Archive for agosto 2015

Cheviche rivisitato, mate di coca, e il pranzo “peruviano” è servito!

Passava di lì per caso al supermercato il nasello in offerta. Che fai non lo prendi? Certo! Ma poi come lo cucini? Siamo a dieta: una cosa semplice che più semplice non si può, che dici? Tipo bollito e condito semplicemente col limone? Ma sì, perché no? E perché già che ci siamo non ci aggiungiamo una cipolla di Tropea tagliata fine fine? Intanto nell’acqua mettiamoci anche un goccio di aceto. Ok.

Il cheviche (quello vero). Arequipa, Perù

Il cheviche (quello vero). Arequipa, Perù

Il pesce, ormai cotto e pulito, viene sistemato su un piatto, subito irrorato con tanto succo di limone. Aggiungiamo la cipolla e… un momento! Mi si accende una lampadina: io ho già mangiato qualcosa di simile tanto tempo fa! E mi torna in mente un pranzo su una terrazza ad Arequipa, in Perù, in una bella giornata di sole, all’ombra del grande vulcano che incombe sull’altopiano. Quella volta avevo mangiato il cheviche, un piatto a base di pesce, che viene tagliato a tocchetti piccolissimi e che viene servito crudo, cotto solo da abbondante succo di limone, insieme ai chicchi grandi di una particolare varietà di mais bianco e alla cipolla, il tutto abbondantemente spolverato di pepe.

Oddio! È troppo forte la suggestione per non coglierla. E così, in assenza di mais bianco, che ha chicchi grandi e croccanti, scegliamo dei fagioli borlotti. Una spolverata di pepe e via, il cheviche rivisitato è servito.

coca leaf

Foglie di coca: l’ingrediente fondamentale del mate de coca

Ma un momento… manca qualcosa, non so… ah sì, certo! Se Perù dev’essere Perù sia! E allora preparo un mate de coca, direttamente importato dal Perù, dove è bevanda tipica che viene offerta in qualunque circostanza, soprattutto sulle Ande e sul lago Titicaca. Ricordo che davvero lo si poteva bere ovunque: quando si arrivava in hotel c’era sempre alla reception un thermos con un contenitore di foglie di coca da mettere in infusione, oppure direttamente la bustina di mate; anche negli spostamenti in autobus sulle Ande o in battello sul Titicaca il mate veniva offerto spesso e volentieri: la capacità della coca di alleviare la stanchezza dovuta all’altitudine ne fa la sua fortuna come foglia da mettere in infusione. E non vi nego che durante il viaggio ogni volta che mi capitava l’occasione mi lanciavo sul bicchiere o sulla tazza di mate de coca perché poi… quando mi ricapiterà di berlo di nuovo?

Oggi non sarà come trovarsi in Perù, ma l’idea c’è. Buon appetito, e buon mate!

La mia risposta a Caronte&Friends: i cubetti di ghiaccio al té

Quest’estate Caronte e i suoi fratelli hanno messo a dura prova la nostra sopportazione del caldo e dell’afa. Scene apocalittiche di nottate passate in bianco, di sudore che impregna il cuscino, di finestre aperte sperando che passi quel filo d’aria che tanto non passa.

E così, un po’ per trovare la soluzione dell’estate al caldo micidiale, un po’ per divertirmi (eh sì, mi diverto così), ho fatto un esperimento: ho preparato un té aromatizzato, l’ho lasciato raffreddare, e l’ho passato in freezer. In freezer? Certamente: volevo ottenere dei cubetti di ghiaccio al té!

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La mia idea aveva un duplice scopo: da un lato ottenere dei cubetti di ghiaccio con i quali aromatizzare l’acqua; dall’altro, garantirmi il massimo del refrigerio nei momenti di caldo più estremo: chi infatti non si è mai cacciato in bocca un intero cubetto di ghiaccio per rinfrescarsi o per dissetarsi? In questo caso, il cubetto che si scioglie rilascia anche il profumo del té. E non mi sembra poco.

