Archive for the ‘Non di solo té’ Category

Il decotto alla salvia e l’igiene orale

Che la salvia sia un toccasana per le gengive infiammate lo sapevo già. Ma che fare sciacqui di decotti di salvia facesse bene all’igiene orale non lo sapevo.

Decotto alla salvia igiene orale

Soprattutto, non immaginavo quale tipo di risciacquo.

Ma andiamo con ordine.

Ho fatto un brevissimo corso sull’igiene orale. Niente di straordinario: lavare i denti almeno due volte al giorno, usare spazzolini con setole medie o morbide che non aggrediscono lo smalto dei denti (quelli a setole dure riservateli invece alle dentiere!), usare lo spazzolino elettrico, che ormai è il non plus ultra per i dentisti, fare risciacqui col colluttorio, usare l’idropulsore per rimuovere fino ai più piccoli residui di cibo.

L’idropulsore è allo stesso tempo una macchina infernale ed efficacissima: ti spara in bocca un sottile e spietato spruzzo continuo d’acqua che, se ben indirizzato sulle gengive negli interstizi tra i denti, rimuove e disintegra i minuscoli residui di cibo.

Salvia

Un mazzo di salvia dall’orto

Se all’effetto idrante vogliamo aggiungere un effetto lenitivo e di sollievo, il consiglio dei dentisti, o almeno di quella che ho seguito io, è di fare i risciacqui dell’idropulsore con un decotto di salvia al posto dell’acqua. Il decotto non dev’essere bollente, ovviamente, ma fresco o a temperatura ambiente: della stessa temperatura che avrebbe l’acqua insomma.

Idropulsore o meno, risciacqui con decotto di salvia sono consigliati per rinfrescare le gengive affaticate. In alternativa alla salvia si può utilizzare la camomilla, di cui sono stranote le proprietà lenitive e calmanti. Nel caso di gengiviti preparatevi la camomilla non per berla, ma per fare risciacqui della bocca in modo da lenire il fastidio alle gengive.

Le proprietà della camomilla e della salvia dunque sono riconosciute anche fuori dal ramo dell’erboristeria e dal magico mondo delle tisane e delle infusioni.

Se invece parliamo di té alla salvia, esso è particolarmente bevuto in medio Oriente (io ne bevvi abbondantemente in Giordania) perché è una bevanda fresca, dissetante e corroborante. Niente a che fare con l’igiene orale, ma un’interessante notazione culturale.

Té alla salvia

Té alla salvia

E il té in generale? Come si comporta il té nei confronti dell’igiene orale?

Eh, signori miei, il té, in particolare il té nero, soprattutto quello di cattiva qualità che vi macchia le tazze, allo stesso modo delle tazze vi macchia i denti. Buona regola sarebbe lavare i denti subito dopo aver bevuto il té. Ma vorrei conoscere davvero quel tale che segue questa regola.

E voi che accorgimenti usate per coccolare i vostri denti?

La bustina di té e la raccolta differenziata

Il dilemma: dove butto butto la bustina ti té?

Mi sono trasferita da poco in una nuova città. Nuove abitudini, nuovi vicini, nuove regole per la spazzatura. Eh sì, perché ne vengo da un quartiere in cui la raccolta differenziata era lasciata al buon cuore degli abitanti e arrivo ora invece in un borgo in cui essa è regolata in base a giornate, orari e cassonetti predefiniti. La raccolta differenziata porta a porta non permette deroghe. Rispetto al passato, quindi, sono diventata molto più attenta nella selezione dei miei rifiuti e cerco di differenziare il più possibile. Mi applico piuttosto bene, tuttavia ci sono degli oggetti che mi mettono in difficoltà, e uno di questi è proprio la bustina da té. Dove la butto? Semplicemente nell’indifferenziato? Nell’umido, forse? Nel dubbio mi sono un po’ documentata, e ora racconto a voi cosa ho scoperto.

