Archive for the ‘attualité’ Category

Maledetti ftalati!

Mi stavo preparando la mia consueta tisana dopopasto. Avevo messo a bollire l’acqua, l’avevo versata nella tazza, stavo per tuffarci la bustina e… mi è rimasta a mezz’aria: su Raitre stava andando in onda Report, con un servizio dedicato agli ftalati, additivi della plastica che sono tanto presenti nei nostri oggetti quotidiani, quanto dannosi per il nostro organismo.

Mi direte “grazie per l’informazione, ma che c’entrano gli ftalati col té“? C’entrano, c’entrano. Perché pare che gli ftalati siano tra le componenti delle comunissime bustine di té! E tu pensi di prepararti una corroborante tisana digestiva, e invece ti ritrovi intossicata da questi ftalati.

La notizia mi lascia di sasso. Per carità, Report è spesso un po’ catastrofico, però, ecco, il tema mi tocca un po’ troppo da vicino per  non  volerlo approfondire.

Innanzitutto una domanda: cosa sono gli ftalati?

Già il nome in sé è cattivo, inevitabile sputacchiare mentre lo pronunciamo. Si tratta di sostanze chimiche che servono a rendere più flessibili e resistenti gli oggetti in materie plastiche. Sono spiegati molto bene in questo post che vi linko. Per dirla con i tweet di Report, sono degli additivi della plastica, molto sfruttati nelle industrie, che vengono rilasciati soprattutto col calore e con l’acidità degli alimenti. Sono però inquinanti organici persistenti e interferenti endocrini, il che vuol dire che interferiscono col nostro organismo, alterando alcune funzioni del nostro corpo in materia, soprattutto, di ormoni. Ed evidentemente non interferiscono in modo positivo, se sono stati vietati nei giocattoli dei bimbi. Peccato, però, che nei contenitori per alimenti siano ancora ampiamente utilizzati.

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

E veniamo allora alla mia bustina a mezz’aria. È rimasta lì, a mezz’aria per stasera. Ora, è anche vero che non tutte le bustine sono uguali. Vi sono quelle in mussolina, quelle in similcarta e quelle plastificate. La curiosità allora è capire di che materiale sono fatte, ma non mi risulta che sulle confezioni di té ci sia mai scritto di cosa sono fatte le bustine. Arriva in mio soccorso un interessantissimo articolo di greenme.it proprio dedicato a quest’argomento. Ebbene sì, signore e signori, in molte bustine da té sono contenute materie plastiche, che rilasciano proprio quegli ftalati che tanto male fanno al nostro organismo (e che tra l’altro non sono neanche biodegradabili, come fa rilevare l’articolo in questione).

Non tutte le bustine, ribadisco, non tutte: non voglio creare allarmismi, ma semplicemente sollevare una questione tutto sommato importante perché riguarda la nostra salute innanzitutto e perché, se ci pensate, è paradossale: beviamo infusi e tisane dalle alte proprietà benefiche, che però ci sono propinate in bustine di té realizzate con materie plastiche che rilasciano ftalati? C’è un controsenso, non trovate?

Nel dubbio, prediligo sempre il loose tea, il té in foglia sciolta. Almeno sono sicura che materie plastiche nel mezzo non ce ne sono.

Quant’è fotogenico il matcha!

credits: @matchabay

credits: @matchabay

Sarà il suo colore verde acceso, sarà il fatto che è in polvere, sarà la sua grande versatilità in cucina oltre alla grande suggestione che ispira la cerimonia del té giapponese, di cui è protagonista, fatto sta che il té matcha è una vera star di instagram.
Sono numerosi i profili instagram dedicati al matcha. Scorrere le loro gallerie è un tripudio di verde, di eleganti composizioni fotografiche cui si intervallano foto evocative della cerimonia del té. Il colore predominante è il verde, che in tanti casi viene esaltato dall’utilizzo di un qualche filtro hdr, o da una sapiente modulazione della saturazione. Quale che sia la scelta dell’autore dello scatto, sia esso un teablogger, un rivenditore di té, un food-ografo (non ci credo, l’ho scritto davvero!) o un appassionato, seguire i profili dedicati al matcha vivacizza la propria timeline, spiega un sacco di curiosità e soprattutto suggerisce tante idee in cucina. Il matcha è molto versatile, questo si sa, ma scommetto che nessuno di voi aveva mai pensato di usarlo, ad esempio, per il mojito!

