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I giardini giapponesi

Poco tempo fa mi sono iscritta alla Società Toscana di Orticultura, presso la quale seguo un corso di degustazione di té tenuto da Vania Coveri Teateller. Approfittando di questo privilegio, e sperando di trovare un giorno per sfogliare i volumi della splendida biblioteca, sono andata a farmi un giro sui bollettini di quest’importante istituzione fiorentina. Ho trovato subito, neanche a farlo apposta, un articolo sui giardini giapponesi.

Ora voi mi direte: che c’entrano i giardini giapponesi con un blog del té? E io vi risponderò: c’entrano, eccome se c’entrano!

Giardino del Tè nello
Zuihoo-in, Daitoku-ji, Kyoto. Credits: Higan.com

Il giardino giapponese è infatti l’anticamera di accesso alla casa del té. È un percorso di purificazione, di astrazione dalle necessità e dalle preoccupazioni quotidiane e materiali per avvicinarsi sempre più alla natura e al naturale stato delle cose. Quindi a se stessi. Quando, attraversato il giardino del té, Roji in Giapponese, arriviamo a questa conclusione, possiamo accedere alla casa del té e alla Cerimonia del Té giapponese.

Nell’articolo del Bullettino, di cui vi fornisco il link, si racconta in realtà l’origine dei giardini giapponesi. Essi si diffondono in Giappone per il tramite della cultura cinese e coreana. L’aspetto più importante è la natura e l’esaltazione degli elementi naturali, come l’acqua, ad esempio. Il giardino giapponese è inizialmente identificato come luogo di culto, proprio perché la bellezza della natura diviene qualcosa di sacro. Ecco che allora molti giardini diventano veri e propri templi. Il giardino in Giappone è considerato una rievocazione del paesaggio, quindi una riproposizione in piccola scala di fiumi, laghi, anche alberi (saranno nati per questo i bonsai?). In questo contesto in Giappone il giardino diventa un luogo di pace e serenità, di ristoro dalle tribolazioni della vita quotidiana. Ed è in questo contesto che si sviluppa il Giardino del té.

Il Giappone prende dalla Cina non solo il concetto paesaggistico di giardino, ma anche il té! Lo declina poi con caratteristiche sue proprie, ma è pur sempre la Cina la grande madre che ne esporta la conoscenza. Il té arriva in Giappone tramite i monaci buddhisti cinesi e acquisisce ad un certo punto caratteristiche sue proprie: sono quelle che Sen Rikyu canonizza nella Via del té, il Chado, e nella cerimonia del té, il Chanoyu. Sen Rikyu è un monaco zen e lo zen d’ora in avanti (siamo nel XVI secolo) invade e pervade ogni aspetto della vita, della cultura e del pensiero giapponese.

Il giardino del té è luogo, dirà agli esordi del XX secolo Kakuzo Okakura ne “L’arte e la cerimonia del té”, in cui l’invitato alla cerimonia del té deve abbandonare, passo dopo passo, se stesso, le sue preoccupazioni, i suoi affanni, per immergersi in un mondo di apparente, naturalistica perfezione. Dico apparente, perché nel giardino del té tutto è meticolosamente ordinato, comprese le foglie non spazzate sul sentiero, che danno quel senso di romantico abbandono, ma che in realtà sono appositamente volute in quel modo disordinato. La bellezza, nella cultura giapponese, sta nella perfezione data dalle imperfezioni. Così, un vialetto totalmente spazzato via dalle foglie non restituisce le stesse emozioni e la stessa pacatezza di un vialetto lasciato alla mercé della brezza.

