Archive for febbraio 2016

Firenze: dove sorseggiare una tazza di té – 1° parte

Uno scorcio di Firenze

Uno scorcio di Firenze

Amo Firenze. È una città elegante, una città d’arte, una città al tempo stesso aristocratica e popolana, perché basta girare l’angolo perché dal fasto delle grandi piazze, delle chiese e dei palazzi pubblici si finisca in una dedalo di vie strette, ombrose, dove a casetorri medievali e a palazzi rinascimentali dai cui portoni si intravvedono cortili sontuosi e giardini dell’Eden, si alternano botteghe anguste dove gli ultimi artigiani ancora esercitano il loro mestiere.

Nell’inverno tutt’altro che rigido che si sta consumando, passeggiare per queste vie, soffermarsi ad ogni dettaglio, indugiare su ogni edicola religiosa, leggere le lapidi che ricordano personaggi illustri di un tempo che fu, è l’esperienza più piacevole che si possa chiedere al proprio corpo e al proprio spirito. Che va ristorato. E una tazza di té sorseggiata con calma è quello che ci vuole.

Ormai frequento Firenze da anni. Da anni costruisco la mia mappa mentale della città, con i miei luoghi preferiti, e senz’altro le sale da té, o i locali in cui sorseggiarne una buona tazza, sono ben presenti. Il bello della mia mappa mentale però è che è in continua evoluzione, un po’ perché col passare del tempo magari qualche attività chiude e qualche altra apre, ma anche perché io stessa magari cambio gusto, e smetto di frequentare locali in cui solevo andare in passato. Oppure riprendo a frequentarli dopo lungo tempo.

Questo lungo preambolo per presentarvi le mie sale da té preferite di Firenze:

  • La Via del té in piazza Ghiberti. è la prima sala da té che ho frequentato, con una certa assiduità, nei miei primi anni a Firenze, quando il té lo bevevano ancora in pochi ed era perciò facile trovare posto in questo piccolo spazio nella piazza del Mercato di Sant’Ambrogio. Pochi tavolini rotondi, un negozietto sul retro con tutti gli accessori possibili e immaginabili, dietro il bancone le caratteristiche grandi latte verdi con su scritto il nome del prezioso contenuto al loro interno. Una carta dei té molto ricca, anche se secondo me ha un difetto: nel caso dei té aromatizzati non indica gli ingredienti, perciò non so se in quel té verde troverò aroma di fiori o di frutta, e personalmente mi scoccia sempre molto dover chiedere informazioni. Soprattutto se voglio sapere tutte le miscele di tutti i té.

la via del té

  • La Via del té in via di Santo Spirito. il problema di cui sopra è stato ovviato nella sala da té, di apertura piuttosto recente, in Santo Spirito. Qui, infatti, entrando, troviamo un display con le boccette numerate contenenti ciascuna un té o un infuso. Il locale è più grande della sala da té in piazza Ghiberti, e a mio parere più bello. Prendere il té qui mi piace molto, perché è esattamente come io immagino una sala da té. Oltre ai té, la carta (la stessa dell’altra Sala) offre una certa varietà di dolci, per rendere il teatime l’esperienza più completa possibile.
  • Coccole cioccolato. Di nome e di fatto, non è solo una sala da té. È una caffetteria in via Ginori, una pasticceria, un luogo dove il bancone dei dolci ti accoglie con dei veri gioielli, e non perché sono cari, ma perché sono decorati con foglia d’oro! La scelta dei té non è vastissima, ma tuttavia è interessante, con dei té aromatizzati diversi dal solito. Di questo locale mi piacciono in particolare i quadri alle pareti, che non sono altro che tavole di legno, ante di porte e di finestre, dipinte con scorci di Firenze. Semplici, ma efficaci.

via del té

Qui finisce la prima puntata, ma presto segnalerò altre sale da té, altri luoghi dove lo spirito si riposa e si rinfranca, non necessariamente nel centro di Firenze. A presto!

