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La collezione di un collezionista: le teiere del Mimara Museum di Zagabria

Ante Topic Mimara era un restauratore amante dell’arte in tutte le sue forme e collezionista appassionato e pure scaltro. Sicuramente non si comportò in maniera del tutto limpida durante la II Guerra Mondiale, quando le opere d’arte in Italia e nei Balcani (per l’area geografica che interessava il suo bacino d’azione) erano indifese e alla mercé di chiunque.

mimara museum

Mimara raccolse nel corso della sua vita una collezione enorme di opere d’arte e di oggetti di artigianato artistico da ogni parte del mondo. Non disdegnò nemmeno l’arte orientale ed è proprio nella sezione di arte orientale del Mimara Museum di Zagabria che vi porto con questo post.

Teiere orientali nella collezione del Mimara Museum

Il percorso di visita del Mimara Museum va dal secondo piano al pianoterra, partendo dalle opere d’arte pittorica medievale, poi rinascimentale e moderna europea e italiana, passa poi a un minimo di archeologia e soprattutto di arredi ecclesiastici e arti decorative europee e italiane di vario stile e varia epoca, e infine approda all’arte orientale. Qui la mia attenzione è stata attratta soprattutto dalle teiere. Tante, bizzarre, particolari. Veri oggetti da collezione, non c’è che dire.

Teiere in giada

mimara museum teapot

Mimara Museum, la teiera cinese in giada a forma di bambù

Mi gioco subito la teiera più strana e bella allo stesso tempo: una teiera in giada a forma di canna di bambù. Datata al XVII-XVIII secolo, Dinastia Qing, è indubbiamente un oggetto molto particolare. La giada è una pietra di color verde spento, usata in Cina da almeno 7000 anni per la produzione di oggetti di culto, intagliati o scolpiti. Indubbiamente un materiale ritenuto prezioso, dà vita ad oggetti di vero artigianato artistico. In questo senso le teiere di giada sono un esempio tra i tanti oggetti che si possono scolpire in questo materiale.

Teiere in giada vengono prodotte in Cina già prima del XVII secolo: Mimara ne possedeva un’altra, nella sua collezione, dalla forma più canonica, e datata al XIV secolo, Dinastia Ming.

Teiere in argento

Argento lavorato a sbalzo e a incisione, con manico che imita la canna di bambù (che evidentemente piace in Cina), e scena di genere raffigurata sulla pancia della teiera: due personaggi, uno più grande i piedi con un lungo bastone, un altro più piccolo posto di fronte a lui, e sullo sfondo un edificio e della vegetazione. Il personaggio più grande sembra dare qualcosa al personaggio più piccolo, il quale sembra tendere le mani come se ricevesse un’offerta. C’è una grande attenzione ai dettagli più minuti in questo oggetto di argenteria.

mimara museum teapot

Mimara Museum, teiere in argento

Teiere in porcellana moderne

mimara museum teapot

Mimara Museum. Teiera in portcellana post 1911

Sono datate a dopo il 1911 due teierine in porcellana, una a forma di drago cinese, l’altra dalla forma più canonica, ma dai decori decisamente elaborati. Il nostro Mimara amava senza dubbio circondarsi di oggetti bizzarri, oltre che belli, e aveva indubbiamente buon gusto.

Teiere a parte, visitare il Mimara Museum fa riflettere su quanto una persona da sola possa decidere di dedicare totalmente il suo interesse all’arte e alle arti decorative al punto da spendere qualsiasi cifra, ed eventualmente di ricorrere a qualsiasi mezzo, per procurarsi l’oggetto di pregio delle meraviglie. Mimara era un grande conoscitore del mercato antiquario, e sicuramente ha saputo affrontare degli anni di estrema debolezza e vulnerabilità delle opere d’arte di mezza Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Personaggio non del tutto chiarissimo, ha senz’altro contribuito alla dispersione di tanto patrimonio culturale italiano e non solo.

La collezione del Mimara Museum è una sorta di risarcimento, di restituzione alla pubblica fruizione. Ed è un museo di quelli senz’altro da visitare, se e quando andrete a Zagabria.

Il decotto alla salvia e l’igiene orale

Che la salvia sia un toccasana per le gengive infiammate lo sapevo già. Ma che fare sciacqui di decotti di salvia facesse bene all’igiene orale non lo sapevo.

Decotto alla salvia igiene orale

Soprattutto, non immaginavo quale tipo di risciacquo.