Uno scorcio del Giardino Giapponese di Firenze

A Firenze c’è un giardino giapponese, realizzato in occasione del gemellaggio tra Firenze e Kyoto, ormai qualche decennio fa. Si tratta di un piccolo versante del più grande Giardino delle Rose, che poco trasmette del senso di bellezza e perfezione naturalistica dei giardini giapponesi del Giappone: elemento sempre caratterizzante è l’acqua, ma gli spazi sono talmente esigui che è difficile calarsi nella parte. E soprattutto manca la casa del té al fondo del percorso. Nonostante ciò, però, bene che ci sia! Perché nella città campionessa del Giardino all’Italiana una realizzazione appartenente a un’altra cultura non può che essere un fattore positivo.

Un altro giardino giapponese, che visitai ormai quasi 20 anni fa (ossignore!!!) è il giardino giapponese di Montecarlo: uno spazio molto grande, con lo sfondo dei grattacieli del Principato, ma perfettamente isolato. Il rombo delle Ferrari sulla strada si perde, immersi come siamo a seguire i sentieri nei ciottoli e il corso d’acqua varcato da ponticini. Molto più grande e molto più suggestivo del giardino di Firenze, è giocato anch’esso sull’acqua e sulla pietra, con la riproposizione in scala di un paesaggio realistico. Se andate a Montecarlo ve lo consiglio, è qualcosa di veramente esclusivo, un’esperienza che pochi fanno perché pochi la conoscono.

Per approfondire l’argomento, in maniera eccellente direi, vi invito a leggere la pagina web dedicata ai Giardini giapponesi di Higan. Molto completa, dice tutto in modo molto curato e chiaro. Buona lettura!

Granada, il té, le teterias

Una cosa che a Granada non manca è il té. La città più arabeggiante di Spagna vuole mantenere il suo legame culturale con la costa africana del Mediterraneo anche con il rito del té e la passione per le spezie. Così, se i negozi di souvenir vendono principalmente artigianato arabo, molti localini si fanno chiamare teterias. Non potevo non andare in esplorazione.

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Té in vendita fuori dalla cattedrale di Granada

Le teterias sono sale da té, né più né meno. A Granada si trovano nell’Albaicìn, il quartiere arabo che come un souk si sviluppa lungo una stradina che sale lungo la collina di fronte all’Alhambra, la reggia/fortezza dei principi arabi che governarono la città prima della Reconquista cristiana.

L'interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

L’interno da mille e una notte della teteria Kasbah, Granada

Ero incuriosita dalla possibilità di prendere un té in una teteria di Granada e nel quartiere arabo, per giunta: prima di partire mi ero un po’ informata sull’esistenza di questi locali, e avevo letto anche un articolo che avevo postato sulla pagina facebook del blog che mi dava un quadro più preciso dell’argomento.

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

prendere il té in una teteria è una delle cose da fare a Granada

Tra le varie teterias mi ispirava di più La Kasbah, per cui quando mi ci sono trovata davanti, proprio all’inizio di Calle Caldererìa Nueva, non ho perso tempo e ho detto: prendiamo un té.

Perfetto per dopocena. Ambiente assolutamente arabeggiante, atmosfera da Mille e una notte tirata pure un po’ troppo all’eccesso, profumo d’incensi e di cannella, e anche del narghilè che fumano al tavolo accanto. Ancora freschi dell’esperienza di Tangeri prendiamo un té alla menta e un té “sueño de Granada“. Ma il té alla menta non è all’altezza del suo simile bevuto in Marocco, com’è giusto che sia, del resto. Il locale è molto bello, ben arredato e la scelta del menu è molto vasta. Ma fa anche ristorante, fa fumare il narghilè e insomma più che una teteria sembra un caravanserraglio per turisti. Ma forse sono io che pretendo troppo. In fondo non c’è niente di male a voler arredare all’araba un locale che si trova nel quartiere storicamente arabo della città. E poi, parliamoci chiaro, tutti i negozini che si susseguono lungo la via, non sono poi fatti apposta per i turisti?

