Archive for aprile 2013

#invasionidigitali al Museo di Doccia

Non potevo esimermi. Le invasioni digitali, anzi #invasionidigitali hanno conquistato in meno di un mese tutta Italia, qualsiasi tipo di struttura culturale, dal museo al parco archeologico al giardino al centro storico; musei di qualsiasi categoria, poi, dall’archeologico, allo storicoartistico, al contemporaneo, allo scientifico… Ogni regione ha accolto le sue invasioni, toccando le corde giuste del cuore di ciascuno. E io da brava blogger, toscana di adozione, e amante del té, non ho potuto esimermi e ho preso la palla al balzo: e quando mi ricapita, del resto, di visitare il Museo Richard-Ginori di Doccia, a Sesto Fiorentino con una visita guidata approfondita? E così è stato, e ho aderito con entusiasmo all’iniziativa. Questo mio post è dunque sì un necessario plauso alle invasioni digitali, che hanno permesso di dare risalto ad una struttura quale il Museo di Doccia, ignota ai più, ma anche un resoconto, il mio personalissimo, sulla produzione di teiere in quel di Sesto Fiorentino, da metà del ‘700 a metà del ‘900. Altrimenti che ci sto a fare io?

Venite con me, allora, in questa invasione digitale fotografica, del Museo di Doccia. Il bottino? Le teiere e i servizi da té che il museo mostra al suo pubblico.

Teiera in porcellana. Circa 1750

Teiera in porcellana. Circa 1750

Siamo a metà circa del 1700. La neonata  manifattura di Doccia comincia i primi esperimenti con la porcellana: una porcellana bianca, semplice essenziale, come ben riassume questa teiera…

Museo di Doccia, porcellana, 1740

Museo di Doccia, porcellana, 1740

Già intorno al 1740, per rispondere alle esigenze del mercato, soprattutto di un mercato d’élite, la manifattura di Doccia si dedica all’imitazione di decori di ispirazione orientale. Questa teiera ne è un esempio…

Museo di Doccia, 1740

Museo di Doccia, 1740

Sempre intorno al 1740 avviene l’incontro con le manifatture viennesi, che ispirano agli artigiani/artisti di Doccia nuove forme e nuove decorazioni, come i paesaggi, ben evidenti su questo servizio da té…

Manifattura di Doccia, 1780-1820

Manifattura di Doccia, 1780-1820

Intorno al 1740 si diffonde presso la Manifattura di Doccia anche il decoro “a paesi”, cui col tempo si sostituiscono le vedute cittadine. Il colore predominante è il porpora, difficile da ottenere, ma proprio per questo ancora più ricercato…

Manifattura di Doccia

Manifattura di Doccia

Nello stesso periodo, rispondendo alle esigenze di mercato più disparate, la moda vuole che si colgano le ispirazioni dall’estremo oriente. Questa teiera, col suo beccuccio a forma animale e le decorazioni vegetali sulla pancia, ne è un brillante esempio, anche se, certo, le realizzazioni migliori si hanno sulle decorazioni dei piatti. La produzione, però, investe tutte le tipologie di oggetti, e testimonia della grande creatività dei maestri che lavoravano per la Manifattura di Doccia.

Manifattura di Doccia, produzione per Vittorio Emanuele II

Manifattura di Doccia, produzione per Vittorio Emanuele II

Salto in avanti di un secolo. La Manifattura di Doccia ha ormai un suo ruolo importante e riconosciuto non solo in Toscana, ma nell’Italia Unita, come produttrice di ceramiche e porcellane non solo per la tavola e per l’uso quotidiano, ma anche per oggetti d’arte, dai vasi decorativi alle sculturinte  in porcellana e alle statue di grandi dimensioni. Naturalmente Re Vittorio Emanuele II rimane estasiato dai prodotti di Doccia e durante il periodo di Firenze Capitale d’Italia commissiona alcuni servizi particolarmente preziosi, perché rivestiti in oro. D’altronde era il re, se lo poteva permettere…

Richard-Ginori, design industriale, 1954

Richard-Ginori, servizio Ulpia, 1954

Con un altro brusco salto temporale arriviamo nell’Italia post II Guerra Mondiale. Dopo il periodo di direzione artistica di Gio Ponti, coincidente con l’epoca fascista, la direzione artistica passa a Gariboldi, il quale, seguendo le logiche di mercato, apre alla produzione di forme di design industriale. Il servizio Ulpia è uno dei primi esperimenti.