Ma andiamo con ordine.

Ho fatto un brevissimo corso sull’igiene orale. Niente di straordinario: lavare i denti almeno due volte al giorno, usare spazzolini con setole medie o morbide che non aggrediscono lo smalto dei denti (quelli a setole dure riservateli invece alle dentiere!), usare lo spazzolino elettrico, che ormai è il non plus ultra per i dentisti, fare risciacqui col colluttorio, usare l’idropulsore per rimuovere fino ai più piccoli residui di cibo.

L’idropulsore è allo stesso tempo una macchina infernale ed efficacissima: ti spara in bocca un sottile e spietato spruzzo continuo d’acqua che, se ben indirizzato sulle gengive negli interstizi tra i denti, rimuove e disintegra i minuscoli residui di cibo.

Salvia

Un mazzo di salvia dall’orto

Se all’effetto idrante vogliamo aggiungere un effetto lenitivo e di sollievo, il consiglio dei dentisti, o almeno di quella che ho seguito io, è di fare i risciacqui dell’idropulsore con un decotto di salvia al posto dell’acqua. Il decotto non dev’essere bollente, ovviamente, ma fresco o a temperatura ambiente: della stessa temperatura che avrebbe l’acqua insomma.

Idropulsore o meno, risciacqui con decotto di salvia sono consigliati per rinfrescare le gengive affaticate. In alternativa alla salvia si può utilizzare la camomilla, di cui sono stranote le proprietà lenitive e calmanti. Nel caso di gengiviti preparatevi la camomilla non per berla, ma per fare risciacqui della bocca in modo da lenire il fastidio alle gengive.

Le proprietà della camomilla e della salvia dunque sono riconosciute anche fuori dal ramo dell’erboristeria e dal magico mondo delle tisane e delle infusioni.

Se invece parliamo di té alla salvia, esso è particolarmente bevuto in medio Oriente (io ne bevvi abbondantemente in Giordania) perché è una bevanda fresca, dissetante e corroborante. Niente a che fare con l’igiene orale, ma un’interessante notazione culturale.

Té alla salvia

Té alla salvia

E il té in generale? Come si comporta il té nei confronti dell’igiene orale?

Eh, signori miei, il té, in particolare il té nero, soprattutto quello di cattiva qualità che vi macchia le tazze, allo stesso modo delle tazze vi macchia i denti. Buona regola sarebbe lavare i denti subito dopo aver bevuto il té. Ma vorrei conoscere davvero quel tale che segue questa regola.

E voi che accorgimenti usate per coccolare i vostri denti?

Gli usi impropri del té verde

Sugo di pomodoro al té verde

Questa cosa che “Il té verde fa bene, bisogna assumerne in quantità” vi sta sfuggendo di mano, io ve lo dico. Ho avuto l’ennesima conferma pochi giorni fa al supermercato:

sugo al té verde

Sugo di pomodoro al té verde. Roba da intenditori?

Vi assicuro che questo non è un fotomontaggio, cosa di cui sono stata accusata su facebook. Questo prodotto è davvero in vendita nei supermercati italiani. La domanda è duplice:

  1.  A chi può venire in mente di produrlo?

  2. Per quale motivo qualcuno dovrebbe comprarlo?

A questa duplice domanda si aggiungono altre due domande conseguenti:

  1. Ma c’è davvero qualcuno che lo compra?

  2. E di che sa?

Permettetemi, ma le domande sono legittime.

Si dice, negli ingredienti del sugo in questione, che è utilizzato té biologico (e ci mancherebbe altro!) in foglia. Il che aggiunge un ulteriore dubbio: di quale té verde stiamo parlando? Cinese o giapponese? Special Gundpowder cinese o sencha giapponese? E poi sencha o bancha? Quale sarà il pregiato té verde che in ogni caso risulterà totalmente avvilito (ammesso che si senta il sapore) nel sugo rosso di pomodoro?

Perdonatemi, ma sono molto scettica.

