Archive for the ‘Non di solo té’ Category

Racconti di te all’ora del té. And the winner is…

Io! Ho vinto io!!!

Qualche tempo fa ho pubblicato su queste pagine la notizia di un concorso letterario dedicato al té organizzato da Marina Pasotti di Edonè l’ora del Tè di Casteggio (PV). In quell’occasione avevo espresso l’intenzione di partecipare: a me piace tanto scrivere (chi mi segue qui su questo blog e altrove lo sa) e ultimamente ho scoperto la scrittura di narrativa. Ho fatto alcuni corsi di scrittura creativa, per cui ho affinato anche la tecnica e ho imparato alcune finezze che servono assolutamente nel momento in cui si scrive: perché va bene la scrittura di pancia, ma tutti i grandi scrittori (eccetto Jack Kerouac in On the road) editano sempre la loro prima versione.

Il momento della premiazione. Viva me! E viva il té!

Ho detto anche in più di un’occasione che la scrittura, così come la lettura, va d’accordo col té. Il té è pace, meditazione, tranquillità e relax, tutte condizioni ideali per lasciare la fantasia libera di inseguire un pensiero e di dargli forma compiuta. Il té dà anche concentrazione, e fa sì che l’ispirazione non si perda dietro la prima mosca che vola, ma si faccia acchiappare dalle dita che scorrono leste sulla tastiera.

Tutto questo per dirvi che ho partecipato al concorso letterario “Racconti di te all’ora del té e che il mio racconto ha addirittura vinto il primo premio! Di questo sono molto felice perché un conto è scrivere, e un conto è sapere che chi legge apprezza a tal punto le tue storie da premiarle.

Il mio premio: un confanetto di té pregiati e una copia dell’antologia dei Racconti di te allora del té

Il concorso consisteva nello scrivere un racconto a partire da un incipit fisso e immutabile. Ne ho tratto la storia di un nipote che attraverso la collezione di oggetti da tutto il mondo del nonno appena defunto, e attraverso l’amicizia di costui con un personaggio del tutto particolare, riscopre il valore delle “cose” e ne celebra il ricordo diffondendone la conoscenza: un racconto sull’amicizia, sull’affetto, sul valore della memoria personale e collettiva. E sul té, che fa da sfondo ai passaggi principali della trama.

I racconti finalisti e vincitori sono stati raccolti in un’antologia che è stata pubblicata. Così, emozione e onore, posso vedere il mio nome e il mio racconto stampato: mi sembra di aver fatto qualcosa di tangibile e di aver partecipato a qualcosa di grande.

La premiazione, che si è svolta nella bella cornice della Certosa Cantù di Casteggio è stata tra l’altro l’occasione di conoscere dal vivo Marina, senza il cui entusiasmo non sarebbe mai nato nulla. Marina al termine della premiazione mi ha ospitato nella sua sala da té: davanti a una favolosa tazza di sencha nero (incredibile, vero? siamo abituati al té sencha verde!) abbiamo chiacchierato del più e del meno, del té, di come sarebbe bello fare rete tra di noi e di come Marina effettivamente ci sia riuscita e ci riesca, riunendo intorno a sé persone appassionate.

È bello incontrare persone così. La sala da té Edonè l’ora del té poi è bellissima: ma ve ne parlo nel prossimo post!

Annunci

Storia di una caffettiera che si travestì da teiera per entrare nella mia collezione

Eh, evidentemente il richiamo della mia collezione è irresistibile. Dopo che le mie teiere hanno avuto la consacrazione televisiva con Magalli a I fatti vostri (clicca qui per saperne di più) le teiere che bussano ogni giorno alla mia porta si sono duplicate, triplicate, quintuplicate!

Vi presento la mia caffettiera Letizia, caffettiera italiana vintage degli anni ’70

Tra tutte quelle su cui si è posato il mio sguardo ce n’è una che, per farsi accogliere, mi ha ingannato!

Si chiama Letizia, come la mi’ nipote. E questo me l’ha fatta subito amare, nonostante si sia rivelata cosa ben diversa da quello che è.

Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa sono entrata nel Mercatino dell’ANT, Associazione Nazionale Tumori, che si trova vicino a casa mia a Firenze. Come sapete amo curiosare tra i mercatini, a caccia di qualche nuovo vecchio pezzo e per scattare qualche foto. Rovistando tra i mille servizi da té e caffé ne ho notato uno che non sapevo classificare: sembrava una teierina con un qualche sistema di riscaldamento dell’acqua al di sotto, ma l’etichetta era perentoria: caffettiera.

Caffettiera? Con una teiera sopra? Abbiamo guardato bene e sì, è una caffettiera che ha la camera superiore in ceramica a forma di teiera, perfetta per servire il caffé senza portare in tavola l’intera caffettiera. Possibile? Ma da dove sbuca? Giuro che non ne avevo mai vista una.

L’acquisto è immediato, che ve lo dico a fare? Questa caffeteiera non poteva restare lì. L’ho presa con tutto il servizio da 5 tazzine (la sesta non pervenuta) e l’ho portata a casa.

La mia caffettiera letizia: l’interno. Purtroppo manca il cappuccio che consente al caffé di uscire senza sgorgare fuori dalla teiera

Ok. Funziona? È innegabile che sia un oggettino vintage, e a vederlo così ha avuto sicuramente una funzione pratica, non semplicemente da soprammobile. La proviamo subito. Il caffè esce, pure troppo! Manca un piccolo elemento che permetta di raccordare la ceramica della teiera con lo sfiato della caffettiera vera e propria. Poco male, troviamo il modo di metterci una pezza: viene su un caffè perfetto, come se Letizia (così recita il marchio di fabbrica sul fondo) non avesse mai smesso di preparare caffè.

Il mio servizio da caffé Letizia… con un intruso un po’ perplesso, made in Fancyhollow!

Finita la parte dell’incontro, inizia quella della conoscenza. E così scopriamo tutto di Letizia: è prodotta ad Altopascio, nell’azienda di Luciano Mangioli, figlio di Natale Mangioli che nella prima metà del Novecento aveva una grande azienda di ceramiche: sul sito del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche) si trovano tutte le informazioni di cui ho bisogno. Altre info, altrettanto interessanti, le ricavo dal blog Caffettiere. Letizia segna proprio l’avvio dell’attività dello stabilimento di Altopascio dopo che quello storico di Montelupo fu alluvionato nel novembre 1966 e ne caratterizza l’attività negli anni ’70.

Di Letizia esistono vari modelli e varie pezzature, sia per la versione moka che per quella napoletana: se fate un giro su ebay troverete di che soddisfare gli occhi (ed eventualmente da acquistare)! Pare che a suo tempo abbia avuto un discreto successo. Ma ne ho parlato con un ormai anziano proprietario di una mesticheria in centro a Firenze e spergiura di non averla mai sentita nominare.

Io mi godo la mia Letizia personale. Sono contenta di averla incontrata: così non mi sentirò più in colpa ogni volta che al tè preferirò una tazzina di caffè!

Il miele del sole

Estate, un lieve venticello spettina i campi di girasole, che dipingono di un giallo intenso il panorama. Non posso fare a meno di incantarmi ogni volta a guardarli, sempre come se fosse la prima volta. Troppo belli.

Quest’estate, in Mugello, mi sono fermata proprio presso un campo di girasoli. Armata della mia macchina fotografica, mi sono accostata ai primi fiori di un filare (non sono entrata nel campo, lungi da me rovinare la coltivazione!) e ho cominciato a prendere la mira e a scattare. Il venticello non era proprio dalla mia parte, e il girasole che volevo riprendere a tutti i costi si divertiva a farmi i dispetti, agitandosi e dondolando da un lato e dall’altro, senza mai stare fermo: sembrava che ridesse di me e dei miei tentativi di metterlo a fuoco. Comunque alla fine non è stato un problema, qualche foto gliel’ho scattata, e ve le propongo qui.

Mentre mi appostavo come un leone nella savana per fotografare di soppiatto i girasoli, intorno a me era un ronzare di api. “E certo”, penso io, “sono fiori, attirano sicuramente tanti insetti”. A me personalmente le api non danno noia, anzi, ho sempre convissuto con loro, e sono ben contenta quando le vedo intente al loro lavoro.

Quello che non sapevo è che dalle api viene ricavato il miele di girasole.

Mi ci sono imbattuta poco tempo dopo, a Civita di Bagnoregio (che personalmente mi ha deluso, come ho scritto qui, ma questa è un’altra storia): un piccolissimo vasetto di miele, giallo del colore dei petali dei girasoli, giallo come il miele.

