Archive for the ‘reportages’ Category

Nel continente (del té) nero…

Una scatolina da té a tema Africa

Nella mia collezione di té (eh sì, la posso definire una collezione: ho la dispensa veramente troppo piena!) un piccolo spazio è occupato dal té prodotto e proveniente dall’Africa.

Tranne che per una breve incursione a Tangeri, l’Africa è un continente a me totalmente ignoto, che conosco solo per i documentari, per qualche film e per qualche racconto di viaggio (un capitolo a parte merita l’Egitto e l’Africa mediterranea, che conosco archeologicamente). Da piccola guardavo Quark e amavo la savana, i leoni e gli elefanti, anche se il mio preferito era e resta il velocissimo ghepardo. Oggi so che l’Africa è molto più di questo, estremamente variegata. E per motivi storici vari produce, e consuma, il té.

Nella mia collezione di té ho due lotti di prodotto: il té nero proveniente da Zanzibar, un té decisamente broken, dalla foglia quasi polverizzata, non propriamente di buonissima qualità, ma comunque testimonianza di ciò che a Zanzibar si beve.

Il mio té dal Kenya

Un altro té proveniente dall’Africa, dal Kenya questa volta, è commercializzato in Italia da Storie di té e caffé. Si chiama Kenia Maynin ed è un té nero dal profumo dolciastro che anche in bocca lascia un senso di dolcezza. Secondo la scheda tecnica del prodotto, ha note di legno e di henné, è ottimo per la colazione o in alternativa per il brunch. Viene coltivato sull’altopiano di Kericho, una zona che copre entrambi i lati della Rift Valley tra il monte Kenya e il lago Vittoria: una terra ricca di suggestioni sia storiche che geografiche; la Rift Valley è l’area dell’Africa da cui provengono i nostri antenati più lontani: Lucy, la piccola australopiteco femmina, nonna di tutti noi, proviene proprio da questa remota regione del mondo. Anche il Lago Vittoria è denso di storia, perché da esso nasce il Nilo bianco, uno degli affluenti del Nilo. Nella storia delle esplorazioni geografiche la ricerca delle sorgenti del Nilo è stata un grande capitolo di imprese, di disavventure, di epopee, di sfide dell’uomo nei confronti della natura. Ecco, quando bevo il té nero Kenia Maynin penso a questi luoghi così carichi di significato per l’umanità, e mi sento davvero appagata.

Piantagione di té nella regione di Kericho, Kenya. Credits: 50treasuresofkenya.org

Il Kenya è il quarto produttore di té del mondo, dopo Cina, Sri Lanka e India. Ed è la regione dove viene coltivato il té per le grandi multinazionali (come la Unilever, di cui è parte il marchio Lipton, per capirci). Trovate tantissime informazioni in questo bel post di BianconeroKenia.

Il té nel resto dell’Africa

Il té in Africa viene prodotto non solo in Kenya, ma anche in Tanzania, in Mozambico e in Sudafrica, ovvero lungo il lato Sud Ovest del continente. In questa mappa, che ho rielaborato da La via del té, sono riportati gli Stati produttori.

In Sud Africa viene prodotto quello che erroneamente viene definito té rosso, ma che in realtà non ha niente a che vedere con il té: è il rooibos, tratto da un arbusto, il rooibos appunto, dal sapore naturalmente dolce e con molte proprietà utili all’organismo. Per saperne qualcosa di più, soprattutto sulla sua storia, potete leggere qui.

E nell’Africa mediterranea?

Io e il mio té alla menta a Tangeri

In questa regione così vicina geograficamente a noi il té non viene coltivato, ma è bevuto quotidianamente. Non si tratta di té nero, tra l’altro, ma di té verde alla menta. La cerimonia del té araba nasce nelle sabbie del deserto, nelle tende beduine e berbere, ed è un rito di condivisione e di ospitalità che passa attraverso tre infusioni successive, dalla più dolce e zuccheratissima, alla più forte e amara. Viene preparato nelle caratteristiche teiere di peltro e servito negli eleganti bicchierini di vetro. È una tradizione comune a tutto il mondo arabo mediterraneo, dalla Mauretania al Libano e qualche rimanenza è ancora evidente in Spagna a Granada, nelle teterias del quartiere  Albaicìn, dove però ormai ha una connotazione più turistica che altro. Il té alla menta, quello vero, quello bevuto nei café di Tangeri o di Marrakesh, porta con sé tante suggestioni, che Paul Bowles così bene fissò nel suo romanzo Il té nel deserto. Un mito per noi Occidentali in cerca di ispirazione.

