Archive for the ‘Non di solo té’ Category

I giardini giapponesi

Poco tempo fa mi sono iscritta alla Società Toscana di Orticultura, presso la quale seguo un corso di degustazione di té tenuto da Vania Coveri Teateller. Approfittando di questo privilegio, e sperando di trovare un giorno per sfogliare i volumi della splendida biblioteca, sono andata a farmi un giro sui bollettini di quest’importante istituzione fiorentina. Ho trovato subito, neanche a farlo apposta, un articolo sui giardini giapponesi.

Ora voi mi direte: che c’entrano i giardini giapponesi con un blog del té? E io vi risponderò: c’entrano, eccome se c’entrano!

Giardino del Tè nello
Zuihoo-in, Daitoku-ji, Kyoto. Credits: Higan.com

Il giardino giapponese è infatti l’anticamera di accesso alla casa del té. È un percorso di purificazione, di astrazione dalle necessità e dalle preoccupazioni quotidiane e materiali per avvicinarsi sempre più alla natura e al naturale stato delle cose. Quindi a se stessi. Quando, attraversato il giardino del té, Roji in Giapponese, arriviamo a questa conclusione, possiamo accedere alla casa del té e alla Cerimonia del Té giapponese.

Nell’articolo del Bullettino, di cui vi fornisco il link, si racconta in realtà l’origine dei giardini giapponesi. Essi si diffondono in Giappone per il tramite della cultura cinese e coreana. L’aspetto più importante è la natura e l’esaltazione degli elementi naturali, come l’acqua, ad esempio. Il giardino giapponese è inizialmente identificato come luogo di culto, proprio perché la bellezza della natura diviene qualcosa di sacro. Ecco che allora molti giardini diventano veri e propri templi. Il giardino in Giappone è considerato una rievocazione del paesaggio, quindi una riproposizione in piccola scala di fiumi, laghi, anche alberi (saranno nati per questo i bonsai?). In questo contesto in Giappone il giardino diventa un luogo di pace e serenità, di ristoro dalle tribolazioni della vita quotidiana. Ed è in questo contesto che si sviluppa il Giardino del té.

Il Giappone prende dalla Cina non solo il concetto paesaggistico di giardino, ma anche il té! Lo declina poi con caratteristiche sue proprie, ma è pur sempre la Cina la grande madre che ne esporta la conoscenza. Il té arriva in Giappone tramite i monaci buddhisti cinesi e acquisisce ad un certo punto caratteristiche sue proprie: sono quelle che Sen Rikyu canonizza nella Via del té, il Chado, e nella cerimonia del té, il Chanoyu. Sen Rikyu è un monaco zen e lo zen d’ora in avanti (siamo nel XVI secolo) invade e pervade ogni aspetto della vita, della cultura e del pensiero giapponese.

Il giardino del té è luogo, dirà agli esordi del XX secolo Kakuzo Okakura ne “L’arte e la cerimonia del té”, in cui l’invitato alla cerimonia del té deve abbandonare, passo dopo passo, se stesso, le sue preoccupazioni, i suoi affanni, per immergersi in un mondo di apparente, naturalistica perfezione. Dico apparente, perché nel giardino del té tutto è meticolosamente ordinato, comprese le foglie non spazzate sul sentiero, che danno quel senso di romantico abbandono, ma che in realtà sono appositamente volute in quel modo disordinato. La bellezza, nella cultura giapponese, sta nella perfezione data dalle imperfezioni. Così, un vialetto totalmente spazzato via dalle foglie non restituisce le stesse emozioni e la stessa pacatezza di un vialetto lasciato alla mercé della brezza.

Uno scorcio del Giardino Giapponese di Firenze

A Firenze c’è un giardino giapponese, realizzato in occasione del gemellaggio tra Firenze e Kyoto, ormai qualche decennio fa. Si tratta di un piccolo versante del più grande Giardino delle Rose, che poco trasmette del senso di bellezza e perfezione naturalistica dei giardini giapponesi del Giappone: elemento sempre caratterizzante è l’acqua, ma gli spazi sono talmente esigui che è difficile calarsi nella parte. E soprattutto manca la casa del té al fondo del percorso. Nonostante ciò, però, bene che ci sia! Perché nella città campionessa del Giardino all’Italiana una realizzazione appartenente a un’altra cultura non può che essere un fattore positivo.

Un altro giardino giapponese, che visitai ormai quasi 20 anni fa (ossignore!!!) è il giardino giapponese di Montecarlo: uno spazio molto grande, con lo sfondo dei grattacieli del Principato, ma perfettamente isolato. Il rombo delle Ferrari sulla strada si perde, immersi come siamo a seguire i sentieri nei ciottoli e il corso d’acqua varcato da ponticini. Molto più grande e molto più suggestivo del giardino di Firenze, è giocato anch’esso sull’acqua e sulla pietra, con la riproposizione in scala di un paesaggio realistico. Se andate a Montecarlo ve lo consiglio, è qualcosa di veramente esclusivo, un’esperienza che pochi fanno perché pochi la conoscono.

