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Quanto costa un pu ehr d’annata…

Cazzeggiavo amabilmente su internet, su Aliexpress.com per la precisione, e, navigando a caso tra le migliaia di tipologie di “items” che si possono acquistare, ho oziosamente aperto la categoria “tea”. In vendita ho trovato té di varia tipologia e provenienza, principalmente té verde, qualche bella confezione Made in China, tutto a modiche cifre. Eh, un pensierino, quasi quasi… Ma poi mi sono imbattuta in offerte come queste:

Alcune costosissime mattonelle di té pu ehr. Perché costa così tanto?

Alcune costosissime mattonelle di té pu ehr. Perché costa così tanto?

I prezzi mi hanno lasciato di sasso. Possibile che una mattonella di té Pu ehr possa arrivare a costare 890 euro?

Ammetto che il Pu ehr è un té che conosco poco. So che rientra nella categoria dei té post-fermentati, ma ne ho bevuto molto poco e molto di rado, e sicuramente non abbastanza da capire quanto possa essere pregiato. Beh, l’ho capito stasera dopo una rapida ricerca in rete, fatta apposta dopo aver smandibolato davanti alla schermata del pc.

L’unica cosa che ho intuito lì per lì, guardando le specifiche dei té in vendita, è che più è vecchio, più il pu ehr in mattonella è pregiato. Un po’ come certi vini, che invecchiando migliorano, o come certi whiskey, o come certi rum, il pu ehr in mattonella più invecchia e più acquista valore. Ecco perché una mattonella del 1762 può arrivare a costare 889 euro.

Ho fatto un giro in rete, perché non mi basta che un té sia stato prodotto nel 1762, o nel 1969 (come il secondo té nello screenshot): Anch’io ho sicuramente da parte qualche té mai aperto arrivato nella mia collezione chissà quando, ma non per questo acquisterà valore se lo vorrò rivendere tra 20 anni: perché di solito il té che invecchia perde profumo e qualità, e di fatto è inutile. Allora cosa distingue il pu ehr dagli altri té? Da cosa gli deriva il suo valore?

Mi sono imbattuta, fortunatamente, nel favoloso sito de L’Arte del Ricevere, il quale approfitta di un articolo nel quale si parla dell’eccezionale vendita all’asta di un lingotto (è proprio il caso di chiamarlo così!) di pu ehr alla modica cifra di 1,2 milioni di dollari, per raccontare ai lettori perché si possa arrivare a tanto per un panetto di té.

E intanto scopro che il pu ehr è prodotto nello Yunnan, la regione migliore della Cina in cui produrre il té. Per la precisione, è tratto da una varietà di camelia sinensis a foglia grande, chiamata Da Ye. Pu Ehr è il nome della città nella quale il té, raccolto e preparato in mattonelle, viene commercializzato. Scopro poi che esistono due modi di lavorare il pu ehr e di conseguenza due tipologie: il sheng cha, tradizionale, verde, prodotto da piantagioni antiche,  e il shu cha, nero, prodotto da raccolti dei giardini più giovani.

Il Sheng Cha è il pu ehr che migliora invecchiando. L’essiccazione delle foglie avviene all’aria naturalmente per un periodo di 40-60 giorni, dopodiché le foglie vengono pressate in mattonelle e la fermentazione, naturale, avviene lentamente, in appositi luoghi di stoccaggio al riparo dalla luce, da fonti di calore e da forti odori, nei quali non interviene alcun agente esterno a disturbare il processo. Così il gusto migliora davvero con gli anni e con esso ne sale la qualità. Il processo di fermentazione va avanti e avanti e avanti, e il gusto migliora sempre più, producendo, se mai avrete cuore di spezzare una mattonella per farvi un’infusione, una bevanda color giallo luminoso, dal sapore fruttato e lievemente affumicato, che secondo i Cinesi sa di “terra bagnata da pioggia recente” e che potrebbe lasciare molto perplesse lì per lì le nostre occidentalissime papille gustative  (così almeno riporta teacompany.it).

Il shu cha, invece, è il pu ehr dei poveri, o meglio, è quello prodotto per soddisfare le richieste del mercato, ed è stato introdotto negli ultimi decenni; il procedimento di preparazione è diverso perché ad una prima fermentazione naturale segue una seconda fermentazione che viene arrestata col vapore (per questo sono detti pu ehr cotti) e il colore dell’infusione è di un bel rosso intenso.

