Archive for ottobre 2016

Maledetti ftalati!

Mi stavo preparando la mia consueta tisana dopopasto. Avevo messo a bollire l’acqua, l’avevo versata nella tazza, stavo per tuffarci la bustina e… mi è rimasta a mezz’aria: su Raitre stava andando in onda Report, con un servizio dedicato agli ftalati, additivi della plastica che sono tanto presenti nei nostri oggetti quotidiani, quanto dannosi per il nostro organismo.

Mi direte “grazie per l’informazione, ma che c’entrano gli ftalati col té“? C’entrano, c’entrano. Perché pare che gli ftalati siano tra le componenti delle comunissime bustine di té! E tu pensi di prepararti una corroborante tisana digestiva, e invece ti ritrovi intossicata da questi ftalati.

La notizia mi lascia di sasso. Per carità, Report è spesso un po’ catastrofico, però, ecco, il tema mi tocca un po’ troppo da vicino per  non  volerlo approfondire.

Innanzitutto una domanda: cosa sono gli ftalati?

Già il nome in sé è cattivo, inevitabile sputacchiare mentre lo pronunciamo. Si tratta di sostanze chimiche che servono a rendere più flessibili e resistenti gli oggetti in materie plastiche. Sono spiegati molto bene in questo post che vi linko. Per dirla con i tweet di Report, sono degli additivi della plastica, molto sfruttati nelle industrie, che vengono rilasciati soprattutto col calore e con l’acidità degli alimenti. Sono però inquinanti organici persistenti e interferenti endocrini, il che vuol dire che interferiscono col nostro organismo, alterando alcune funzioni del nostro corpo in materia, soprattutto, di ormoni. Ed evidentemente non interferiscono in modo positivo, se sono stati vietati nei giocattoli dei bimbi. Peccato, però, che nei contenitori per alimenti siano ancora ampiamente utilizzati.

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

Una comunissima bustina di té. Credits: greenme.it

E veniamo allora alla mia bustina a mezz’aria. È rimasta lì, a mezz’aria per stasera. Ora, è anche vero che non tutte le bustine sono uguali. Vi sono quelle in mussolina, quelle in similcarta e quelle plastificate. La curiosità allora è capire di che materiale sono fatte, ma non mi risulta che sulle confezioni di té ci sia mai scritto di cosa sono fatte le bustine. Arriva in mio soccorso un interessantissimo articolo di greenme.it proprio dedicato a quest’argomento. Ebbene sì, signore e signori, in molte bustine da té sono contenute materie plastiche, che rilasciano proprio quegli ftalati che tanto male fanno al nostro organismo (e che tra l’altro non sono neanche biodegradabili, come fa rilevare l’articolo in questione).

Non tutte le bustine, ribadisco, non tutte: non voglio creare allarmismi, ma semplicemente sollevare una questione tutto sommato importante perché riguarda la nostra salute innanzitutto e perché, se ci pensate, è paradossale: beviamo infusi e tisane dalle alte proprietà benefiche, che però ci sono propinate in bustine di té realizzate con materie plastiche che rilasciano ftalati? C’è un controsenso, non trovate?

Nel dubbio, prediligo sempre il loose tea, il té in foglia sciolta. Almeno sono sicura che materie plastiche nel mezzo non ce ne sono.

La strana storia dei cinesi a Londra (nel II secolo d.C.)

*ATTENZIONE! CONTIENE UN RACCONTO DI FANTASIA!*

Siamo abituati a pensare ai popoli antichi come a compartimenti stagni: i Greci stavano in Grecia, i Romani nell’Impero Romano, i Cinesi in Cina, i Vichinghi in Norvegia e via di seguito. A meno che la storia non ci racconti di guerre di conquista, di invasioni, di esplorazioni geografiche, noi non riusciamo a immaginare che popoli tanto distanti geograficamente possano essere entrati in contatto tra loro. Per questo sulla nostra fantasia fanno presa quelle notizie che ogni tanto ci giungono, che ci dicono che i primi a giungere in America furono i Vichinghi, o che in una regione sperduta della Cina vi si stabilì un manipolo di Romani (cosa, questa, che ha ispirato il romanzo “L’Aquila e il Dragone” di Valerio Massimo Manfredi”). 

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Mercanti cinesi lungo la via della Seta

Sappiamo, ad esempio, che i Romani conoscevano le spezie orientali provenienti dall’India perché portate, di mano in mano, dal centro dell’Asia sino alle coste del Mediterraneo tramite la via della Seta, per mezzo di una serie di passaggi di mano che dalla Cina arrivavano a Petra e da qui a Roma.

Spesso queste storie sono più leggende che altro. Ma poi succede che gli archeologici a Londra, a Southwark, scavino una necropoli romana di II-IV secolo d.C. e, analizzando gli scheletri degli inumati, scoprano che due di essi appartennero a persone di etnia cinese!

La notizia, recente, ha fatto il giro del mondo. Ne ha parlato perfino Alberto Angela nella sua trasmissione “Ulisse” (ormai uno dei pochissimi baluardi della comunicazione culturale nella tv italiana), ed è sensazionale, perché ci dice in una botta sola che anche nel II-IV secolo d.C. Romani (volendo chiamare così gli abitanti della Britannia, che era una terra di confine dell’Impero) e Cinesi potevano venire a contatto anche se, certo, non doveva trattarsi di contatti consueti, ma piuttosto eccezionali. Comunque sia, i due Cinesi di Londinium morirono e furono seppelliti come tutti gli altri abitanti della città loro contemporanei.