L’ho preso. L’ho assaggiato. Dolce, come solo il miele sa essere; sapido, come il sole che scalda e mette sete, solare, come l’estate che l’ha prodotto.

Appena giungerà la stagione dei raffreddori e del maldigola, lo abbinerò con un té nero che già per sua natura ha delle note di miele: il darjeeling. Puristi in ascolto, non storcete il naso: lo farò solo quando avrò bisogno di massaggiare la gola! Lo so che il darjeeling, principe dei té neri, va sorbito da solo.

È incredibile scoprire ogni volta quante varietà di miele possano esistere! Un miele per ogni singolo fiore o essenza, come il miele di acacia, il miele di lavanda, il miele di corbezzolo, il miele di castagno e il miele di girasole. Com’è possibile ottenere un miele ricavato da un singolo fiore? Molto semplice: le arnie vengono trasportate nei pressi del campo o degli alberi interessati, in modo che le api possano prelevare il polline e trasformarlo solo in quello spazio ridotto. Nel caso del mio miele di girasole è stato così.

Ringrazio ancora una volta le api industriose. Il loro lavoro è davvero importante, e non solo per il miele, ma per gli ecosistemi tutti: senza la loro attività di impollinazione, il nostro mondo si impoverirebbe. Quanto all’uomo, conosce il miele fin dall’antichità, e ne ha fatto il più antico dolcificante naturale. Quanta storia, e quante storie, in un piccolo vasetto giallo.

Oggi cambio genere: caffé verde

Il mio caffè verde

No, tranquilli, la lunga pausa estiva (ben un mese senza pubblicare alcunché sul blog! Ma la pagina fb ha continuato ad essere aggiornata) non mi ha fatto perdere la retta via del té. Semplicemente, stamani ho riscoperto in casa un barattolo di caffé verde che poco tempo fa mi ha regalato mia madre dicendomi:

“Tu che bevi tutte quelle cose strane lì, magari ti garba anche questo”

Certamente, mamma, mi è garbato anche questo.

Diciamo subito una grande grandissima verità, così da fugare ogni dubbio. Il caffè verde non ha niente a che vedere col té, visto che è un caffé. Ma siccome si prepara per infusione, forse qualche punto in comune ce l’ha. Ecco perché ne parlo qui.

Cos’è il caffè verde?

Venuto di moda pochissimi anni fa, il caffè verde non è altro che caffè in chicchi, ma crudi. Il caffè nero, quello che tutti noi abbiamo presente, è in chicchi neri perché già tostati che solo al momento della vendita o del confezionamento sono torrefatti e macinati (avete presenti le torrefazioni? In alcuni paesi o in alcuni quartieri delle città qualche torrefazione che macina il caffè sul momento si trova ancora…). Il caffè verde è caffè in chicchi verdi, che ancora non hanno subito (e che non subiranno mai) la tostatura.

Ma era proprio necessario inventarsi il caffè verde? Cos’ha di diverso dal caffè normale, colore a parte?

Beh, di diverso ha almeno due cose:

  1. la caffeina

  2. il metodo di preparazione

La caffeina nel caffè verde è a rilascio lento e graduale: ciò vuol dire che bere una tazza di caffé verde non dà il picco di energia come la tazzina di caffè espresso, ma rilascia un costante ed equilibrato quantitativo di caffeina nell’arco del tempo che ne fa perdurare gli effetti più a lungo. In questo senso svolge la stessa funzione del té verde col rilascio di teina, a lenta somministrazione, rispetto al té nero che invece dà immediatamente il picco.

chicchi di caffè nero e verde a confronto. Credits: Riza.it

Come si prepara il caffè verde? I chicchi vanno tritati, quasi polverizzati, quindi un cucchiaino generoso va messo in infusione in una tazza di acqua calda a 80° per 5/10 minuti. Il sapore è strano, sembra di bere l’acqua in cui sono stati a bagno i legumi, con un vago sentore di caffè, ma nel complesso è gradevole. E soprattutto noi siamo aperti a qualsiasi tipo di sperimentazioni, no? 😉

Se cercate in internet troverete che il caffè verde ha grandi proprietà in grado anche di far dimagrire. Come sempre sono scettica quando viene detta la parola magica “dimagrire” perché nessuna sostanza da sola è così miracolosa da risolvere i problemi di linea se non le si abbina una corretta alimentazione e un’adeguata attività fisica.

