Giappone. Terra d’incanti

Il 1^ luglio chiude a Palazzo Pitti, Firenze, la mostra “Giappone. Terra d’incanti“.

Ero curiosa di vederla, ma tuttavia, poiché la data di chiusura si stava avvicinando vorticosamente, ho forse scelto per la mia visita la giornata meno adatta, tra caldo africano, sciopero degli autobus non proprio convinto (e di questo ringrazio!) e traffico disumano che hanno messo fin da subito alla prova la mia pazienza. Ma io, già entrata in pieno spirito zen, ho saputo accettare tutto con la serenità necessaria.
Problema però, quando sono arrivata a Pitti, é che nessuno mi ha spiegato come funzionava, quindi forse non ho fatto il percorso nel modo corretto. O forse sì. O non lo saprò mai.
La mostra sul Giappone in realtà si articola in 3 sezioni che si possono anche concepire separatamente le une dalle altre. Tre mostre, in sostanza, ciascuna col suo preciso tema, anche se forse un leit motiv, un fil rouge che collega il tutto c’é: l’incontro con l’Occidente, il determinarsi di influenze e suggestioni scaturite dall’incontro con l’altro, con l’esotico (che, a seconda del punto di vista, non é necessariamente l’Orientale).
La prima delle mostre-nella-mostra che ho visto (ma che forse doveva essere l’ultima, vista la cronologia della problematica e delle opere) alla Galleria Palatina, si intitola “L’eleganza della memoria. Le arti decorative nel moderno Giappone”. Il Giappone, a partire da fine ‘800 ha affrontato cambiamenti radicali nella situazione sociale ed economica, dovuti principalmente all’apertura all’Occidente, che comportò l’ingresso nel Paese di nuovi saperi e nuove tecniche anche nell’artigianato artistico, rischiando quasi di snaturarlo. Dopo la II Guerra Mondiale, invece, lo Stato diede vita all’istituzione dei beni culturali intangibili (rivelando verso questi temi una sensibilità non comune, precoce rispetto al resto del mondo) e per evitare la perdita della conoscenza delle tecniche tradizionali nel 1955 istituì il sistema del “Tesoro Nazionale Vivente” a sostegno dei detentori e degli eredi di tecniche e abilità artistiche tradizionali. Le opere in mostra vanno da fine ‘800 fino al 2006: si tratta dunque di una selezione di opere di artigianato artistico contemporaneo in cui alle tecniche tradizionali per la realizzazione di oggetti tradizionali (dalle ceramiche ai kimono ai paravento) si affiancano nuovi spunti decorativi e nuove sensibilità artistiche.

tazza da té

Tazza per il té in ceramica di tipo Shino, Arakawa Toyozo, 1957

La seconda sezione/mostra, alla Galleria del Costume, si intitola “Giapponismo. Suggestioni dell’Estremo Oriente dai Macchiaioli agli anni ’30”. A partire da Macchiaioli e Impressionisti l’arte giapponese si andò a inserire come suggestione e fonte di ispirazione nelle più diverse correnti dell’arte contemporanea occidentale. Nel percorso espositivo vengono poste a confronto opere d’arte giapponese, come le xilografie di Hokusai e di Hiroshige, con dipinti e opere di pittori italiani di fine ‘800 – inizi ‘900. L’ispirazione non riguarda solo i soggetti, ma anche gli schemi compositivi e le suggestioni, attraverso l’inserimento nell’opera di un dettaglio tipicamente giapponese, come il paravento, il ventaglio, oppure la stampa giapponese ritratta attaccata alla parete.