Il Pu ehr è tanto apprezzato in Cina, e ormai in tutto il mondo, per le sue qualità salutari e terapeutiche. Addirittura viene chiamato té degli imperatori. Ora capite perché un pu ehr d’annata può valere parecchi soldini.

Un altro aspetto interessante è quello delle forme che assume quando viene pressato. Fin qui ho parlato sempre di mattonelle, ma la mattonella non è che una delle tante forme che esso può avere. Wikipedia viene in mio soccorso, mostrandomi la grande varietà:

Tipologie di forme di Pu ehr. Fonte: wikipedia

Tipologie di forme di Pu ehr. Fonte: wikipedia

Dietro c’è un gran lavoro artigianale. E non stupisce, perciò, che più che si risale indietro nel tempo, più che questo saper fare legato ad un prodotto di pregio decreti l’aumento del valore del pu ehr. Un té che da questa sera conosco un po’ di più.

PS: mi fa notare Fabio di Lovelyteanet nei commenti qui sotto che i té che troviamo in vendita su siti come ebay o aliexpress sono nella stragrandissima maggioranza dei casi dei falsi! Vi invito a leggere i commenti per saperne di più e, naturalmente, a fare attenzione all’acquisto

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Il té amarissimo che fa benissimo – Parte seconda: ecco a voi il Kuding cha

Nello scorso post vi avevo raccontato del mio incontro con un té sconosciuto, del quale ignoravo il nome, scritto sulla confezione solo a caratteri cinesi, e del quale avevo capito solo una cosa: era, è, davvero troppo amaro.

Chiudevo il post chiedendo a voi lettori se per caso conosceste questo té, se sapeste come si prepara e perché vale la pena di berlo. Non speravo di ricevere subito una risposta. E invece così è stato.

Té verde cinese a foglia lunga arrotolata. Amaro come il veleno

Ora lo so come si chiama: questo è il kuding cha, “chiodo amaro”

Se andate a vedere i commenti al post, c’è quello di Marina Pasotti, la quale non solo mi dice il nome, Kuding Cha, ma mi rivela che non è un té. La dritta è davvero insperata, e la seguo subito. Mi imbatto così in una pagina web in lingua inglese (in italiano non si trova nulla in merito, come mi conferma poi la stessa Marina) che spiega di cosa si tratta: il Ku Ding Cha è una bevanda che in Cina viene consumata comunemente, accanto al più diffuso té verde. Ma anche se viene chiamato cha, non deriva dalla camellia sinensis, ma è tratto dalle foglie di un’altra pianta, l’holly, (ilex aquifolium) che se ho capito bene è quello che da noi viene chiamato agrifoglio. La varietà specifica della pianta utilizzata è proprio Ilex kudingcha. Il nome Ku Ding si riferisce al carattere amaro (ku) dell’infusione e alla lavorazione delle foglie, essiccate e arrotolate su se stesse. In uno scambio di messaggi avuto sulla pagina fb de Il mio té, Marina mi spiega che il nome Kuding significa chiodo amaro. Come sospettavo, Marina mi conferma che bere il “chiodo amaro” apporta notevoli benefici: è altamente depurativo, attenua i bruciori di stomaco… ed è un febbrifugo. Insomma, come tutte le cose amare, fa bene. Ho chiesto a Marina come posso berlo, perché così come ho fatto finora è talmente amaro che io preferirei tenermela, la febbre! Mi spiega che il segreto è mettere in infusione una sola foglia per tazza in poca acqua molto calda, a 90°: così il té viene concentrato e lo si può diluire con acqua più fredda, cosa che oltre a stemperare il calore attenua anche l’amaro. Non solo, ma si possono fare più infusioni con una stessa foglia, così l’amaro si smorza sempre di più.

Le foglie di Kuding Cha

Meraviglia delle meraviglie! Marina mi ha raccontato tutto, mi ha spiegato tutto quello che c’è da sapere su questa bevanda. Allora una curiosità mi stuzzica: ma com’è che lei sa tutte queste cose? La risposta è semplice: Marina Pasotti ha un negozio a Casteggio, in provincia di Pavia, che si chiama Edonè l’ora del té e mi spiega: “sono 13 anni che diffondo la cultura del tè ma un pochino nell’ombra; non mi piace per carattere fare troppo rumore, un pò come il tè. Dico sempre ‘chi deve arrivare arriva, quello è il momento’.” E questo è stato il momento, per me. Marina vende nel suo negozio il Kuding Cha e ne ha sperimentato i benefici sulla propria pelle; per questo continua a venderlo e per questo, quando ha scovato il mio post si è sentita in dovere (dio gliene renda merito!) di intervenire.