credits: @matchabay

credits: @matchabay

Vi accompagno a fare un giro sui profili instagram che raccontano per immagini il té matcha. Ditemi poi cosa ne pensate. A me tutto questo verde mette tanta allegria! E attraverso le foto percepisco il profumo, così caratteristico, della polvere: dolciastra a sentirla, mentre il té, quand’è preparato secondo il metodo tradizionale (un cucchiaino raso in una tazza non troppo piena d’acqua, girato velocemente col frullino) è amaro e molto forte.

@Tea_mill

@matchadesserts

@matcha_latte_art

@matchabay

@matchaeologist

credits: @tea_mill

credits: @tea_mill

Io personalmente amo il matcha, proprio per la sua diversità rispetto agli altri té, ma soprattutto per la sua storia: la cerimonia del té giapponese, il chanoyu, è una delle tradizioni più autentiche del Giappone: generazioni di maestri del té la insegnano e la praticano, con una gestualità, una ritualità che è rimasta invariata da millenni e che non può lasciare indifferenti gli Occidentali che la approcciano. Io stessa ho impressa nella mente in maniera indelebile la cerimonia del té così come l’ho imparata: mi sembrava di essere messa a parte di pensieri e gesti ignoti ai più e dei quali mi sfuggiva in parte l’essenza. Allora, anche prepararmi il matcha nell’intimità della mia casa non è più un fattore di “moda” o di curiosità, ma di consapevolezza e rispetto di ciò che sto facendo.

Tolta questa parentesi cultural/sentimentale, restano gli infiniti usi cui il matcha si presta: anche solo a guardare le foto, vedete bene che gelati, biscotti, torte e cappuccini verdi sono una gioia per gli occhi e, sono sicura, anche per il palato. Se non avete mai provato il matcha fuori dalla tazza, ecco l’idea per voi: madeleines al matcha, direttamente dal nuovo blog di Panelibrienuvole. Provateli, mi ringrazierete.

Quando il té è fashion: Jean-Paul Gaultier per Kusmi Tea

Kusmi Tea si è rifatto il look. O almeno l’ha rifatto per alcuni suoi té di punta. Prendete Anastasia, per esempio, blend russo di té neri cinesi aromatizzato al bergamotto, al limone, al lime e ai fiori d’arancio: fa parte della collezione di té russi di Kusmi; il suo nome evocativamente richiama la principessa Anastasia, figlia dello Zar Nicola II la quale, narra la leggenda, sarebbe riuscita a sfuggire alla fucilazione che la famiglia reale russa subì nel 1917, avvenuta la Rivoluzione d’Ottobre, perché non vi fosse possibilità che uno zar tornasse sul trono di Russia. La leggenda narra che Anastasia, all’epoca bambina, sia stata messa in salvo. In realtà quasi sicuramente non è così, però il suo nome ci riporta immediatamente in Russia, nella bella Sanpietroburgo, al Palazzo d’Inverno e sulla Prospettiva Nevskij. Questo té è dunque un omaggio alla zarina mancata, alla principessa.

la principessa Anastasia Romanov

Proprio in quanto principessa, è giusto che sia uno stilista di fama mondiale a rivestirla.

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Anastasia Kusmi Tea by Jean-Paul Gaultier

Così la confezione del té Anastasia Kusmi Tea è stata rifatta da Jean-Paul Gaultier, stilista che noi donnine conosciamo principalmente per i suoi profumi e per la sua ispirazione ai marinai (l’avete vista tutte la pubblicità con il marinaio sulla prua della nave che arriva in piena Parigi a baciare la sua bella affacciata alla finestra).

Jean-Paul Gaultier solitamente è un tipo eccentrico, eccentriche sono le sue creazioni, i suoi colori e i suoi disegni. La tea-tin di Anastasia è invece elegante e sobria, sui toni del blu e del bianco. Il riferimento ai marinai c’è sempre, nelle rose che sembrano quelle dei tatuaggi e nelle righe orizzontali bianche e blu.