bustine di té

differenti tipi di bustine di té (e il colino naturefriendly a forma di vaso di fiori)

Non tutte le bustine di té sono uguali…

Innanzitutto non tutte le bustine da té sono uguali: ne esistono infatti, oltre che di varia forma e dimensione, anche di vario materiale. Le più diffuse sono realizzate in canapa naturale o in cellulosa, dunque di per sé compostabili. Un articolo di greenme.it, però, avverte che tali bustine, per poter restare chiuse vengono incollate con polipropilene, un materiale termoplastico che serve proprio a sigillare le bustine e che, a contatto con l’acqua calda rilascia BPA, un interferente endocrino che non fa proprio bene alla salute, soprattutto delle future mamme. Vi ricordate il post di qualche tempo fa sugli ftalati utilizzati per le bustine di té? Ecco, di nuovo tornano a galla.

Le materie termoplastiche non sono compostabili né tantomeno, direi, biodegradabili. Però in linea di massima si fa finta di niente e vengono gettate nell’umido.

pompadour

Winter collection Pompadour: bustine biodegradabili, chiuse con la graffetta

E se invece che chiudere le bustine con polipropilene si usa una bella pinzatrice? Ebbene sì, esistono anche le bustine pinzate, con una bella graffetta di metallo a chiuderle. Non c’è colla, è vero, ma una graffetta di metallo che finisce nell’acqua calda. Al momento dello smaltimento dobbiamo staccare la graffetta dalla bustina, come quando sgraffettiamo un plico di fogli pinzati insieme, e gettarla nell’indifferenziato.

E ancora: bustine in garza di seta, un tessuto biodegradabile che quindi si può tranquillamente gettare nell’umido una volta esaurita la sua funzione. Ad esempio, il marchio Essenza del the vende té in bustine di questo tipo, spiegando la scelta del materiale proprio in virtù della sua biodegradabilità.

Di sicuro, se il té ce lo confezioniamo noi, utilizzando le bustine in cellulosa fai da te come quelle Teefilter che si trovano anche sullo shop online de La via del té, possiamo decidere noi stessi se e come chiuderle: io di solito uso un pezzo di spago da alimenti oppure del filo per cucire. In ogni caso non ho dubbi sulla biodegradibilità del tutto.

Le bustine piramidali in plastica della Lipton

Una soluzione adottata da alcune case produttrici è direttamente la bustina in plastica. Tra queste la Lipton che rassicura circa la non tossicità delle sue bustine a piramide in plastica (plastica che non avrebbe a che fare con gli ftalati di cui sopra), ma ammette che la bustina non sia biodegradabile. E quindi che facciamo? Se siamo riciclo-nazi apriamo la bustina e gettiamo nell’umido il té, mentre buttiamo nell’indifferenziato l’involucro. Sostenibile, però, forse le prime 10 volte.

Fin qui le informazioni che ho reperito da sola, ma poi ho pensato che fosse utile sentire i diretti interessati. Ho scritto pertanto su instagram (ebbene sì) a Pompadour e a Twinings per sapere direttamente dall’azienda se le loro bustine sono biodegradabili o come vanno smaltite.

Pompadour mi ha risposto:

“I nostri filtri sono compostabili, quindi puoi smaltirli nell’umido”.

Va da sé che la graffetta che chiude la bustina e la carta dell’involucro e dell’etichettina vanno gettate separatamente, l’una nell’indifferenziato, l’altra nella carta.

Twinings mi ha risposto

“Per quanto riguarda le bustine classiche Twinings, ti informiamo che il packaging esterno è di carta (va quindi riciclato con la carta), la bustina che contiene il filtro va buttata nell’indifferenziato, mentre il filtro, compreso di cordino e parte in carta, può essere riciclato nell’umido”

premettendomi che

“Twinings è costantemente impegnata nella ricerca di soluzioni migliorative per l’ambiente.”

bustine twinings

bustine twinings

Insomma, la situazione è più intricata di quanto pensassi. Per districarmi, sulla base delle info che ho reperito e che ho raccontato qui sopra, ho realizzato una velocissima infografica: un promemoria per tutti noi, per evitare di trovarci in difficoltà al momento spazzatura.