Il té a Granada viene venduto nei negozi di souvenir in piccoli pacchettini cilindrici trasparenti. A 2 € l’uno ti puoi portare a casa qualche té nero o verde aromatizzato dal nome fortemente evocativo: magia dell’alhambra, notte di Granada, Albaicin… e via di seguito su questo stile. Con i ricordi torno a quando venni qui per la prima volta nel 2003 durante l’interrail: stetti a Granada solo una notte, e proprio qui, nel quartiere dell’Albaicin, acquistai due té in pacchetti cilindrici trasparenti del tutto identici a questi. Questa volta, invece, non ho acquistato nulla.

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

foglie per infusioni in vendita vicino alla cattedrale di Granada

Anche nel mercato dell’Alcaiceria accanto alla cattedrale (un tempo era un mercato serio, oggi ospita solo negozi di souvenir) si trovano gli stessi pacchettini di té. Intorno alla cattedrale, poi, qualche negozio vende té e spezie. La cosa che non sono riuscita a capire è se a Granada gli abitanti bevono il té perché gli è rimasto un qualche retaggio culturale, oppure se è solo un’invenzione per i turisti. Il dubbio mi è venuto e sinceramente non sono riuscita a scioglierlo.

Comunque alla fine il té l’ho comprato, verde al profumo intenso di fiori e frutta matura, in un negozio di spezie accanto alla cattedrale. E ho comprato anche le spezie. Che non si dica che sono monotematica. E poi, sempre in questo negozio, ho visto vendere le foglie d’ulivo, così come le vendevano anche a Tangeri. Ma scusi, a che servono? In infusione, come rimedio per l’ipertensione e il colesterolo alto. Infuso di foglie d’ulivo, dunque: il must-to-drink dell’autunno 2016. Ma ve lo racconterò a tempo debito 😉

Le teiere di Tangeri e il mistero del marchio “Manchester”

Questo è il secondo post che dedico alla mia visita a Tangeri. Ci sono stata un solo giorno, eppure è stata davvero ricca di suggestioni per me. Il perché lo potete facilmente immaginare: per una come me, curiosa bevitrice seriale di té, il Marocco non può che essere una grandissima fonte di ispirazione e un luogo da studiare. E così se nel primo post ho parlato del té alla menta di Tangeri, in questo secondo post vi parlo delle teiere che si trovano a vendere in quantità industriali nei mercati e nei negozi della città.

Un'esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Un’esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Innanzitutto una premessa: a Tangeri vi sono mercati per i tangerini e negozi per i turisti. Anche se di turisti “a piede libero” cioè da soli, non in gruppi organizzati, ce n’è pochi, tuttavia i negozi ci sono, e sono quelli che fanno, ovviamente, i prezzi più alti, o che proprio provano a fregare (come il tipo che inizialmente mi stava per vendere un pacchetto di té a 50 centesimi di €, ma che poi per 3 pacchetti di euro ne voleva 45).

Teiere dorate in vendita in uno dei mercati di Tangeri

Teiere dorate in uno dei mercati di Tangeri

Il posto migliore dove fare affari è invece un mercato che si trova tra Avenue d’Angleterre e Rue San Francisco, alle spalle della moschea che affaccia su Place du 9 Avril 1947. Qui trovate il miglior artigianato, piatti, ciotole, tajine, bicchieri in terracotta dipinta, e poi ancora bicchieri di vetro e teiere.

Qui in effetti abbiamo trovato un’autentica teiera per il té marocchino: pesante, in metallo, che sicuramente era già stata usata in passato. Niente marchio di fabbrica sul fondo, peccato. La vendeva un tale che aveva un banco di oggetti vari in ferro e metalli: una sorta di antiquario del posto, se così lo si può definire. E in esposizione aveva una serie di teiere da incanto, anche dorate: veniva voglia di strofinarle come se fossero state tante lampade di Aladino.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri e un’autentica teiera marocchina

Anche i negozi di Tangeri vendono le teiere per il té marocchino (che non necessariamente è alla menta, ma può essere anche alla shiba, come ho raccontato qui), ma si vede subito che non si tratta di merce di qualità, ma di produzione industriale fatta apposta per il turismo. La cosa che mi ha incuriosito è stata la marca, apposta sul fondo di tutte queste teiere: Manchester. Non una scritta in arabo, come pensavo, ma il nome della città inglese. Ma pensa un po’, mi son detta, possibile che questi si facciano arrivare dalla Gran Bretagna le teiere marocchine? Possibile?