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Anastasia kusmi tea

Il té è sempre lui, Anastasia, caldo, potente, agrumato. A chi piace il genere, Anastasia non può che entusiasmare. È l’ideale per la pausa del té delle Cinque. Una pausa di piacere nel freddo inverno, quando fuori soffia un vento gelido che porta la neve. Così la Russia non ci sembrerà poi così lontana.

Pensavo fosse té e invece era benzina…

Oggi mi sono imbattuta in una notizia di cronaca a dir poco bizzarra, riportata da Il Corriere del Veneto: un signore di 77 anni si è intossicato ingerendo benzina contenuta all’interno di una bottiglia di té. L’anziano prima di andare in villeggiatura aveva messo della benzina in una bottiglia vuota di té freddo. Al suo ritorno, dimenticatosi completamente di questa sua trovata, ha bevuto di gusto dalla bottiglia di té. Non è chiaro dalla breve notizia riportata dal quotidiano online se il poverino vittima di se stesso si sia accorto subito dell’errore o se solo dopo un po’ abbia avvertito che qualcosa non andava. Fatto sta che un bel momento è stato colto da malore ed è andato in ospedale, dove il fattaccio è stato svelato.

Ora, pazienza che uno non si ricordi che ha utilizzato una bottiglia di té per conservarvi della benzina, ma non te ne accorgerai nel momento in cui apri la bottiglia, che non esce profumo di té alla pesca (o al limone, o al che-ne-so), ma un pungente e riconoscibilissimo odore di benzina? E ammettendo che hai il raffreddore e non senti gli odori, possibile che al gusto non ti accorgi di nulla? Non stiamo parlando di confondere del vino rosso col succo di mirtilli, ma un té freddo con la benzina! Non voglio neanche sapere di che sa la benzina, ma intanto credo che sia piuttosto oleosa al contatto, tutt’altro che dissetante come dovrebbe essere un té, che invece è a base d’acqua.

Non so dove sia stato in villeggiatura il nostro povero amico: magari è stato suggestionato dalla visione di una stazione di servizio di questo tipo, dove potrebbe essersi fermato a far benzina: effettivamente io potrei confondermi davanti ad un siffatto benzinaio…

teapot fuel_n

Ma dopo lunga e matura riflessione rimango comunque basita: va bene che l’incidente domestico è sempre in agguato, ma questo mi sembra troppo! E non mi dite che la teina è benzina per il nostro organismo…

 Nel dubbio, avverto i miei nemici: se pensate che sia una buona soluzione avvelenarmi cercando di rifilarmi benzina facendola passare per té, io me ne accorgo, la distinguo bene! Sapevatelo!

Ah, mi sembra giusto a questo punto approfondire l’argomento Teapot Gas Station. Questa che vi mostro è la Teapot Dome Gas Station, si trova a Zillah, nello stato di Washington, USA, ed è nella lista degli U.S. National Register of Historic Places; fu costruita nel 1922 lungo quella che diventerà la US Route 12 ed è un esempio di quella che viene definita Novelty Architecture, ovvero edifici dalle forme bizzarre, che copiano e rendono in forma gigante oggetti di uso comune o animali o piante. Se si guarda questa board su Pinterest si rimane stupiti al vedere quanta fantasia possano avere gli architetti. Cosa non si fa per lasciare il segno! Alla Novelty Architecture viene attribuita, oltre alla nostra Teapot Dome Gas Station persino la Statua della Libertà! Chi l’avrebbe mai detto? E così, grazie al sacrificio del nostro amico 77enne abbiamo imparato una cosa nuova! Che esiste cioè almeno una teiera al mondo che dispensa benzina. Che non va bevuta, però!