E voi vi siete mai posti il problema? Come vi regolate con la raccolta differenziata? Parliamone nei commenti oppure sulla pagina facebook de Il mio té (che vi invito a seguire)

Dolce-tour a Galatina, a mangiare il pasticciotto

Sono appena rientrata da un educational tour in Salento. Anche se l’aspetto gastronomico non era quello rilevante, tuttavia io e le altre blogger e influencer non abbiamo avuto di che lamentarci, anzi. Il top l’abbiamo raggiunto a Galatina, dove abbiamo assaggiato il dolce tipico salentino: il pasticciotto.

dolce tour a galatina

Il pasticciotto

pasticciotto

Pasticiotto mon amour

Narra la leggenda che il pasticciotto sia nato a Galatina. Per la precisione lo inventò nel XVIII secolo il pasticcere Nicola Ascalone che, durante la festa della Taranta, essendo rimasto a corto di pasta frolla e di crema pasticcera con cui stava realizzando torte, decise di realizzare dei dolcini piccini. Non ne doveva essere molto soddisfatto, visto che da subito definì questo dolciume un “pasticcio”: ma lo regalò a un passante che evidentemente non la pensava come lui e che immediatamente sparse la voce di un nuovo strepitoso dolce. In breve tempo il pasticciotto si diffuse in tutto il Salento e la pasticceria Ascalone continua a portare avanti questa tradizione.

Il pasticciotto è appunto un piccolo dolciume di pasta frolla riempito di abbondante crema pasticcera. Servito caldo è davvero una libidine, ve l’assicuro, ma pure freddo ha il suo perché.

La pasticceria Ascalone a Galatina

Interni d’altri tempi, con la moquette rossa alle pareti, il pavimento a mattonelle bianche e nere, il bancone decisamente vintage: Ascalone ha mantenuto l’aspetto di un bel caffè del Novecento, anche se in realtà è piuttosto piccolino. Non produce soltanto pasticciotti, ma naturalmente chi viene qui, soprattutto da fuori, una sola cosa vuole. E una sola cosa porta via, tutto goduto.

Il dolce-tour di Galatina quindi ha solo una tappa: questa pasticceria; e ha un solo dolce: il pasticciotto. Va detto, però, che durante il mio soggiorno in Salento, ho assaggiato la torta pasticciotto, ovvero un trionfo di pasta frolla ripiena di crema pasticcera. La gioia la mattina a colazione. E un 10 al B&B Manipinta di Corigliano d’Otranto che me l’ha proposta.

pasticceria ascalone galatina

La Pasticceria Ascalone a Galatina: qui è nato il pasticciotto

Non c’è pasticciotto senza té

Lo so, lo so, il pasticciotto è un dolce della tradizione salentina e io arrivo qui ad abbinarci una bevanda che col Salento non c’entra nulla. Ma questo è un teablog, quindi non posso limitarmi a dirvi che in Salento si prende il caffé con ghiaccio e latte di mandorle, che è una delizia rinfrescante senza pari. Ci abbino perciò un té, com’è giusto che sia, e come questo blog prevede.

Il pasticciotto è un dolce che soprattutto a colazione dà il meglio di sé. Dunque ci abbino molto bene un blend di té neri, come ad esempio un English Breakfast (senza limone, mi raccomando!) oppure un té nero aromatizzato alla vaniglia, già lievemente più dolce e profumato, che va nella direzione del nostro dolciume. No a té agrumati, né speziati, che rischiano di snaturare la percezione al palato del pasticciotto. Potremmo chiamare questa colazione Salentinian Breakfast, che ve ne pare?

