene individuato non solo il singolo oggetto, ma l’intero servizio di 43 pezzi, miracolosamente integro e disponibile per l’acquisto al prezzo di 66mila sterline (circa 80mila euro). Nel 1903 infatti il servizio fu venduto e se ne persero le tracce fino al 2003 quando ricomparve sul mercato antiquario. Si poneva perciò il problema di riportarlo a casa.

Massimo D’Azeglio, Natura morta con fiori e oggetti, 1843; GAM, Torino

Il prezzo stimato per l’acquisto del favoloso servizio è, dunque, di 80.000 €. Il museo ha già messo da parte una cifra considerevole, ma non basta, e ha tempo solo fino al 31 marzo 2013 per raccogliere la cifra che serve.

L’iniziativa che il Museo di Palazzo Madama ha messo in moto è semplice ma geniale e coinvolgente: si chiama crowdfunding, termine inglese che indica una raccolta fondi pubblica per la quale si chiama a partecipare tutta la comunità che viene coinvolta e invitata a sostenere economicamente una spesa, un acquisto o un finanziamento. Nel caso di Torino, il Museo di Palazzo Madama vuole acquistare un lotto di oggetti significativo per il personaggio che l’ha posseduto, Massimo D’Azeglio, appunto, personaggio storico fondamentale per la storia dell’unificazione d’Italia. E’ la prima volta che in Italia si fa un’operazione di questo tipo, si scommette sulla generosità e sensibilità dei cittadini. La sfida è ancora più difficile, dato il momento di crisi, ma la speranza è ovviamente quella di riuscire nell’impresa.

La teiera del Servizio D'Azeglio

La teiera del Servizio D’Azeglio

Casi di crowdsfunding nel mondo della cultura e dei musei non ne mancano: un esempio è il Louvre, che con l’operazione Tous Mécenès (tutti Mecenati) coinvolge il pubblico nell’acquisto di opere che al contempo arricchiscono la collezione museale e fanno sì che quelle opere non finiscano sul mercato antiquario rischiando di far perdere le tracce di sé.

L’invito è quello di contribuire anche noi, nel nostro piccolo, all’acquisto del prezioso servizio. Sul sito web di Palazzo Madama è possibile donare anche solo 2 €. A me francamente non dispiacerebbe andare un giorno a Torino a visitare Palazzo Madama e, fermandomi davanti al servizio di D’Azeglio, poter dire “Questo è anche un po’ mio“…

Souvenir dalla Spagna…

Bisogna cogliere le occasioni al volo. O in volo. O tra un volo e l’altro. Così quando quest’estate sono partita per il Perù, durante lo scalo a Madrid, mentre girellavo oziosamente tra i negozietti del gate, la mia attenzione é stata attirata da una collezione di merchandising basata sulla piccola protagonista del celebre dipinto di Velasquez “Las Meniñas”: la bimba con l’abito principesco e i fiocchi nei capelli che tiene con le manine i lembi della gonna compare infatti su penne, portachiavi, mousepad, tazze e, udite udite, infusori per il té! Impossibile resistere! Non ci ho pensato su due volte, e ho acquistato il primo souvenir del viaggio ancora prima di arrivare a destinazione!

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Non immaginavo che il personaggio di un dipinto, per quanto famoso come “Las Meniñas” potesse diventare addirittura il simbolo di una linea di merchandising che viene venduta non solo al Prado, dove il dipinto é esposto al pubblico, ma anche in aeroporto, pronto per essere esportato. E sì che il dipinto ha scritto una pagina di storia dell’arte europea (e ricordo ancora quando lo vidi dal vivo, al Prado, ormai 9 anni fa durante l’inter rail. Oddìo! Son già 9 anni!), perché rappresenta una scena di vita quotidiana alla corte di Spagna nella quale lo spettatore é direttamente coinvolto per tutto un gioco di sguardi e di rimandi con i personaggi del dipinto che hanno fatto la fortuna di questo quadro, non a caso il più famoso di Velasquez. Il dipinto ha sempre avuto una grande notorietà, tanto che Picasso ne realizzò una sua personalissima versione, oggi esposta al Museo Picasso a Barcellona.

