Archive for the ‘curiosité’ Category

La strana storia dei cinesi a Londra (nel II secolo d.C.)

*ATTENZIONE! CONTIENE UN RACCONTO DI FANTASIA!*

Siamo abituati a pensare ai popoli antichi come a compartimenti stagni: i Greci stavano in Grecia, i Romani nell’Impero Romano, i Cinesi in Cina, i Vichinghi in Norvegia e via di seguito. A meno che la storia non ci racconti di guerre di conquista, di invasioni, di esplorazioni geografiche, noi non riusciamo a immaginare che popoli tanto distanti geograficamente possano essere entrati in contatto tra loro. Per questo sulla nostra fantasia fanno presa quelle notizie che ogni tanto ci giungono, che ci dicono che i primi a giungere in America furono i Vichinghi, o che in una regione sperduta della Cina vi si stabilì un manipolo di Romani (cosa, questa, che ha ispirato il romanzo “L’Aquila e il Dragone” di Valerio Massimo Manfredi”). 

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Sappiamo, ad esempio, che i Romani conoscevano le spezie orientali provenienti dall’India perché portate, di mano in mano, dal centro dell’Asia sino alle coste del Mediterraneo tramite la via della Seta, per mezzo di una serie di passaggi di mano che dalla Cina arrivavano a Petra e da qui a Roma.

Spesso queste storie sono più leggende che altro. Ma poi succede che gli archeologici a Londra, a Southwark, scavino una necropoli romana di II-IV secolo d.C. e, analizzando gli scheletri degli inumati, scoprano che due di essi appartennero a persone di etnia cinese!

La notizia, recente, ha fatto il giro del mondo. Ne ha parlato perfino Alberto Angela nella sua trasmissione “Ulisse” (ormai uno dei pochissimi baluardi della comunicazione culturale nella tv italiana), ed è sensazionale, perché ci dice in una botta sola che anche nel II-IV secolo d.C. Romani (volendo chiamare così gli abitanti della Britannia, che era una terra di confine dell’Impero) e Cinesi potevano venire a contatto anche se, certo, non doveva trattarsi di contatti consueti, ma piuttosto eccezionali. Comunque sia, i due Cinesi di Londinium morirono e furono seppelliti come tutti gli altri abitanti della città loro contemporanei.

L’ipotesi più probabile è che fossero mercanti.

E se fossero stati mercanti di té?

Esatto. Tutta questa introduzione per dirvi questa suggestione che mi è passata per la testa. Gli Inglesi scoprirono il té in Cina solo nel XVII secolo, ai tempi dei commerci su grandi distanze via oceano che dopo la scoperta dell’America divennero fondamentali per le potenze europee, e per un certo tempo lo importarono esclusivamente dalla Cina, che aveva così il monopolio mondiale della produzione.

Ma questa notizia, dei due mercanti Cinesi a Londinium già in età romana, mi ha fatto viaggiare parecchio con la fantasia: e se gli Inglesi, anzi i Britanni romanizzati dell’epoca avessero già conosciuto il té cinese?

Non si ha notizia precisa dell’epoca in cui per i Cinesi il té divenne bevanda fondamentale. I primi documenti scritti in cui sicuramente se ne parla risalgono al III secolo d.C., quindi più o meno alla stessa epoca in cui i nostri due Cinesi si trovavano a Londinium. Ma la scoperta archeologica di foglie di té nella tomba dell’imperatore cinese Jing Di che regnò intorno al 150 a.C. retrodata l’inizio dell’utilizzo del té in Cina. Mi piace pensare, allora, che i Cinesi del II-IV secolo d.C. conoscessero il té, lo bevessero e, perché no, portassero con sé scorte di foglie per poter compiere in ogni luogo il loro rito. Ed ecco così che la fantasia galoppa.