Per approfondire l’argomento, in maniera eccellente direi, vi invito a leggere la pagina web dedicata ai Giardini giapponesi di Higan. Molto completa, dice tutto in modo molto curato e chiaro. Buona lettura!

Maledetti ftalati!

Mi stavo preparando la mia consueta tisana dopopasto. Avevo messo a bollire l’acqua, l’avevo versata nella tazza, stavo per tuffarci la bustina e… mi è rimasta a mezz’aria: su Raitre stava andando in onda Report, con un servizio dedicato agli ftalati, additivi della plastica che sono tanto presenti nei nostri oggetti quotidiani, quanto dannosi per il nostro organismo.

Mi direte “grazie per l’informazione, ma che c’entrano gli ftalati col té“? C’entrano, c’entrano. Perché pare che gli ftalati siano tra le componenti delle comunissime bustine di té! E tu pensi di prepararti una corroborante tisana digestiva, e invece ti ritrovi intossicata da questi ftalati.

La notizia mi lascia di sasso. Per carità, Report è spesso un po’ catastrofico, però, ecco, il tema mi tocca un po’ troppo da vicino per  non  volerlo approfondire.

Innanzitutto una domanda: cosa sono gli ftalati?

Già il nome in sé è cattivo, inevitabile sputacchiare mentre lo pronunciamo. Si tratta di sostanze chimiche che servono a rendere più flessibili e resistenti gli oggetti in materie plastiche. Sono spiegati molto bene in questo post che vi linko. Per dirla con i tweet di Report, sono degli additivi della plastica, molto sfruttati nelle industrie, che vengono rilasciati soprattutto col calore e con l’acidità degli alimenti. Sono però inquinanti organici persistenti e interferenti endocrini, il che vuol dire che interferiscono col nostro organismo, alterando alcune funzioni del nostro corpo in materia, soprattutto, di ormoni. Ed evidentemente non interferiscono in modo positivo, se sono stati vietati nei giocattoli dei bimbi. Peccato, però, che nei contenitori per alimenti siano ancora ampiamente utilizzati.

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

E veniamo allora alla mia bustina a mezz’aria. È rimasta lì, a mezz’aria per stasera. Ora, è anche vero che non tutte le bustine sono uguali. Vi sono quelle in mussolina, quelle in similcarta e quelle plastificate. La curiosità allora è capire di che materiale sono fatte, ma non mi risulta che sulle confezioni di té ci sia mai scritto di cosa sono fatte le bustine. Arriva in mio soccorso un interessantissimo articolo di greenme.it proprio dedicato a quest’argomento. Ebbene sì, signore e signori, in molte bustine da té sono contenute materie plastiche, che rilasciano proprio quegli ftalati che tanto male fanno al nostro organismo (e che tra l’altro non sono neanche biodegradabili, come fa rilevare l’articolo in questione).

Non tutte le bustine, ribadisco, non tutte: non voglio creare allarmismi, ma semplicemente sollevare una questione tutto sommato importante perché riguarda la nostra salute innanzitutto e perché, se ci pensate, è paradossale: beviamo infusi e tisane dalle alte proprietà benefiche, che però ci sono propinate in bustine di té realizzate con materie plastiche che rilasciano ftalati? C’è un controsenso, non trovate?

Nel dubbio, prediligo sempre il loose tea, il té in foglia sciolta. Almeno sono sicura che materie plastiche nel mezzo non ce ne sono.

La strana storia dei cinesi a Londra (nel II secolo d.C.)

*ATTENZIONE! CONTIENE UN RACCONTO DI FANTASIA!*

Siamo abituati a pensare ai popoli antichi come a compartimenti stagni: i Greci stavano in Grecia, i Romani nell’Impero Romano, i Cinesi in Cina, i Vichinghi in Norvegia e via di seguito. A meno che la storia non ci racconti di guerre di conquista, di invasioni, di esplorazioni geografiche, noi non riusciamo a immaginare che popoli tanto distanti geograficamente possano essere entrati in contatto tra loro. Per questo sulla nostra fantasia fanno presa quelle notizie che ogni tanto ci giungono, che ci dicono che i primi a giungere in America furono i Vichinghi, o che in una regione sperduta della Cina vi si stabilì un manipolo di Romani (cosa, questa, che ha ispirato il romanzo “L’Aquila e il Dragone” di Valerio Massimo Manfredi”). 

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Sappiamo, ad esempio, che i Romani conoscevano le spezie orientali provenienti dall’India perché portate, di mano in mano, dal centro dell’Asia sino alle coste del Mediterraneo tramite la via della Seta, per mezzo di una serie di passaggi di mano che dalla Cina arrivavano a Petra e da qui a Roma.