In ogni caso vale la pena di provarlo, no? Voi l’avete mai bevuto o lo bevete abitualmente? Cosa ne pensate? Come vi trovate? Sono curiosa di sapere il vostro parere!

Lavanda, lavanda ovunque, lavanda… da bere

Negli ultimi anni mi è venuta la fissazione per la lavanda. Prima l’ho inseguita in Provenza, poi l’ho cercata nella mia Liguria; anche qui sul blog ne ho parlato: a proposito del miele prodotto in Provenza dalle api operose che ronzano incessantemente nei campi tutti lilla.

Un campo di lavanda a Drego, entroterra ligure (Andagna, Molini di Triora, IM)

Mi piace il profumo, mi piace vederla in fiore in distese sconfinate oppure solitaria, nata spontaneamente in una spaccatura della roccia. Mi piace osservare il lavorio degli insetti su ogni fiorellino, mi piace ascoltare il loro ronzio.

Una farfalla in posa sul fiore di lavanda. Drego (Andagna, Molini di Triora, IM)

Mi guardo intorno e vedo che non sono la sola ad amare la lavanda. Siete, siamo, sempre di più. Così perché non unire l’utile al dilettevole e, tra una foto del mio reportage ligure sulla lavanda e l’altra, non buttare là qualche idea per bevande estive al profumo di lavanda?

Una pianta spontanea di lavanda nasce da una “fascia” a Drego, in Liguria

Ho colto queste idee svolazzando come un’ape di sito web in sito web alla ricerca di qualcosa di stuzzicante. Et voilà la prima indicazione: perché non preparare un’acqua aromatizzata?

Le acque aromatizzate sono una leggerissima e profumata alternativa all’acqua. Sono solitamente a base di frutta, agrumi in particolare o di aromi, come le foglie di menta. Si preparano a freddo e vanno conservate e consumate fredde. E poi, cosa che non guasta, siccome l’occhio vuole la sua parte, vanno preparate in arbanelle o in brocche trasparenti nelle quali diventa fondamentale giocare anche cromaticamente con gli ingredienti, per dare un tocco estetico e, soprattutto, estivo.

Il campo di lavanda di Drego, Liguria

La prima acqua aromatizzata alla lavanda che vi propongo l’ho scovata sulla rivista di cucina “Ci piace”: prevede di spremere il succo di due limoni in una caraffa contenente già 800 ml di acqua minerale naturale; aggiungere 20 g di zucchero e mescolare, quindi inserire, con i fiori rivolti all’ingiù, 10 rametti di lavanda per uso alimentare. La nostra caraffa deve riposare almeno un’ora in frigo; al momento di servire, mettete nei bicchieri qualche fogliolina di menta, che dà quel tocco di fresco in più.

Nonnapaperina.it consiglia un’acqua aromatizzata lievemente differente dalla precedente: lavanda, menta e cedro. Per un litro d’acqua ci vogliono 6 rametti fioriti di lavanda, lavati benissimo, 2 rametti di menta piperita e un cedro tagliato a fettine sottili. Si mette tutto sul fondo della brocca, si copre d’acqua e si mette a riposare in frigo per 2 ore. Al momento di servire, per rendere ancora più profumato e accattivante il bicchiere (trasparente, mi raccomando) si possono aggiungere altri fiori di lavanda, foglie di menta e fettine di cedro.

Il campo di lavanda di Drego, Liguria

Più complessa, ma più profumata ancora, è la ricetta per acqua aromatizzata alla lavanda di cucchiaio.it, che insieme a 1 cucchiaino di fiori di lavanda per un litro d’acqua vuole anche 200 g di albicocche tagliate in quarti e 100 g di mirtilli. Tutti gli ingredienti vanno disposti sul fondo di un’arbanella di vetro nella quale va versata l’acqua; l’arbanella va chiusa ermeticamente e posta in frigo per 2-3 ore. Per servire filtrate l’acqua oppure potete direttamente preparare l’infuso in vasetti monoporzione

Si può anche preparare la limonata alla lavanda secondo la ricetta di familystylefood.com: non è un’acqua aromatizzata, anche se l’acqua è elemento fondamentale della ricetta.