Grazie mille Marina per le importanti rivelazioni! E adesso, con i suoi suggerimenti, potrò bermi in piena consapevolezza una tazza diversamente amara di Kuding Cha!

Il té amarissimo che fa benissimo?

Questa volta ho osato. Non solo ho acquistato a scatola chiusa, ma addirittura ho acquistato una confezione per me illeggibile, perché scritta totalmente in cinese, senza una legenda in caratteri europei che sia una. So solo che ho comprato un té verde cinese, prodotto e confezionato rigorosamente in Cina (e non potrebbe essere altrimenti), ma non ho idea di come vada preparato, come vada bevuto, quali proprietà abbia e quali eventuali benefici procuri. L’unica cosa che ho capito è che è amaro come il veleno.

Il mio té verde cinese amaro, troppo amaro

Il mio té verde cinese amaro, troppo amaro

Eppure la signora che me l’ha venduto, una donna cinese che gestisce insieme al figlio un’erboristeria cinese nella Chinatown di Prato, mi aveva avvertito: “Té velde amàlo“, mi aveva detto, ma io, inconsciamente, ho pensato “E capirai! Dai, proviamolo!“. E così l’ho preso. E l’ho provato.

Le foglie di té sono arrotolate come mai avevo visto prima: sono lasciate intere e arrotolate. Non solo, ma i rotolini sono veramente lunghi e già dall’odore si capisce che rilasceranno un po’ d’amaro. In infusione le foglie arrotolate, che sono di un colore scuro tendente al bruno/nerastro, piano piano si allentano, liberando il té e tingendo l’acqua di verde chiaro.

Té verde cinese a foglia lunga arrotolata. Amaro come il veleno

Té verde cinese a foglia lunga arrotolata. Amaro come il veleno

La prima volta che l’ho preparato sono stata troppo ottimista: ho messo più foglie in infusione, perché avevo paura che mettendo una foglia sola, per quanto grande, il té non si sarebbe profumato abbastanza. Gravissimo errore. Bere una sorsata di quel té è stato come trangugiare veleno. Una bevanda amarissima, un’esperienza che le mie papille gustative non hanno potuto sopportare. Allora ho ripetuto l’esperimento: una sola foglia di té in infusione per 2/3 minuti, il minimo indispensabile per ogni té verde. Esperimento riuscito questa volta? Sarò riuscita a rendere l’infusione più leggera e, di conseguenza, meno amara?

La foglia durante l'infusione si srotola leggermente e rilascia tutto il suo amaro

La foglia durante l’infusione si srotola leggermente e rilascia tutto il suo amaro

La risposta è no. No, assolutamente no. La foglia si è allentata, senza srotolarsi, ed ha rilasciato esattamente il quantitativo di amaro giusto per uccidere le mie ultime papille gustative sopravvissute all’esperienza precedente. Rispetto alla tazza precedente ne ho bevuto un sorso in più, giusto per convincermi che non era suggestione la mia. E così la mia bocca si è definitivamente rovinata.

Ho cercato su internet qualche informazione digitando “té verde cinese troppo amaro” e “té verde amaro importato dalla Cina”, ma non ho trovato niente che soddisfi la mia ricerca.

Così chiedo a voi che passate su questo blog e che magari vi siete imbattuti in questo té, o lo conoscete, o lo vendete, o lo bevete:

Come si chiama questo tipo di té? Da quale parte della Cina proviene? Quali sono le sue caratteristiche? Perché viene lavorato in questo modo, a foglia lunga, e da dove gli deriva l’amaro che rilascia in infusione? Quali proprietà ha? Se viene venduto un té amaro a questa maniera, vuol dire che ai Cinesi piace, sennò nessuno si prenderebbe la briga di importarlo fino a Prato. E poi, fondamentale: quali accorgimenti devo usare per preparare un’infusione che sia bevibile, almeno secondo il gusto occidentale?