I due prodotti, pasticciotto e té, devono essere complementari, nella misura in cui l’uno esalta il profumo e i sapori dell’altro e viceversa. Un moderato equilibrio che dia quella sensazione che noi tutti abitualmente chiamiamo in un solo modo: goduria.

torta pasticciotto

La torta pasticciotto: ideale per il mio Salentinian Breakfast al B&B Manipinta di Corigliano d’Otranto

PS: questo non è in alcun modo un post sponsorizzato. Piuttosto, è un post in cui mi permetto di parlare di esercizi commerciali e ricettivi a mio parere validi. Siete liberi di seguire i miei consigli oppure no.

Giro del mondo del té (attraverso le teiere della mia collezione)

Fermo restando che è sempre valido il motto “Ad ogni té la sua teiera“, vi porto a fare il giro del mondo in teiera.

Questo post è un inventario della mia collezione di teiere, necessario in questa fase di traslochi. Al tempo stesso è un modo per ricordarsi che ad ogni té corrisponde la sua teiera in una determinata parte del mondo.

Due teiere giapponesi in ghisa + strumenti in bambù + té matcha + 2 tazze 

La cerimonia del té giapponese è uno degli aspetti più interessanti della cultura giapponese. Il suo canonizzatore fu il monaco Sen Rykiu nel XVI secolo: egli istituzionalizzò il rito del Cha no Yu, la Via del té, che non è semplicemente preparare una tazza di té, ma è un vero e proprio stile di vita votato alla semplicità, alla sobrietà, alla pacatezza, al rifiuto delle forti passioni che agitano lo spirito e la vita quotidiana, in onore di una grandissima pace interiore. Alla cerimonia presenzia un maestro del té e uno o più ospiti per i quali viene preparato il té. Per prepararlo, il maestro del té prende un poco di polvere di matcha e lo mette nella tazza, poi versa poca acqua e mescola il tutto con il chasen, il frullino. Quando la polvere è sciolta ed è diventato un composto verde brillante, il té è pronto e viene servito all’ospite.

Le mie teiere in ghisa giapponesi con il chasen e gli altri accessori per il té

Una teiera marocchina in argentone + bicchieri in vetro decorati + vassoio sbalzato in alluminio

Questa è la teiera che usano i beduini per preparare il té alla menta oppure alla shiba, ovvero la pianta dell’assenzio. Una delle due teiere, molto decorata, l’ho comprata su un mercatino dell’antiquariato in Italia e il venditore non mi seppe dire molto (ma ha suscitato l’interesse di una mia collega: presto vi racconterò cosa ha scoperto). Un’altra teiera, invece, che vi ho mostrato qui, proviene proprio dal Marocco, da Tangeri, dov’è stata oggetto di contrattazione come le regole del mercato marocchino vogliono. A Tangeri, tra l’altro, ho bevuto un té alla menta esagerato. Il té lì è servito naturalmente zuccherato nel bicchiere di vetro, decisamente bollente. La storia di questa tipologia di teiere è interessante. A Tangeri, nei negozini si trovano a vendere tante teierine a marchio Manchester. Ho scoperto che questo marchio deriva dal fatto che l’inventore di questa forma di teiera, originariamente in argento, era un signore ebreo di Manchester, tal Richard Wright, che nel 1770 decise di produrre argenterie per il mercato nordarfricano. Ecco che allora il nome Manchester è diventato oggi, per le produzioni industriali, un marchio che identifica la forma della teiera. Teiere marchiate Richard Wright ne esistono, ma ormai sono rare. Chi se le aggiudica ha davvero un pezzo di valore nella sua collezione.