Sydney Tea Festival. Il té dall’altra parte del mondo

Il 21 agosto 2016 si apre il Sydney Tea Festival. Un evento che esiste dal 2014 e che quest’anno è arrivato anche a Melbourne, segno che il té, che in Australia è giunto insieme ai primi coloni inglesi, è sempre più parte della vita attiva australiana.

Mi direte: “Beh, c’è tempo! Perché parlarne con tutto questo anticipo?” Avete ragione. O forse no. Ne parlo ora, perché ora ne sento l’esigenza. Perché se sento parlare di Sydney ritorno con la mente in Australia, per esempio. E il ricordo è tanto vivido che sarebbe un peccato lasciarlo sfumare.

welcome to Sydney Tea Festival

Welcome to Sydney Tea Festival

Quando ho letto della notizia del Sydney Festival Tea, la mia mente si è riempita di pensieri contrastanti. Da un lato, la prima cosa che ho pensato è stata: “Che idea bislacca fare il festival del té in agosto. Oh che è, la festa del té freddo?“. Poi ci ho pensato bene: in Australia agosto è inverno pieno, è la stagione in cui il té va bevuto per scaldarsi, un po’ come faccio io a dicembre/gennaio (e febbraio/marzo/aprile/ecc.).

Quindi è sopravvenuta un’altra considerazione. Che in realtà è stata la prima. Perché io nella mia vita finora ho visto solo una piantagione di té degna di questo nome (se si eccettua quella in Italia a Sant’Andrea in Compito), e l’ho trovata proprio in Australia, durante un’escursione nel Daintree National Park, foresta pluviale meravigliosa e intricata, abitata da quel buffo e pericoloso animale che è il casuario, e in mezzo alla quale, ad un certo punto, quasi inaspettatamente, si apre una radura coltivata interamente a té. Dico quasi perché se del viaggio in Australia non avevo studiato pressoché nulla, quella volta lì per qualche fortuito caso avevo scoperto che avremmo attraversato una piantagione di té, il Daintree Tea. E durante il viaggio ero stata in perenne apprensione, perché per nessuna ragione al mondo l’avrei persa. Così, quando la vidi comparire dietro una curva, senza esitare chiesi alla guida di fermare il pulmino e scesi, e sotto la pioggia tropicale scattai due o tre foto venute malissimo ma che mi sono rimaste nel cuore come il ricordo più prezioso.

daintree tea

La piantagione di té nel Daintree National Park

Data questa premessa, capite bene che se sento parlare di un festival del té in Australia non posso restare insensibile.

Il festival di Sydney ha una sezione market e una workshop. Meglio, una grande sezione market, a giudicare dalle foto, e una parte riservata ai workshop. Io so solo che sarei in paradiso, che spenderei i miei pochi averi, che tornerei a casa con tanto té in più che non saprei dove mettere e quando bere, ma sarei felice. E poi parteciperei ai workshop: la cerimonia del té giapponese l’ho già imparata in Italia, ma sarebbe sempre un piacevole ripasso; e poi potrei imparare a ricreare a casa il blend del chai, sul quale tra l’altro mi sto concentrando ultimamente: il chai è un particolarissimo mix indiano di spezie e té nero, ammansito da quel tocco di latte che appiana le asperità date dal contrasto troppo forte del cardamomo a contatto con le foglie essiccate in infusione. Ritrovarlo in Italia, fatto come dio comanda, è difficilissimo (lo fanno, buono, ma zuccherato, da Mago Merlino Tea House a Firenze), figurarsi riprodurlo in casa. Un workshop di questo tipo lo seguirei subito, senza pormi troppi problemi, magari anche prendendo ferie, tiè.

Chai in vendita al Sydney Tea Festival

Chai in vendita al Sydney Tea Festival

Mi piace l’idea del Tea Festival. Mi sembra una manifestazione fatta apposta per avvicinare il grande pubblico ad una bevanda che forse nella giovane e mescolatissima Australia è avvertita come vecchia, o senza una propria identità, e che va riscoperta. Pensate soltanto che in Australia nei decenni passati l’immigrazione dall’estremo Oriente, con tutto il suo bagaglio culturale che include tra le altre cose anche il té, ha lasciato un forte segno. Non c’è angolo di strada senza che ci si imbatta in un bubble tea, invenzione (buonissima) taiwanese, mentre ogni etnia, giapponese e cinese in primis, ha il proprio modo di preparare e bere il té. In questo panorama così vasto e frastagliato, un festival del té può essere il modo per unire e differenziare, per far conoscere e apprezzare l’altro, un luogo di unione e di confronto, di incontro e di sorrisi, mentre si sorseggia, provando qualcosa di nuovo, abbandonando per una volta le proprie tradizioni e le proprie origini, una tazza di té.