Annunci

I giardini giapponesi

Poco tempo fa mi sono iscritta alla Società Toscana di Orticultura, presso la quale seguo un corso di degustazione di té tenuto da Vania Coveri Teateller. Approfittando di questo privilegio, e sperando di trovare un giorno per sfogliare i volumi della splendida biblioteca, sono andata a farmi un giro sui bollettini di quest’importante istituzione fiorentina. Ho trovato subito, neanche a farlo apposta, un articolo sui giardini giapponesi.

Ora voi mi direte: che c’entrano i giardini giapponesi con un blog del té? E io vi risponderò: c’entrano, eccome se c’entrano!

Giardino del Tè nello
Zuihoo-in, Daitoku-ji, Kyoto. Credits: Higan.com

Il giardino giapponese è infatti l’anticamera di accesso alla casa del té. È un percorso di purificazione, di astrazione dalle necessità e dalle preoccupazioni quotidiane e materiali per avvicinarsi sempre più alla natura e al naturale stato delle cose. Quindi a se stessi. Quando, attraversato il giardino del té, Roji in Giapponese, arriviamo a questa conclusione, possiamo accedere alla casa del té e alla Cerimonia del Té giapponese.

Nell’articolo del Bullettino, di cui vi fornisco il link, si racconta in realtà l’origine dei giardini giapponesi. Essi si diffondono in Giappone per il tramite della cultura cinese e coreana. L’aspetto più importante è la natura e l’esaltazione degli elementi naturali, come l’acqua, ad esempio. Il giardino giapponese è inizialmente identificato come luogo di culto, proprio perché la bellezza della natura diviene qualcosa di sacro. Ecco che allora molti giardini diventano veri e propri templi. Il giardino in Giappone è considerato una rievocazione del paesaggio, quindi una riproposizione in piccola scala di fiumi, laghi, anche alberi (saranno nati per questo i bonsai?). In questo contesto in Giappone il giardino diventa un luogo di pace e serenità, di ristoro dalle tribolazioni della vita quotidiana. Ed è in questo contesto che si sviluppa il Giardino del té.

Il Giappone prende dalla Cina non solo il concetto paesaggistico di giardino, ma anche il té! Lo declina poi con caratteristiche sue proprie, ma è pur sempre la Cina la grande madre che ne esporta la conoscenza. Il té arriva in Giappone tramite i monaci buddhisti cinesi e acquisisce ad un certo punto caratteristiche sue proprie: sono quelle che Sen Rikyu canonizza nella Via del té, il Chado, e nella cerimonia del té, il Chanoyu. Sen Rikyu è un monaco zen e lo zen d’ora in avanti (siamo nel XVI secolo) invade e pervade ogni aspetto della vita, della cultura e del pensiero giapponese.

Il giardino del té è luogo, dirà agli esordi del XX secolo Kakuzo Okakura ne “L’arte e la cerimonia del té”, in cui l’invitato alla cerimonia del té deve abbandonare, passo dopo passo, se stesso, le sue preoccupazioni, i suoi affanni, per immergersi in un mondo di apparente, naturalistica perfezione. Dico apparente, perché nel giardino del té tutto è meticolosamente ordinato, comprese le foglie non spazzate sul sentiero, che danno quel senso di romantico abbandono, ma che in realtà sono appositamente volute in quel modo disordinato. La bellezza, nella cultura giapponese, sta nella perfezione data dalle imperfezioni. Così, un vialetto totalmente spazzato via dalle foglie non restituisce le stesse emozioni e la stessa pacatezza di un vialetto lasciato alla mercé della brezza.

Uno scorcio del Giardino Giapponese di Firenze

A Firenze c’è un giardino giapponese, realizzato in occasione del gemellaggio tra Firenze e Kyoto, ormai qualche decennio fa. Si tratta di un piccolo versante del più grande Giardino delle Rose, che poco trasmette del senso di bellezza e perfezione naturalistica dei giardini giapponesi del Giappone: elemento sempre caratterizzante è l’acqua, ma gli spazi sono talmente esigui che è difficile calarsi nella parte. E soprattutto manca la casa del té al fondo del percorso. Nonostante ciò, però, bene che ci sia! Perché nella città campionessa del Giardino all’Italiana una realizzazione appartenente a un’altra cultura non può che essere un fattore positivo.