Spesso queste storie sono più leggende che altro. Ma poi succede che gli archeologici a Londra, a Southwark, scavino una necropoli romana di II-IV secolo d.C. e, analizzando gli scheletri degli inumati, scoprano che due di essi appartennero a persone di etnia cinese!

La notizia, recente, ha fatto il giro del mondo. Ne ha parlato perfino Alberto Angela nella sua trasmissione “Ulisse” (ormai uno dei pochissimi baluardi della comunicazione culturale nella tv italiana), ed è sensazionale, perché ci dice in una botta sola che anche nel II-IV secolo d.C. Romani (volendo chiamare così gli abitanti della Britannia, che era una terra di confine dell’Impero) e Cinesi potevano venire a contatto anche se, certo, non doveva trattarsi di contatti consueti, ma piuttosto eccezionali. Comunque sia, i due Cinesi di Londinium morirono e furono seppelliti come tutti gli altri abitanti della città loro contemporanei.

L’ipotesi più probabile è che fossero mercanti.

E se fossero stati mercanti di té?

Esatto. Tutta questa introduzione per dirvi questa suggestione che mi è passata per la testa. Gli Inglesi scoprirono il té in Cina solo nel XVII secolo, ai tempi dei commerci su grandi distanze via oceano che dopo la scoperta dell’America divennero fondamentali per le potenze europee, e per un certo tempo lo importarono esclusivamente dalla Cina, che aveva così il monopolio mondiale della produzione.

Ma questa notizia, dei due mercanti Cinesi a Londinium già in età romana, mi ha fatto viaggiare parecchio con la fantasia: e se gli Inglesi, anzi i Britanni romanizzati dell’epoca avessero già conosciuto il té cinese?

Non si ha notizia precisa dell’epoca in cui per i Cinesi il té divenne bevanda fondamentale. I primi documenti scritti in cui sicuramente se ne parla risalgono al III secolo d.C., quindi più o meno alla stessa epoca in cui i nostri due Cinesi si trovavano a Londinium. Ma la scoperta archeologica di foglie di té nella tomba dell’imperatore cinese Jing Di che regnò intorno al 150 a.C. retrodata l’inizio dell’utilizzo del té in Cina. Mi piace pensare, allora, che i Cinesi del II-IV secolo d.C. conoscessero il té, lo bevessero e, perché no, portassero con sé scorte di foglie per poter compiere in ogni luogo il loro rito. Ed ecco così che la fantasia galoppa.

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

Di luogo in luogo, i due mercanti cinesi giunsero in Britannia, agli estremi confini dell’Impero Romano. Qui furono ricevuti dal governatore di Londinium, che rese loro grandi onori e offrì un banchetto nel triclinio della sua bella domus. I due mercanti in dono per l’ospitalità proposero un panetto pressato di foglie di té, preziose lacrime di drago. Gli schiavi in cucina scaldarono l’acqua, misero in infusione le foglie sotto indicazione dei mercanti, e un profumo nuovo, mai sentito, si sprigionò nella sala. Furono prese le coppe migliori, finemente decorate con i miti dei romani, con leoni che assaltano cervi, con palmette, con Ercole e la sua clava, e vi versarono la bevanda. Era un po’ amaro il contenuto, troppo amaro per il palato dei nobili commensali romani. Non so se furono i due mercanti cinesi a proporlo, o fu il capocuoco, ma per smorzare l’amaro fu versata in ogni tazza una goccia di latte, che intorbidì il té, rendendolo una nuvola liquida.

Erano le cinque del pomeriggio. Era nata l’hora teae, il teatime. Insieme al té il capocuoco ebbe cura di far servire dolci al miele e focaccine di farro, piccoli stuzzichini che avrebbero reso ancora più piacevole il pomeriggio. Il governatore di Londinium apprezzò la bevanda, volle che anche la moglie, che pur non aveva preso parte al banchetto, ne assaggiasse una coppa. E la moglie se ne innamorò perdutamente. Ai due ospiti furono resi ulteriori grandi onori, ed essi si impegnarono a far arrivare altro té, poiché la pianta era sconosciuta in Britannia e in tutto l’Impero.

Di lì a poco il governatore dovette partire per sedare una rivolta di Sassoni che premevano ai confini, sul Vallo di Adriano. La moglie, rimasta padrona della casa, pensò bene che, per passare il tempo, avrebbe potuto invitare le sue amiche per un té. L’hora teae divenne per un certo tempo una vera moda a Londinium, le importazioni dalla Cina erano fiorenti, le matronae costituivano veri e propri circoli di sole donne durante i quali si spettegolava di imperatrici, acconciature e nuovi tessuti arrivati all’approdo sul Tamigi. I due mercanti cinesi furono accolti come veri cittadini romani. Alla loro morte, anni dopo, furono seppelliti in una necropoli romana, in mezzo a tanti uomini e donne di origine britannica.