Teiere marchiate Manchester

Teiere marchiate Manchester

Così, una volta a casa ho fatto qualche ricerca, e ho scoperto una storia incredibile del tutto casualmente su un blog: pare che intorno al 1770 un certo Richard Wright, di Manchester, abbia cominciato a produrre ed esportare teiere in argento e silver plate in Marocco. Pare che producesse non solo teiere, ma altri oggetti legati al consumo del té come zuccheriere e tea-caddy. Il marchio impresso sugli oggetti di sua produzione era una scritta in arabo e in inglese, “Richard Wright Manchester“. La cosa buffa, però, è che di questo personaggio nessuno a Manchester sa nulla, non si sa se sia realmente esistito o se fosse uno pseudonimo di qualche produttore ebreo o direttamente marocchino impegnato nel commercio di té dall’Inghilterra. Sul mercato gli oggetti marchiati Richard Wright si trovano almeno fino al 1850. Dopodiché, complice il successo del marchio, divenuto un vero e proprio brand, in Marocco compaiono delle produzioni locali a imitazione dell’originale. E oggi, evidentemente, il ricordo di questa produzione è rimasto nel marchio Manchester di tutte le piccole teiere che vengono vendute a Tangeri e, immagino, anche nel resto del Marocco.

Ecco, dunque, spiegato perché le teiere di Tangeri sono marchiate Manchester! Mai avrei immaginato una soluzione del genere, e soprattutto mai avrei immaginato un’altra cosa incredibile: la cosa più interessante di tutte, infatti, è che da quello che ho capito, è questo Wright che avrebbe “inventato” la teiera marocchina col coperchio a punta. Ma questo è un aspetto che voglio approfondire. Poi, da brava archeologa, una volta che avrò messo insieme tutti i dati vi racconterò cosa ho scoperto. Nel frattempo terrò gli occhi ben aperti: che se nei prossimi mercati dell’antiquariato in cui girerò mi imbatterò in una teiera di Richard Wright, non me la lascerò sfuggire!

Il mio té alla menta a Tangeri

Tangeri è caotica. Anzi no, è un vero e proprio casino.

Tangeri è un grande immenso mercato. Non ci sono solo i mercati coperti, come il Grand Socco, che è una città nella città, e il Petit Socco, di dimensioni più ridotte, ma certo non da meno: su tutte le strade dalla tarda mattinata in avanti si aprono bazar e negozi, gioiellerie nella via dell’oro, botteghine minuscole appena fuori delle mura della città vecchia. Vendono di tutto: teiere, bigiotteria, scatoline, oggetti in cuoio e in legno, babbucce colorate, abbigliamento tipico maschile, piatti e vasi in terracotta dipinta, e ancora olio d’argan e tessuti. E poi ci sono le donne per strada, che si riparano dal sole con buffi cappelli a tesa, e che sui loro cenci stendono la loro mercanzia: bottiglie di latte appena munto, cipolle, ceste di prezzemolo, di foglie d’olivo, di cedrina e di menta. Sì, di menta.

Un cesto di menta a Tangeri

Un cesto di menta a Tangeri

In mezzo a questo gran bordello, a questo gran vociare di gente, a questo andirivieni di persone, di rumori, di profumi e di odori non sempre piacevoli, di colori sgargianti nel sole caldo di una giornata africana, ad un certo punto ti devi fermare, anche se ti diverte quell’usanza tutta araba di contrattare i prezzi di tutte (o quasi) le merci.

Se non ci sei abituato dopo un po’ ne esci frastornato.