Un altro giardino giapponese, che visitai ormai quasi 20 anni fa (ossignore!!!) è il giardino giapponese di Montecarlo: uno spazio molto grande, con lo sfondo dei grattacieli del Principato, ma perfettamente isolato. Il rombo delle Ferrari sulla strada si perde, immersi come siamo a seguire i sentieri nei ciottoli e il corso d’acqua varcato da ponticini. Molto più grande e molto più suggestivo del giardino di Firenze, è giocato anch’esso sull’acqua e sulla pietra, con la riproposizione in scala di un paesaggio realistico. Se andate a Montecarlo ve lo consiglio, è qualcosa di veramente esclusivo, un’esperienza che pochi fanno perché pochi la conoscono.

Per approfondire l’argomento, in maniera eccellente direi, vi invito a leggere la pagina web dedicata ai Giardini giapponesi di Higan. Molto completa, dice tutto in modo molto curato e chiaro. Buona lettura!

Granada, il té, le teterias

Una cosa che a Granada non manca è il té. La città più arabeggiante di Spagna vuole mantenere il suo legame culturale con la costa africana del Mediterraneo anche con il rito del té e la passione per le spezie. Così, se i negozi di souvenir vendono principalmente artigianato arabo, molti localini si fanno chiamare teterias. Non potevo non andare in esplorazione.

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Le teterias sono sale da té, né più né meno. A Granada si trovano nell’Albaicìn, il quartiere arabo che come un souk si sviluppa lungo una stradina che sale lungo la collina di fronte all’Alhambra, la reggia/fortezza dei principi arabi che governarono la città prima della Reconquista cristiana.

L'interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

L’interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

Ero incuriosita dalla possibilità di prendere un té in una teteria di Granada e nel quartiere arabo, per giunta: prima di partire mi ero un po’ informata sull’esistenza di questi locali, e avevo letto anche un articolo che avevo postato sulla pagina facebook del blog che mi dava un quadro più preciso dell’argomento.

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

Tra le varie teterias mi ispirava di più La Kasbah, per cui quando mi ci sono trovata davanti, proprio all’inizio di Calle Caldererìa Nueva, non ho perso tempo e ho detto: prendiamo un té.

Perfetto per dopocena. Ambiente assolutamente arabeggiante, atmosfera da Mille e una notte tirata pure un po’ troppo all’eccesso, profumo d’incensi e di cannella, e anche del narghilè che fumano al tavolo accanto. Ancora freschi dell’esperienza di Tangeri prendiamo un té alla menta e un té “sueño de Granada“. Ma il té alla menta non è all’altezza del suo simile bevuto in Marocco, com’è giusto che sia, del resto. Il locale è molto bello, ben arredato e la scelta del menu è molto vasta. Ma fa anche ristorante, fa fumare il narghilè e insomma più che una teteria sembra un caravanserraglio per turisti. Ma forse sono io che pretendo troppo. In fondo non c’è niente di male a voler arredare all’araba un locale che si trova nel quartiere storicamente arabo della città. E poi, parliamoci chiaro, tutti i negozini che si susseguono lungo la via, non sono poi fatti apposta per i turisti?

Il té a Granada viene venduto nei negozi di souvenir in piccoli pacchettini cilindrici trasparenti. A 2 € l’uno ti puoi portare a casa qualche té nero o verde aromatizzato dal nome fortemente evocativo: magia dell’alhambra, notte di Granada, Albaicin… e via di seguito su questo stile. Con i ricordi torno a quando venni qui per la prima volta nel 2003 durante l’interrail: stetti a Granada solo una notte, e proprio qui, nel quartiere dell’Albaicin, acquistai due té in pacchetti cilindrici trasparenti del tutto identici a questi. Questa volta, invece, non ho acquistato nulla.

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

Anche nel mercato dell’Alcaiceria accanto alla cattedrale (un tempo era un mercato serio, oggi ospita solo negozi di souvenir) si trovano gli stessi pacchettini di té. Intorno alla cattedrale, poi, qualche negozio vende té e spezie. La cosa che non sono riuscita a capire è se a Granada gli abitanti bevono il té perché gli è rimasto un qualche retaggio culturale, oppure se è solo un’invenzione per i turisti. Il dubbio mi è venuto e sinceramente non sono riuscita a scioglierlo.