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

Di luogo in luogo, i due mercanti cinesi giunsero in Britannia, agli estremi confini dell’Impero Romano. Qui furono ricevuti dal governatore di Londinium, che rese loro grandi onori e offrì un banchetto nel triclinio della sua bella domus. I due mercanti in dono per l’ospitalità proposero un panetto pressato di foglie di té, preziose lacrime di drago. Gli schiavi in cucina scaldarono l’acqua, misero in infusione le foglie sotto indicazione dei mercanti, e un profumo nuovo, mai sentito, si sprigionò nella sala. Furono prese le coppe migliori, finemente decorate con i miti dei romani, con leoni che assaltano cervi, con palmette, con Ercole e la sua clava, e vi versarono la bevanda. Era un po’ amaro il contenuto, troppo amaro per il palato dei nobili commensali romani. Non so se furono i due mercanti cinesi a proporlo, o fu il capocuoco, ma per smorzare l’amaro fu versata in ogni tazza una goccia di latte, che intorbidì il té, rendendolo una nuvola liquida.

Erano le cinque del pomeriggio. Era nata l’hora teae, il teatime. Insieme al té il capocuoco ebbe cura di far servire dolci al miele e focaccine di farro, piccoli stuzzichini che avrebbero reso ancora più piacevole il pomeriggio. Il governatore di Londinium apprezzò la bevanda, volle che anche la moglie, che pur non aveva preso parte al banchetto, ne assaggiasse una coppa. E la moglie se ne innamorò perdutamente. Ai due ospiti furono resi ulteriori grandi onori, ed essi si impegnarono a far arrivare altro té, poiché la pianta era sconosciuta in Britannia e in tutto l’Impero.

Di lì a poco il governatore dovette partire per sedare una rivolta di Sassoni che premevano ai confini, sul Vallo di Adriano. La moglie, rimasta padrona della casa, pensò bene che, per passare il tempo, avrebbe potuto invitare le sue amiche per un té. L’hora teae divenne per un certo tempo una vera moda a Londinium, le importazioni dalla Cina erano fiorenti, le matronae costituivano veri e propri circoli di sole donne durante i quali si spettegolava di imperatrici, acconciature e nuovi tessuti arrivati all’approdo sul Tamigi. I due mercanti cinesi furono accolti come veri cittadini romani. Alla loro morte, anni dopo, furono seppelliti in una necropoli romana, in mezzo a tanti uomini e donne di origine britannica.

L'hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell'inglese Lawrence Alma-Tadema

L’hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell’inglese Lawrence Alma-Tadema

Il tempo passò, e portò via con sé i giorni di pace e di stabilità politica. Cadde l’Impero romano d’Occidente, ne caddero le istituzioni, la Britannia divenne una terra di nessuno. Londinium stessa decadde. Seguirono tempi bui, in cui alla storia si sostituì la leggenda. Le importazioni di té dalla Cina, inutile dirlo, tramontarono per sempre, e nessuno poté più praticare l’hora teae. In breve se ne perse il ricordo.

Ma la Storia, si sa, sa offrire una seconda possibilità. E così secoli dopo, quando l’Inghilterra era ormai una potenza europea in grado di solcare con le sue navi i mari del mondo, avvenne nuovamente l’incontro. Questa volta in Cina, un mercante inglese bevve una tazza di té. Il resto è storia.

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Le teiere di Tangeri e il mistero del marchio “Manchester”

Questo è il secondo post che dedico alla mia visita a Tangeri. Ci sono stata un solo giorno, eppure è stata davvero ricca di suggestioni per me. Il perché lo potete facilmente immaginare: per una come me, curiosa bevitrice seriale di té, il Marocco non può che essere una grandissima fonte di ispirazione e un luogo da studiare. E così se nel primo post ho parlato del té alla menta di Tangeri, in questo secondo post vi parlo delle teiere che si trovano a vendere in quantità industriali nei mercati e nei negozi della città.

Un'esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Un’esposizione di teiere marocchine in uno dei mercati di Tangeri

Innanzitutto una premessa: a Tangeri vi sono mercati per i tangerini e negozi per i turisti. Anche se di turisti “a piede libero” cioè da soli, non in gruppi organizzati, ce n’è pochi, tuttavia i negozi ci sono, e sono quelli che fanno, ovviamente, i prezzi più alti, o che proprio provano a fregare (come il tipo che inizialmente mi stava per vendere un pacchetto di té a 50 centesimi di €, ma che poi per 3 pacchetti di euro ne voleva 45).