Grazie, allora, caro amico, e rimettiti in forma presto! 🙂

#invasionidigitali al Museo di Doccia

Non potevo esimermi. Le invasioni digitali, anzi #invasionidigitali hanno conquistato in meno di un mese tutta Italia, qualsiasi tipo di struttura culturale, dal museo al parco archeologico al giardino al centro storico; musei di qualsiasi categoria, poi, dall’archeologico, allo storicoartistico, al contemporaneo, allo scientifico… Ogni regione ha accolto le sue invasioni, toccando le corde giuste del cuore di ciascuno. E io da brava blogger, toscana di adozione, e amante del té, non ho potuto esimermi e ho preso la palla al balzo: e quando mi ricapita, del resto, di visitare il Museo Richard-Ginori di Doccia, a Sesto Fiorentino con una visita guidata approfondita? E così è stato, e ho aderito con entusiasmo all’iniziativa. Questo mio post è dunque sì un necessario plauso alle invasioni digitali, che hanno permesso di dare risalto ad una struttura quale il Museo di Doccia, ignota ai più, ma anche un resoconto, il mio personalissimo, sulla produzione di teiere in quel di Sesto Fiorentino, da metà del ‘700 a metà del ‘900. Altrimenti che ci sto a fare io?

Venite con me, allora, in questa invasione digitale fotografica, del Museo di Doccia. Il bottino? Le teiere e i servizi da té che il museo mostra al suo pubblico.

Teiera in porcellana. Circa 1750

Teiera in porcellana. Circa 1750

Siamo a metà circa del 1700. La neonata  manifattura di Doccia comincia i primi esperimenti con la porcellana: una porcellana bianca, semplice essenziale, come ben riassume questa teiera…

Museo di Doccia, porcellana, 1740

Museo di Doccia, porcellana, 1740

Già intorno al 1740, per rispondere alle esigenze del mercato, soprattutto di un mercato d’élite, la manifattura di Doccia si dedica all’imitazione di decori di ispirazione orientale. Questa teiera ne è un esempio…

Museo di Doccia, 1740

Museo di Doccia, 1740

Sempre intorno al 1740 avviene l’incontro con le manifatture viennesi, che ispirano agli artigiani/artisti di Doccia nuove forme e nuove decorazioni, come i paesaggi, ben evidenti su questo servizio da té…

Manifattura di Doccia, 1780-1820

Manifattura di Doccia, 1780-1820

Intorno al 1740 si diffonde presso la Manifattura di Doccia anche il decoro “a paesi”, cui col tempo si sostituiscono le vedute cittadine. Il colore predominante è il porpora, difficile da ottenere, ma proprio per questo ancora più ricercato…

Manifattura di Doccia

Manifattura di Doccia

Nello stesso periodo, rispondendo alle esigenze di mercato più disparate, la moda vuole che si colgano le ispirazioni dall’estremo oriente. Questa teiera, col suo beccuccio a forma animale e le decorazioni vegetali sulla pancia, ne è un brillante esempio, anche se, certo, le realizzazioni migliori si hanno sulle decorazioni dei piatti. La produzione, però, investe tutte le tipologie di oggetti, e testimonia della grande creatività dei maestri che lavoravano per la Manifattura di Doccia.

Manifattura di Doccia, produzione per Vittorio Emanuele II

Manifattura di Doccia, produzione per Vittorio Emanuele II

Salto in avanti di un secolo. La Manifattura di Doccia ha ormai un suo ruolo importante e riconosciuto non solo in Toscana, ma nell’Italia Unita, come produttrice di ceramiche e porcellane non solo per la tavola e per l’uso quotidiano, ma anche per oggetti d’arte, dai vasi decorativi alle sculturinte  in porcellana e alle statue di grandi dimensioni. Naturalmente Re Vittorio Emanuele II rimane estasiato dai prodotti di Doccia e durante il periodo di Firenze Capitale d’Italia commissiona alcuni servizi particolarmente preziosi, perché rivestiti in oro. D’altronde era il re, se lo poteva permettere…

Richard-Ginori, design industriale, 1954

Richard-Ginori, servizio Ulpia, 1954

Con un altro brusco salto temporale arriviamo nell’Italia post II Guerra Mondiale. Dopo il periodo di direzione artistica di Gio Ponti, coincidente con l’epoca fascista, la direzione artistica passa a Gariboldi, il quale, seguendo le logiche di mercato, apre alla produzione di forme di design industriale. Il servizio Ulpia è uno dei primi esperimenti.