Vi prego, se sapete rispondere anche ad una sola di queste domande, di rispondere qui nei commenti. Oppure di venirmi a trovare sulla pagina Facebook de Il mio té. Io intanto mi rifaccio la bocca con qualcosa di più… delicato, ecco.

Bill Bryson e la storia del té

Bill Bryson, Breve storia della vita privata

Una mia collega ieri mi ha detto “sto leggendo un libro in cui raccontano la storia del té”; oggi me l’ha portato: è “Breve storia della vita privata” di Bill Bryson, autore che già conosco, per cui al vederlo mi si sono illuminati gli occhi! É infatti l’autore di “In un paese bruciato dal sole” e di “America perduta“, che ho letto per via del mio interesse per la letteratura di viaggio. Il libro in questione è anch’esso un viaggio, ma molto più ridotto: un viaggio alla scoperta della propria vecchia casa inglese, delle sue stanze, dei suoi arredi; e ogni stanza è occasione per infinite digressioni sull’origine e la storia di abitudini, oggetti, usi, consumi, del popolo inglese. In questo contesto, dunque, non poteva mancare qualche pagina sulla storia del té, o meglio del té per gli Inglesi.

Non è che nelle sue pagine si dilunghi particolarmente a descrivere l’uso o il rituale del té delle Cinque; preferisce tracciare una storia dell’importazione e dei consumi. Così ho scoperto alcune cose interessanti sulla storia del té nel mondo occidentale. Innanzitutto che la prima menzione del té nella lingua inglese si trova nel Diario di Samuel Pepys, personaggio politico dell’Inghilterra del Seicento, grande bibliofilo che redasse un diario in cui racconta pagine importanti della storia d’Inghilterra, come l’incendio di Londra del 1666. Tra le varie annotazioni riportate nel diario, Pepys il 25 settembre del 1660 scrive “E poi ordinai una tazza di tee (bevanda della Cina) che mai avevo bevuto prima“. In realtà il té era già noto in Inghilterra e anzi negli anni successivi avrebbe avuto un grande boom, racconta sempre Bryson, grazie alla Compagnia delle Indie Orientali.

Il problema del té e della sua importazione è che un bel momento, nell’Ottocento ormai, la Cina era l’unico Paese produttore ed esportatore di té e il fabbisogno dell’Inghilterra era troppo elevato per poter continuare a commerciare con un solo interlocutore che avesse l’esclusiva. L’ideale per Londra sarebbe stato introdurre la coltivazione di té in India, ma la Cina si guardava bene dal rivelare il metodo di coltivazione e soprattutto di trasformazione delle foglie di camellia sinensis in té. Per risolvere la questione, uno scozzese di nome Robert Fortune, travestitosi da nativo cinese (e poi mi dovete spiegare come fa uno scozzese, che immagino biondo con gli occhi azzurri, a farsi spuntare gli occhi a mandorla…) per ben tre anni girò la Cina per carpire i segreti della coltivazione, della raccolta e della lavorazione delle foglie e infine portò quanto aveva appreso, nonché 20mila piantine in India. Da quel momento iniziò la produzione di té indiano, e la Cina perse il primato nelle esportazioni. Gli Inglesi, ormai, il té se lo producevano in casa…

La Cina per lunghissimo tempo fu l’unico produttore ed esportatore di té al mondo.

Devo dire che questa se pur breve lettura mi ha appassionato e incuriosito. La figura di Robert Fortune, per esempio… roba da dedicargli un film(come infatti è stato fatto)! Chissà, proprio lui potrebbe essere l’ispirazione per il prossimo post! 😉

Quando si dice che la pausa del té è qualcosa di “intimo”…

Va bene che la pausa del té è qualcosa di intimo… ma forse il senso di “intimo” questa volta è stato travisato…  o.O

Così si presenta la vetrina del negozio Intimissimi di Verona:

La vetrina di Intimissimi (Verona) con tazze e teiere

La vetrina di Intimissimi (Verona) con tazze e teiere in primo piano

Esatto: lampadari di tazze e teiere e servizi da té ai piedi dei manichini che espongono i capi di intimo della stagione autunno/inverno 2013/2014. Non è la prima volta che il té compare nelle vetrine dei negozi (due casi, l’anno scorso:  Raspini, che vi avevo mostrato qui e Falconeri, di cui avevo magnificato la vetrina qui), ma questa volta non mi sembra molto azzeccato l’abbinamento con slip e reggiseni: forse davvero per evocare il freddo e l’inverno, per suggerire qualcosa di caldo e confortante come può essere un cardigan o una vestaglia da indossare nell’intimità della propria casa mentre si legge un libro accoccolata sul divano, nell’altra mano una tazza bollente di té?