Teiere dorate in vendita in uno dei mercati di Tangeri

Teiere dorate in uno dei mercati di Tangeri

Il posto migliore dove fare affari è invece un mercato che si trova tra Avenue d’Angleterre e Rue San Francisco, alle spalle della moschea che affaccia su Place du 9 Avril 1947. Qui trovate il miglior artigianato, piatti, ciotole, tajine, bicchieri in terracotta dipinta, e poi ancora bicchieri di vetro e teiere.

Qui in effetti abbiamo trovato un’autentica teiera per il té marocchino: pesante, in metallo, che sicuramente era già stata usata in passato. Niente marchio di fabbrica sul fondo, peccato. La vendeva un tale che aveva un banco di oggetti vari in ferro e metalli: una sorta di antiquario del posto, se così lo si può definire. E in esposizione aveva una serie di teiere da incanto, anche dorate: veniva voglia di strofinarle come se fossero state tante lampade di Aladino.

Il mio té alla menta a Tangeri

Il mio té alla menta a Tangeri e un’autentica teiera marocchina

Anche i negozi di Tangeri vendono le teiere per il té marocchino (che non necessariamente è alla menta, ma può essere anche alla shiba, come ho raccontato qui), ma si vede subito che non si tratta di merce di qualità, ma di produzione industriale fatta apposta per il turismo. La cosa che mi ha incuriosito è stata la marca, apposta sul fondo di tutte queste teiere: Manchester. Non una scritta in arabo, come pensavo, ma il nome della città inglese. Ma pensa un po’, mi son detta, possibile che questi si facciano arrivare dalla Gran Bretagna le teiere marocchine? Possibile?

Teiere marchiate Manchester

Teiere marchiate Manchester

Così, una volta a casa ho fatto qualche ricerca, e ho scoperto una storia incredibile del tutto casualmente su un blog: pare che intorno al 1770 un certo Richard Wright, di Manchester, abbia cominciato a produrre ed esportare teiere in argento e silver plate in Marocco. Pare che producesse non solo teiere, ma altri oggetti legati al consumo del té come zuccheriere e tea-caddy. Il marchio impresso sugli oggetti di sua produzione era una scritta in arabo e in inglese, “Richard Wright Manchester“. La cosa buffa, però, è che di questo personaggio nessuno a Manchester sa nulla, non si sa se sia realmente esistito o se fosse uno pseudonimo di qualche produttore ebreo o direttamente marocchino impegnato nel commercio di té dall’Inghilterra. Sul mercato gli oggetti marchiati Richard Wright si trovano almeno fino al 1850. Dopodiché, complice il successo del marchio, divenuto un vero e proprio brand, in Marocco compaiono delle produzioni locali a imitazione dell’originale. E oggi, evidentemente, il ricordo di questa produzione è rimasto nel marchio Manchester di tutte le piccole teiere che vengono vendute a Tangeri e, immagino, anche nel resto del Marocco.

Ecco, dunque, spiegato perché le teiere di Tangeri sono marchiate Manchester! Mai avrei immaginato una soluzione del genere, e soprattutto mai avrei immaginato un’altra cosa incredibile: la cosa più interessante di tutte, infatti, è che da quello che ho capito, è questo Wright che avrebbe “inventato” la teiera marocchina col coperchio a punta. Ma questo è un aspetto che voglio approfondire. Poi, da brava archeologa, una volta che avrò messo insieme tutti i dati vi racconterò cosa ho scoperto. Nel frattempo terrò gli occhi ben aperti: che se nei prossimi mercati dell’antiquariato in cui girerò mi imbatterò in una teiera di Richard Wright, non me la lascerò sfuggire!