Giappone. Terra di incanti

Mario Cavaglieri, Piccolo interno/Figura giapponese in salotto, 1920

La Toscana si scopre la capofila del Giapponismo in tutte le sue espressioni, anche nel collezionismo, grazie a personaggi come Stibbert, la cui collezione é tutt’ora visitabile al pubblico fiorentino nel museo che prende il suo nome. Scopro che anche il teatro occidentale viene ispirato dall’Oriente, e che un’opera come la Madama Butterfly di Puccini é proprio frutto del Giapponismo. Le opere esposte in questo settore, sia giapponesi che italiane  sono veramente belle, fanno capire come l’esperienza del nuovo e del diverso fosse per gli artisti – italiani in questo caso – un banco di prova continuo, una fonte continua di nuove idee in una fase artistica in cui, tagliato ormai da decenni il cordone ombelicale con le Accademie classiche, si cercavano nuove strade e sperimentazioni.
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Una famosissima xilografia di Hiroshige

La terza mostra-nella-mostra, al Museo degli Argenti, si intitola “Di linea e di colore. Il Giappone, le sue arti e l’incontro con l’Occidente”. Qui si fa un altro salto cronologico indietro, dato che si parla dei primissimi contatti degli Occidentali con il Giappone (e lo stesso Palazzo Pitti ospitò i primi ambasciatori giapponesi che vennero in Europa nel 1585!). Sulla Linea e sul Colore, dall’incontro e dal contrasto tra questi due elementi complementari, prende forma l’arte giapponese attraverso i secoli. La Linea, così essenziale, é di ispirazione zen, per questo permea ogni manifestazione artistica giapponese, dalla Cerimonia del té alla cura dei giardini, al teatro e alle arti marziali. Nella cerimonia del té Chanoyu, anzi, i dipinti a inchiostro monocromo e le calligrafie da sistemare nella nicchia Tokonoma (ricordate Kakuzo Okakura ne “Lo zen e la Cerimonia del té” a proposito della Casa del té?), gli utensili, l’ambiente e la disposizione d’animo dei partecipanti, sono il risultato di un processo in cui l’essenzialità della Linea assume un significato simbolico e artistico assoluto.

Giappone. Terra di incanti

Giara per le foglie di té, Nomonura Ninsei, XVII secolo

Tuttavia il Colore é però espressione del racconto, é poesia, ridondanza, non può non essere senza la Linea. Le narrazioni si fanno a colori, su vivaci paravento che illustrano “Le vedute di luoghi famosi di Edo”, oppure le grandi battaglie, con una freschezza, una vivacità, un’attenzione ai minuti particolari che effettivamente non stupisce in un popolo che ha fatto della calligrafia una disciplina quasi filosofica. Anche l’incontro con l’Occidente viene raccontato, da quando nel 1549 i Portoghesi giungono sulle coste nipponiche a quando nel 1639 tutti gli Occidentali vengono espulsi: nasce il mito del Nanbanjin, lo straniero, il barbaro del Sud, mentre la penetrazione del Cristianesimo fa sì che si produca una curiosa oggettistica cristiana, occidentale nei soggetti (croci, pissidi, tabernacoli a parete con immagini sacre), ma giapponese nelle tecniche e nelle realizzazioni.
La mostra é senz’altro interessante; le ultime due sezioni in particolare permettono di ammirare oggetti bellissimi e non comuni. Le famose xilografie di Hokusai e Hiroshige siamo abituati a vederle riprodotte su belle pubblicazioni, non ad ammirarle dal vivo, così come i vivacissimi paraventi di epoca Edo. Devo constatare la scarsa presenza di oggettistica legata al té, ma ho apprezzato che nella piccola sezione ad essa dedicata nella terza mostra vi fossero due vasi di fiori: ricordo che Kakuzo Orakura parla nello specifico di mettere un fiore nel tokonoma; vedere l’applicazione pratica di un’indicazione letta qualche tempo fa che così riaffiora alla memoria procura in effetti un certo piacere, quasi un senso di familiarità.
Sicuramente l’intera esposizione meritava una visita più attenta di quella che ho potuto dedicarle per mancanza di tempo: ho bevuto velocemente una bevanda che andava gustata e assaporata con più calma, proprio come bisognerebbe fare con una tazza di té.

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