L'hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell'inglese Lawrence Alma-Tadema

L’hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell’inglese Lawrence Alma-Tadema

Il tempo passò, e portò via con sé i giorni di pace e di stabilità politica. Cadde l’Impero romano d’Occidente, ne caddero le istituzioni, la Britannia divenne una terra di nessuno. Londinium stessa decadde. Seguirono tempi bui, in cui alla storia si sostituì la leggenda. Le importazioni di té dalla Cina, inutile dirlo, tramontarono per sempre, e nessuno poté più praticare l’hora teae. In breve se ne perse il ricordo.

Ma la Storia, si sa, sa offrire una seconda possibilità. E così secoli dopo, quando l’Inghilterra era ormai una potenza europea in grado di solcare con le sue navi i mari del mondo, avvenne nuovamente l’incontro. Questa volta in Cina, un mercante inglese bevve una tazza di té. Il resto è storia.

Natura morta. Viva la natura!

Domenica 19 giugno ho partecipato all’Instameet #poggioacaiano2016 organizzato dagli Igers Prato col comune di Poggio a Caiano (PO). La giornata, in parte ma non troppo, compromessa dalla pioggia, si è svolta principalmente alla villa Medicea di Poggio a Caiano. Si tratta di un capolavoro dell’architettura rinascimentale fiorentina, che funge da modello per tutte le successive ville signorili di campagna. Su progetto di Giuliano da San Gallo, la villa è aperta sul paesaggio circostante, che controlla dai lati, e che è un paesaggio fatto di campi coltivati, di vigneti, di oliveti, di panorami che spaziano fino a Firenze (la cupola, piccolissima, si vede laggiù in fondo).

Al secondo piano, la villa ospita un Museo della Natura Morta. È di questo in particolare che vi voglio parlare (della villa ne parlerò su Maraina in viaggio). Niente teiere, i Medici non bevevano il té (che è arrivato in Europa dopo che la loro dinastia fu tramontata); tuttavia vale la pena spendere un post per raccontarvi ciò che di questo museo mi ha colpito.

Alzatine con frutta varia: Museo della Natura Morta

Alzatine con frutta varia: Museo della Natura Morta

Natura morta. Potrebbe sembrare un genere pittorico noioso, poco spettacolare: sono sempre vasi di fiori, ceste di frutta e oggetti inanimati disposti più o meno a caso su un tavolo. Sì, certo, ma è proprio questo il bello: che oggetti inanimati siano oggetto di un’osservazione tanto acuta da parte del pittore da saperne rendere il più minuto dettaglio, la resa alla luce, il rapporto con lo spazio e con gli altri oggetti presenti! Questa è la magia della natura morta, genere che, nato nel Cinquecento, ha avuto fortuna in tutte le seguenti correnti pittoriche, comprese quelle del Novecento, e che oggi è protagonista assoluta di tanta parte della fotografia (la foodphotography, alla fin fine, altro non è che fotografia di still life).

Vaso di fiori, dettaglio

Vaso di fiori, dettaglio

Tra tutti i collezionisti, e committenti, di nature morte, gli esponenti del casato dei Medici erano molto esigenti e anzi accolsero alla loro corte pittori specializzati proprio in questo genere pittorico. Il Museo della Natura Morta della villa medicea di Poggio a Caiano illustra la collezione mostrando la varietà e la vastità di interessi dei Medici in questo campo.

La pittura di natura morta era sì esercizio di stile per il pittore, ma era anche, in un’epoca in cui non esistevano ancora enciclopedie, un modo per rappresentare la varietà della natura e, dal punto di vista dei committenti, per mettere su tela la varietà e ricchezza dei frutti della terra sotto il controllo mediceo: così vanno intese le serie di dipinti che mi hanno entusiasmato di più: si tratta di una serie di grandi tele che illustrano, frutto per frutto, tutte le varietà e il mese di raccolta. Il pittore deputato alle nature morte, Francesco Bimbi, rappresenta un eccezionale tela che intitola Pere, nella quale rappresenta 5 vassoi pieni di pere di ogni forma, colore e dimensione, e dunque varietà, mentre una legenda sotto ne illustra il nome e il mese di produzione. La tela è inserita in una cornice nuovamente intagliata a pere, hai visto mai che qualcuno non avesse ben chiaro il tema. Stessa cosa si verifica con le mele, cui è dedicata un’altro grande dipinto.

Francesco Bimbi, Pere, Museo della Natura Morta Villa Medicea di Poggio a Caiano

Francesco Bimbi, Pere, Museo della Natura Morta Villa Medicea di Poggio a Caiano. Persino la cornice è a tema!