Il mio servizio da té marocchino: teiera, bicchieri e vassoio

Un servizio da té cinese

Acquistato in un negozio di artigianato cinese, è uno di quei casi in cui il made in China è garanzia di qualità. In realtà non si tratta di un servizio da té utilizzabile: le tazzine sono davvero troppo piccole. Va detto, però, che in Cina la cerimonia tipica del té, il Gong Fu Cha, prevede una piccola teiera e tazzine ancora più piccole. Si tratta di una cerimonia in cui si sottopone a tre infusioni successive il té oolong, che è un té semifermentato, a metà strada come lavorazione tra il té nero e il té verde. Noi conosciamo per la maggior parte il té nero e il té verde, e invece esiste una grande gamma di tipologie di té. Quello del té è un mondo davvero vastissimo, che solo ultimamente stiamo imparando a conoscere in Italia.

i miei due servizi da té per la cerimonia del té cinese, il Gong Fu Cha

Un servizio da té con Teiera verde + 4 tazzine 

Questo servizio da té è interessante perché le tazzine sono esattamente delle dimensioni di quelle per la cerimonia del té cinese Gong Fu Cha. Per il resto, però, è un servizio da té cui sono molto affezionata, uno dei primi con cui ho avviato la collezione. Non è però un servizio da té originale cinese.

Teiera stile inglese + 2 tazze decorate

cup of tea

tazza da té manifattura inglese

Anche in Gran Bretagna la cerimonia del té è importante. In particolare l’Afternoon Tea è una vera e propria grande merenda nel corso della quale non solo si beve il té, ma si fa conversazione e si mangiano dolcini oppure sandwiches salati. La Gran Bretagna, e in generale l’Europa, conosce il té da tempi relativamente recenti: dal 1600, per essere precisi, quando fu scoperto grazie a contatti commerciali con la Cina. Come ho raccontato in questo post, per un bel po’ di tempo la Cina ebbe l’esclusiva della produzione e quindi dell’esportazione di té, poi un giorno, nell’800, un avventuriero inglese rubò in Cina delle piante, dopo aver imparato le tecniche per la coltivazione, e le trapiantò in India. Da allora l’India divenne un grandissimo produttore di té e l’Inghilterra poté sganciarsi dalla dipendenza dalla Cina. Se fino a quel momento il té era stato una bevanda appannaggio dei ricchi, con le coltivazioni in India, che era colonia inglese, i prezzi si abbassarono e il té divenne una bevanda adatta a tutte le classi sociali.

Due tazze vengono dalla Gran Bretagna e in particolare sono affezionata a questa in fotografia, su cui sono rappresentate proprio le fasi della coltivazione della camellia sinensis, la pianta da cui si trae il té.

Teiera stile Limoges

Dopo la sua scoperta da parte dell’Occidente, il té non si diffonde solo in Gran Bretagna, ma sulle tavole dei nobili di tutta Europa. In Francia le porcellane di Limoges hanno anche una produzione di teiere e servizi da té. Questa teiera nello specifico non è un originale, ma richiama molto la forma di quelle teiere di XVIII secolo che venivano prodotte in Francia. In Italia, invece, andava di più il caffè.

La mia teiera in stile Limoges

 

Teiera in plexiglas + fiore di té

Le teiere in vetro o plexiglas si prestano particolarmente nel caso di infusioni belle da vedere. Io solitamente la uso per due cose: per la preparazione del té freddo direttamente da ghiaccio, ovvero mettendo in infusione le foglie di té in mezzo ai cubetti di ghiaccio che, sciogliendosi si impregnano, oppure per l’infusione di un fiore di té: col calore dell’acqua le foglie di té si schiudono e il fiore si libera.

 

Il mio fiore di té

Nel prossimo post invece vi racconterò le mie teiere buffe, quelle dalle forme bizzarre: perché la forma della teiera ispira le fantasie più strane!

