Archive for maggio 2011

La collezione: la tovaglietta per il té

Coin casa ha creato – penso già da un po’, per la verità – una collezione costituita da tovaglietta, poggiabicchieri – anzi tazze – e shopping bag che ha per tema la teiera, la tazza e quindi, per estensione, il té. Colori allegri, vivaci e brillanti per un servito che mette allegria in cucina sin dalla colazione.

Potevo lasciare tovaglietta&Co. sugli scaffali della Coin? No, naturalmente! E così mi sono accaparrata la shopping bag – una bella sacca di tela sufficientemente capiente – la tovaglietta per la teiera, a forma di teiera, il poggiatazza a forma di tazza e l poggiazuccheriera a forma di… zuccheriera, of course!

Vi propongo la foto del mio servito. Non mette allegria? 🙂

Tovaglietta da té coin casatovaglietta da té coin casaTra l’altro, questa può essere una buona idea regalo: se avete amiche che, come me, hanno un’insana passione per il té e dintorni, per tutto ciò che ha a che fare col suo mondo e con l’inevitabile merchandising che gli gira intorno, questo può essere un regalo gradito. Del resto, scoprirete che ci vuole veramente poco per rendere felice un’appassionata di té…

La collezione: la teiera di re Enrico VIII

Come raccontavo già un anno fa, più o meno, dalle mie parti ogni tanto fanno il mercatino dellantiquariato/usato. Si chiama significativamente Svuotacantine e il perché è facile intuirlo: c’è chi, dopo aver collezionato o accumulato roba varia per una vita, giunto al momento del trasloco o del fare spazio per un nuovo armadio, non vuole buttare quella roba, ma preferisce far sì che essa continui a vivere a casa di qualcun altro. E se qualcun altro è disposto a pagare per avere, ancora meglio!

Personalmente, adoro questi mercatini: non mi interessa sapere che questi oggetti sono lo scarto della cantina di qualcuno, per me nel momento in cui ne acquisto uno, esso viene a nuova vita, entrando nella mia collezione. Come se fosse stato acquistato per la prima volta.

E’ così che vi presento il mio ultimo acquisto: la teiera di Re Enrico VIII! E’ in assoluto la più kitsch della mia collezione, ma non potevo lasciarla sulla bancarella, ad aspettare che qualcunaltro la acquistasse o, peggio, restasse a prendere polvere in cantina nell’attesa del prossimo svuotacantine. Eccola, dunque, in tutto il suo splendore:

Teiera Re Enrico VIII

La nuova teiera della mia collezione

teiera Re Enrico VIII

La mia nuova teiera Re Enrico VIII. Lato B

Che ne dite? E’ sufficientemente kitsch? Però mi piace tanto!

Il teacaddy della poetessa Elizabeth Barrett Browning

Mi piace Firenze perché non passa giorno senza che vi sia la possibilità di vivere nuove esperienze culturali, senza che vi sia qualcosa di nuovo da imparare. Città d’arte come poche altre al mondo, molto di essa è in parte sconosciuto anche ai suoi stessi cittadini. Menomale che ogni tanto qualcosa esce allo scoperto: basta una manifestazione come il Festival dell’Europa che si è appena concluso, per esempio, a portare all’attenzione un luogo carico di storia e di storie, ignoto ai più: è Casa Guidi, posta al primo piano di una palazzina del XV secolo in piazza San Felice, vicino a Palazzo Pitti, che ospitò nel corso dell’Ottocento la poetessa Elizabeth Barrett Browning e suo marito, il poeta Robert Browning.

Ma partiamo dall’inizio. Venerdì 6 maggio 2011 esco da lavoro alle 14. Un bel pomeriggio mi si apre davanti (mentre aspetto che si facciano le 18 per andare alla Mostra dell’Artigianato alla Fortezza) e decido di scorrere il depliant del Festival dell’Europa per vedere come organizzare il mio tempo che, ho deciso, sarà totalmente dedicato a girare alla scoperta di ciò che di inedito la città mi vorrà offrire. Scopro dunque, fra le varie offerte che mi si prospettano, la possibilità di una visita a Casa Guidi, della quale io non so assolutamente nulla, attirata dal titolo “Inglesi nell’Ottocento a Firenze”. Dunque andiamo!

Arrivo in piazza San Felice, scopro che per entrare in questa casa – che credevo essere una sorta di museo, pertanto con ingresso indipendente – devo suonare all’interno di un palazzo. Avrò fatto giusto? Suono, mi risponde una voce femminile che mi incoraggia a salire.

La casa è al primo piano. Vi entro e accedo in un mondo nuovo: ho lasciato fuori il traffico, l’autobus D che passa per piazza Pitti, il vociare di comitive di studenti e il clacson di motorini. Entro in una casa dell’Ottocento in cui il tempo si è fermato. La bella signora che mi ha aperto si occupa delle visite alla casa e mi invita a visitare l’appartamento. Intanto mi racconta chi furono i suoi abitanti.