Quant’è fotogenico il matcha!

credits: @matchabay

credits: @matchabay

Sarà il suo colore verde acceso, sarà il fatto che è in polvere, sarà la sua grande versatilità in cucina oltre alla grande suggestione che ispira la cerimonia del té giapponese, di cui è protagonista, fatto sta che il té matcha è una vera star di instagram.
Sono numerosi i profili instagram dedicati al matcha. Scorrere le loro gallerie è un tripudio di verde, di eleganti composizioni fotografiche cui si intervallano foto evocative della cerimonia del té. Il colore predominante è il verde, che in tanti casi viene esaltato dall’utilizzo di un qualche filtro hdr, o da una sapiente modulazione della saturazione. Quale che sia la scelta dell’autore dello scatto, sia esso un teablogger, un rivenditore di té, un food-ografo (non ci credo, l’ho scritto davvero!) o un appassionato, seguire i profili dedicati al matcha vivacizza la propria timeline, spiega un sacco di curiosità e soprattutto suggerisce tante idee in cucina. Il matcha è molto versatile, questo si sa, ma scommetto che nessuno di voi aveva mai pensato di usarlo, ad esempio, per il mojito!

credits: @matchabay

credits: @matchabay

Vi accompagno a fare un giro sui profili instagram che raccontano per immagini il té matcha. Ditemi poi cosa ne pensate. A me tutto questo verde mette tanta allegria! E attraverso le foto percepisco il profumo, così caratteristico, della polvere: dolciastra a sentirla, mentre il té, quand’è preparato secondo il metodo tradizionale (un cucchiaino raso in una tazza non troppo piena d’acqua, girato velocemente col frullino) è amaro e molto forte.

@Tea_mill

@matchadesserts

@matcha_latte_art

@matchabay

@matchaeologist

credits: @tea_mill

credits: @tea_mill

Io personalmente amo il matcha, proprio per la sua diversità rispetto agli altri té, ma soprattutto per la sua storia: la cerimonia del té giapponese, il chanoyu, è una delle tradizioni più autentiche del Giappone: generazioni di maestri del té la insegnano e la praticano, con una gestualità, una ritualità che è rimasta invariata da millenni e che non può lasciare indifferenti gli Occidentali che la approcciano. Io stessa ho impressa nella mente in maniera indelebile la cerimonia del té così come l’ho imparata: mi sembrava di essere messa a parte di pensieri e gesti ignoti ai più e dei quali mi sfuggiva in parte l’essenza. Allora, anche prepararmi il matcha nell’intimità della mia casa non è più un fattore di “moda” o di curiosità, ma di consapevolezza e rispetto di ciò che sto facendo.

Tolta questa parentesi cultural/sentimentale, restano gli infiniti usi cui il matcha si presta: anche solo a guardare le foto, vedete bene che gelati, biscotti, torte e cappuccini verdi sono una gioia per gli occhi e, sono sicura, anche per il palato. Se non avete mai provato il matcha fuori dalla tazza, ecco l’idea per voi: madeleines al matcha, direttamente dal nuovo blog di Panelibrienuvole. Provateli, mi ringrazierete.

Sydney Tea Festival. Il té dall’altra parte del mondo

Il 21 agosto 2016 si apre il Sydney Tea Festival. Un evento che esiste dal 2014 e che quest’anno è arrivato anche a Melbourne, segno che il té, che in Australia è giunto insieme ai primi coloni inglesi, è sempre più parte della vita attiva australiana.

Mi direte: “Beh, c’è tempo! Perché parlarne con tutto questo anticipo?” Avete ragione. O forse no. Ne parlo ora, perché ora ne sento l’esigenza. Perché se sento parlare di Sydney ritorno con la mente in Australia, per esempio. E il ricordo è tanto vivido che sarebbe un peccato lasciarlo sfumare.

welcome to Sydney Tea Festival

Welcome to Sydney Tea Festival

Quando ho letto della notizia del Sydney Festival Tea, la mia mente si è riempita di pensieri contrastanti. Da un lato, la prima cosa che ho pensato è stata: “Che idea bislacca fare il festival del té in agosto. Oh che è, la festa del té freddo?“. Poi ci ho pensato bene: in Australia agosto è inverno pieno, è la stagione in cui il té va bevuto per scaldarsi, un po’ come faccio io a dicembre/gennaio (e febbraio/marzo/aprile/ecc.).