Richard Ginori, servizio Colonna, 1954

Richard Ginori, servizio Colonna, 1954

Ma l’eccellenza viene raggiunta con il servizio “Colonna” nel 1954. Il perché del nome? Beh, è semplice: le componenti del servizio da té sono tutte impilate l’una sull’altra. Se non è una colonna questa…

Naturalmente il museo di Doccia è molto più ricco di quanto vi ho raccontato qui. A leggere questo post sembrerebbe un museo di teiere e invece no, è un museo dedicato ad una produzione artistica, che diviene piano piano industriale, e che è una realtà viva e vitale di Sesto Fiorentino. Dai piatti alle statue in porcellana, ai vasi dalle proporzioni monumentali e dipinti da artisti di livello, dalle forme sperimentali a quelle prese a prestito da manifatture straniere, il museo racconta un mondo che se a prima vista può sembrare noioso, in realtà è affascinante. Al museo di Doccia i piatti in cui pranziamo ogni giorno acquistano importanza, mentre scopriamo che artigianato e arte non sono mai andati così d’accordo.

Le foto che vedete in questo post sono quelle che ho pubblicato in tempo reale su instagram (account: @maraina81) durante le invasioni digitali del 24 aprile 2013,  nel corso della visita di 2 ore e 1/2 che la direttrice del museo ci ha dedicato. Questo post vuole essere un ringraziamento anche a lei, che ha dedicato preziose ore del suo lavoro a dei semplici visitatori. Semplici visitatori in grado però di poter raccontare al resto del mondo la loro esperienza.  Personalmente credo molto nel potenziale delle #invasionidigitali e nella loro forza. Mi auguro che a questa nostra invasione pacifica, ma famelica di cultura, seguirà un interesse da parte dei potenziali visitatori. E spero davvero che la nostra invasione sia stata utile.

Il servizio da té di Massimo d’Azeglio

Lo direste mai che un servizio in porcellana può valere 80.000 €?

Beh, se il servizio è costituito da 43 elementi, è un servizio da té, caffé e cioccolata, è una manifattura di Meissen del 1730 e soprattutto è appartenuta a Massimo d’Azeglio, forse effettivamente il valore può essere elevato.

Riporto la descrizione del servizio a cura di Palazzo Madama:

Il servizio comprende 43 elementi:
1   caffettiera con coperchio
1   teiera con coperchio
1   bricco per il latte caldo con coperchio
1   portatè
1   zuccheriera con coperchio
1   tazza per gli avanzi del tè e del caffè
1   vassoio pentagonale per i cucchiaini
6   tazze da cioccolata, 12 tazze da tè e da caffè, 18 piattini

Ogni elemento è dipinto con lo stemma Taparelli (partito, controfasciato di rosso e di oro) entro una cartella dorata, sormontata da una corona e affiancata da rami fogliati. La decorazione riprende le porcellane giapponesi in stile Kakiemon con “fiori indiani” sparsi e bordi dorati arricchiti con palmette e girali in blu, rosso e oro. Le forme sono quelle in uso a Meissen tra il 1725 e il 1740. Sono da notare il manico a J della teiera e della caffettiera, e le tazze da cioccolata con un solo manico.

Il servizio fu realizzato per il Conte Pietro Roberto Taparelli quando egli era militare di carriera e poi ministro del governo di Sassonia. Tutti i pezzi recano infatti lo stemma di famiglia Taparelli, insieme a delicate fantasie floreali. Anni dopo la morte del conte, il servizio giunse a Torino, dove fu conservato nel bel palazzo di Casa Taparelli-D’Azeglio. Massimo D’Azeglio, che oltre ad essere protagonista politico degli anni del Risorgimento Italiano, nonché scrittore, si dedicò anche alla pittura, dipinse in una sua natura morta una delle tazze facenti parte del servizio. E’ da questo quadro che parte la caccia  alla tazzina. Nel 2011 dopo molto cercare, viene individuato non solo il singolo oggetto, ma l’intero servizio di 43 pezzi, miracolosamente integro e disponibile per l’acquisto al prezzo di 66mila sterline (circa 80mila euro). Nel 1903 infatti il servizio fu venduto e se ne persero le tracce fino al 2003 quando ricomparve sul mercato antiquario. Si poneva perciò il problema di riportarlo a casa.