Usi propri del té verde: il matcha in cucina

Ora, è vero che il té verde viene ampiamente usato in cucina. Ma c’è té verde e té verde. Il té verde solitamente usato in cucina, come ingrediente per dolci, per tagliatelle, per biscotti e per il gelato è il té matcha. Il Matcha, ingrediente tradizionale della Cerimonia del té giapponese, è apprezzato per la sua consistenza, in polvere, e per il suo profumo dolciastro, mentre una tazza tradizionale di té matcha sa essere piuttosto amara. La sua ambivalenza ne ha fatto un ingrediente ricercato e piuttosto di moda nella cucina occidentale. Biscotti, vi dicevo, come le madeleines, tagliatelle, ingrediente segreto, ma neanche troppo, per torte sublimi: come ad esempio la torta-mousse al sesamo nero e matcha di Pane Libri e Nuvole.

Il gelato al matcha è una delizia ed è diffuso anche nello stesso Giappone, come mi documentano alcune blogger in viaggio nel Sol Levante: come Sylvie Zaino in spalla:

gelato al matcha in giappone

Il gelato al matcha è più buono se lo mangi in Giappone! Foto di Sylvie Zaino in Spalla su instagram

Anch’io a suo tempo avevo assaggiato il gelato al matcha in Italia, al Firenze Gelato Festival. Non mi era dispiaciuto, anche se certo, emergeva l’aspetto dolciastro della polvere di matcha rispetto all’amarognolo che lo contraddistingue in tazza.

Altri usi bislacchi del té matcha nel mondo

lipton green ice tea matcha cetriolo

Lipton green ice tea matcha cetriolo e menta

Dopo aver avuto questo shock con il sugo di pomodoro al té verde, immediatamente mi sono tornate in mente alcune piccole grandi oscenità del gusto che si incontrano all around the world. La prima, clamorosa, è la coca-cola al té matcha. Ripetiamo insieme: coca-cola al matcha. C’è qualcosa che non funziona, che non può funzionare.

Il matcha si sta riscoprendo un ingrediente usato – a casaccio, mi viene da dire – nelle chewing gum: come nelle True Gum alla menta e matcha; sarà preponderante il profumo balsamico della menta, no? Perché infilarci a tutti i costi il matcha?

E ancora, per tornare da dove siamo partiti, ovvero i supermercati italiani, chiudiamo il cerchio con le bevande: il Lipton Ice Tea Matcha cetriolo e menta. L’ho voluto assaggiare un pomeriggio estivo in cui avevo talmente sete che avrei ingurgitato pure benzina probabilmente. E la benzina sarebbe stata meglio. Inutile dire che il matcha è minoritario e non si avverte, se non per quella punta di dolciastro che però stona nella freschezza dell’insieme.

E voi vi siete imbattuti in altri abbinamenti astrusi in cui il té verde, matcha o meno, è martoriato o seviziato a discapito del consumatore? Mi piacerebbe conoscere le vostre esperienze! Commentate qui o su facebook: la pagina de Il mio té è sempre pronta ad accogliere nuove e brillanti testimonianze!

 

Perché non amo il té col limone

Personalmente ho l’incubo fin da quando ero piccina: se al bar chiedo una tazza di tè, immancabilmente mi arriva il bricco di acqua calda, la tazza, la bustina di English Breakfast (anche se sono le 4 di pomeriggio) e lei, una macchia gialla a completare il tutto: la fettina di limone.

limoni

Ora, io personalmente amo il giallo, purché abbia senso la sua presenza: per esempio, in un té al bar, avrebbe senso una tazza gialla, o la tovaglia gialla, o la teiera gialla. Ma non la fetta di limone.

La fetta di limone nel té non ci va.

Invece quante volte ce la propinano? Se siamo fortunati, ci viene proposta su un piattino a parte. Ma molto spesso, ahimè, pensando di far cosa gradita, la fettina viene calata nella tazza. Così, anche se la togli, rimane l’aspro di limone.

teiera da collezione

la mia miniteiera “limone”

Il succo acido del limone condiziona tantissimo il sapore del té. Vero è che soprattutto in passato, quando una sensibilità verso il té era dura a venire, il té era talmente inodore e insapore da rendere necessario un aiuto esterno, cui il limone poteva ben assolvere. Ma oggi non lo si può più tollerare.

Oggi se voglio un té al limone trovo infinite varietà di té in bustina con infinite variazioni sul tema (limone e zenzero, ad esempio, è un blend ormai storicizzato); se non trovo il té al limone certo non mancano nei negozi più forniti i té agrumati, dall’Earl Grey in avanti. Poi ci sono le infinite potenzialità offerte dagli infusi: qui il limone è lecito, anzi: ma per favore, non chiamatemelo té.