Quindi è sopravvenuta un’altra considerazione. Che in realtà è stata la prima. Perché io nella mia vita finora ho visto solo una piantagione di té degna di questo nome (se si eccettua quella in Italia a Sant’Andrea in Compito), e l’ho trovata proprio in Australia, durante un’escursione nel Daintree National Park, foresta pluviale meravigliosa e intricata, abitata da quel buffo e pericoloso animale che è il casuario, e in mezzo alla quale, ad un certo punto, quasi inaspettatamente, si apre una radura coltivata interamente a té. Dico quasi perché se del viaggio in Australia non avevo studiato pressoché nulla, quella volta lì per qualche fortuito caso avevo scoperto che avremmo attraversato una piantagione di té, il Daintree Tea. E durante il viaggio ero stata in perenne apprensione, perché per nessuna ragione al mondo l’avrei persa. Così, quando la vidi comparire dietro una curva, senza esitare chiesi alla guida di fermare il pulmino e scesi, e sotto la pioggia tropicale scattai due o tre foto venute malissimo ma che mi sono rimaste nel cuore come il ricordo più prezioso.

daintree tea

La piantagione di té nel Daintree National Park

Data questa premessa, capite bene che se sento parlare di un festival del té in Australia non posso restare insensibile.

Il festival di Sydney ha una sezione market e una workshop. Meglio, una grande sezione market, a giudicare dalle foto, e una parte riservata ai workshop. Io so solo che sarei in paradiso, che spenderei i miei pochi averi, che tornerei a casa con tanto té in più che non saprei dove mettere e quando bere, ma sarei felice. E poi parteciperei ai workshop: la cerimonia del té giapponese l’ho già imparata in Italia, ma sarebbe sempre un piacevole ripasso; e poi potrei imparare a ricreare a casa il blend del chai, sul quale tra l’altro mi sto concentrando ultimamente: il chai è un particolarissimo mix indiano di spezie e té nero, ammansito da quel tocco di latte che appiana le asperità date dal contrasto troppo forte del cardamomo a contatto con le foglie essiccate in infusione. Ritrovarlo in Italia, fatto come dio comanda, è difficilissimo (lo fanno, buono, ma zuccherato, da Mago Merlino Tea House a Firenze), figurarsi riprodurlo in casa. Un workshop di questo tipo lo seguirei subito, senza pormi troppi problemi, magari anche prendendo ferie, tiè.

Chai in vendita al Sydney Tea Festival

Chai in vendita al Sydney Tea Festival

Mi piace l’idea del Tea Festival. Mi sembra una manifestazione fatta apposta per avvicinare il grande pubblico ad una bevanda che forse nella giovane e mescolatissima Australia è avvertita come vecchia, o senza una propria identità, e che va riscoperta. Pensate soltanto che in Australia nei decenni passati l’immigrazione dall’estremo Oriente, con tutto il suo bagaglio culturale che include tra le altre cose anche il té, ha lasciato un forte segno. Non c’è angolo di strada senza che ci si imbatta in un bubble tea, invenzione (buonissima) taiwanese, mentre ogni etnia, giapponese e cinese in primis, ha il proprio modo di preparare e bere il té. In questo panorama così vasto e frastagliato, un festival del té può essere il modo per unire e differenziare, per far conoscere e apprezzare l’altro, un luogo di unione e di confronto, di incontro e di sorrisi, mentre si sorseggia, provando qualcosa di nuovo, abbandonando per una volta le proprie tradizioni e le proprie origini, una tazza di té.

Il té più antico del mondo

Dopo “Indiana Jones e il tempio maledetto” e “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta” ci vorrebbe un “Indiana Jones e la prima tazza di té”. Sì, perché sono state scoperte le più antiche foglie di té nella tomba di un imperatore cinese che regnò 2150 anni fa circa. E questa è la più antica testimonianza della conoscenza e del consumo delle foglie di té.