Massimo D’Azeglio, Natura morta con fiori e oggetti, 1843; GAM, Torino

Il prezzo stimato per l’acquisto del favoloso servizio è, dunque, di 80.000 €. Il museo ha già messo da parte una cifra considerevole, ma non basta, e ha tempo solo fino al 31 marzo 2013 per raccogliere la cifra che serve.

L’iniziativa che il Museo di Palazzo Madama ha messo in moto è semplice ma geniale e coinvolgente: si chiama crowdfunding, termine inglese che indica una raccolta fondi pubblica per la quale si chiama a partecipare tutta la comunità che viene coinvolta e invitata a sostenere economicamente una spesa, un acquisto o un finanziamento. Nel caso di Torino, il Museo di Palazzo Madama vuole acquistare un lotto di oggetti significativo per il personaggio che l’ha posseduto, Massimo D’Azeglio, appunto, personaggio storico fondamentale per la storia dell’unificazione d’Italia. E’ la prima volta che in Italia si fa un’operazione di questo tipo, si scommette sulla generosità e sensibilità dei cittadini. La sfida è ancora più difficile, dato il momento di crisi, ma la speranza è ovviamente quella di riuscire nell’impresa.

La teiera del Servizio D'Azeglio

La teiera del Servizio D’Azeglio

Casi di crowdsfunding nel mondo della cultura e dei musei non ne mancano: un esempio è il Louvre, che con l’operazione Tous Mécenès (tutti Mecenati) coinvolge il pubblico nell’acquisto di opere che al contempo arricchiscono la collezione museale e fanno sì che quelle opere non finiscano sul mercato antiquario rischiando di far perdere le tracce di sé.

L’invito è quello di contribuire anche noi, nel nostro piccolo, all’acquisto del prezioso servizio. Sul sito web di Palazzo Madama è possibile donare anche solo 2 €. A me francamente non dispiacerebbe andare un giorno a Torino a visitare Palazzo Madama e, fermandomi davanti al servizio di D’Azeglio, poter dire “Questo è anche un po’ mio“…

A Natale siamo tutti più buoni, no?

É dicembre inoltrato, è periodo di regali e di mercatini, ed è anche il periodo in cui è da quando siam piccini che ci vien detto “a Natale siamo tutti più buoni“: frase assolutamente falsa, tendenziosa e buonista. Ma chissà come, in certi casi appropriata. Soprattutto nei casi in cui si usa la scusa del periodo natalizio per ricordarsi che si può fare del bene. La parola magica “solidarietà” va spesso a braccetto con le feste natalizie. Fermo restando che ogni giorno dell’anno è buono per fare qualcosa per gli altri, e che non ci è richiesto chissà che, ma è sufficiente anche un semplice gesto, ora sotto Natale è possibile incontrare accanto ai consueti mercatini in stile germanico anche mercatini di solidarietà.
A Firenze ce n’è uno in piazza S.Maria Novella: é il mercatino dei “volontari al servizio dei diritti” patrocinato dal Comune di Firenze; non è particolarmente grande, ma sono presenti alcune delle principali associazioni di solidarietà e di impegno sociale d’Italia. Sono venduti oggetti semplici, naturalmente, perché l’importante è il fine, e di tutti i tipi.

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Personalmente ho unito l’utile al dilettevole: ad un banco che raccoglie fondi per l’adozione a distanza ho trovato pane per i miei denti: una teierina e una graziosa scatoletta per il té: e cosa altrimenti?
Questi due oggetti hanno un valore speciale, in quanto entrano nella mia collezione non per soddisfare una mia  voglia o un capriccio, una volta tanto, ma per dare il mio piccolo contributo per una buona causa.

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Se siete a Firenze vi invito a fare altrettanto. E se non siete a Firenze, sicuramente nelle vostre città esistono analoghe occasioni.