Take That Teacup

Curioso che, tra tutti i blog che ho aperto in giro per il web, io non ne abbia uno talmente personale da potervi riversare tutto ciò che mi passa per la testa, le mie sensazioni, le mie belle esperienze, le mie paure e le mie gioie… persino a Facebook non concedo pensieri troppo personali, preferisco piuttosto condividerli con estranei che con gli amici (e potrei aprire un dibattito sul significato della parola amici ai tempi di FB).

Così succede che il blog più personale che ho sia, alla fine, proprio questo. Perché bere il tè è così, è un gesto intimo, un momento di pausa con se stessi, un momento per volersi bene. E per riflettere su se stessi. Ero a Milano la settimana scorsa. Insieme ad altre migliaia di ex adolescenti urlanti che dopo 15 anni non hanno ancora perso la voglia di commuoversi ascoltando una canzone. Un po’ triste a pensarci, forse, ma forse invece no, perché quell’eterna bambina che è dentro di noi, donne sull’orlo della trentina, è bene che ogni tanto si risvegli, ed è bene che non scompaia del tutto. Pensavo a questo martedì pomeriggio scorso a Milano, avvolta nella canicola estiva, mentre un po’ svogliatamente giravo per i negozi in saldo e mi domandavo se forse non era il caso di darmi una parvenza di dignità entrando in un museo, per esempio. Ma no, non vedo perché: è la mia giornata da 15enne, anche se 15 anni non li ho più da 15 anni, e stasera farò quello che 15 anni fa non potevo fare perché a 15 anni ero troppo piccola: andare al concerto dei Take That. Poster in camera, musicassette mandate avanti e indietro in quello stereo che tutto sommato ancora resiste nella cameretta della mia casa natale dove ora non vivo più: questo erano per me i Take That. Ma ancora: in missione a Sanremo nel periodo del Festival, per poter intravedere i 5 ragazzi più belli del mondo dal vetro scuro della berlina che li portava all’Ariston, e una mitica corsa su per le scale del teatro, per poterli sorprendere in conferenza stampa. Non se ne fece nulla, se non un titolone sulla Stampa locale e un gran bel ricordo che ogni tanto tiro fuori con l’amica che in quell’occasione fu la mia compagna di avventure (e forse anche l’istigatrice).

Comunque ora sono qui, 15 anni dopo. Prima del concerto sorseggio un té freddo alla pesca, che ci vuole in questa calura estiva: riequilibra i sali, toglie la sete, rinfresca, è la bibita più naturale che conosca, e la bevevo quando avevo 15 anni. Di quella ragazza non è rimasto molto: all’epoca non bevevo neanche il tè, non sapevo cosa avrei fatto da grande, non sapevo che sarei finita a vivere a Firenze, non sapevo che a 30 anni mi sarei sposata. Dei miei 15 anni ho conservato qualche bella amicizia, e due di esse stasera sono anch’esse al concerto, una di loro mi ospita (e si sposa anche lei).

Questo tè freddo mi rimette al mondo; il caldo afoso della città mette a dura prova la mia resistenza fisica: quando avevo 15 anni non pativo così tanto. Si invecchia, ma si invecchia – se così si può dire, a 30 anni – nel fisico, non nello spirito. Ed è questo che conta, anche perché altrimenti non sarei qui, oggi, ora.

San Siro è gremita di ex-ragazzine oggi ragazze che non si vergognano della loro passione. Ammetto che io sì, invece, un po’ mi vergogno, non l’ho detto praticamente a nessuno perché mi rendo conto di quanto sia infantile la cosa. Difficile aspettarselo da me, poi. Ma come dire no? È un regalo del mio futuro sposo che, evidentemente, mi conosce molto bene, ed è l’ultima volta utile per me per vivere un evento del genere. Più in là diventerò grande per davvero e non potrò più concedermi il lusso di queste esternazioni infantili. I Take That sono stati il segno di un’epoca della mia vita e ora che sto diventando adulta (anagraficamente in realtà la sono già da un bel pezzo) sento il bisogno di aggrapparmi a qualche ricordo del passato. Un po’ come quando, ormai sempre più di rado, ascolto la musica dance che davano in discoteca quando andavo all’università: stavo bene, mi divertivo. Non che ora non stia bene, anzi, ma entra in gioco quella nostalgia del passato, per i bei tempi in cui la mia unica responsabilità era studiare, senza avere alcuna cognizione del mio futuro (lavorativo innanzitutto), per cui i ricordi sono avvolti da un’ovatta che suscita un sorriso di dolcezza e indulgenza. Ero io, che ballavo in discoteca; 5-10 anni prima ero io che cantavo a squarciagola in camera mia le canzoni dei Take That in un inglese che non ho mai imparato e che questa sera mi vergogno a cantare. Ma chi se ne frega: forse che le fanciulle accanto a me sanno a memoria i testi? Ma poi è importante sapere i testi? È forse per i testi che siamo qui? O per i ricordi ancora vivi che questo gruppo di quarantenni ex-ventenni suscita in noi non appena lo sentiamo nominare? Eh sì, sono i ricordi la chiave del loro successo attuale: ci scommetto che non una delle presenti è una nuova fan, ma siamo tutte vecchie ammiratrici scatenate che sì, avremo anche ascoltato i nuovi album, ma siamo troppo legate alle vecchie canzoni per non pretendere che ce le cantino.

Il concerto è una grande emozione: i nostri eroi dell’adolescenza ci regalano uno spettacolo superbo, ancora più superbo per chi – come me – ha poca dimestichezza con i live dei grandi cantanti. Il maxischermo indugia sull’uno o sull’altro dei loro faccioni, mentre cantano accompagnati dai cori del pubblico. Sono carini, interagiscono con noi: non siamo solo spettatori, siamo parte integrante dello spettacolo. Ancora meglio. E la magia creata dall’aspettativa di poter essere lì è completa.

Tutto questo per introdurre la new entry della mia collezione: la tazza dei Take That direttamente da San Siro. La forma è quella della classica mug che da questo inverno (ma anche stamani a colazione, quasi quasi) alternerò alle altre tazze della mia collezione. Penso che qui ci berrò qualche Afternoon Tea, o qualche English Breakfast, in onore della boyband inglese. Magari con l’accompagnamento musicale di qualche loro cd, che non mi ha mai abbandonato.

take that mugtake that mug

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