Insomma,un conto è un té al limone, un conto è un té col limone: le preposizioni sono importanti! Non voglio bere una roba che sia ottenuta mediante spremitura di spicchio di limone in tazza di tè.

Con lo spicchio di limone si irrora la frittura mista oppure le fragole. Non il té.

E voi invece amate il té col limone? Vediamo se riuscite a convincermi a berlo!

La bustina di té e la raccolta differenziata

Il dilemma: dove butto butto la bustina ti té?

Mi sono trasferita da poco in una nuova città. Nuove abitudini, nuovi vicini, nuove regole per la spazzatura. Eh sì, perché ne vengo da un quartiere in cui la raccolta differenziata era lasciata al buon cuore degli abitanti e arrivo ora invece in un borgo in cui essa è regolata in base a giornate, orari e cassonetti predefiniti. La raccolta differenziata porta a porta non permette deroghe. Rispetto al passato, quindi, sono diventata molto più attenta nella selezione dei miei rifiuti e cerco di differenziare il più possibile. Mi applico piuttosto bene, tuttavia ci sono degli oggetti che mi mettono in difficoltà, e uno di questi è proprio la bustina da té. Dove la butto? Semplicemente nell’indifferenziato? Nell’umido, forse? Nel dubbio mi sono un po’ documentata, e ora racconto a voi cosa ho scoperto.

bustine di té

differenti tipi di bustine di té (e il colino naturefriendly a forma di vaso di fiori)

Non tutte le bustine di té sono uguali…

Innanzitutto non tutte le bustine da té sono uguali: ne esistono infatti, oltre che di varia forma e dimensione, anche di vario materiale. Le più diffuse sono realizzate in canapa naturale o in cellulosa, dunque di per sé compostabili. Un articolo di greenme.it, però, avverte che tali bustine, per poter restare chiuse vengono incollate con polipropilene, un materiale termoplastico che serve proprio a sigillare le bustine e che, a contatto con l’acqua calda rilascia BPA, un interferente endocrino che non fa proprio bene alla salute, soprattutto delle future mamme. Vi ricordate il post di qualche tempo fa sugli ftalati utilizzati per le bustine di té? Ecco, di nuovo tornano a galla.

Le materie termoplastiche non sono compostabili né tantomeno, direi, biodegradabili. Però in linea di massima si fa finta di niente e vengono gettate nell’umido.

pompadour

Winter collection Pompadour: bustine biodegradabili, chiuse con la graffetta

E se invece che chiudere le bustine con polipropilene si usa una bella pinzatrice? Ebbene sì, esistono anche le bustine pinzate, con una bella graffetta di metallo a chiuderle. Non c’è colla, è vero, ma una graffetta di metallo che finisce nell’acqua calda. Al momento dello smaltimento dobbiamo staccare la graffetta dalla bustina, come quando sgraffettiamo un plico di fogli pinzati insieme, e gettarla nell’indifferenziato.

E ancora: bustine in garza di seta, un tessuto biodegradabile che quindi si può tranquillamente gettare nell’umido una volta esaurita la sua funzione. Ad esempio, il marchio Essenza del the vende té in bustine di questo tipo, spiegando la scelta del materiale proprio in virtù della sua biodegradabilità.

Di sicuro, se il té ce lo confezioniamo noi, utilizzando le bustine in cellulosa fai da te come quelle Teefilter che si trovano anche sullo shop online de La via del té, possiamo decidere noi stessi se e come chiuderle: io di solito uso un pezzo di spago da alimenti oppure del filo per cucire. In ogni caso non ho dubbi sulla biodegradibilità del tutto.

Le bustine piramidali in plastica della Lipton

Una soluzione adottata da alcune case produttrici è direttamente la bustina in plastica. Tra queste la Lipton che rassicura circa la non tossicità delle sue bustine a piramide in plastica (plastica che non avrebbe a che fare con gli ftalati di cui sopra), ma ammette che la bustina non sia biodegradabile. E quindi che facciamo? Se siamo riciclo-nazi apriamo la bustina e gettiamo nell’umido il té, mentre buttiamo nell’indifferenziato l’involucro. Sostenibile, però, forse le prime 10 volte.

Fin qui le informazioni che ho reperito da sola, ma poi ho pensato che fosse utile sentire i diretti interessati. Ho scritto pertanto su instagram (ebbene sì) a Pompadour e a Twinings per sapere direttamente dall’azienda se le loro bustine sono biodegradabili o come vanno smaltite.