L’ipotesi più probabile è che fossero mercanti.

E se fossero stati mercanti di té?

Esatto. Tutta questa introduzione per dirvi questa suggestione che mi è passata per la testa. Gli Inglesi scoprirono il té in Cina solo nel XVII secolo, ai tempi dei commerci su grandi distanze via oceano che dopo la scoperta dell’America divennero fondamentali per le potenze europee, e per un certo tempo lo importarono esclusivamente dalla Cina, che aveva così il monopolio mondiale della produzione.

Ma questa notizia, dei due mercanti Cinesi a Londinium già in età romana, mi ha fatto viaggiare parecchio con la fantasia: e se gli Inglesi, anzi i Britanni romanizzati dell’epoca avessero già conosciuto il té cinese?

Non si ha notizia precisa dell’epoca in cui per i Cinesi il té divenne bevanda fondamentale. I primi documenti scritti in cui sicuramente se ne parla risalgono al III secolo d.C., quindi più o meno alla stessa epoca in cui i nostri due Cinesi si trovavano a Londinium. Ma la scoperta archeologica di foglie di té nella tomba dell’imperatore cinese Jing Di che regnò intorno al 150 a.C. retrodata l’inizio dell’utilizzo del té in Cina. Mi piace pensare, allora, che i Cinesi del II-IV secolo d.C. conoscessero il té, lo bevessero e, perché no, portassero con sé scorte di foglie per poter compiere in ogni luogo il loro rito. Ed ecco così che la fantasia galoppa.

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

E se il nostro governatore avesse bevuto il té da una tazza del genere (copia di un originale di età romana di II secolo d.C.)?

Di luogo in luogo, i due mercanti cinesi giunsero in Britannia, agli estremi confini dell’Impero Romano. Qui furono ricevuti dal governatore di Londinium, che rese loro grandi onori e offrì un banchetto nel triclinio della sua bella domus. I due mercanti in dono per l’ospitalità proposero un panetto pressato di foglie di té, preziose lacrime di drago. Gli schiavi in cucina scaldarono l’acqua, misero in infusione le foglie sotto indicazione dei mercanti, e un profumo nuovo, mai sentito, si sprigionò nella sala. Furono prese le coppe migliori, finemente decorate con i miti dei romani, con leoni che assaltano cervi, con palmette, con Ercole e la sua clava, e vi versarono la bevanda. Era un po’ amaro il contenuto, troppo amaro per il palato dei nobili commensali romani. Non so se furono i due mercanti cinesi a proporlo, o fu il capocuoco, ma per smorzare l’amaro fu versata in ogni tazza una goccia di latte, che intorbidì il té, rendendolo una nuvola liquida.

Erano le cinque del pomeriggio. Era nata l’hora teae, il teatime. Insieme al té il capocuoco ebbe cura di far servire dolci al miele e focaccine di farro, piccoli stuzzichini che avrebbero reso ancora più piacevole il pomeriggio. Il governatore di Londinium apprezzò la bevanda, volle che anche la moglie, che pur non aveva preso parte al banchetto, ne assaggiasse una coppa. E la moglie se ne innamorò perdutamente. Ai due ospiti furono resi ulteriori grandi onori, ed essi si impegnarono a far arrivare altro té, poiché la pianta era sconosciuta in Britannia e in tutto l’Impero.

Di lì a poco il governatore dovette partire per sedare una rivolta di Sassoni che premevano ai confini, sul Vallo di Adriano. La moglie, rimasta padrona della casa, pensò bene che, per passare il tempo, avrebbe potuto invitare le sue amiche per un té. L’hora teae divenne per un certo tempo una vera moda a Londinium, le importazioni dalla Cina erano fiorenti, le matronae costituivano veri e propri circoli di sole donne durante i quali si spettegolava di imperatrici, acconciature e nuovi tessuti arrivati all’approdo sul Tamigi. I due mercanti cinesi furono accolti come veri cittadini romani. Alla loro morte, anni dopo, furono seppelliti in una necropoli romana, in mezzo a tanti uomini e donne di origine britannica.

L'hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell'inglese Lawrence Alma-Tadema

L’hora teae, momento conviviale tra donne avrebbe potuto svolgersi in questo modo. Questo è un dipinto dell’inglese Lawrence Alma-Tadema

Il tempo passò, e portò via con sé i giorni di pace e di stabilità politica. Cadde l’Impero romano d’Occidente, ne caddero le istituzioni, la Britannia divenne una terra di nessuno. Londinium stessa decadde. Seguirono tempi bui, in cui alla storia si sostituì la leggenda. Le importazioni di té dalla Cina, inutile dirlo, tramontarono per sempre, e nessuno poté più praticare l’hora teae. In breve se ne perse il ricordo.

Ma la Storia, si sa, sa offrire una seconda possibilità. E così secoli dopo, quando l’Inghilterra era ormai una potenza europea in grado di solcare con le sue navi i mari del mondo, avvenne nuovamente l’incontro. Questa volta in Cina, un mercante inglese bevve una tazza di té. Il resto è storia.