Comunque alla fine il té l’ho comprato, verde al profumo intenso di fiori e frutta matura, in un negozio di spezie accanto alla cattedrale. E ho comprato anche le spezie. Che non si dica che sono monotematica. E poi, sempre in questo negozio, ho visto vendere le foglie d’ulivo, così come le vendevano anche a Tangeri. Ma scusi, a che servono? In infusione, come rimedio per l’ipertensione e il colesterolo alto. Infuso di foglie d’ulivo, dunque: il must-to-drink dell’autunno 2016. Ma ve lo racconterò a tempo debito 😉

Le teiere di Tangeri e il mistero del marchio “Manchester”

Questo è il secondo post che dedico alla mia visita a Tangeri. Ci sono stata un solo giorno, eppure è stata davvero ricca di suggestioni per me. Il perché lo potete facilmente immaginare: per una come me, curiosa bevitrice seriale di té, il Marocco non può che essere una grandissima fonte di ispirazione e un luogo da studiare. E così se nel primo post ho parlato del té alla menta di Tangeri, in questo secondo post vi parlo delle teiere che si trovano a vendere in quantità industriali nei mercati e nei negozi della città.

Un'esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Un’esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Innanzitutto una premessa: a Tangeri vi sono mercati per i tangerini e negozi per i turisti. Anche se di turisti “a piede libero” cioè da soli, non in gruppi organizzati, ce n’è pochi, tuttavia i negozi ci sono, e sono quelli che fanno, ovviamente, i prezzi più alti, o che proprio provano a fregare (come il tipo che inizialmente mi stava per vendere un pacchetto di té a 50 centesimi di €, ma che poi per 3 pacchetti di euro ne voleva 45).

Teiere dorate in vendita in uno dei mercati di Tangeri

Teiere dorate in uno dei mercati di Tangeri

Il posto migliore dove fare affari è invece un mercato che si trova tra Avenue d’Angleterre e Rue San Francisco, alle spalle della moschea che affaccia su Place du 9 Avril 1947. Qui trovate il miglior artigianato, piatti, ciotole, tajine, bicchieri in terracotta dipinta, e poi ancora bicchieri di vetro e teiere.

Qui in effetti abbiamo trovato un’autentica teiera per il té marocchino: pesante, in metallo, che sicuramente era già stata usata in passato. Niente marchio di fabbrica sul fondo, peccato. La vendeva un tale che aveva un banco di oggetti vari in ferro e metalli: una sorta di antiquario del posto, se così lo si può definire. E in esposizione aveva una serie di teiere da incanto, anche dorate: veniva voglia di strofinarle come se fossero state tante lampade di Aladino.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri e un’autentica teiera marocchina

Anche i negozi di Tangeri vendono le teiere per il té marocchino (che non necessariamente è alla menta, ma può essere anche alla shiba, come ho raccontato qui), ma si vede subito che non si tratta di merce di qualità, ma di produzione industriale fatta apposta per il turismo. La cosa che mi ha incuriosito è stata la marca, apposta sul fondo di tutte queste teiere: Manchester. Non una scritta in arabo, come pensavo, ma il nome della città inglese. Ma pensa un po’, mi son detta, possibile che questi si facciano arrivare dalla Gran Bretagna le teiere marocchine? Possibile?

Teiere marchiate Manchester

Teiere marchiate Manchester

Così, una volta a casa ho fatto qualche ricerca, e ho scoperto una storia incredibile del tutto casualmente su un blog: pare che intorno al 1770 un certo Richard Wright, di Manchester, abbia cominciato a produrre ed esportare teiere in argento e silver plate in Marocco. Pare che producesse non solo teiere, ma altri oggetti legati al consumo del té come zuccheriere e tea-caddy. Il marchio impresso sugli oggetti di sua produzione era una scritta in arabo e in inglese, “Richard Wright Manchester“. La cosa buffa, però, è che di questo personaggio nessuno a Manchester sa nulla, non si sa se sia realmente esistito o se fosse uno pseudonimo di qualche produttore ebreo o direttamente marocchino impegnato nel commercio di té dall’Inghilterra. Sul mercato gli oggetti marchiati Richard Wright si trovano almeno fino al 1850. Dopodiché, complice il successo del marchio, divenuto un vero e proprio brand, in Marocco compaiono delle produzioni locali a imitazione dell’originale. E oggi, evidentemente, il ricordo di questa produzione è rimasto nel marchio Manchester di tutte le piccole teiere che vengono vendute a Tangeri e, immagino, anche nel resto del Marocco.