Una farfalla su un fiore di lavanda

Un’idea simpatica, infine, prevede di preparare lo zucchero aromatizzato alla lavanda! Non è meraviglioso? Anche questo suggerimento proviene dalla rivista “Ci piace” e prevede di mescolare in un barattolo a chiusura ermetica 250 g di zucchero con 4 cucchiai di fiori di lavanda alimentare essiccati: lo zucchero sarà pronto dopo 10 giorni di riposo al buio.

Dai, dai! Che di idee ve ne ho date!

Solo un’avvertenza: quando si parla di lavanda qui intendo lavanda alimentare. Scopro infatti che evidentemente non tutta la lavanda che viene venduta o che si coglie si può comprare. Per sicurezza procuratevi la lavanda in erboristeria, avendo cura di specificare a quale uso la volete destinare.

Un dolce-tour a Prato

Non sono brava a preparare dolci. Però sono bravissima a mangiarli! E ad abbinare i té giusti. Così mi è venuto in mente che potrei iniziare a fare qualche dolce-tour alla scoperta dei dolci tipici e più buoni delle nostre città suggerendo, insieme, i té giusti per ciascuno di essi. Comincio con Prato, in Toscana, città nota in Italia per i cantuccini, ma che in realtà vanta una tradizione dolciaria e di pasticceria non indifferente! Armatevi di forchettina e cucchiaino virtuale: non vi sale già l’acquolina in bocca? Si parte!

Dolce-tour a Prato

Cantuccini

cantuccini al cioccolato Mattei e il mio té al cioccolato: la colazione dei campioni

I biscotti di Prato, o cantuccini, sono la vera specialità della città: sono biscotti secchi, nel cui impasto, secondo la ricetta tradizionale, si trovano le mandorle. Il massimo è gustarli con un bicchierino di vinsanto (il massimo del massimo è pucciarli nel vinsanto!). Esistono, come sempre, numerose varianti alla ricetta originale, sviluppate da alcune pasticcerie o forni di Prato e dintorni: cantuccini morbidi, con il cioccolato, al cioccolato, con i fichi secchi, con le albicocche, con la glassa di vinsanto (special edition per la visita del Papa a Prato nel 2015) e chi più ne ha più ne metta. Le numerose varianti le ho illustrate in questo post dedicato proprio alle tante varietà dei cantuccini e ho già dato qualche consiglio sugli abbinamenti col té.

Abbinamento col té: té nero arancia; té verde gelsomino

Pesche di prato

Sono dolcissime! Delle palline di pasta imbevute di alchermes, rotolate nello zucchero e unite due a due da crema pasticcera. Per i golosi e amanti dei dolciumi le peschine sono una leccornia, roba da leccarsi le dita!

Abbinamento col té: un profumato earl grey, che non sovrasta, ma che contrasta il troppo dolce delle pesche e dà una punta di agrumato che ci sta sempre bene

I luoghi

Biscottificio Antonio Mattei: a Prato (e anche fuori) è sinonimo di cantuccini. La confezione in carta blu si riconosce tra mille ed è garanzia di qualità e tradizione. Il forno produce ovviamente molti altri dolciumi: speciali sono i brutti ma buoni, per esempio, ma certamente troverete altre leccornie che soddisferanno la vostra curiosità. Il laboratorio, nel quale ho potuto assistere proprio alla preparazione dei biscotti in occasione di EatPrato 2016, profuma di dolce e di buono, come la cucina della nonna. Il biscottificio Antonio Mattei, fondato nel 1858, si trova in pieno centro a Prato, in Via Bettino Ricasoli, 20.

Branchetti Biscotti: Ho scoperto questo forno proprio grazie al cantuccino del papa: la ricetta dell’impasto giallo e della glassa bianca al vinsanto a imitazione della bandiera del Vaticano è nata infatti proprio nel laboratorio di Branchetti. Per il resto è un forno normale, con tutti i prodotti di pane, schiacciate e dolci che ci aspetteremmo in ogni forno toscano. Il forno Franchetti ha il laboratorio in via Rocchi, 8 e due punti vendita in via Gobetti 42 e in via Ferrucci 288.