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Ho fatto finora 3 tentativi. Il primo, lo ammetto, non mi ha entusiasmato, ma è colpa senza dubbio della mia scelta di ricorrere ad un té che sì, è profumato, ma molto delicato: il té verde al gelsomino. I cubetti sono risultati di un colorino verde/giallo, e pur se profumati, al gusto si sono rivelati poco incisivi.
Ma volevo perseguire nel mio esperimento. Non sarà un solo tentativo a fermarmi. Ho cercato così nelle mie scorte qualcosa di totalmente opposto alla delicatezza del gelsomino ed ho trovato un infuso a base di rosa canina, arancia e papaia. Un bel colore rosso in infusione e un profumo decisamente intenso e stuzzicante. I cuoricini di ghiaccio sono venuti rossi esattamente come li volevo e sono riusciti ad aromatizzare l’acqua proprio com’era nelle mie intenzioni iniziali.

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Galvanizzata da questo soddisfacente risultato, ho fatto il terzo tentativo: cubetti di ghiaccio all’earl grey. Anche in questo caso il risultato è stato eccellente e l’acqua aromatizzata piacevolmente rinfrescante. Anzi, se lasciati sciogliere per bene nel bicchiere si ottiene un vero Earl Grey ghiacciato.
Ultimo esperimento, particolarmente estivo, in ordine di tempo, è a base di té nero ananas e limone. Un mio acquisto di qualche tempo fa che era ancora rimasto sigillato: prodotto dalla Dallmayr, della quale avevo già provato un ottimo infuso alla pesca bianca (anch’esso sarebbe adatto alla bisogna, tra l’altro). Dal sapore d’estate, si presta molto bene anche come té freddo.
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E voi che ne dite? Vi ispira l’idea? Quali té o infusi vi ispirerebbero?

Se il té arriva dall’Irlanda…

Siamo soliti parlare di English Breakfast e di English Afternoon Tea, ma quanti di noi possono dire di conoscere la versione irlandese dei più noti blend inglesi?

A farmi riflettere sulle differenze è stato un regalo: Silvia del Fancyhollow, di ritorno dal suo viaggio in Irlanda mi ha portato una bella scatola di latta verde contenente Irish Afternoon Tea in foglie (loose tea), dicendomi “non sapevo che anche in Irlanda producessero il té“.

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E invece in Irlanda producono il té. O meglio, proprio come in Gran Bretagna, gli Irlandesi hanno formulato dei propri blend di té neri importati, con i quali scandiscono la giornata. Il té è arrivato in Irlanda relativamente tardi, nel 1835, ma ha avuto subito un grande successo a tutti i livelli della popolazione, ed è stato immediatamente adattato alle esigenze e al gusto irlandesi. La “cupan tae” (cup of tea in Gaelico) dev’essere forte e il té dev’essere arricchito con molto latte, addirittura 1/3 della tazza! L’Irlandese che si prepara il té anzi versa per primo nella tazza il latte, e solo dopo versa il té. L’Irish Tea è spesso una forte miscela di té Assam e Ceylon: blend adatto al momento della colazione, in realtà è apprezzato dagli Irlandesi durante tutta la giornata: un té molto carico, nero e corposo, che ha bisogno del latte per essere stemperato. L’Irish Tea in generale è servito tre volte al giorno: alle 11 del mattino, dalle 15 alle 17 per l’Afternoon Tea e un’altra volta alle 18, per l’High Tea, che è servito come pasto serale. (questa la mia fonte: Oldfashionedliving.com)

Come per la Gran Bretagna, l’Afternoon Tea prevede molto più che bere una tazza di té: tra scones, marmellate, torte e pasticcini, il té pomeridiano può diventare un grande momento di convivialità.