Un discorso a parte, anche se sostanzialmente il principio è lo stesso, va fatto per le tele che rappresentano agrumi. Una costante nelle residenze medicee è il giardino. Una costante nei giardini medicei è la limonaia, un luogo nel quale in inverno si ricoveravano limoni e agrumi piantati in vaso che potevano godere del tepore del calore del sole senza rischiare le gelate. I Medici amavano la varietà e i giardinieri medicei erano esperti nel trarre sempre nuove essenze e nuove forme, realizzando sempre nuovi innesti e nuovi ibridi. Una delle limonaie più famose era quella della villa di Castello a Firenze, tuttora portata avanti da esperti giardinieri.

Certo, molti degli ibridi che erano stati realizzati tra il Cinquecento e il Seicento si sono persi, ma oggi si sta cercando di recuperare ciò che il tempo e i ricorsi storici hanno cancellato. In questo senso anche le tele del Bimbi, sempre lui, dedicate a vassoi di limoni, ognuno di una varietà diversa come nel caso delle pere, è una fonte importante di conoscenza. La scusa di rappresentare tutti quegli agrumi era occasione di magnificare la ricchezza dei Medici, l’abbondanza della loro tavola e la fertilità dei loro terreni. Per noi rimane documento importante della biodiversità dell’epoca.

La varietà di limoni coltivati nelle limonaie medicee

La varietà di limoni coltivati nelle limonaie medicee

Il Museo della Natura Morta della Villa Medicea di Poggio a Caiano è una pinacoteca tutta particolare, la cui ricchezza si svela piano piano, tela dopo tela, sala dopo sala: così quando si arriva ai limoni, verso la fine del percorso, il trionfo è completo. Vi invito a visitarlo, e poi di scendere nel giardino della villa e di farvi un giro tra le piante di limoni ancora oggi coltivate e di passeggiare nel parco, vastissimo, che si stende intorno e dietro la villa. Poggio a Caiano è la villa medicea nella quale per la prima volta diviene centrale il paesaggio e la terra circostante. E non è un caso che la villa ospiti il museo che è il trionfo dei Medici e del loro buongoverno su una terra che erano bravissimi a far fruttare.

EatPrato: come nascono i cantuccini?

È la seconda volta che parlo di cantuccini su questo blog. La prima volta a proposito di un loro eventuale abbinamento con il té, questa volta perché ho avuto l’opportunità e il privilegio di visitare il biscottificio di Prato che più di tutti ha legato il suo nome a questo biscotto: Mattei. Quest’opportunità l’ho avuta in occasione di EatPrato, una manifestazione enogastronomica che si è svolta lo scorso week-end dedicata alle eccellenze locali e ai prodotti del territorio. Tra questi, quindi, un posto di rilievo doveva averlo il Biscottificio Mattei! Così sabato mattina, con un nutrito gruppo di foodblogger (senz’altro più titolate di me a partecipare) ho potuto visitare il laboratorio.

cantuccini mattei
È stata un’esperienza ultrasensoriale, che ha coinvolto non soltanto la vista, ma tutti i sensi: il profumo dei biscotti è qualcosa che avvolge e coccola, e fa spuntare il sorriso senza che tu lo possa controllare; il rumore dei macchinari è un ronzio continuo, rotto dai movimenti ritmati di chi sistema le teglie, controlla la produzione, imbusta i biscotti pronti; al tatto il cantuccino appena tagliato non è come te lo aspetteresti: beh, è caldo, quello sì, ma è morbido e fragrante. E il gusto… beh, assaggiatelo voi un cantuccino appena sfornato o, ancora meglio, strappate un pezzo del filone da cui saranno tagliati i cantuccini al cioccolato fondente. Poi mi saprete dire.

cantuccini al cioccolato Mattei e il mio té al cioccolato: la colazione dei campioni

Cantuccini al cioccolato Mattei e il mio té al cioccolato: la colazione dei campioni

L’impasto dei cantuccini, lavorato in un’impastatrice, passa a piccole porzioni in una prima macchina che ne trae dei filoni. Questi vengono però rifiniti a mano e poi, posti sulla loro teglia, passati in forno: la teglia scorre dentro il forno, che cuoce in modo omogeneo, portando la superficie esterna alla giusta doratura. Un nastro trasportatore conduce i filoni in un’ulteriore macchina, responsabile dei tagli.