intimissimi 2

Non lo so, il dubbio che mi è venuto è che siccome è da molto ormai che ho cambiato fornitore di intimo, Intimissimi abbia voluto attirare il mio sguardo sulla sua vetrina per cercare di riconquistare una cliente. In effetti, la vetrina sembra fatta apposta per me! Che dire, il mio sguardo l’ha catturato, la mia attenzione l’ha avuta. Ma non mi ha convinto a entrare… 😉

Pensavo fosse té e invece era benzina…

Oggi mi sono imbattuta in una notizia di cronaca a dir poco bizzarra, riportata da Il Corriere del Veneto: un signore di 77 anni si è intossicato ingerendo benzina contenuta all’interno di una bottiglia di té. L’anziano prima di andare in villeggiatura aveva messo della benzina in una bottiglia vuota di té freddo. Al suo ritorno, dimenticatosi completamente di questa sua trovata, ha bevuto di gusto dalla bottiglia di té. Non è chiaro dalla breve notizia riportata dal quotidiano online se il poverino vittima di se stesso si sia accorto subito dell’errore o se solo dopo un po’ abbia avvertito che qualcosa non andava. Fatto sta che un bel momento è stato colto da malore ed è andato in ospedale, dove il fattaccio è stato svelato.

Ora, pazienza che uno non si ricordi che ha utilizzato una bottiglia di té per conservarvi della benzina, ma non te ne accorgerai nel momento in cui apri la bottiglia, che non esce profumo di té alla pesca (o al limone, o al che-ne-so), ma un pungente e riconoscibilissimo odore di benzina? E ammettendo che hai il raffreddore e non senti gli odori, possibile che al gusto non ti accorgi di nulla? Non stiamo parlando di confondere del vino rosso col succo di mirtilli, ma un té freddo con la benzina! Non voglio neanche sapere di che sa la benzina, ma intanto credo che sia piuttosto oleosa al contatto, tutt’altro che dissetante come dovrebbe essere un té, che invece è a base d’acqua.

Non so dove sia stato in villeggiatura il nostro povero amico: magari è stato suggestionato dalla visione di una stazione di servizio di questo tipo, dove potrebbe essersi fermato a far benzina: effettivamente io potrei confondermi davanti ad un siffatto benzinaio…

teapot fuel_n

Ma dopo lunga e matura riflessione rimango comunque basita: va bene che l’incidente domestico è sempre in agguato, ma questo mi sembra troppo! E non mi dite che la teina è benzina per il nostro organismo…

 Nel dubbio, avverto i miei nemici: se pensate che sia una buona soluzione avvelenarmi cercando di rifilarmi benzina facendola passare per té, io me ne accorgo, la distinguo bene! Sapevatelo!

Ah, mi sembra giusto a questo punto approfondire l’argomento Teapot Gas Station. Questa che vi mostro è la Teapot Dome Gas Station, si trova a Zillah, nello stato di Washington, USA, ed è nella lista degli U.S. National Register of Historic Places; fu costruita nel 1922 lungo quella che diventerà la US Route 12 ed è un esempio di quella che viene definita Novelty Architecture, ovvero edifici dalle forme bizzarre, che copiano e rendono in forma gigante oggetti di uso comune o animali o piante. Se si guarda questa board su Pinterest si rimane stupiti al vedere quanta fantasia possano avere gli architetti. Cosa non si fa per lasciare il segno! Alla Novelty Architecture viene attribuita, oltre alla nostra Teapot Dome Gas Station persino la Statua della Libertà! Chi l’avrebbe mai detto? E così, grazie al sacrificio del nostro amico 77enne abbiamo imparato una cosa nuova! Che esiste cioè almeno una teiera al mondo che dispensa benzina. Che non va bevuta, però!

Grazie, allora, caro amico, e rimettiti in forma presto! 🙂

Il servizio da té di Massimo d’Azeglio

Lo direste mai che un servizio in porcellana può valere 80.000 €?