Il mio té marocchino alla shiba

Gli ingredienti ci sono tutti, e sono genuini: il té verde importato direttamente dal Maghreb, con un dromedario sulla scatola, e un mazzetto di shiba, l’erba che Abdul, macellaio marocchino in via Palazzuolo a Firenze, ci ha fornito (come vi raccontavo nello scorso post). Aggiungiamoci poi la mia teiera marocchina e il servito di bicchieri di vetro e l’illusione di trovarsi nel souq di Marrakesh è completa.

Ecco dunque il mio té alla shiba:

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Ho messo poco zucchero, per cui la bevanda è risultata lievemente zuccherata. Le foglioline di shiba hanno rilasciato il loro aroma, mentre il té verde del dromedario ha dato colore e il giusto carattere a questo té.

Il primo bicchiere è stato gradevole, un mix ben riuscito tra il té, lo zucchero usato con moderazione e la shiba messa in infusione. Il secondo bicchiere invece è risultato più amaro, in quanto ho lasciato il té in infusione probabilmente troppo a lungo, oppure è colpa della shiba, che senza abbastanza zucchero diventa troppo amara. Ma vabbé, bisogna provare per capire se e dove si fanno degli errori, e sbagliando si impara, sempre.

A questo punto, solo un nodo rimane da sciogliere, ovvero: cos’è la shiba?

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Il nostro Abdul non sapeva il nome italiano. Così ho fatto qualche ricerca su google e il risultato è stato sorprendente: la shiba (o sheba, o chiba, a seconda della traslitterazione dall’arabo) è la Artemisia Absinthium, ovvero la pianta da cui si ricava l’assenzio! Ora, se avete sentito mai parlare di Poeti Maledetti, di Praga, di bevande vietate in Europa, allora avete capito di che si tratta. Altrimenti, sappiate che l’assenzio è un distillato tratto dalle foglie dell’Artemisia Absinthium, inventato da un francese, Pierre Ordinaire, alla fine del Settecento e noto fin da subito con il nome di Fata Verde (Fée Verte); piacque particolarmente agli artisti parigini che avevano uno stile di vita bohèmien. Famosissimo il dipinto del pittore Degas, l’Absinthe, nel quale è ritratta una donna dallo sguardo assente davanti ad un bicchiere di Fata Verde. L’Assenzio per decenni è stato vietato in buona parte d’Europa, mentre oggi ormai si trova a vendere un po’ ovunque. Ricordo però sempre con affetto la mia “prima volta” a Praga, quando fresca di studi ne assaggiai un goccio in punta di lingua e stabilii che i poeti decadenti francesi forse avevano esagerato, e le mie (troppo poche) serate in una osteria nei vicoli di Genova (La Lepre), dove l’Assenzio era base di cocktails e di infusi.

Tornando alla shiba, in Marocco la pianta è utilizzata nella medicina tradizionale per eliminare i parassiti, per aiutare la digestione e per alleviare i dolori mestruali (qui la descrizione della pianta). Un toccasana, insomma, che viene utilizzato in infusione col té verde in aggiunta o in alternativa alla menta; il sapore è amarognolo, per questo l’aggiunta di zucchero diventa importante (qui le istruzioni per il té alla shiba marocchino). La pianta può essere utilizzata sia a foglie fresche che secche. Seccate, infatti, non perdono nulla delle loro proprietà, al pari della salvia, con cui nel mondo arabo si realizza un ottimo té.

Ho ancora della shiba da parte, ripeterò l’esperimento. Poi, il prossimo passo, è andare direttamente in Marocco. Allora sì che il té alla shiba non avrà più segreti per me!