Ecco, dunque, spiegato perché le teiere di Tangeri sono marchiate Manchester! Mai avrei immaginato una soluzione del genere, e soprattutto mai avrei immaginato un’altra cosa incredibile: la cosa più interessante di tutte, infatti, è che da quello che ho capito, è questo Wright che avrebbe “inventato” la teiera marocchina col coperchio a punta. Ma questo è un aspetto che voglio approfondire. Poi, da brava archeologa, una volta che avrò messo insieme tutti i dati vi racconterò cosa ho scoperto. Nel frattempo terrò gli occhi ben aperti: che se nei prossimi mercati dell’antiquariato in cui girerò mi imbatterò in una teiera di Richard Wright, non me la lascerò sfuggire!

Il mio té alla menta a Tangeri

Tangeri è caotica. Anzi no, è un vero e proprio casino.

Tangeri è un grande immenso mercato. Non ci sono solo i mercati coperti, come il Grand Socco, che è una città nella città, e il Petit Socco, di dimensioni più ridotte, ma certo non da meno: su tutte le strade dalla tarda mattinata in avanti si aprono bazar e negozi, gioiellerie nella via dell’oro, botteghine minuscole appena fuori delle mura della città vecchia. Vendono di tutto: teiere, bigiotteria, scatoline, oggetti in cuoio e in legno, babbucce colorate, abbigliamento tipico maschile, piatti e vasi in terracotta dipinta, e ancora olio d’argan e tessuti. E poi ci sono le donne per strada, che si riparano dal sole con buffi cappelli a tesa, e che sui loro cenci stendono la loro mercanzia: bottiglie di latte appena munto, cipolle, ceste di prezzemolo, di foglie d’olivo, di cedrina e di menta. Sì, di menta.

Un cesto di menta a Tangeri

Un cesto di menta a Tangeri

In mezzo a questo gran bordello, a questo gran vociare di gente, a questo andirivieni di persone, di rumori, di profumi e di odori non sempre piacevoli, di colori sgargianti nel sole caldo di una giornata africana, ad un certo punto ti devi fermare, anche se ti diverte quell’usanza tutta araba di contrattare i prezzi di tutte (o quasi) le merci.

Se non ci sei abituato dopo un po’ ne esci frastornato.

Troviamo rifugio in un Caffé lungo la via principale che dal porto sale verso il Grand Socco. Una via che ora dopo ora si risveglia e che abbiamo la fortuna di percorrere una prima volta la mattina presto, quando ancora per strada non c’è quasi nessuno, e poi più tardi, quando il traffico umano aumenta. Il Caffé Tinjis avrebbe pretese di locale “all’europea”, con un dehors di dignitosi tavolini che affaccia sulla via e camerieri in divisa affabili come maîtres di un qualche ristorante di lusso. Ma l’interno è decadente, sporco e fatiscente; il bagno… meglio non commentarlo. Ma il té alla menta che beviamo seduti all’aperto, mentre sotto di noi scorre il fiume in piena della gente che va avanti e indietro (ma avranno davvero tutti una meta?) è la cosa più appagante e ristoratrice della nostra giornata a Tangeri: un momento di vera pace che attutisce il caos d’intorno, un bicchiere di dolcezza profumata e aromatica che ci accarezza come una mano gentile.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri

È semplicemente acqua bollente, zucchero e menta a profusione, quella stessa menta che abbiamo visto vendere un po’ ovunque per la città in quelle ceste poggiate per strada alla mercé di chiunque, all’altezza dei gas di scarico delle auto, delle code dei gatti randagi (tantissimi), delle mani di chi voglia saggiarne il profumo. Ma proprio per questo, o nonostante questo, il té alla menta che beviamo a Tangeri ha un sapore e un profumo che difficilmente troveremo altrove. E la nostra giornata tangerina, totalmente di scoperta di una cultura e di una vita totalmente estranea alle nostre, trova la giusta, degnissima, piacevolissima conclusione.

 

Le teiere del Mercato delle pulci di Saint Ouen

Amanti dell’antiquariato e delle pulci, se passate da Parigi il Mercato di Saint Ouen, presso Porte de Clignancourt, è ciò che fa per voi. Un intero quartiere nel quale rovistare, acquistare mobili antichi, ma anche semplicemente bottoni e, naturalmente, teiere e servizi da té.