Pompadour mi ha risposto:

“I nostri filtri sono compostabili, quindi puoi smaltirli nell’umido”.

Va da sé che la graffetta che chiude la bustina e la carta dell’involucro e dell’etichettina vanno gettate separatamente, l’una nell’indifferenziato, l’altra nella carta.

Twinings mi ha risposto

“Per quanto riguarda le bustine classiche Twinings, ti informiamo che il packaging esterno è di carta (va quindi riciclato con la carta), la bustina che contiene il filtro va buttata nell’indifferenziato, mentre il filtro, compreso di cordino e parte in carta, può essere riciclato nell’umido”

premettendomi che

“Twinings è costantemente impegnata nella ricerca di soluzioni migliorative per l’ambiente.”

bustine twinings

bustine twinings

Insomma, la situazione è più intricata di quanto pensassi. Per districarmi, sulla base delle info che ho reperito e che ho raccontato qui sopra, ho realizzato una velocissima infografica: un promemoria per tutti noi, per evitare di trovarci in difficoltà al momento spazzatura.

E voi vi siete mai posti il problema? Come vi regolate con la raccolta differenziata? Parliamone nei commenti oppure sulla pagina facebook de Il mio té (che vi invito a seguire)

Le teiere più buffe della mia collezione

Nel post precedente vi ho mostrato le teiere dal mondo, ovvero le teiere della mia collezione che provengono da varie parti del mondo e che raccontano, attraverso la loro forma e i loro accessori, il rito del té per il quale sono state realizzate.

Questa volta, invece, preparatevi a riempirvi gli occhi di “Oooh!”: vi mostro le teiere più buffe della mia collezione, quelle con le forme più strane, più simpatiche, più geniali, quelle che vedendole penserete “Non pensavo potessero esistere delle teiere così!

Teiera rosa 

Erboristeria Spada

La mia teiera rosa

Certi oggetti colpiscono non tanto per il loro valore, quanto per il fatto che fanno simpatia. A me questa teierina fa simpatia: mi ricorda la zuccheriera burbera del cartone animato La spada nella roccia. Al di là di questo, ha una forma non canonica e l’ansa così spigolosa sembra davvero un gomito poggiato su un fianco. Burbera, ma simpatica, come un nonnino con gli occhi piccini pronto ad agitare i gomiti ma poi, all’atto pratico, estremamente dolce e comprensivo.

Oppure, a guardarla bene, potrebbe essere una signora in palestra che fa aerobica: vedete come agita le braccia? È così dinamica!

Teiera lumaca 

teiere da collezione

La mia teiera lumaca si mangia la bietola!!!

Questa teiera non poteva rimanere sulla bacheca del negozio di artigianato cinese in cui l’ho scovata! In realtà non credo che la sua forma abbia un qualche significato in Cina, però senz’altro si presta ad essere trasformata in teiera: la chiocciola è tonda, la bocca della lumaca diventa la bocca della teiera. Il corpo della lumaca, cioè il collo e la testa, è ruvido, mentre il guscio, molto elaborato, è smaltato e lucido. L’espressione della lumachina sembra stupita: piccoli occhietti tondi e la bocca spalancata, quasi che fosse stupita di tutto ciò che la circonda. Un amore di teiera, senza dubbio la più tenera della mia collezione.

Teiera conchiglia 

teiera-conchiglia

La mia teiera a forma di conchiglia

So che di questa teiera esiste tutto il servizio da té, perché ho ricevuto negli anni varie offerte da parte di gente che mi diceva che possedeva la zuccheriera, una tazza, e altre componenti. Ho sempre rifiutato di vendere (e di acquistare il resto, in effetti) e mi sono tenuta la mia bella conchiglia verde. Pronta ad adagiarsi sui fondali, a servire il té alla Sirenetta, la mia teiera a forma di conchiglia è stata, tra tutte, la prima teiera buffa della mia collezione, e si merita di essere ricordata.

