Il teatime e la fotografia d’autore

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Un rito antico e universale, pur nelle sue tantissime sfaccettature: il tè è bevuto in tutto il mondo, in alcune regioni della Terra è al centro di rituali e cerimonie particolarissime, peculiari e decisamente suggestive. La carica emozionale che comporta è stata in vari luoghi e in vari tempi fotografata da alcuni dei più grandi fotografi di tutti i tempi. In questa rapida carrellata vediamo alcune fotografie davvero iconiche in cui il teatime è vero protagonista.

Felice Beato e il Giappone nel 1863

Ho scoperto Felice Beato per caso, durante una visita agli Archivi Alinari di Firenze, curiosando tra le calamite in vendita al bookshop: una di esse raffigurava una geisha intenta alla cura del proprio corpo, il bollitore per il tè a portata di mano. Non ho resistito e la calamita oggi decora il mio angolo di libreria dedicato al tè.

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La fotografia di Felice Beato stampata sulla mia calamita: la geisha sta attendendo alla sua toeletta, l’acqua del bollitore è a portata di mano.

Questa fotografia, il positivo di una lastra di vetro all’albumina d’argento dipinta poi a mano, è solo una delle fotografie che il fotografo pioniere per l’epoca Felice Beato. Italiano, fotografo e imprenditore di se stesso, nel Giappone che si andava aprendo all’Occidente (con tutto quello che ne consegue: e basta leggere le pagine di Kakuzo Okakura per rendersene conto) apre uno studio e laboratorio fotografico: egli diventa uno dei primi fotografi stranieri a raccontare il Giappone tradizionale ai suoi contemporanei attraverso le fotografie. La tecnica di stampa che affina diventa proprio uno stile a sé: Yokoama Shashin. Felice Beato infatti apre il suo studio/laboratorio a Yokoama, certo non la maggiore tra le città del Giappone, eppure sufficientemente ricca di fascino, e aperta agli Occidentali, per poter veder prosperare una simile attività.

Tra le tante fotografie che scatta in Giappone, il momento della cerimonia del tè non sfugge al suo sguardo curioso, attento e poetico: ed ecco due donne che prendono il tè, fotografia scattata tra il 1890 e il 1900:

Due donne giapponesi prendono il tè, 1890-1900, stampa all’albumina dipinta a mano (Archivi Alinari)

Steve McCurry: acrobazie sul treno per non far cadere il tè

Ci sono situazioni davvero bizzarre cui si capita di assistere. Tra queste c’è senz’altro la scena cui ha assistito Steve McCurry, uno dei più famosi, forse il più famoso in assoluto fotografo di reportage e di ritratto del nostro tempo. Fotografo del National Geographic, divenuto famosissimo per aver catturato lo sguardo spaurito, ma straordinario, di una ragazza afghana, Steve McCurry da decenni racconta l’uomo, le persone, le società. Qualche anno fa realizzò un reportage per la Regione Umbria che confluì nella mostra Sensational Umbria; sue mostre monografiche periodicamente girano i musei e le sale espositive di Italia e d’Europa: è davvero un grande interprete dei nostri tempi.

In questa fotografia ha colto un momento senza dubbio curioso: siamo sul treno che da Peshawar viaggia verso Rawalpindi, in Pakistan. Nomi lontanissimi da noi, eppure la situazione non ci è poi così lontana: sul treno si è bloccato il passaggio tra il vagone cucina e quello passeggeri. Quante volte anche sui treni italiani si bloccano le porte per malfunzionamento? Eppure qui, su questo treno in corsa attraverso il centro dell’Asia i due camerieri si industriano per passarsi in modo inconsueto il vassoio con il tè: una trovata allo stesso tempo pericolosissima, ma da veri acrobati che non può che destare ammirazione!

Steve McCurry: bagnatemi tutto, ma non la teiera!

Nuovamente Steve McCurry firma una fotografia che ha fatto davvero il giro del mondo, esposta in mostre, pubblicata in monografie dedicate al fotografo o in manuali di storia della fotografia. Siamo nel 1983, durante un allagamento dovuto alle consuete perturbazioni monsoniche che colpiscono l’India. Questo ragazzino è immerso fino alle spalle nell’acqua, ma trasporta quasi con devozione e con fiero ottimismo la teiera: è il suo lavoro, del resto, e lo porterà a termine, non sarà certo la forza del monsone a fermarlo! Questa foto, così come la serie di altre foto che la accompagna sul profilo instagram del fotografo nonché sul suo blog, esprime un grande concetto: resilienza, la capacità di adattarsi, di sopravvivere, di non darsi per vinti e di rimboccarsi le maniche per andare avanti nonostante tutto.

Sebastião Salgado: le coltivazioni di tè in Ruanda

Anche Sebastião Salgado, altro grandissimo interprete dei nostri tempi, si è imbattuto nel tè. Lui lo fa da una prospettiva differente, in accordo col suo grande progetto fotografico che negli anni ’90 del Novecento lo vede impegnato in “Workers“: fotografa uomini e donne che lavorano in ogni parte del mondo, in condizioni estreme, spesso, ma sempre con grande, grandissima dignità e forza d’animo.

Il Ruanda, poi, è il luogo cui Salgado è forse più legato: qui a più riprese racconta il genocidio, racconta la disperazione dei migranti che, rimasti senza più casa, cercano un luogo da dove poter ripartire. I suoi scatti in bianco e nero sono poesia, i ritratti che realizza sono davvero iconici. Una sublime bellezza, sempre, ancorché ammantata di un’immensa tristezza.

Sebastião Salgado, Tea picking in the hills of Gisakura Plantations, Rwanda (1991) (credits: peterfetterman.com)

Alfredo Jaar e il Rwanda Project

Sempre le piantagioni di tè del Rwanda sono state un veicolo per raccontare il genocidio del Ruanda da parte di Alfredo Jaar grazie al suo Rwanda Project. A Berlino nel 2012 vedi una mostra, fatta di installazioni, fotografie e racconti attraverso i quali il dramma del Ruanda ci veniva posto davanti agli occhi in tutta la sua crudezza. La mostra/installazione si apriva proprio con un’innocua piantagione di tè. Del resto, cosa ne possono le piante della crudeltà degli uomini?

Alfredo Jaar, Rwanda Project
Alfredo Jaar, Rwanda Project

In questo post parlo del Rwanda Project: cosa si nasconde dietro un’innocua piantagione di tè.

Quella mostra mi colpì molto e col senno di poi mi rendo conto che il progetto di Alfredo Jaar e di Sebastião Salgado vanno nella stessa direzione: raccontare, per restituire dignità e un posto nella storia alle vittime del genocidio. Vittime che sarebbero altrimenti dimenticate.

5 Comments

    1. Grazie Barbara! Sono uscita un po’ dal tema principale, ma credo che la fotografia sia un ottimo mezzo per raccontare il tè. E se la fotografia è d’autore ancora meglio!

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