Emergenza Giappone: nuove notizie

Devo purtroppo comunicare che i segnali positivi che si potevano intravvedere nello scorso post, dedicato alla situazione del Giappone post Fukushima, non sono così rosei come vorremmo leggerli. La mia fonte dello scorso post, il sito di vendita di té online Teaway, se la volta scorsa rassicurava e assicurava che i raccolti di té 2011 dall’isola di Kyushu, ben distante dall’epicentro del disastro nucleare, erano sicuri dalla contaminazione, questa volta ha dovuto rimangiarsi quanto detto. Il problema è stato sollevato da una partita di té proveniente dall’area produttrice di Shizuoka, non troppo vicina a Fukushima e inizialmente ritenuta abbastanza sicura,  che ad un controllo effettuato in Francia ha rivelato livelli di radiazioni eccedenti quelli massimi consentiti. Questo fatto ha sollevato giustamente una serie di dubbi legittimi, spingendo molti importatori di té, tra cui la stessa Teaway, a rinunciare per quest’anno all’importazione di té giapponese. E getta un’ombra sulla proverbiale efficienza e onestà intellettuale dei Giapponesi, da cui mai ci si aspetterebbe che facciano esportare merci se non pericolose, quantomeno fuori legge!

La notizia del té radiattivo giunto in Francia è stata riportata anche da Corriere.it dell’11 giugno. Emerge soprattutto lo stupore per un evento del genere, dati i controlli molto alti sia in uscita dal Giappone che in entrata in Europa. La partita di té di Shizuoka sequestrata all’aeroporto Charles De Gaulles, 162 kg di foglie essiccate pronte per finire in infusione nelle nostre teiere, registravano un livello di cesio doppio del consentito dalla UE. E questo avveniva a pochi giorni da un’azione compiuta dal governo giapponese, di chiudere 5 impianti di produzione di té proprio nella regione di Shizuoka. Evidentemente non è bastato.

In questo clima, il pensiero va non tanto a noi importatori di té, che lo consumiamo per nostro gusto e che, eccetto pochi puristi, se non avremo a disposizione il Sencha ci butteremo sul Gundpowder senza troppi patemi d’animo. Le vere vittime, in questa situazione già tanto compromessa quale è quella giapponese, sono proprio i Giapponesi, coloro per i quali il té non è una tazza a colazione o alle 17, ma un rito, una parte importante della loro cultura. E’ a loro che va il mio pensiero: costretti a eliminare, almeno finché dura il pericolo, dalla loro vita un aspetto che è parte integrante della loro tradizione. E quanto durerà il pericolo, poi? Solo quest’anno? Il prossimo raccolto sarà sano? E chi lo assicura? Dopo il momento di smarrimento subentra la paura e la mancanza di fiducia.

cerimonia del té giapponese

Inoltre il pensiero va ai produttori di té, ai contadini che dopo aver faticato nelle loro piantagioni hanno visto vanificato tutto il loro lavoro: nella prefettura di Kanagawa (come racconta un post di greenreport.it) essi hanno dovuto e voluto immagazzinare il té radioattivo nell’attesa che il governo centrale decidesse/decida che farne. E non avendo ancora avuto risposta sono preoccupati perché se si stacca la foglia contaminata dalla pianta immagazzinandola poco lontano non si risolve granché il problema. Instabilità, incertezza e sfiducia, sono queste ormai le parole d’ordine.

Per quello che conta, posso solo sperare che la situazione si risolva al più presto. Lo spero per i Giapponesi naturalmente. Io posso fare a meno del té giapponese, ma un Giapponese no, e un contadino giapponese che il té lo coltiva ancora meno.

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