Archeologia e té. Metteteci pure un viaggio in un luogo lontano, com’è la Cina, e mi mandate in estasi totale!

Ma andiamo con ordine. La notizia, pubblicata dall’Indipendent, racconta che un team di archeologi ha scoperto nel corredo della tomba dell’imperatore Jing Di, della dinasta Han, morto nel 141 a.C., all’interno di una scatola di legno, i resti di foglie di té. Lo scavo era stato condotto già negli anni ’90, ma solo oggi, con le moderne tecniche di analisi scientifica, si è potuto scoprire che quei resti di 2150 anni fa erano té. Un té pregiato, probabilmente, se si meritò di finire nel corredo della tomba insieme ad altri numerosi oggetti e generi alimentari che l’Imperatore si sarebbe portato nell’Aldilà: contenitori di cibi, figurine e animali in terracotta, armi e alcuni carri a grandezza naturale con tanto di… cavalli.

Una parte del corredo della tomba di Jing Di. Le analisi hanno rivelato che vi era anche del té, il più antico di cui si abbia notizia

Una parte del corredo della tomba di Jing Di. Le analisi hanno rivelato che vi era anche del té, il più antico di cui si abbia notizia

La tomba, musealizzata, si trova vicino alla città di Xian, è visitabile e l’allestimento è spettacolare: qui trovate le foto.

chissà se già 2150 anni fa le piantagioni di té in Cina si presentavano così...

chissà se già 2150 anni fa le piantagioni di té in Cina si presentavano così…

Il té doveva essere dunque non solo una bevanda nota, ma doveva anche essere considerata degna di un imperatore. Chissà come doveva essere il té all’epoca, come veniva lavorato, come veniva coltivato, se era già una produzione su larga scala e se tutta la popolazione lo poteva bere oppure se era prerogativa di pochi. Chissà se era una bevanda pregiata e su di essa era imposta una tassa, oppure se era già una bevanda talmente comune da essere bevuta da chiunque in qualunque momento della giornata. Chissà che cosa si utilizzava per preparare una tazza di té: quali strumenti? Esistevano già le teiere, o venivano utilizzati altri contenitori che magari gli archeologi hanno già rinvenuto in qualche scavo senza indovinarne l’uso? Orsù archeologi teinomani! Cercate nuove risposte!

Ora bisogna riscrivere i libri di storia. Jing Di non è più un semplice imperatore cinese. È l’imperatore che beveva il té.

 

 

 

Non solo Earl Grey: i vari usi del bergamotto in cucina

Citrus bergamia, bergamotto (fonte: Wilkipedia)

Citrus bergamia, bergamotto (fonte: Wilkipedia)

Mi sono imbattuta di recente nella marmellata al bergamotto: l’ho vista, l’ho acquistata e l’ho provata subito, come faccio ogni volta che scovo da qualche parte qualche prodotto a base di qualche ingrediente che mi stuzzica la curiosità. Come il bergamotto appunto. Come quella volta che ho comprato il miele al bergamotto, cui ricorro ogni volta che mi spunta il mal di gola. Come quella volta che in una gelateria ho trovato il gusto al bergamotto. Come quella volta che ho mangiato il cioccolato al bergamotto.

Per me bergamotto è sinonimo di té Earl Grey, miscela di té neri del quale questo agrume, meglio, l’olio estratto dalla sua scorza, costituisce l’aromatizzante. È sicuramente tra i blend di té più noti al mondo, o almeno in Italia, e la sua fortuna è data proprio dal suo caratteristico profumo agrumato. Di per sé il frutto, però, è molto aspro, tant’è che non viene mangiato a spicchi come le arance, e non se ne bevono le spremute come i limoni. Dal frutto viene estratto, per l’appunto, l’olio essenziale che trova vari impieghi, soprattutto nella cosmesi e nella profumeria.