È qui, in uno spazio coperto alla vista che ogni singolo cantuccino prende forma. L’ennesimo nastro trasportatore conduce, e insieme raffredda, i nuovi nati, li fa salire per poi tuffarli in fondo al ciclo di produzione, dove i sacchetti per alimenti sono pronti ad accoglierli. Questi sacchetti vengono poi ulteriormente imbustati nel classico sacchetto blu per i cantuccini tradizionali, rosso per quelli al cioccolato, e i pacchetti vengono chiusi col filo. Queste ultime operazioni vengono condotte rigorosamente a mano.
Lo so, ho appena fatto una cronaca degna di Com’è fatto, la trasmissione di Real Time che racconta i cicli di produzione di qualsiasi cosa. Eppure è interessante sapere come nascono gli oggetti, e i cibi in particolare. Dà più valore a quello che mangiamo, fa capire che dietro il più semplice biscotto (e comunque il cantuccino non è semplice!) c’è un gran lavoro e un grande saper fare.
Ed è proprio a questo che penso mentre a colazione inzuppo il mio cantuccino al cioccolato in un té, rigorosamente al cioccolato, che ne esalta il profumo.
Buona colazione, gente!

Orti Dipinti e bizzarre piante aromatiche

C’è un giardino a Firenze sconosciuto ai più. Dalla strada, Borgo Pinti, non si vede, chiuso da un alto muro e da un cancello. In passato quel cancello era spesso chiuso; ultimamente invece è aperto. È il Giardino degli Orti Dipinti.

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Entrando si varca il confine per un posto diverso, nuovo, magico, animato da folletti come quelli dei boschi di Fantaghirò, per capirci. In effetti ci sono, i folletti: mille occhi e mille facce in terracotta dipinta ti scrutano appese al murettino che delimita lateralmente il giardino; davanti a noi una casetta di legno, dall’altro lato un’aiuola, alberi e più in là una specie di pagoda in muratura. E altre figurine in terracotta dipinta, buffe, goffe, grottesche, che sorridono e che si nascondono dietro un ramo o che ti accolgono, ritte su una panchina.

Ti senti osservato, ma vai avanti.
Se fin qui eravamo nel regno delle favole, andando avanti entriamo in un settore che non ci aspetteremmo mai di trovare in un giardino pubblico: un vero e proprio orto. Un orto nel quale gli ortaggi e le piante aromatiche non sono piantate direttamente in terra, ma in cassoni di legno, ognuno riservato ad un’essenza singola, o al massimo a due, coltivate secondo l’andamento delle stagioni: in estate troverete i pomodori, per intenderci, ora invece no. Ogni cassone è irrigato grazie ad un primitivo quanto ingegnoso sistema: un orcio in terracotta riempito d’acqua e tappato con un tappo in ceramica o in sughero, che rilascia lentamente l’acqua la quale così riesce ad irrigare tutta la terra del cassone senza rischio di dispersione. Anche qui tornano i buffi animalini e le facce grottesche: disseminate nei cassoni, tra gli steli delle cipolle, tra le foglie delle piante, tra i peperoncini che pendono, questi esserini animano, rallegrano e rendono magico questo posto.
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Tra le piante coltivate una serie in particolare ha attratto la mia attenzione: la serie delle piante aromatiche. Timo? Menta? Salvia? Certo, ma in varianti che lasciano davvero a bocca aperta. Perché c’è un motivo se ho detto che quest’orto è magico, ed è che le piante aromatiche hanno profumi che non sono i loro: la menta sa di arancia oppure di fragola, la salvia sa di melone e di pesca e il timo sa di bergamotto! Non è suggestione, è davvero così: che siano quei buffi esserini, ancora una volta, ad aver fatto l’incantesimo?

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Gli Orti Dipinti sono una Community Garden nel cuore di Firenze. Sono un orto didattico e si chiamano così (e qui un po’ di poesia si perde), perché sono gli Orti di (Borgo) Pinti, la via sulla quale si affacciano. Occupano il posto che un tempo fu di un campetto di atletica e che da qualche tempo versava in stato di abbandono. I volontari, perché sono volontari coloro che se ne occupano, hanno reso in breve tempo questo spazio vivo e vitale, con una sua personalità e una sua mission: uno sviluppo urbano sostenibile, attraverso la coltivazione delle piante dell’orto, la sensibilizzazione a tematiche green, ecologiche e ambientali. In programma hanno tutta una serie di attività che svolgono anche in collaborazione con le scuole. Perché l’educazione all’ambiente, compreso l’ambiente dell’orto, ormai così estraneo alla maggior parte delle nuove generazioni, deve iniziare fin da bambini. I volontari sono lì tutti i giorni. È grazie alla loro presenza e alla loro attività se questo giardino è accessibile a tutti. Sul loro sito web si può essere informati costantemente delle loro attività ed iniziative.