La farinata di ceci e il té alla salvia

La mia amica foodblogger Alice di Pane Libri e Nuvole mi ha invitato ad un bel contest che mi calza a pennello: l’ora del tè, promosso dai blog The Spicy Note e Sapori e dissapori Food. Non potevo non partecipare, anche se mi sono ridotta all’ultimo (il contest scade oggi 30 novembre). Ho solo quel piccolo problema che i dolci, che a me piace abbinare con il té, non mi riescono mai particolarmente bene. Non sono una foodblogger, del resto, l’ho sempre detto e sempre lo ribadirò! Tuttavia mi piace cucinare con il té, che utilizzo spesso in alcune preparazioni salate, come nel pollo al Lapsang Souchong, o nel risotto (ebbene sì, lo uso al posto del brodo!).

Women Taking Tea (oil on canvas), Lynch, Albert (1851-1912) / Museo de Arte, Lima, Peru / Giraudon / The Bridgeman Art Library

Insomma, non so fare i dolci; me la cavo meglio con i salati; per fare bella figura ci vuole allora una ricetta adatta alla bisogna, che esca dritta dritta dal mio piccolo bagaglio di “questo lo so fare bene!”. Uhm… ma sì, certo, perché no? Una ricetta per nulla difficile, neanche troppo diffusa, e che in genere nessuno penserebbe mai di abbinare con un té. Ma siccome nella vita bisogna sperimentare… ci sono!

Preparo la farinata di ceci, tipica della Liguria, mia terra di origine, e vi abbino un té alla salvia. Vi ho incuriosito?

Prepariamo intanto la farinata.

La mia farinata a base di farina di ceci e porri

Si tratta di una ricetta non semplice, di più! Basta mettere in acqua per una mezza giornata almeno la farina di ceci (250 g per 750 g di acqua). Bisogna mescolare con cura, soprattutto all’inizio, per rompere tutti i grumi che la farina inevitabilmente forma, anche se per versarla nell’acqua la setacciamo. Ogni tanto nell’arco della giornata torniamo a controllare lo stato della nostra preparazione: le diamo qualche mescolata per farla riprendere, e ritorniamo alle nostre faccende quotidiane.

Quando s’appressa l’ora, puliamo, affettiamo e soffriggiamo un porro. Non deve cuocere tantissimo, visto che poi terminerà la cottura in forno, ed è importante che rimanga il più asciutto possibile.

A questo punto prendiamo una teglia, o una leccarda da forno, e la ungiamo con olio. Io metto anche la carta da forno, che ungo ugualmente, perché la farinata quel po’ di olio lo ama. Versiamo nella teglia la nostra preparazione che è, naturalmente, piuttosto liquida. A seconda di quanto la vogliamo spessa verseremo più o meno impasto (a me per esempio piace piuttosto sottile, ma quella tradizionale è lievemente più spessa). A questo punto versiamo sopra il porro già saltato in padella, distribuendolo in maniera abbastanza capillare. Spolveriamo con un po’ di pepe, se ci piace, e un pizzico di sale. L’impasto della farinata è per sua natura neutro. Se però ci piacciono le cose salate, possiamo aggiungere il sale già nella preparazione di farina di ceci e acqua. Infine mettiamo in forno caldo. Non deve cuocere a lungo: l’ideale è che venga dorata sopra, ma morbida dentro, se optate per la versione spessa. Quando la farinata è cotta possiamo scegliere se farla raffreddare o meno; in ogni caso la tagliamo a rombi o quadrati, in modo da poterla servire in tavola come fingerfood.

È il momento di pensare al té.

La farinata è un piatto ligure, che si trova col nome di cecina anche lungo la costa toscana. Con la farina di ceci in Sicilia si fanno le panelle, mentre i ceci frullati sono alla base dell’hummus marocchino. Tutto ciò mi fa pensare al Mediterraneo, ai suoi profumi e ai suoi sapori che, nonostante le distanze, si richiamano un po’ ovunque, da Nord a Sud, da Occidente al Medio Oriente. Ed è proprio in Medio Oriente che trovo la soluzione.

té nero alla salvia

Vi accennavo ad un té alla salvia. Non l’avete mai bevuto? Io sì, in Giordania, e l’ho trovato splendido: dissetante anche se la salvia di per sé ci richiama sapori sapidi dovuti all’impiego che ne facciamo in cucina.