Una cosa che mi ha colpito, mentre cercavo informazioni sull’Irish Tea, è stata scoprire che la sua pratica si è diffusa anche oltreoceano negli Stati Uniti: quanti film abbiamo visto su immigrati irlandesi che tentavano la fortuna nel Nuovo Mondo; ecco, costoro portarono con sé nella loro nuova vita le loro tradizioni e l’Irish Tea. La cultura dell’Irish American Tea ha così preso piede nei sobborghi di New York e consiste nel mettere in tavola tutti i dolcetti e le tartine proprie della cucina irlandese: si va così dai sandwiches con salmone affumicato, cetriolo e uova agli scones acompagnati da marmellate o lemon curd (non sapete cos’è? Ve lo spiega qui Alice di Pane Libri e Nuvole). Ancora oggi la comunità irlandese o discendente dagli Irlandesi (molto presente a New York, basti pensare alle celebrazioni per il St. Patrick Day) si dedica dunque all’Irish Afternoon Tea, come avviene in Madrepatria.

Non ho ancora provato il mio Irish Afternoon Tea: fa ancora troppo caldo per prepararmi una tazza di té nero bollente. Lo farò quest’autunno e, prometto, lo proverò con il latte, visto che ne è un componente fondamentale! E chissà che non decida di imparare a fare qualche biscottino, per l’occasione…

Intanto ammiro la mia bella scatola di latta, verde come i prati irlandesi, verde come il trifoglio, simbolo dell’Irlanda. The Connemara Kitchen, il nome della casa produttrice di té, mi fa pensare ad una vecchia casetta isolata, in un prato su un promontorio che si innalza sul mare e che è battuto dal vento…

Ma ora forse sto esagerando… 😉

Fiori di ibisco e karkadé

imageQuest’estate in vacanza mi sono imbattuta spesso e volentieri nel fiore dell’ibisco. Non che non lo conoscessi, anzi. Ma per la prima volta, passando tutti i giorni davanti ad una serie di piante nel percorso dall’appartamento al mare, non ho potuto fare a meno di osservarli, di notarne le varietà differenti e di pensare, inevitabilmente, complice la sete perenne e il caldo drammatico che ci stanno accompagnando nel 2015, al karkadé, bevanda dissetante che si può gustare sia calda che fredda, che sovente viene accostata al té, anche se té non è, e che deriva proprio dal fiore dell’ibisco.

Così mi sono documentata, perché mi son chiesta, nella mia ignoranza, “possibile che dai fiori di una pianta ornamentale si tragga il karkadé? E come si fa?” Oh, avevo sete, in quei momenti avrei fatto qualsiasi cosa, sarei persino stata capace di produrre karkadé se ne avessi avuto la possibilità.

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E invece…
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È bastato un giro su Wikipedia, supportato dal confronto con altri link recuperati online, ed ecco svelato perché non basta avere una pianta di ibisco sul balcone per poter bere il karkadé.
Innanzitutto il karkadé si ottiene dal calice carnoso e rosso della varietà di hibiscus sabdariffa, diffusa in Africa nelle regioni subsahariane, e poi nei Caraibi e in India. Apprendo che in epoca fascista, quando l’Abissinia era colonia italiana, il karkadé era molto apprezzato e diffuso in Italia e sostituiva il té, la cui importazione era vietata.
Il fiore dell’hibiscus sabdariffa ha il calice rosso e i petali gialli. Il fiore è un po’ diverso da quello classico dell’ibisco rosso che noi tutti conosciamo, molto più diffuso nei nostri giardini, ma è ugualmente riconoscibile.
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In infusione si mettono i calici rossi del fiore, essiccati dopo la raccolta, che rilasciano il colore rosso e conferiscono alla bevanda quel sapore a metà strada tra l’aspro e il dolciastro, molto stuzzicante per togliere la sete. Il karkadé non contiene caffeina, ed ha diverse qualità: oltre ad essere rinfrescante e dissetante è un diuretico, digestivo, ricco di vitamina C.

Abbinato alla rosa canina, poi, costituisce la base di molti infusi a base di frutta: il colore è sempre rosso, mentre mutano i profumi in funzione di questo o quel frutto o fiore abbinato.

Tra l’altro, ora che ci penso, è da molto che non bevo un bel bicchiere di karkadé puro. Appena ne avrò l’occasione vedrò di rimediare, intanto però mi godo questi bei fiorelloni che sanno di estate, di sole e di belle giornate.
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