Troviamo rifugio in un Caffé lungo la via principale che dal porto sale verso il Grand Socco. Una via che ora dopo ora si risveglia e che abbiamo la fortuna di percorrere una prima volta la mattina presto, quando ancora per strada non c’è quasi nessuno, e poi più tardi, quando il traffico umano aumenta. Il Caffé Tinjis avrebbe pretese di locale “all’europea”, con un dehors di dignitosi tavolini che affaccia sulla via e camerieri in divisa affabili come maîtres di un qualche ristorante di lusso. Ma l’interno è decadente, sporco e fatiscente; il bagno… meglio non commentarlo. Ma il té alla menta che beviamo seduti all’aperto, mentre sotto di noi scorre il fiume in piena della gente che va avanti e indietro (ma avranno davvero tutti una meta?) è la cosa più appagante e ristoratrice della nostra giornata a Tangeri: un momento di vera pace che attutisce il caos d’intorno, un bicchiere di dolcezza profumata e aromatica che ci accarezza come una mano gentile.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri

È semplicemente acqua bollente, zucchero e menta a profusione, quella stessa menta che abbiamo visto vendere un po’ ovunque per la città in quelle ceste poggiate per strada alla mercé di chiunque, all’altezza dei gas di scarico delle auto, delle code dei gatti randagi (tantissimi), delle mani di chi voglia saggiarne il profumo. Ma proprio per questo, o nonostante questo, il té alla menta che beviamo a Tangeri ha un sapore e un profumo che difficilmente troveremo altrove. E la nostra giornata tangerina, totalmente di scoperta di una cultura e di una vita totalmente estranea alle nostre, trova la giusta, degnissima, piacevolissima conclusione.

 

Le teiere del Mercato delle pulci di Saint Ouen

Amanti dell’antiquariato e delle pulci, se passate da Parigi il Mercato di Saint Ouen, presso Porte de Clignancourt, è ciò che fa per voi. Un intero quartiere nel quale rovistare, acquistare mobili antichi, ma anche semplicemente bottoni e, naturalmente, teiere e servizi da té.

Sapete che amo i mercatini e sapete che ciò che più mi piace è pensare che se qualcuno si è liberato di un oggetto, quest’oggetto potrà avere presto o tardi la sua opportunità di una nuova vita e di una nuova storia. Ogni oggetto è portatore di una storia. A maggior ragione una teiera: quali té avrà versato? A chi? Quando? Dove è stata acquistata? Rispondere a queste domande è impossibile, a meno che il venditore non corrisponda al proprietario che se ne vuole disfare. Ma è raro incontrare situazioni del genere, pertanto solo la fantasia ci può aiutare a raccontare storie. Tra le varie teiere una mi ha stuzzicato la fantasia: di grandi dimensioni, in ceramica, produzione russa, stando alla firma che si legge sotto l’ansa. Come ci è arrivata a Parigi? A chi apparteneva? Quando è stata realizzata? Ha mai servito davvero del té?

Teiera in maiolica bianca e blu di produzione russa e dimensioni maggiori del dovuto. Decorata con appliques nel centro, cavo, della pancia

Teiera in maiolica bianca e blu di produzione russa e dimensioni maggiori del dovuto. Decorata con appliques nel centro, cavo, della pancia

Avrei comprato tutto. Ma mi sono trattenuta, ve lo dico subito. A farmi desistere da qualsivoglia acquisto il pensiero del bagaglio a mano al ritorno. E il pensiero che ormai in casa mia o entrano le teiere o entro io. Mi sono comunque goduta l’esplorazione, il gusto della ricerca, l’osservazione dei servizi da té, in ceramica, in ottone, cinesi, russi, di Limoges. Ne ho trovato per tutti i gusti e io stessa non saprei trovare la mia teiera preferita. Così lascio a voi le foto di questo reportage. Giudicate voi, e fatemi sapere!