Per ottenere il nostro té alla salvia possiamo usare un té nero qualunque (un ceylon andrà benissimo) ricordandoci di mettere in infusione con esso alcune foglie di salvia fresche. Se vogliamo prepararci per tempo, possiamo addirittura pensare di creare noi il té alla salvia mescolando insieme foglie essiccate di salvia alle foglie di té nero. La salvia donerà al té tutto il suo profumo, e in tazza sprigionerà un aroma delicato.

Vi ho convinto? Oh, il risultato è splendido, parola mia!

Racconti di te all’ora del té. And the winner is…

Io! Ho vinto io!!!

Qualche tempo fa ho pubblicato su queste pagine la notizia di un concorso letterario dedicato al té organizzato da Marina Pasotti di Edonè l’ora del Tè di Casteggio (PV). In quell’occasione avevo espresso l’intenzione di partecipare: a me piace tanto scrivere (chi mi segue qui su questo blog e altrove lo sa) e ultimamente ho scoperto la scrittura di narrativa. Ho fatto alcuni corsi di scrittura creativa, per cui ho affinato anche la tecnica e ho imparato alcune finezze che servono assolutamente nel momento in cui si scrive: perché va bene la scrittura di pancia, ma tutti i grandi scrittori (eccetto Jack Kerouac in On the road) editano sempre la loro prima versione.

Il momento della premiazione. Viva me! E viva il té!

Ho detto anche in più di un’occasione che la scrittura, così come la lettura, va d’accordo col té. Il té è pace, meditazione, tranquillità e relax, tutte condizioni ideali per lasciare la fantasia libera di inseguire un pensiero e di dargli forma compiuta. Il té dà anche concentrazione, e fa sì che l’ispirazione non si perda dietro la prima mosca che vola, ma si faccia acchiappare dalle dita che scorrono leste sulla tastiera.

Tutto questo per dirvi che ho partecipato al concorso letterario “Racconti di te all’ora del té e che il mio racconto ha addirittura vinto il primo premio! Di questo sono molto felice perché un conto è scrivere, e un conto è sapere che chi legge apprezza a tal punto le tue storie da premiarle.

Il mio premio: un confanetto di té pregiati e una copia dell’antologia dei Racconti di te allora del té

Il concorso consisteva nello scrivere un racconto a partire da un incipit fisso e immutabile. Ne ho tratto la storia di un nipote che attraverso la collezione di oggetti da tutto il mondo del nonno appena defunto, e attraverso l’amicizia di costui con un personaggio del tutto particolare, riscopre il valore delle “cose” e ne celebra il ricordo diffondendone la conoscenza: un racconto sull’amicizia, sull’affetto, sul valore della memoria personale e collettiva. E sul té, che fa da sfondo ai passaggi principali della trama.

I racconti finalisti e vincitori sono stati raccolti in un’antologia che è stata pubblicata. Così, emozione e onore, posso vedere il mio nome e il mio racconto stampato: mi sembra di aver fatto qualcosa di tangibile e di aver partecipato a qualcosa di grande.

La premiazione, che si è svolta nella bella cornice della Certosa Cantù di Casteggio è stata tra l’altro l’occasione di conoscere dal vivo Marina, senza il cui entusiasmo non sarebbe mai nato nulla. Marina al termine della premiazione mi ha ospitato nella sua sala da té: davanti a una favolosa tazza di sencha nero (incredibile, vero? siamo abituati al té sencha verde!) abbiamo chiacchierato del più e del meno, del té, di come sarebbe bello fare rete tra di noi e di come Marina effettivamente ci sia riuscita e ci riesca, riunendo intorno a sé persone appassionate.