Sapete che amo i mercatini e sapete che ciò che più mi piace è pensare che se qualcuno si è liberato di un oggetto, quest’oggetto potrà avere presto o tardi la sua opportunità di una nuova vita e di una nuova storia. Ogni oggetto è portatore di una storia. A maggior ragione una teiera: quali té avrà versato? A chi? Quando? Dove è stata acquistata? Rispondere a queste domande è impossibile, a meno che il venditore non corrisponda al proprietario che se ne vuole disfare. Ma è raro incontrare situazioni del genere, pertanto solo la fantasia ci può aiutare a raccontare storie. Tra le varie teiere una mi ha stuzzicato la fantasia: di grandi dimensioni, in ceramica, produzione russa, stando alla firma che si legge sotto l’ansa. Come ci è arrivata a Parigi? A chi apparteneva? Quando è stata realizzata? Ha mai servito davvero del té?

Teiera in maiolica bianca e blu di produzione russa e dimensioni maggiori del dovuto. Decorata con appliques nel centro, cavo, della pancia

Teiera in maiolica bianca e blu di produzione russa e dimensioni maggiori del dovuto. Decorata con appliques nel centro, cavo, della pancia

Avrei comprato tutto. Ma mi sono trattenuta, ve lo dico subito. A farmi desistere da qualsivoglia acquisto il pensiero del bagaglio a mano al ritorno. E il pensiero che ormai in casa mia o entrano le teiere o entro io. Mi sono comunque goduta l’esplorazione, il gusto della ricerca, l’osservazione dei servizi da té, in ceramica, in ottone, cinesi, russi, di Limoges. Ne ho trovato per tutti i gusti e io stessa non saprei trovare la mia teiera preferita. Così lascio a voi le foto di questo reportage. Giudicate voi, e fatemi sapere!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Masala Chai al Borough Market di London

Masala chai at Borough Market, London

Masala chai at Borough Market, London

Se vuoi conoscere lo street food londinese devi per forza pranzare almeno una volta al Borough Market: un mercato coperto dove accanto ai banchi delle verdure e del pesce puoi trovare tutti i banchini del cibo da asporto, o take away che dir si voglia. Dalle pies al kebab, passando per la cucina indiana e quella vegetariana, o al contrario agli immensi spiedini di carne o ai wurstel di tradizione centroeuropea. Il Borough Market è un’esperienza culinaria multietnica, un festival delle cucine del mondo che si svolge tutti i giorni, e che tutti i giorni fornisce il pranzo ai londinesi che lavorano nella city o a Southbank e ai turisti che ormai stanno imparando a conoscere questo posto.

Tra le varie attrazioni offerte non poteva mancare il té. Non parlo dell’English Breakfast o dell’Afternoon Tea, blend tipicamente inglesi che però hanno bisogno del loro proprio rituale per essere serviti, ma del té direttamente importato dall’India, in particolare dal Darjeeling, la regione che produce il té più pregiato.

Masala Chai at Borough Market: gli ingredienti

Masala Chai at Borough Market: gli ingredienti

Se volete fare un’esperienza di street-tea, trovate quello che fa per voi: una curiosa miscela che vi verrà preparata sul momento. Curiosa per due motivi: innanzitutto tutta la preparazione, e in secondo luogo per il sapore, particolarissimo. La bevanda che vi racconto è il Masala Chai, a base di té nero, latte e tanto tanto zenzero.

A prepararlo è una ragazza giovanissima che con maestria dosa gli ingredienti e prepara l’infusione come se fosse un rito.
In principio è il té, nero, speziato, cannella, cardamomo, chiodi di garofano e pepe, la classica miscela con la quale ormai identifichiamo il chai. Lo versa nei bicchieri di cartone (che io non sopporto, ma per lo street-tea ci vogliono), ma prima di tappare i bicchieri con il beccuccio di plastica agita del latte e lo versa. E non finisce qui. Perché l’ingrediente magico, quello che fa la differenza, è lo zenzero, che viene grattugiato sul momento e versato nel bicchiere. Quindi si mescola il tutto, si tappa il bicchiere e per 2 £ il Masala chai tea da asporto è pronto.

Il profumo è speziatissimo, il sapore dolciastro, grazie al latte che tutto blandisce, ma estremamente di carattere perché, se permettete, lo zenzero vuole farsi sentire.
Un’esperienza che, a distanza di un anno, ancora mi è rimasta impressa e ricordo con grande piacere.

Il Masala Chai in preparazione: lo zenzero grattugiato viene versato nel bicchiere di chai latte

Il Masala Chai in preparazione: lo zenzero grattugiato viene versato nel bicchiere di chai latte