I biscotti dell’Antico Forno Santi di Mignana

Antico Forno Santi: Bisogna desiderare fortemente di arrivarci, al Forno Santi di Migliana. Oppure bisogna mettersi in macchina, salire lungo la montagna alle spalle di Prato e ritrovarsi in questo piccolissimo paesino – due case, un circolino e un forno, per l’appunto – all’ora di pranzo. Allora vi prenderà matta la voglia di mangiare una schiacciata al prosciutto con un bicchiere di vino, e vi farete tentare dai biscotti di Prato che fanno bella mostra di sé nelle ceste all’interno della bottega: si tratta di cantucci morbidi, più grandi del solito, in alcune varianti rispetto alla mandorla che prevedono l’albicocca, oppure il fico, oppure il cioccolato. I miei preferiti sono al cioccolato bianco, per capirci. La gita fin quassù, in piena campagna, è molto piacevole. Il forno Santi di Migliana si trova a Migliana lungo la Strada Comunale di Schignano.

Pasticceria Nuovo Mondo: è la pasticceria delle “peschine”, portata in auge dal pluripremiato e pluristellato pasticcere Paolo Sacchetti, uno cui piace sperimentare, provare, e che proprio per questo è tra i migliori pasticceri del mondo. Le pesche di Prato non sono altro che la ripresa e la rivisitazione di un dolce tradizionale del quale a Prato si stava perdendo la ricetta. La Pasticceria Nuovo Mondo si trova in via Garibaldi 23 a Prato.

Pasticceria Mannori: Notissima a Prato per le storte, per la millefoglie e per il cioccolato, la pasticceria di Luca Mannori si trova appena fuori le mura, ed è una bellezza farvi colazione o prendervi, per l’appunto, il té. A me fu proprio indicata dal mio pratese preferito come il posto migliore per la millefoglie, ma una volta dentro, ci si lascia tentare da tutto il resto. La Pasticceria Mannori si trova in via Lazzerini, 2, a Prato.

Piaciuto questo Dolce-tour a Prato? E quale sarà la prossima tappa? 

Parola d’ordine: detox!

un mazzetto di erbe aromatiche per infusi e tisane

La sapete la storia delle lacrime di coccodrillo? Si dice di persona che commette una cosa sbagliata e poi se ne piange; lo si dice perché pare che il coccodrillo, dopo che ha mangiato una preda piuttosto grossa, pianga durante la pesante e lunga digestione. Ecco, io non piango, però dopo i pranzi di Pasqua e Pasquetta sono decisamente provata.

Fortuna vuole che abbia passato le vacanze di Pasqua in una casa con un bell’orticello. Tante le piante aromatiche e le erbe, così ho pensato bene di cogliere un mazzolino di utilissimi ingredienti per infusi e tisane detox.

Non bisogna cercare chissà che, infatti: salvia, menta e finocchietto sono i tre ingredienti più comuni e più efficaci per infusi fai-da-te.

Del finocchietto sono note le proprietà digestive: e io stessa ho potuto sperimentare proprio negli scorsi giorni  quanto una tazza di infuso al finocchietto sia stata un toccasana per risolvere un problematico senso di appesantimento dovuto ad un pranzo di Pasquetta troppo abbondante. Per preparare la tisana ho semplicemente messo in infusione in un pentolino d’acqua foglie di finocchietto: è venuta un’infusione piacevolmente profumata e intensa, che ha fatto il suo effetto (non immediato, naturalmente).

Buona tisana detox!

In caso di mal di stomaco (anch’esso una conseguenza dei pranzi troppo abbondanti), la tisana alla salvia si è rivelata un ottimo riparatore. Ho scoperto il té alla salvia in Giordania quasi 10 anni fa e da allora quando riesco mi preparo sempre un infuso a questa pianta aromatica: mi piace il suo profumo più ancora di tutto il resto. Ma certo, sapere che è utile in caso di mal di stomaco non mi dispiace affatto.

Per puro piacere, invece, ho preparato un infuso salvia e menta: la freschezza della menta si sposa col profumo più pacato e morbido della salvia. L’effetto è notevolissimo, di piacevole contrasto. Se invece dell’infuso vogliamo prepararci un té, basterà aggiungere una bustina di té verde o un cucchiaino di té verde gunpowder in foglie, e il risultato è assicurato: un’infusione leggera e profumata, da gustare anche fresca: con l’arrivo della bella stagione è senz’altro una bella idea.