Vi dicevo, però, che sempre più spesso il bergamotto è ingrediente caratterizzante di alcuni prodotti alimentari: il miele risulta fortemente balsamico (un cucchiaino scarso, preso liscio o sciolto nel té è più che sufficiente), la marmellata piuttosto amara, adatta a chi non ama le marmellate troppo stucchevoli; dal bergamotto possono essere tratti anche canditi, caramelle e, perché no, si possono ottenere anche liquori e grappe. E ancora, con l’olio essenziale, oltre all’Earl Grey si può produrre il sorbetto.

Etichetta ottocentesca di una ditta di Reggio Calabria, nell'illustrazione è visibile la "macchina calabrese" (fonte: wikipedia)

Etichetta ottocentesca di una ditta di Reggio Calabria, nell’illustrazione è visibile la “macchina calabrese” (fonte: wikipedia)

Il bergamotto è un agrume coltivato esclusivamente in provincia di Reggio Calabria: storicamente è qui che si trovano le piantagioni, qui che ne fu scoperto l’olio essenziale e qui che fu inventata la macchina apposita per estrarlo detta, con ben poca fantasia, macchina calabrese. Nonostante il bergamotto sia una pianta ormai naturalizzata del Sud Italia, non è chiara la sua origine. Tra i candidati in tal senso ci sarebbe la Cina, ed effettivamente era cinese il Mandarino che fece dono al conte Charles Grey del primo té al bergamotto. Al conte il té piacque talmente tanto da volerne bere ancora e ancora una volta tornato in Inghilterra. Pare che il Conte si sia rivolto alla Twinings per riprodurlo e metterlo in circolazione. Da allora l’Earl Grey ha conquistato il mercato mondiale del té.

Tornando alla cucina, va detto che certo il sapore decisamente aspro della polpa non ha aiutato, però in passato il bergamotto è stato bandito pesantemente dalle tavole, ritenuto persino dannoso per la salute. Ultimamente invece c’è una certa riscoperta di questo frutto e delle sue potenzialità in cucina: merito di una ricerca culinaria sempre più attenta agli ingredienti più curiosi e agli utilizzi più particolari. Per esempio, lo sapevate che l’olio di bergamotto può essere utilizzato per aromatizzare la selvaggina? E che in Calabria viene utilizzato ampiamente nella pasticceria e in gelateria? Io no, ma ho letto tutto qui, in quest’articolo tratto da Civiltà della tavola n. 156, 2004, che mi ha aperto parecchi orizzonti. Aspetta, per esempio, che mi capiti sotto mano l’olio aromatizzato al bergamotto e vedrai che ti combino… 😉

Quanto costa un pu ehr d’annata…

Cazzeggiavo amabilmente su internet, su Aliexpress.com per la precisione, e, navigando a caso tra le migliaia di tipologie di “items” che si possono acquistare, ho oziosamente aperto la categoria “tea”. In vendita ho trovato té di varia tipologia e provenienza, principalmente té verde, qualche bella confezione Made in China, tutto a modiche cifre. Eh, un pensierino, quasi quasi… Ma poi mi sono imbattuta in offerte come queste:

Alcune costosissime mattonelle di té pu ehr. Perché costa così tanto?

Alcune costosissime mattonelle di té pu ehr. Perché costa così tanto?

I prezzi mi hanno lasciato di sasso. Possibile che una mattonella di té Pu ehr possa arrivare a costare 890 euro?

Ammetto che il Pu ehr è un té che conosco poco. So che rientra nella categoria dei té post-fermentati, ma ne ho bevuto molto poco e molto di rado, e sicuramente non abbastanza da capire quanto possa essere pregiato. Beh, l’ho capito stasera dopo una rapida ricerca in rete, fatta apposta dopo aver smandibolato davanti alla schermata del pc.

L’unica cosa che ho intuito lì per lì, guardando le specifiche dei té in vendita, è che più è vecchio, più il pu ehr in mattonella è pregiato. Un po’ come certi vini, che invecchiando migliorano, o come certi whiskey, o come certi rum, il pu ehr in mattonella più invecchia e più acquista valore. Ecco perché una mattonella del 1762 può arrivare a costare 889 euro.