È bello incontrare persone così. La sala da té Edonè l’ora del té poi è bellissima: ma ve ne parlo nel prossimo post!

Storia di una caffettiera che si travestì da teiera per entrare nella mia collezione

Eh, evidentemente il richiamo della mia collezione è irresistibile. Dopo che le mie teiere hanno avuto la consacrazione televisiva con Magalli a I fatti vostri (clicca qui per saperne di più) le teiere che bussano ogni giorno alla mia porta si sono duplicate, triplicate, quintuplicate!

Vi presento la mia caffettiera Letizia, caffettiera italiana vintage degli anni ’70

Tra tutte quelle su cui si è posato il mio sguardo ce n’è una che, per farsi accogliere, mi ha ingannato!

Si chiama Letizia, come la mi’ nipote. E questo me l’ha fatta subito amare, nonostante si sia rivelata cosa ben diversa da quello che è.

Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa sono entrata nel Mercatino dell’ANT, Associazione Nazionale Tumori, che si trova vicino a casa mia a Firenze. Come sapete amo curiosare tra i mercatini, a caccia di qualche nuovo vecchio pezzo e per scattare qualche foto. Rovistando tra i mille servizi da té e caffé ne ho notato uno che non sapevo classificare: sembrava una teierina con un qualche sistema di riscaldamento dell’acqua al di sotto, ma l’etichetta era perentoria: caffettiera.

Caffettiera? Con una teiera sopra? Abbiamo guardato bene e sì, è una caffettiera che ha la camera superiore in ceramica a forma di teiera, perfetta per servire il caffé senza portare in tavola l’intera caffettiera. Possibile? Ma da dove sbuca? Giuro che non ne avevo mai vista una.

L’acquisto è immediato, che ve lo dico a fare? Questa caffeteiera non poteva restare lì. L’ho presa con tutto il servizio da 5 tazzine (la sesta non pervenuta) e l’ho portata a casa.

La mia caffettiera letizia: l’interno. Purtroppo manca il cappuccio che consente al caffé di uscire senza sgorgare fuori dalla teiera

Ok. Funziona? È innegabile che sia un oggettino vintage, e a vederlo così ha avuto sicuramente una funzione pratica, non semplicemente da soprammobile. La proviamo subito. Il caffè esce, pure troppo! Manca un piccolo elemento che permetta di raccordare la ceramica della teiera con lo sfiato della caffettiera vera e propria. Poco male, troviamo il modo di metterci una pezza: viene su un caffè perfetto, come se Letizia (così recita il marchio di fabbrica sul fondo) non avesse mai smesso di preparare caffè.

Il mio servizio da caffé Letizia… con un intruso un po’ perplesso, made in Fancyhollow!

Finita la parte dell’incontro, inizia quella della conoscenza. E così scopriamo tutto di Letizia: è prodotta ad Altopascio, nell’azienda di Luciano Mangioli, figlio di Natale Mangioli che nella prima metà del Novecento aveva una grande azienda di ceramiche: sul sito del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche) si trovano tutte le informazioni di cui ho bisogno. Altre info, altrettanto interessanti, le ricavo dal blog Caffettiere. Letizia segna proprio l’avvio dell’attività dello stabilimento di Altopascio dopo che quello storico di Montelupo fu alluvionato nel novembre 1966 e ne caratterizza l’attività negli anni ’70.

Di Letizia esistono vari modelli e varie pezzature, sia per la versione moka che per quella napoletana: se fate un giro su ebay troverete di che soddisfare gli occhi (ed eventualmente da acquistare)! Pare che a suo tempo abbia avuto un discreto successo. Ma ne ho parlato con un ormai anziano proprietario di una mesticheria in centro a Firenze e spergiura di non averla mai sentita nominare.

Io mi godo la mia Letizia personale. Sono contenta di averla incontrata: così non mi sentirò più in colpa ogni volta che al tè preferirò una tazzina di caffè!