Richard Ginori, servizio Colonna, 1954

Richard Ginori, servizio Colonna, 1954

Ma l’eccellenza viene raggiunta con il servizio “Colonna” nel 1954. Il perché del nome? Beh, è semplice: le componenti del servizio da té sono tutte impilate l’una sull’altra. Se non è una colonna questa…

Naturalmente il museo di Doccia è molto più ricco di quanto vi ho raccontato qui. A leggere questo post sembrerebbe un museo di teiere e invece no, è un museo dedicato ad una produzione artistica, che diviene piano piano industriale, e che è una realtà viva e vitale di Sesto Fiorentino. Dai piatti alle statue in porcellana, ai vasi dalle proporzioni monumentali e dipinti da artisti di livello, dalle forme sperimentali a quelle prese a prestito da manifatture straniere, il museo racconta un mondo che se a prima vista può sembrare noioso, in realtà è affascinante. Al museo di Doccia i piatti in cui pranziamo ogni giorno acquistano importanza, mentre scopriamo che artigianato e arte non sono mai andati così d’accordo.

Le foto che vedete in questo post sono quelle che ho pubblicato in tempo reale su instagram (account: @maraina81) durante le invasioni digitali del 24 aprile 2013,  nel corso della visita di 2 ore e 1/2 che la direttrice del museo ci ha dedicato. Questo post vuole essere un ringraziamento anche a lei, che ha dedicato preziose ore del suo lavoro a dei semplici visitatori. Semplici visitatori in grado però di poter raccontare al resto del mondo la loro esperienza.  Personalmente credo molto nel potenziale delle #invasionidigitali e nella loro forza. Mi auguro che a questa nostra invasione pacifica, ma famelica di cultura, seguirà un interesse da parte dei potenziali visitatori. E spero davvero che la nostra invasione sia stata utile.

Samurai al Museo Stibbert

Ho visitato recentemente il Museo Stibbert. Purtroppo non è possibile, a meno che non si vogliano pagare cifre astronomiche, vedere la cosiddetta Armeria Giapponese, una parte della collezione di armi e armature dal mondo per le quali Frederick Stibbert andava pazzo, ma per fortuna almeno una piccola parte è esposta al pubblico nella piccola mostra “Samurai” all’interno del Museo.

Intanto va detto, per fugare ogni dubbio, che il signor Stibbert del Giappone non amava certo il chanoyu, ma piuttosto aveva un interesse particolare per la vita dei samurai e per le loro pesanti armature. Ma vorrei dire al signor Stibbert che anche i samurai bevevano il té e anzi, qualcuno avrà sicuramente fatto l’ospite d’onore in qualche cerimonia del té a Edo, l’antica Tokyo.

Ma andiamo con ordine. La piccola mostra del Museo Stibbert estrae dall’ampia collezione dell’Armeria Giapponese alcuni degli elementi più rappresentativi della casta sociale dei guerrieri giapponesi nota al mondo intero, soprattutto nell’immaginario collettivo: i samurai, coraggiosi combattenti al servizio dell’imperatore, tanto devoti al loro signore quanto amanti della raffinatezza e dell’eleganza. Così le loro armi e armature sono preziosissime nei materiali e nelle lavorazioni, e guardarle è una gioia per gli occhi: sete dai colori sgargianti, katane finemente incise, elmi elaboratissimi, più simili a maschere, in realtà.

Una delle sgargianti armature da samurai in mostra

Una delle sgargianti armature da samurai in mostra

Mi direte “ma che hai scritto a fare un post su una mostra di samurai se di té non ce n’è?” E avete ragione, non è che posso scrivere un post su qualcosa che ha a che fare col Giappone solo perché sto facendo un corso di cerimonia del té giapponese. Ma il té, seppure di straforo, c’è anche qui! 🙂