Ho fatto un giro in rete, perché non mi basta che un té sia stato prodotto nel 1762, o nel 1969 (come il secondo té nello screenshot): Anch’io ho sicuramente da parte qualche té mai aperto arrivato nella mia collezione chissà quando, ma non per questo acquisterà valore se lo vorrò rivendere tra 20 anni: perché di solito il té che invecchia perde profumo e qualità, e di fatto è inutile. Allora cosa distingue il pu ehr dagli altri té? Da cosa gli deriva il suo valore?

Mi sono imbattuta, fortunatamente, nel favoloso sito de L’Arte del Ricevere, il quale approfitta di un articolo nel quale si parla dell’eccezionale vendita all’asta di un lingotto (è proprio il caso di chiamarlo così!) di pu ehr alla modica cifra di 1,2 milioni di dollari, per raccontare ai lettori perché si possa arrivare a tanto per un panetto di té.

E intanto scopro che il pu ehr è prodotto nello Yunnan, la regione migliore della Cina in cui produrre il té. Per la precisione, è tratto da una varietà di camelia sinensis a foglia grande, chiamata Da Ye. Pu Ehr è il nome della città nella quale il té, raccolto e preparato in mattonelle, viene commercializzato. Scopro poi che esistono due modi di lavorare il pu ehr e di conseguenza due tipologie: il sheng cha, tradizionale, verde, prodotto da piantagioni antiche,  e il shu cha, nero, prodotto da raccolti dei giardini più giovani.

Il Sheng Cha è il pu ehr che migliora invecchiando. L’essiccazione delle foglie avviene all’aria naturalmente per un periodo di 40-60 giorni, dopodiché le foglie vengono pressate in mattonelle e la fermentazione, naturale, avviene lentamente, in appositi luoghi di stoccaggio al riparo dalla luce, da fonti di calore e da forti odori, nei quali non interviene alcun agente esterno a disturbare il processo. Così il gusto migliora davvero con gli anni e con esso ne sale la qualità. Il processo di fermentazione va avanti e avanti e avanti, e il gusto migliora sempre più, producendo, se mai avrete cuore di spezzare una mattonella per farvi un’infusione, una bevanda color giallo luminoso, dal sapore fruttato e lievemente affumicato, che secondo i Cinesi sa di “terra bagnata da pioggia recente” e che potrebbe lasciare molto perplesse lì per lì le nostre occidentalissime papille gustative  (così almeno riporta teacompany.it).

Il shu cha, invece, è il pu ehr dei poveri, o meglio, è quello prodotto per soddisfare le richieste del mercato, ed è stato introdotto negli ultimi decenni; il procedimento di preparazione è diverso perché ad una prima fermentazione naturale segue una seconda fermentazione che viene arrestata col vapore (per questo sono detti pu ehr cotti) e il colore dell’infusione è di un bel rosso intenso.

Il Pu ehr è tanto apprezzato in Cina, e ormai in tutto il mondo, per le sue qualità salutari e terapeutiche. Addirittura viene chiamato té degli imperatori. Ora capite perché un pu ehr d’annata può valere parecchi soldini.

Un altro aspetto interessante è quello delle forme che assume quando viene pressato. Fin qui ho parlato sempre di mattonelle, ma la mattonella non è che una delle tante forme che esso può avere. Wikipedia viene in mio soccorso, mostrandomi la grande varietà:

Tipologie di forme di Pu ehr. Fonte: wikipedia

Tipologie di forme di Pu ehr. Fonte: wikipedia

Dietro c’è un gran lavoro artigianale. E non stupisce, perciò, che più che si risale indietro nel tempo, più che questo saper fare legato ad un prodotto di pregio decreti l’aumento del valore del pu ehr. Un té che da questa sera conosco un po’ di più.

PS: mi fa notare Fabio di Lovelyteanet nei commenti qui sotto che i té che troviamo in vendita su siti come ebay o aliexpress sono nella stragrandissima maggioranza dei casi dei falsi! Vi invito a leggere i commenti per saperne di più e, naturalmente, a fare attenzione all’acquisto