las meninas

Il celebre dipinto Las Meninas di Velazquez, Museo del Prado, Madrid

É un dipinto che evidentemente é ben impresso nell’immaginario collettivo spagnolo, per cui effettivamente non stupisce una linea di souvenir totalmente dedicata alla bimba protagonista: immortalata per sempre da Velasquez nella sua posa, con i fiocchi nei capelli, le gote rosse, immersa nei pizzi e merletti del suo abito, mentre regge i lembi della gonnellona, sorridente e maliziosetta come poteva esserlo una bambina della casa reale spagnola nel ‘600, ora fa bella mostra di sé nella mia cucina, e sembra che danzi, con quella sua gonnellona, mentre l’infusore cui é attaccata é in tazza. Piccolina, fragile, la sua presenza mette allegria. E chissà, se chiudo gli occhi ritorno a Madrid, al Palazzo Reale, nella sala da pranzo, dove nel ‘600 sicuramente non si beveva il té, ma dove splendevano ori e porcellane, argenterie e broccati, tappezzerie, ritratti alle pareti e giganteschi lampadari… Lo sfarzo di un mondo che non c’é più, di cui rimane una stanza arredata ma priva di vita, dove forse furono decisi i destini di tanti sudditi, eserciti e popoli.

las meninas picasso

Las Meninas di Picasso, Museu Picasso, Barcellona

Il mondo cambia, tutto passa. E la protagonista di un dipinto importante diventa una miniatura attaccata ad un infusore per il té. Apparentemente é un semplice oggetto. Dietro, come al solito, racconta una storia, che é un piacere riscoprire mentre si sorseggia una tazza di té.

Teiere Bauhaus

Sono archeologa di formazione, per me l’arte comprensibile arriva sino agli Impressionisti, dopodiché faccio molta fatica e salvo alcuni rari casi più comprensibili o studiati a random o conosciuti attraverso mostre ben impostate, per me il Novecento è un secolo di vuoto indistinto dove fluttuano alcuni nomi e alcune opere, mentre il resto è tutto un immenso “mah..“. Così della Bauhaus, questa scuola tedesca che nacque a Weimar in Germania nel 1919 e che ebbe tra i suoi insegnanti niente meno che Paul Klee, sapevo poco o nulla fino a qualche tempo fa, quando a Berlino, in opportuna compagnia di esperti della materia, sono andata a visitare il Bauhaus Archiv. Qui ho scoperto alcune cosette interessanti.

teiere bauhaus

Teiere Bauhaus dal Bauhaus Archive di Berlino

La Bauhaus, che esistette come scuola dal 1919 al 1933, quando fu chiusa per motivi principalmente politici, non era né un’accademia d’arte, né un’università, né una scuola di artigianato; era una fucina di idee e di innovazione che aveva uno scopo: progettare idee e prodotti che si potessero produrre industrialmente, sperimentando materiali, tecniche, idee in un’ottica di democratizzazione, che investe anche l’architettura. Martin Gropius ne è il fondatore e molti preziosi maestri si avvicendano nell’insegnamento delle varie discipline, tra cui la lavorazione dei tessuti, della ceramica e dei metalli (oltre che, naturalmente, la pittura e la fotografia). Proprio a proposito di ceramica e metalli, il Bauhaus Archiv propone una selezione di teiere prodotte nei primi anni ’20. Soprattutto quelle in metallo sono così moderne nella linea da sembrare incredibile che siano state inventate così indietro nel tempo. E il mio occhio clinico non poteva rimanere indifferente…

bauhaus teapot

Queste prime due teiere, realizzate da Theodor Bagler sono in grès, per la verità, ma in esse già vediamo la sperimentazione e la ricerca di forme nuove ed effetti nuovi, almeno per il mondo occidentale, visto che l’impasto (mi) ricorda molto certi impasti utilizzati per le teiere tradizionali.. ammetto però di non essere un’intenditrice e che le mie sono solo pure supposizioni.  Entrambe sono definite combination teapot, immagino perché impiegano materiali differenti nella loro realizzazione: l’una ha manico in metallo, mentre il corpo è in grès ricoperto da uno smalto grigio; l’altra ha manico tubolare, anch’essa in grès ricoperta da uno smalto grigio chiaro.

bauhaus teekanne

Qui invece abbiamo un contenitore per il té in metallo prodotto nel 1921 presso il metal workshop, ovvero il laboratorio dei metalli, di Weimar (chissà se Stano Breja ce l’ha… ecco, lo sapevo, l’ho detto!), abbinato ad una teiera in nickel-argento con inserti in ebano, di Christian Dell del 1922.