In mostra si può ammirare infatti, nella sua resa minuziosa dei dettagli, un rotolo orizzontale dipinto a inchiostro e colori su carta realizzato nel 1657 che rappresenta il quartiere dei piaceri di Edo (l’attuale Tokyo): e tra negozi, botteghe artigiane, gente che si incontra per strada, episodi di vita reale, quelle che nell’arte occidentale sarebbero le scene di genere, si trova anche una sala da té! All’interno di una casa, come si intuisce dall’incannucciato che la copre parzialmente alla vista, stanno 3 persone di cui una sta per prendere in mano la teiera. Ebbene sì, lo ammetto, sono stata più davanti a questo piccolo dettaglio del rotolo che non a vedere tutta la mostra di katane, armature, elmi dei samurai. Ma del resto ognuno ha i suoi interessi! E ribadisco che i samurai bevevano il té e prendevano parte al chado.

rotolo orizzontale dipinto a inchiostro e colori su carta, 1657

rotolo orizzontale dipinto a inchiostro e colori su carta, 1657

La collezione giapponese di Stibbert è considerata una delle più importanti dell’Occidente, nonché una delle prime a formarsi, a metà Ottocento. Collezione affascinante perché affascinanti sono gli oggetti che accoglie. Anche se non si tratta di té, vale comunque la pena di vederli e apprezzarli.

Ah, e per la cronaca, a Stibbert non sarà piaciuto il té giapponese, ma quanto a cineserie, in casa non se ne faceva mancare…

...le cineserie di casa Stibbert...

…le cineserie di casa Stibbert…

Il primo tè matcha non si scorda mai…

È successo, finalmente! Finalmente, ho preparato il mio primo tè matcha!
Voi mi direte: e che ci vuole? Basta avere il tè, il frullino, una tazza e dell’acqua calda e il gioco è fatto!
E invece no! innanzitutto il “frullino” si chiama chasen, per favore! E poi si dà il caso che preparare il tè matcha sia un’arte, anzi, l’Arte del tè! Non senza un certo timore reverenziale mi appresto a parlarne, soprattutto ora che, svolgendo un corso di Cerimonia del Tè Giapponese da qualche lezione, mi rendo conto di quanto non si tratti solo di gesti e di utensili, ma di un vero linguaggio, di una mentalità decisamente lontana da quella del nostro mondo occidentale.

Comunque sia, nella scorsa lezione ho preparato, finalmente, il mio primo vero tè matcha. Dico vero perché finora, possedendo un frullino, pardon, chasen, e un tè, mi era già capitato di prepararlo; ma così, senza nessuna spiegazione né consiglio, posso ora dire che avevo preparato dell’acqua calda verde dal gusto particolarmente forte.

Ma veniamo alla preparazione del té matcha, quello vero.

Intorno alla preparazione del tè ruota, ovviamente, tutta la cerimonia del té. Da quando si entra nella stanza del tè a quando si preparano gli strumenti e si usa il fukusa per pulire gli utensili, tutto è studiato in funzione del gesto di preparazione della verde bevanda.

Prima di preparare il tè va scaldata la tazza. Si prende l’hishaku, il mestolo di bambù, e si prende dal bollitore l’acqua calda che viene versata nel chawan, la tazza. Si prende quindi il chasen, il frullino, e lo si pulisce con l’acqua controllando le punte in bambù per verificarne la consunzione.

Con movimenti fluidi e armonici si gira poi l’acqua nella tazza in modo da scaldarne le pareti, quindi si getta. Si pulisce la tazza, quindi si prende dal nazume, il contenitore per il tè, la verde polvere del matcha con il shashaku, due volte.

A questo punto tutto è pronto per il tè. Con l’hishaku si prende acqua fredda dal mizusashi, il contenitore dell’acqua fredda, per versarla nel bollitore, in modo da mitigare il bollore. Immediatamente, quasi ad inseguire l’ultima goccia versata, si tuffa l’hishaku nel bollitore per prendere l’acqua calda, di cui solo metà, il giusto quantitativo per una tazza di tè matcha, si versa nel chawan.

È il momento: si mescola energicamente il tè col chasen, fino a creare una schiumetta verde chiaro piuttosto decisa. L’ultimo giro di chasen serve per raggruppare la schiuma centrale quasi a fare una collinetta: il touch of class, come si suol dire…

Ed eccolo pronto il primo tè matcha della mia esistenza da preparatrice consapevole di tè verde giapponese secondo la tradizione. Perché ancora è troppo presto per dire che sono un’esperta di cerimonia del tè…