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Il Masala Chai al Borough Market di London

Masala chai at Borough Market, London

Masala chai at Borough Market, London

Se vuoi conoscere lo street food londinese devi per forza pranzare almeno una volta al Borough Market: un mercato coperto dove accanto ai banchi delle verdure e del pesce puoi trovare tutti i banchini del cibo da asporto, o take away che dir si voglia. Dalle pies al kebab, passando per la cucina indiana e quella vegetariana, o al contrario agli immensi spiedini di carne o ai wurstel di tradizione centroeuropea. Il Borough Market è un’esperienza culinaria multietnica, un festival delle cucine del mondo che si svolge tutti i giorni, e che tutti i giorni fornisce il pranzo ai londinesi che lavorano nella city o a Southbank e ai turisti che ormai stanno imparando a conoscere questo posto.

Tra le varie attrazioni offerte non poteva mancare il té. Non parlo dell’English Breakfast o dell’Afternoon Tea, blend tipicamente inglesi che però hanno bisogno del loro proprio rituale per essere serviti, ma del té direttamente importato dall’India, in particolare dal Darjeeling, la regione che produce il té più pregiato.

Masala Chai at Borough Market: gli ingredienti

Masala Chai at Borough Market: gli ingredienti

Se volete fare un’esperienza di street-tea, trovate quello che fa per voi: una curiosa miscela che vi verrà preparata sul momento. Curiosa per due motivi: innanzitutto tutta la preparazione, e in secondo luogo per il sapore, particolarissimo. La bevanda che vi racconto è il Masala Chai, a base di té nero, latte e tanto tanto zenzero.

A prepararlo è una ragazza giovanissima che con maestria dosa gli ingredienti e prepara l’infusione come se fosse un rito.
In principio è il té, nero, speziato, cannella, cardamomo, chiodi di garofano e pepe, la classica miscela con la quale ormai identifichiamo il chai. Lo versa nei bicchieri di cartone (che io non sopporto, ma per lo street-tea ci vogliono), ma prima di tappare i bicchieri con il beccuccio di plastica agita del latte e lo versa. E non finisce qui. Perché l’ingrediente magico, quello che fa la differenza, è lo zenzero, che viene grattugiato sul momento e versato nel bicchiere. Quindi si mescola il tutto, si tappa il bicchiere e per 2 £ il Masala chai tea da asporto è pronto.

Il profumo è speziatissimo, il sapore dolciastro, grazie al latte che tutto blandisce, ma estremamente di carattere perché, se permettete, lo zenzero vuole farsi sentire.
Un’esperienza che, a distanza di un anno, ancora mi è rimasta impressa e ricordo con grande piacere.

Il Masala Chai in preparazione: lo zenzero grattugiato viene versato nel bicchiere di chai latte

Il Masala Chai in preparazione: lo zenzero grattugiato viene versato nel bicchiere di chai latte

Orti Dipinti e bizzarre piante aromatiche

C’è un giardino a Firenze sconosciuto ai più. Dalla strada, Borgo Pinti, non si vede, chiuso da un alto muro e da un cancello. In passato quel cancello era spesso chiuso; ultimamente invece è aperto. È il Giardino degli Orti Dipinti.

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Entrando si varca il confine per un posto diverso, nuovo, magico, animato da folletti come quelli dei boschi di Fantaghirò, per capirci. In effetti ci sono, i folletti: mille occhi e mille facce in terracotta dipinta ti scrutano appese al murettino che delimita lateralmente il giardino; davanti a noi una casetta di legno, dall’altro lato un’aiuola, alberi e più in là una specie di pagoda in muratura. E altre figurine in terracotta dipinta, buffe, goffe, grottesche, che sorridono e che si nascondono dietro un ramo o che ti accolgono, ritte su una panchina.