bauhaus teekanne

Per concludere, abbiamo poi una teiera “tea-extract pot” in ottone ed ebano e un servizio da té e caffé in argento, ottone ed ebano, entrambi di Marianne Brandt del 1924.

bauhaus archiv

E così, quella che doveva essere una normalissima visita ad un museo si è trasformata in una strepitosa occasione di ampliamento delle conoscenze in un campo, quello delle teiere, che mi interessa particolarmente! Chi l’avrebbe mai detto che al Bauhaus Archiv avrei trovato pane per i miei denti?

Alfredo Jaar e il Rwanda Project. Cosa si nasconde dietro un’innocua piantagione di tè

Alfredo Jaar, Rwanda Project

Sembra una tranquilla, bella e rigogliosa piantagione di tè, questa distesa di piante che si trova in Ruanda, a 40 km a Sud di Kigali, e in effetti lo è, ma basta ampliare lo sguardo, e l’immagine serena e bucolica acquista tutto un altro significato. La piantagione si trova poco distante dalla chiesa cristiana di Ntamara Church; per raggiungerla si percorre una strada alberata, poi infine si attiva a Ntarama Church. Negli scatti che si susseguono – la piantagione di tè, poi la via alberata, infine una nuvola solitaria nel cielo azzurro, nei pressi della chiesa – nulla fa presagire quello che qui è successo nel 1994. La chiesa di Ntarama è stata infatti il teatro di un massacro, uno dei tanti di quell’anno, perpetrato ai danni della popolazione Tutsi nel corso del quale furono trucidate 5000 persone tra uomini, donne e bambini: si trattò di un genocidio, svoltosi davanti agli occhi chiusi della comunità internazionale. Non immagini neanche, dunque, che vicino a quella rigogliosa piantagione di tè, sotto quella placida nuvoletta, nei pressi della chiesa, c’è un terreno di morte.

Alfredo Jaar, Rwanda Project

I tre scatti in successione della piantagione di té, la via alberata, la nuvola solitaria nell’installazione di Alfredo Jaar Rwanda Project (credits: Alfredo Jaar, The way it is. An Aesthetic of Resistance, catalogo della mostra di Berlino)

Parte da queste tre apparentemente innocue immagini il Rwanda Project di Alfredo Jaar, artista, fotografo, video maker di fama internazionale che spesso, anzi sempre, nei suoi lavori guarda alla società contemporanea e ai suoi drammi, con l’intenzione di denunciare, di far aprire gli occhi al suo pubblico che, come nel caso del Rwanda Project, può ricevere dei veri pugni nello stomaco, tanto coinvolgenti sono le installazioni che allestisce.

Mi sono imbattuta nel Rwanda Project a Berlino, alla Berlinische Galerie, all’interno di una retrospettiva dedicata interamente all’autore Alfredo Jaar, dal titolo “The way it is. An aesthetics of resistance”. Totalmente impreparata a quello che mi aspettava e ignara di chi fosse Alfredo Jaar e di cosa si occupasse, sono stata subito attratta dalla foto della piantagione di tè, chiedendomi cosa ci potesse essere di “artistico” in un soggetto di questo tipo. Ma non c’è voluto molto per capirlo. E se si intuisce qualcosa man mano che dalla foto della piantagione si passa alla via alberata, quando si arriva alla nuvola si serra il cuore: perché è spiegato, a disegno, che la “lonely cloud” sta proprio sopra il teatro della carneficina; niente di più contrastante con la bella giornata di sole che quel cielo azzurro lascerebbe intendere.

L’installazione prosegue con una serie di didascalie a immagini che non vediamo, ma che purtroppo possiamo figurarci piuttosto bene, istantanee del massacro, storie di singole persone che erano presenti. Una di queste storie è quella di Gutete Emerita, una giovane madre di famiglia che quella domenica mattina del 1994 era in chiesa a Ntamara Church quando la milizia Hutu irruppe e fece strage dei presenti. Lei sopravvisse, ma vide morire davanti a sé il marito e due figli, bambini di 10 e 7 anni. Un’intera sala è dedicata proprio ai suoi occhi, nei quali si riflette l’orrore per ciò che ha visto e vissuto, e che guardano dritti verso di noi, a chiedere aiuto, a chiedere perché.