Teiera a forma di castello di Enrico VIII 

Un altro di quegli oggetti che non potevo lasciare sul banchino dello svuotacantine di Firenze in cui l’ho trovata: forma assolutamente fantasiosa, anche molto fumettosa, si inserisce in un filone di teiere da collezione che imitano oggetti di qualunque forma e ambito: case, pianoforti, pompe di benzina, barche, librerie, chi più ne ha più ne metta. Alcune sono molto curate, al dettaglio, altre, come questa teiera a forma di castello di Enrico VIII, sono più infantili nella resa, ma non per questo meno stravaganti.

teiera Re Enrico VIII

La mia teiera Re Enrico VIII. Lato B

Teiera a forma di casa dei folletti (fairy teapot)

Questa teiera mi ricorda tanto la casetta dei folletti, per i suoi colori tenui, la forma tondeggiante, e soprattutto per il fatto che se si guarda bene il tetto, sembra la cappella di un fungo: l’effetto casa dei Puffi è servito. La forma di casa è un filone piuttosto seguito nelle forme delle teiere da collezione, perché il tetto a spiovente solitamente si presta bene a fare da coperchio. La fantasia delle decorazioni poi si spreca e abbiamo case del Nord Europa, case mediterranee, baite di montagna, igloo, a due piani, a un piano solo, ce n’è per tutti i gusti e tutte le dimensioni.

fairy teapot

La mia fairy teapot

Teiera coi gattini

teiere da collezione

La mia teiera coi gattini

L’ultima arrivata nella mia collezione, un bellissimo regalo del quale sono onorata, è la teiera coi gattini: il corpo della teiera è una cassettiera con i gomitoli; i gattini intorno giocano e si arampicano. Questa teiera rientra nel filone delle teiere da collezione che ritraggono mobili o pezzi di arredamento: la teiera a forma di pianoforte, di stufa, di cucinotto, di vasca da bagno. Non nego che il mio sogno sarebbe quello di farmi una casa delle teiere da arredare proprio con questi meravigliosi oggetti che sono vere piccole opere d’arte. Per ora mi accontento della mia cassettiera coi gattini. Poi si vedrà!

La strana storia dei cinesi a Londra (nel II secolo d.C.)

*ATTENZIONE! CONTIENE UN RACCONTO DI FANTASIA!*

Siamo abituati a pensare ai popoli antichi come a compartimenti stagni: i Greci stavano in Grecia, i Romani nell’Impero Romano, i Cinesi in Cina, i Vichinghi in Norvegia e via di seguito. A meno che la storia non ci racconti di guerre di conquista, di invasioni, di esplorazioni geografiche, noi non riusciamo a immaginare che popoli tanto distanti geograficamente possano essere entrati in contatto tra loro. Per questo sulla nostra fantasia fanno presa quelle notizie che ogni tanto ci giungono, che ci dicono che i primi a giungere in America furono i Vichinghi, o che in una regione sperduta della Cina vi si stabilì un manipolo di Romani (cosa, questa, che ha ispirato il romanzo “L’Aquila e il Dragone” di Valerio Massimo Manfredi”). 

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Sappiamo, ad esempio, che i Romani conoscevano le spezie orientali provenienti dall’India perché portate, di mano in mano, dal centro dell’Asia sino alle coste del Mediterraneo tramite la via della Seta, per mezzo di una serie di passaggi di mano che dalla Cina arrivavano a Petra e da qui a Roma.

Spesso queste storie sono più leggende che altro. Ma poi succede che gli archeologici a Londra, a Southwark, scavino una necropoli romana di II-IV secolo d.C. e, analizzando gli scheletri degli inumati, scoprano che due di essi appartennero a persone di etnia cinese!

La notizia, recente, ha fatto il giro del mondo. Ne ha parlato perfino Alberto Angela nella sua trasmissione “Ulisse” (ormai uno dei pochissimi baluardi della comunicazione culturale nella tv italiana), ed è sensazionale, perché ci dice in una botta sola che anche nel II-IV secolo d.C. Romani (volendo chiamare così gli abitanti della Britannia, che era una terra di confine dell’Impero) e Cinesi potevano venire a contatto anche se, certo, non doveva trattarsi di contatti consueti, ma piuttosto eccezionali. Comunque sia, i due Cinesi di Londinium morirono e furono seppelliti come tutti gli altri abitanti della città loro contemporanei.

L’ipotesi più probabile è che fossero mercanti.

E se fossero stati mercanti di té?

Esatto. Tutta questa introduzione per dirvi questa suggestione che mi è passata per la testa. Gli Inglesi scoprirono il té in Cina solo nel XVII secolo, ai tempi dei commerci su grandi distanze via oceano che dopo la scoperta dell’America divennero fondamentali per le potenze europee, e per un certo tempo lo importarono esclusivamente dalla Cina, che aveva così il monopolio mondiale della produzione.