20151213_155649-01.jpegMa torniamo a noi: le piante aromatiche, la menta che sa di arancia e la salvia che sa di melone. Esistono davvero, e per rendersene conto basta strofinare le foglie, come si farebbe con qualunque pianta per impregnarsi i polpastrelli del profumo, e portarsi le dita al naso. No, tranquilli, i sensi non vi ingannano, quelli che sentite sono profumi davvero assimilabili a frutti diversi da quelli che avete davanti. Queste piante, la salvia melone, la menta arancia, il timo bergamotto, e ancora la salvia pesca e la menta fragola sono delle particolari varietà della salvia, del timo e della menta. Devo ancora decidere se fa più specie non riconoscere il profumo consueto o indovinare quello bizzarro. Fatto sta che la scoperta diventa meraviglia, poi divertimento, voglia di condivisione e desiderio di saperne di più. Eravamo lì in 6 o 7 persone, e senza conoscersi ma con lo stupore nel cuore abbiamo cominciato dal nulla a scambiarci le impressioni: “la menta arancia è eccezionale” “la salvia pesca si sente meno” “fantastico, davvero” e a chiacchierare così del più e del meno, del giardino, del tempo, di Firenze e di come sarà quest’inverno. Questo è il potere aggregante della terra.
Una volta tornata a casa mi sono informata  su queste piante speciali. Sul blog di Orti Dipinti trovo il post in cui si parla del loro arrivo nel giardino. Ma non mi basta, voglio saperne l’origine: sono create in laboratorio? Sono varietà particolari che si trovano in natura?

Qualche ricerca su google, non del tutto esaustiva, in verità, ed ecco che le mie domande iniziano a trovare risposta: il tema mi interessa perché a suo tempo avevo acquistato una piantina appartenente a questa categoria, una menta bergamotto che avevo impiegato utilmente per prepararmi un té nero aromatizzato. Non è dunque la prima volta che mi imbatto in questo genere di prodotti dell’orto.

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Google interrogato mi risponde. Partiamo con la salvia melone: trattasi di una salvia dalle foglie venate, ricoperte da fine peluria, di color verde brillante con un profumo simile al melone. I fiori rossi sono raccolti in spighe e fioriscono dalla primavera all’autunno. Vuole un terreno asciutto, ben drenato ed esposto al sole. Non tollera l’umidità. Avendo un aroma simile al melone le foglie trovano utilizzo in bevande fresche, cocktail e macedonie; sono usate anche per esaltare il gusto di piatti a base di pollame, maiale e formaggio; le foglie giovani vengono utilizzate nei pot-pourri e bruciate per deodorare gli ambienti (fonte: qui). Pianta nativa del Messico e del Guatemala, attrae molte specie di fauna selvatica, come bombi, vespe, falene, ma anche colibrì. I suoi semi possono essere ridotti in polvere e usati come farina. È sorella della Salvia Ananas, che a suo tempo ho posseduto: troppo delicata, però, per poter ottenere un infuso aromatizzato sufficientemente profumato.

La menta fragola è un ibrido che associa alle normali foglie di menta l’odore delle fragole. Il profumo fa sì che le foglie possano essere aggiunte alle insalate di frutta o come guarnizione di dolci di frutta. Inoltre le foglie fresche danno un piacevole aroma al tè freddo o caldo e ad altre bevande (fonte: qui).

Quanto alla menta arancia, l’abbinamento sta talmente bene in cucina e negli infusi, che annusare direttamente una fogliolina che racchiude in sé entrambi gli aromi non stona per niente, anzi! Anche in questo caso, unire le foglioline  all’acqua calda, al té, oppure alla macedonia (o come decorazione ad una torta al cioccolato) regala grandi soddisfazioni.

20151213_155559-01.jpegVedo le potenzialità di tutte queste erbe aromatiche profumate ben espresse in una tazza di infuso. Un infuso di menta arancia lo berrei di corsa, senza ripensamenti, così come di salvia melone, anche se temo che sia un po’ delicato, come la salvia ananas. In ogni caso non mi dispiacerebbe ugualmente: anche solo l’infusione delle foglie di salvia è una bevanda molto diffusa nel mondo arabo, in particolare in Giordania, ed ha un potere antibatterico e antinfiammatorio. A me personalmente piace molto anche senza l’aggiunta di limone (come invece è consigliato qui), ma sono sicura che qualche variante più “fruttata”, se ben riuscita, potrebbe essere ancora più gradevole.

Al termine della mia esplorazione del mondo magico degli Orti Dipinti sono proprio contenta: anche se non ho assolutamente il pollice verde mi ha piacevolmente colpito il fatto che in città, in pieno centro, si possa trovare un orto urbano, un angolo nascosto di verde e di allegria. Un mondo a sé, a parte, racchiuso tra le sue mura, isolato, ma che vuole aprirsi alla comunità e vuole farsi conoscere dai Fiorentini. Gli Orti Dipinti sono di tutti, il lavoro dei volontari è meritorio e va sostenuto e promosso. Per parte mia sono rimasta affascinata dalla varietà delle piante aromatiche e credo che vi tornerò spesso prossimamente, magari a primavera, per vedere gli sviluppi di un orto che muta col passare delle stagioni. E per andare a salutare i mille folletti che animano il Giardino e che, me l’hanno già detto, vogliono che torni spesso a trovarli.