Il Rwanda Project è molto più esteso; preoccupandosi di come poter portare al mondo, alla comunità internazionale, la notizia, la testimonianza e la riflessione su questo genocidio che appartiene alla nostra storia recente, Alfredo Jaar dedica tutta una sezione del suo lavoro alla stampa internazionale, al ritardo con cui la notizia cominciò ad avere quel risalto che si procura finendo in copertina. E il dato è sconcertante.

Altro che tranquilla, bella e rigogliosa piantagione di tè. Quel tè sa di sangue, dolore e distruzione. Non credo che dimenticherò mai quest’installazione, non voglio dimenticarla. Troppo crudo e impietoso è stato il suo messaggio. E non dimenticherò mai quella piantagione di tè.

Giappone. Terra d’incanti

Il 1^ luglio chiude a Palazzo Pitti, Firenze, la mostra “Giappone. Terra d’incanti“.

Ero curiosa di vederla, ma tuttavia, poiché la data di chiusura si stava avvicinando vorticosamente, ho forse scelto per la mia visita la giornata meno adatta, tra caldo africano, sciopero degli autobus non proprio convinto (e di questo ringrazio!) e traffico disumano che hanno messo fin da subito alla prova la mia pazienza. Ma io, già entrata in pieno spirito zen, ho saputo accettare tutto con la serenità necessaria.
Problema però, quando sono arrivata a Pitti, é che nessuno mi ha spiegato come funzionava, quindi forse non ho fatto il percorso nel modo corretto. O forse sì. O non lo saprò mai.
La mostra sul Giappone in realtà si articola in 3 sezioni che si possono anche concepire separatamente le une dalle altre. Tre mostre, in sostanza, ciascuna col suo preciso tema, anche se forse un leit motiv, un fil rouge che collega il tutto c’é: l’incontro con l’Occidente, il determinarsi di influenze e suggestioni scaturite dall’incontro con l’altro, con l’esotico (che, a seconda del punto di vista, non é necessariamente l’Orientale).
La prima delle mostre-nella-mostra che ho visto (ma che forse doveva essere l’ultima, vista la cronologia della problematica e delle opere) alla Galleria Palatina, si intitola “L’eleganza della memoria. Le arti decorative nel moderno Giappone”. Il Giappone, a partire da fine ‘800 ha affrontato cambiamenti radicali nella situazione sociale ed economica, dovuti principalmente all’apertura all’Occidente, che comportò l’ingresso nel Paese di nuovi saperi e nuove tecniche anche nell’artigianato artistico, rischiando quasi di snaturarlo. Dopo la II Guerra Mondiale, invece, lo Stato diede vita all’istituzione dei beni culturali intangibili (rivelando verso questi temi una sensibilità non comune, precoce rispetto al resto del mondo) e per evitare la perdita della conoscenza delle tecniche tradizionali nel 1955 istituì il sistema del “Tesoro Nazionale Vivente” a sostegno dei detentori e degli eredi di tecniche e abilità artistiche tradizionali. Le opere in mostra vanno da fine ‘800 fino al 2006: si tratta dunque di una selezione di opere di artigianato artistico contemporaneo in cui alle tecniche tradizionali per la realizzazione di oggetti tradizionali (dalle ceramiche ai kimono ai paravento) si affiancano nuovi spunti decorativi e nuove sensibilità artistiche.

tazza da té

Tazza per il té in ceramica di tipo Shino, Arakawa Toyozo, 1957

La seconda sezione/mostra, alla Galleria del Costume, si intitola “Giapponismo. Suggestioni dell’Estremo Oriente dai Macchiaioli agli anni ’30”. A partire da Macchiaioli e Impressionisti l’arte giapponese si andò a inserire come suggestione e fonte di ispirazione nelle più diverse correnti dell’arte contemporanea occidentale. Nel percorso espositivo vengono poste a confronto opere d’arte giapponese, come le xilografie di Hokusai e di Hiroshige, con dipinti e opere di pittori italiani di fine ‘800 – inizi ‘900. L’ispirazione non riguarda solo i soggetti, ma anche gli schemi compositivi e le suggestioni, attraverso l’inserimento nell’opera di un dettaglio tipicamente giapponese, come il paravento, il ventaglio, oppure la stampa giapponese ritratta attaccata alla parete.