Ma questa notizia, dei due mercanti Cinesi a Londinium già in età romana, mi ha fatto viaggiare parecchio con la fantasia: e se gli Inglesi, anzi i Britanni romanizzati dell’epoca avessero già conosciuto il té cinese?

Non si ha notizia precisa dell’epoca in cui per i Cinesi il té divenne bevanda fondamentale. I primi documenti scritti in cui sicuramente se ne parla risalgono al III secolo d.C., quindi più o meno alla stessa epoca in cui i nostri due Cinesi si trovavano a Londinium. Ma la scoperta archeologica di foglie di té nella tomba dell’imperatore cinese Jing Di che regnò intorno al 150 a.C. retrodata l’inizio dell’utilizzo del té in Cina. Mi piace pensare, allora, che i Cinesi del II-IV secolo d.C. conoscessero il té, lo bevessero e, perché no, portassero con sé scorte di foglie per poter compiere in ogni luogo il loro rito. Ed ecco così che la fantasia galoppa.

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

Di luogo in luogo, i due mercanti cinesi giunsero in Britannia, agli estremi confini dell’Impero Romano. Qui furono ricevuti dal governatore di Londinium, che rese loro grandi onori e offrì un banchetto nel triclinio della sua bella domus. I due mercanti in dono per l’ospitalità proposero un panetto pressato di foglie di té, preziose lacrime di drago. Gli schiavi in cucina scaldarono l’acqua, misero in infusione le foglie sotto indicazione dei mercanti, e un profumo nuovo, mai sentito, si sprigionò nella sala. Furono prese le coppe migliori, finemente decorate con i miti dei romani, con leoni che assaltano cervi, con palmette, con Ercole e la sua clava, e vi versarono la bevanda. Era un po’ amaro il contenuto, troppo amaro per il palato dei nobili commensali romani. Non so se furono i due mercanti cinesi a proporlo, o fu il capocuoco, ma per smorzare l’amaro fu versata in ogni tazza una goccia di latte, che intorbidì il té, rendendolo una nuvola liquida.

Erano le cinque del pomeriggio. Era nata l’hora teae, il teatime. Insieme al té il capocuoco ebbe cura di far servire dolci al miele e focaccine di farro, piccoli stuzzichini che avrebbero reso ancora più piacevole il pomeriggio. Il governatore di Londinium apprezzò la bevanda, volle che anche la moglie, che pur non aveva preso parte al banchetto, ne assaggiasse una coppa. E la moglie se ne innamorò perdutamente. Ai due ospiti furono resi ulteriori grandi onori, ed essi si impegnarono a far arrivare altro té, poiché la pianta era sconosciuta in Britannia e in tutto l’Impero.

Di lì a poco il governatore dovette partire per sedare una rivolta di Sassoni che premevano ai confini, sul Vallo di Adriano. La moglie, rimasta padrona della casa, pensò bene che, per passare il tempo, avrebbe potuto invitare le sue amiche per un té. L’hora teae divenne per un certo tempo una vera moda a Londinium, le importazioni dalla Cina erano fiorenti, le matronae costituivano veri e propri circoli di sole donne durante i quali si spettegolava di imperatrici, acconciature e nuovi tessuti arrivati all’approdo sul Tamigi. I due mercanti cinesi furono accolti come veri cittadini romani. Alla loro morte, anni dopo, furono seppelliti in una necropoli romana, in mezzo a tanti uomini e donne di origine britannica.

L'hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell'inglese Lawrence Alma-Tadema

L’hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell’inglese Lawrence Alma-Tadema

Il tempo passò, e portò via con sé i giorni di pace e di stabilità politica. Cadde l’Impero romano d’Occidente, ne caddero le istituzioni, la Britannia divenne una terra di nessuno. Londinium stessa decadde. Seguirono tempi bui, in cui alla storia si sostituì la leggenda. Le importazioni di té dalla Cina, inutile dirlo, tramontarono per sempre, e nessuno poté più praticare l’hora teae. In breve se ne perse il ricordo.

Ma la Storia, si sa, sa offrire una seconda possibilità. E così secoli dopo, quando l’Inghilterra era ormai una potenza europea in grado di solcare con le sue navi i mari del mondo, avvenne nuovamente l’incontro. Questa volta in Cina, un mercante inglese bevve una tazza di té. Il resto è storia.