Ti senti osservato, ma vai avanti.
Se fin qui eravamo nel regno delle favole, andando avanti entriamo in un settore che non ci aspetteremmo mai di trovare in un giardino pubblico: un vero e proprio orto. Un orto nel quale gli ortaggi e le piante aromatiche non sono piantate direttamente in terra, ma in cassoni di legno, ognuno riservato ad un’essenza singola, o al massimo a due, coltivate secondo l’andamento delle stagioni: in estate troverete i pomodori, per intenderci, ora invece no. Ogni cassone è irrigato grazie ad un primitivo quanto ingegnoso sistema: un orcio in terracotta riempito d’acqua e tappato con un tappo in ceramica o in sughero, che rilascia lentamente l’acqua la quale così riesce ad irrigare tutta la terra del cassone senza rischio di dispersione. Anche qui tornano i buffi animalini e le facce grottesche: disseminate nei cassoni, tra gli steli delle cipolle, tra le foglie delle piante, tra i peperoncini che pendono, questi esserini animano, rallegrano e rendono magico questo posto.
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Tra le piante coltivate una serie in particolare ha attratto la mia attenzione: la serie delle piante aromatiche. Timo? Menta? Salvia? Certo, ma in varianti che lasciano davvero a bocca aperta. Perché c’è un motivo se ho detto che quest’orto è magico, ed è che le piante aromatiche hanno profumi che non sono i loro: la menta sa di arancia oppure di fragola, la salvia sa di melone e di pesca e il timo sa di bergamotto! Non è suggestione, è davvero così: che siano quei buffi esserini, ancora una volta, ad aver fatto l’incantesimo?

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Gli Orti Dipinti sono una Community Garden nel cuore di Firenze. Sono un orto didattico e si chiamano così (e qui un po’ di poesia si perde), perché sono gli Orti di (Borgo) Pinti, la via sulla quale si affacciano. Occupano il posto che un tempo fu di un campetto di atletica e che da qualche tempo versava in stato di abbandono. I volontari, perché sono volontari coloro che se ne occupano, hanno reso in breve tempo questo spazio vivo e vitale, con una sua personalità e una sua mission: uno sviluppo urbano sostenibile, attraverso la coltivazione delle piante dell’orto, la sensibilizzazione a tematiche green, ecologiche e ambientali. In programma hanno tutta una serie di attività che svolgono anche in collaborazione con le scuole. Perché l’educazione all’ambiente, compreso l’ambiente dell’orto, ormai così estraneo alla maggior parte delle nuove generazioni, deve iniziare fin da bambini. I volontari sono lì tutti i giorni. È grazie alla loro presenza e alla loro attività se questo giardino è accessibile a tutti. Sul loro sito web si può essere informati costantemente delle loro attività ed iniziative.

20151213_155649-01.jpegMa torniamo a noi: le piante aromatiche, la menta che sa di arancia e la salvia che sa di melone. Esistono davvero, e per rendersene conto basta strofinare le foglie, come si farebbe con qualunque pianta per impregnarsi i polpastrelli del profumo, e portarsi le dita al naso. No, tranquilli, i sensi non vi ingannano, quelli che sentite sono profumi davvero assimilabili a frutti diversi da quelli che avete davanti. Queste piante, la salvia melone, la menta arancia, il timo bergamotto, e ancora la salvia pesca e la menta fragola sono delle particolari varietà della salvia, del timo e della menta. Devo ancora decidere se fa più specie non riconoscere il profumo consueto o indovinare quello bizzarro. Fatto sta che la scoperta diventa meraviglia, poi divertimento, voglia di condivisione e desiderio di saperne di più. Eravamo lì in 6 o 7 persone, e senza conoscersi ma con lo stupore nel cuore abbiamo cominciato dal nulla a scambiarci le impressioni: “la menta arancia è eccezionale” “la salvia pesca si sente meno” “fantastico, davvero” e a chiacchierare così del più e del meno, del giardino, del tempo, di Firenze e di come sarà quest’inverno. Questo è il potere aggregante della terra.
Una volta tornata a casa mi sono informata  su queste piante speciali. Sul blog di Orti Dipinti trovo il post in cui si parla del loro arrivo nel giardino. Ma non mi basta, voglio saperne l’origine: sono create in laboratorio? Sono varietà particolari che si trovano in natura?