Giappone. Terra di incanti

Mario Cavaglieri, Piccolo interno/Figura giapponese in salotto, 1920

La Toscana si scopre la capofila del Giapponismo in tutte le sue espressioni, anche nel collezionismo, grazie a personaggi come Stibbert, la cui collezione é tutt’ora visitabile al pubblico fiorentino nel museo che prende il suo nome. Scopro che anche il teatro occidentale viene ispirato dall’Oriente, e che un’opera come la Madama Butterfly di Puccini é proprio frutto del Giapponismo. Le opere esposte in questo settore, sia giapponesi che italiane  sono veramente belle, fanno capire come l’esperienza del nuovo e del diverso fosse per gli artisti – italiani in questo caso – un banco di prova continuo, una fonte continua di nuove idee in una fase artistica in cui, tagliato ormai da decenni il cordone ombelicale con le Accademie classiche, si cercavano nuove strade e sperimentazioni.
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Una famosissima xilografia di Hiroshige

La terza mostra-nella-mostra, al Museo degli Argenti, si intitola “Di linea e di colore. Il Giappone, le sue arti e l’incontro con l’Occidente”. Qui si fa un altro salto cronologico indietro, dato che si parla dei primissimi contatti degli Occidentali con il Giappone (e lo stesso Palazzo Pitti ospitò i primi ambasciatori giapponesi che vennero in Europa nel 1585!). Sulla Linea e sul Colore, dall’incontro e dal contrasto tra questi due elementi complementari, prende forma l’arte giapponese attraverso i secoli. La Linea, così essenziale, é di ispirazione zen, per questo permea ogni manifestazione artistica giapponese, dalla Cerimonia del té alla cura dei giardini, al teatro e alle arti marziali. Nella cerimonia del té Chanoyu, anzi, i dipinti a inchiostro monocromo e le calligrafie da sistemare nella nicchia Tokonoma (ricordate Kakuzo Okakura ne “Lo zen e la Cerimonia del té” a proposito della Casa del té?), gli utensili, l’ambiente e la disposizione d’animo dei partecipanti, sono il risultato di un processo in cui l’essenzialità della Linea assume un significato simbolico e artistico assoluto.

Giappone. Terra di incanti

Giara per le foglie di té, Nomonura Ninsei, XVII secolo

Tuttavia il Colore é però espressione del racconto, é poesia, ridondanza, non può non essere senza la Linea. Le narrazioni si fanno a colori, su vivaci paravento che illustrano “Le vedute di luoghi famosi di Edo”, oppure le grandi battaglie, con una freschezza, una vivacità, un’attenzione ai minuti particolari che effettivamente non stupisce in un popolo che ha fatto della calligrafia una disciplina quasi filosofica. Anche l’incontro con l’Occidente viene raccontato, da quando nel 1549 i Portoghesi giungono sulle coste nipponiche a quando nel 1639 tutti gli Occidentali vengono espulsi: nasce il mito del Nanbanjin, lo straniero, il barbaro del Sud, mentre la penetrazione del Cristianesimo fa sì che si produca una curiosa oggettistica cristiana, occidentale nei soggetti (croci, pissidi, tabernacoli a parete con immagini sacre), ma giapponese nelle tecniche e nelle realizzazioni.
La mostra é senz’altro interessante; le ultime due sezioni in particolare permettono di ammirare oggetti bellissimi e non comuni. Le famose xilografie di Hokusai e Hiroshige siamo abituati a vederle riprodotte su belle pubblicazioni, non ad ammirarle dal vivo, così come i vivacissimi paraventi di epoca Edo. Devo constatare la scarsa presenza di oggettistica legata al té, ma ho apprezzato che nella piccola sezione ad essa dedicata nella terza mostra vi fossero due vasi di fiori: ricordo che Kakuzo Orakura parla nello specifico di mettere un fiore nel tokonoma; vedere l’applicazione pratica di un’indicazione letta qualche tempo fa che così riaffiora alla memoria procura in effetti un certo piacere, quasi un senso di familiarità.
Sicuramente l’intera esposizione meritava una visita più attenta di quella che ho potuto dedicarle per mancanza di tempo: ho bevuto velocemente una bevanda che andava gustata e assaporata con più calma, proprio come bisognerebbe fare con una tazza di té.