Beh, se il servizio è costituito da 43 elementi, è un servizio da té, caffé e cioccolata, è una manifattura di Meissen del 1730 e soprattutto è appartenuta a Massimo d’Azeglio, forse effettivamente il valore può essere elevato.

Riporto la descrizione del servizio a cura di Palazzo Madama:

Il servizio comprende 43 elementi:
1   caffettiera con coperchio
1   teiera con coperchio
1   bricco per il latte caldo con coperchio
1   portatè
1   zuccheriera con coperchio
1   tazza per gli avanzi del tè e del caffè
1   vassoio pentagonale per i cucchiaini
6   tazze da cioccolata, 12 tazze da tè e da caffè, 18 piattini

Ogni elemento è dipinto con lo stemma Taparelli (partito, controfasciato di rosso e di oro) entro una cartella dorata, sormontata da una corona e affiancata da rami fogliati. La decorazione riprende le porcellane giapponesi in stile Kakiemon con “fiori indiani” sparsi e bordi dorati arricchiti con palmette e girali in blu, rosso e oro. Le forme sono quelle in uso a Meissen tra il 1725 e il 1740. Sono da notare il manico a J della teiera e della caffettiera, e le tazze da cioccolata con un solo manico.

Il servizio fu realizzato per il Conte Pietro Roberto Taparelli quando egli era militare di carriera e poi ministro del governo di Sassonia. Tutti i pezzi recano infatti lo stemma di famiglia Taparelli, insieme a delicate fantasie floreali. Anni dopo la morte del conte, il servizio giunse a Torino, dove fu conservato nel bel palazzo di Casa Taparelli-D’Azeglio. Massimo D’Azeglio, che oltre ad essere protagonista politico degli anni del Risorgimento Italiano, nonché scrittore, si dedicò anche alla pittura, dipinse in una sua natura morta una delle tazze facenti parte del servizio. E’ da questo quadro che parte la caccia  alla tazzina. Nel 2011 dopo molto cercare, viene individuato non solo il singolo oggetto, ma l’intero servizio di 43 pezzi, miracolosamente integro e disponibile per l’acquisto al prezzo di 66mila sterline (circa 80mila euro). Nel 1903 infatti il servizio fu venduto e se ne persero le tracce fino al 2003 quando ricomparve sul mercato antiquario. Si poneva perciò il problema di riportarlo a casa.

Massimo D’Azeglio, Natura morta con fiori e oggetti, 1843; GAM, Torino

Il prezzo stimato per l’acquisto del favoloso servizio è, dunque, di 80.000 €. Il museo ha già messo da parte una cifra considerevole, ma non basta, e ha tempo solo fino al 31 marzo 2013 per raccogliere la cifra che serve.

L’iniziativa che il Museo di Palazzo Madama ha messo in moto è semplice ma geniale e coinvolgente: si chiama crowdfunding, termine inglese che indica una raccolta fondi pubblica per la quale si chiama a partecipare tutta la comunità che viene coinvolta e invitata a sostenere economicamente una spesa, un acquisto o un finanziamento. Nel caso di Torino, il Museo di Palazzo Madama vuole acquistare un lotto di oggetti significativo per il personaggio che l’ha posseduto, Massimo D’Azeglio, appunto, personaggio storico fondamentale per la storia dell’unificazione d’Italia. E’ la prima volta che in Italia si fa un’operazione di questo tipo, si scommette sulla generosità e sensibilità dei cittadini. La sfida è ancora più difficile, dato il momento di crisi, ma la speranza è ovviamente quella di riuscire nell’impresa.

La teiera del Servizio D'Azeglio

La teiera del Servizio D’Azeglio

Casi di crowdsfunding nel mondo della cultura e dei musei non ne mancano: un esempio è il Louvre, che con l’operazione Tous Mécenès (tutti Mecenati) coinvolge il pubblico nell’acquisto di opere che al contempo arricchiscono la collezione museale e fanno sì che quelle opere non finiscano sul mercato antiquario rischiando di far perdere le tracce di sé.

L’invito è quello di contribuire anche noi, nel nostro piccolo, all’acquisto del prezioso servizio. Sul sito web di Palazzo Madama è possibile donare anche solo 2 €. A me francamente non dispiacerebbe andare un giorno a Torino a visitare Palazzo Madama e, fermandomi davanti al servizio di D’Azeglio, poter dire “Questo è anche un po’ mio“…