Il tempo del miele

Un novembre da favola, quello che si sta concludendo: 20 giorni di temperature calde, di bel tempo, di sole e di primavera: giornate in cui nelle aiuole vedi fiori che spuntano tra le foglie secche, perché se da un lato la natura fa il suo corso, dall’altra però si è ben confusa: ho visto rose di un rosso tonante rosseggiare ancora di più sullo sfondo di foglie gialle in bilico sui rami secchi. Ho visto addirittura primule e viole del pensiero sbocciate nei vasi sui poggioli, e ho visto ciclamini selvatici violacei all’ombra umida degli abeti.

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Ma negli ultimi giorni il calendario si è ricordato che siamo a Novembre e che le temperature dovrebbero essere un po’ più rigide. Ha mandato Attila dal Polo Nord a ricordarci che neanche quest’anno avremo scampo e che anzi il freddo, invece che arrivare graduale, lo beccheremo tutto in una volta.

Il solo rimedio è, ancora una volta, quello che vado sostenendo da anni: rifugiarsi in casa, copertina sulle gambe, tazza di té o infuso in mano, arricchito da un po’ di miele. Perché col freddo arriva il raffreddore, lo so bene. Col raffreddore il mal di gola, che io personalmente non sopporto e per eliminare il quale venderei l’anima al diavolo. Così, in vista delle sofferenze che potrei patire anche quest’inverno, ho già fatto scorta di miele per la stagione. Come al solito però, non tutti i mieli che ho preso finiranno in tazza. Perché alcuni sono buoni così, da mangiare a cucchiaiate da soli. Così dolci da far venire essi stessi mal di gola, ma volete mettere la goduria?

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In Provenza, ad Aix-en-Provence, mi sono procurata un profumato miele alla lavanda. È molto chiaro e pastoso, diverso dal solito miele color ambra quasi trasparente. Al contrario è denso, torbido, quasi una crema. Nelle terre della lavanda, il miele è uno dei prodotti più commercializzati: avete mai attraversato un campo di lavanda? È tutto un ronzare di api indaffarate a suggere il nettare dai piccolissimi fiori a tubicino; il loro lavoro non va sprecato, gli apicoltori provenzali si danno un gran daffare per ricavare un miele profumato che vendono poi su mercati regionali o nei negozi di souvenirs a Gordes, a Aix-en-Provence, ad Avignone e a Grasse.

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Sempre in Provenza, anzi in Costa Azzurra, all’estremo confine con l’Italia, a Mentone mi sono procurata il miele al limone. Mentone è rinomata per la produzione di limoni, e anzi una volta l’anno organizza la Fête des citrons, la festa dei limoni, con tanto di parata di carri allegorici realizzati tutti interamente in limoni e agrumi. Il miele ha un profumo intensissimo di limone, è di un bel giallo chiaro e può anche avere effetto balsamico su una gola arrossata. Ma soprattutto è buonissimo da solo, o su una fetta biscottata. Credetemi.

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Ci spostiamo in Toscana, e precisamente a Pescia dove, durante la Festa della Castagna, all’inizio del mese, mi sono procurata presso un banchino di apicoltori del Pistoiese un miele di castagno, per l’appunto. Buono, profumato, le api non devono aver fatto troppa strada per procurarsi la materia prima: nell’entroterra di Pistoia, nella Montagna Pistoiese, il castagno è di casa, e tantissimi sono i prodotti che derivano dal suo frutto: la farina di castagne innanzitutto, con la quale in Toscana non solo si fa il castagnaccio, ma anche i necci, buonissime crêpes (che crêpes non sono: il termine è improprio, ma è l’unico che mi consente di rendere l’idea) di farina di castagne servite arrotolate con la ricotta. E poi il miele, appunto, che al primo assaggio ti riporta direttamente nel bosco dove come una bambina felice ti sei divertita a raccogliere frutti, a svuotare i ricci e sì, anche a bucarti le dita spesso e volentieri (è andata proprio così infatti).

Sempre il banchino di apicoltori pistoiesi ci ha rifornito di miele di melata. Che non sapevo cosa fosse, e che ho scoperto essere tratto non da fiori, ma dalla linfa delle piante. Il suo colore è scuro, al primo assaggio è molto aromatico e anche se non viene direttamente dai fiori, uno che non se ne intende non nota la differenza.

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Questa al momento la scorta per superare l’inverno. Ma non è escluso che altro miele arriverà in casa ad addolcirmi le fredde giornate invernali…

E voi amate il miele come me? Quale miele preferite? Scrivetelo nei commenti!