Qualche ricerca su google, non del tutto esaustiva, in verità, ed ecco che le mie domande iniziano a trovare risposta: il tema mi interessa perché a suo tempo avevo acquistato una piantina appartenente a questa categoria, una menta bergamotto che avevo impiegato utilmente per prepararmi un té nero aromatizzato. Non è dunque la prima volta che mi imbatto in questo genere di prodotti dell’orto.

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Google interrogato mi risponde. Partiamo con la salvia melone: trattasi di una salvia dalle foglie venate, ricoperte da fine peluria, di color verde brillante con un profumo simile al melone. I fiori rossi sono raccolti in spighe e fioriscono dalla primavera all’autunno. Vuole un terreno asciutto, ben drenato ed esposto al sole. Non tollera l’umidità. Avendo un aroma simile al melone le foglie trovano utilizzo in bevande fresche, cocktail e macedonie; sono usate anche per esaltare il gusto di piatti a base di pollame, maiale e formaggio; le foglie giovani vengono utilizzate nei pot-pourri e bruciate per deodorare gli ambienti (fonte: qui). Pianta nativa del Messico e del Guatemala, attrae molte specie di fauna selvatica, come bombi, vespe, falene, ma anche colibrì. I suoi semi possono essere ridotti in polvere e usati come farina. È sorella della Salvia Ananas, che a suo tempo ho posseduto: troppo delicata, però, per poter ottenere un infuso aromatizzato sufficientemente profumato.

La menta fragola è un ibrido che associa alle normali foglie di menta l’odore delle fragole. Il profumo fa sì che le foglie possano essere aggiunte alle insalate di frutta o come guarnizione di dolci di frutta. Inoltre le foglie fresche danno un piacevole aroma al tè freddo o caldo e ad altre bevande (fonte: qui).

Quanto alla menta arancia, l’abbinamento sta talmente bene in cucina e negli infusi, che annusare direttamente una fogliolina che racchiude in sé entrambi gli aromi non stona per niente, anzi! Anche in questo caso, unire le foglioline  all’acqua calda, al té, oppure alla macedonia (o come decorazione ad una torta al cioccolato) regala grandi soddisfazioni.

20151213_155559-01.jpegVedo le potenzialità di tutte queste erbe aromatiche profumate ben espresse in una tazza di infuso. Un infuso di menta arancia lo berrei di corsa, senza ripensamenti, così come di salvia melone, anche se temo che sia un po’ delicato, come la salvia ananas. In ogni caso non mi dispiacerebbe ugualmente: anche solo l’infusione delle foglie di salvia è una bevanda molto diffusa nel mondo arabo, in particolare in Giordania, ed ha un potere antibatterico e antinfiammatorio. A me personalmente piace molto anche senza l’aggiunta di limone (come invece è consigliato qui), ma sono sicura che qualche variante più “fruttata”, se ben riuscita, potrebbe essere ancora più gradevole.

Al termine della mia esplorazione del mondo magico degli Orti Dipinti sono proprio contenta: anche se non ho assolutamente il pollice verde mi ha piacevolmente colpito il fatto che in città, in pieno centro, si possa trovare un orto urbano, un angolo nascosto di verde e di allegria. Un mondo a sé, a parte, racchiuso tra le sue mura, isolato, ma che vuole aprirsi alla comunità e vuole farsi conoscere dai Fiorentini. Gli Orti Dipinti sono di tutti, il lavoro dei volontari è meritorio e va sostenuto e promosso. Per parte mia sono rimasta affascinata dalla varietà delle piante aromatiche e credo che vi tornerò spesso prossimamente, magari a primavera, per vedere gli sviluppi di un orto che muta col passare delle stagioni. E per andare a salutare i mille folletti che animano il Giardino e che, me l’hanno già detto, vogliono che torni spesso a trovarli.