La poetessa Elizabeth Barrett era molto affermata in Gran Bretagna già durante la sua vita, le sue poesie, d’amore e non, facevano battere i cuori in molti salotti della Londra dabbene e non solo. Nel più perfetto stile romantico proprio dell’epoca, intrattenne una relazione epistolare con un altro poeta, Robert Browning, frutto della quale fu l’amore tuttaltro che platonico che ne nacque. I due poeti decisero di sposarsi, ma Elizabeth, prima di 12 figli, aveva un padre fortemente opposto a che i figli si sposassero. Pertanto decise con Robert di sposarsi di nascosto e quindi di lasciare l’Inghilterra. Inutile dire che il padre la diseredò, intanto lei pervicacemente attaccata al suo amore romantico seguì il marito fino in Italia. Qui si stabilirono proprio in Casa Guidi, dove i due poeti vivevano dei guadagni delle royalities di lei e dei contatti e delle relazioni con vari personaggi inglesi di alto rango che venivano a svernare in Italia. La salute cagionevole di Elizabeth tra l’altro traeva notevoli vantaggi dal clima italiano.

La poetessa non si riconciliò mai col padre, e questo fu il suo più grande cruccio. Ebbe contatti, nel corso del Risogimento, con Mazzini, che aveva probabilmente già conosciuto a Londra, e intanto continuò la sua produzione letteraria. In una delle sue opere descrive proprio quest’appartamento in Piazza San Felice, ne riporta minuziosamente l’arredamento, preziosissima fonte d’informazione per chi, un secolo dopo, si è trovato a volerne restituire l’aspetto Ottocentesco. Anche un dipinto appeso in soggiorno e voluto dai due poeti, ritrae il soggiorno completo dei mobili, dei dipinti alle pareti, degli oggetti sui tavolini. Così le due librerie alle pareti sono rimaste le stesse – e ospitano ancora volumi che appartennero ai due poeti, come la Storia di Roma del Mommsen, una pietra miliare tra le opere storiche dell’Ottocento. Osservando bene si scorge anche la forma dello splendido cofanetto per il té, il teacaddy in madreperla che oggi si trova su un piccolo tavolino in legno, suppellettile che ci ricorda che anche se la poetessa inglese si è trasferita in Italia, non ha certo rinunciato al suo té delle 5.

Il cofanetto è meraviglioso, più simile ad un portagioie che ad un porta-té: in madreperla finemente cesellata, a motivi floreali e paesaggisitici, e all’interno rivestita in velluto rosso, è un oggettino che mi ha fatto sognare: mi ha riportato a metà Ottocento, rivedo la poetessa seduta al suo tavolo che ha appena finito di vergare a inchiostro una lettera (è ancora lì, autografa, leggibilissima nella bella grafia della scrittrice, sul tavolo del soggiorno), che si alza e compie tutti i gesti tipici: prende dal cofanetto una manciata di té, lo mette in infusione nella sua piccola teiera in argento, quindi aspetta e si serve. Siederà in poltrona, magari guarderà fuori dalla finestra (anche se da questo lato della casa la vista non riesce a spaziare molto bene, chiusa com’è dalla chiesa di San Felice), e intanto sorseggerà la sua tazza di té. Penserà con nostalgia alla casa natìa, con una stretta al cuore le tornerà in mente il padre e le sue decisioni irrazionali, ma sarà sicura della scelta fatta, scelta difficile ma consapevole, dettata dall’amore e perciò più forte di qualunque ordine paterno.

Elzabeth Barrett Browning morirà relativamente giovane in questa casa, nel 1861. Ci lascia la sua storia, che si intreccia con la storia d’Italia, con la letteratura inglese e con il modo di sentire e di vivere proprio di un’epoca che è lontana da noi ormai 150 anni. La pace che promana da queste stanze, il senso di sospensione nel tempo, l’isolamento dal resto della città sono sensazioni difficili da ritrovare nella Firenze, nella città, attuale. Per questo la visita a Casa Guidi è stata la piacevole scoperta di venerdì 6 maggio.

Quanto al teacaddy di ELizabeth Browning, mentre ero lì e la bella signora illustrava la casa e la vita della poetessa, lo ammiravo e tornavo a rimirarlo, cercando di imprimerlo bene nella mia mente. Mai avevo visto oggetto tanto prezioso per custodire il té. Mai tanta cura per le piccole cose che si conserva ancora a distanza di 150 anni. Per aprirlo c’era bisogno di una chiave, vero portagioie, tanto prezioso doveva essere il suo contenuto in un’Italia dove il té era a malapena conosciuto, piccolo momento della giornata in cui la poetessa poteva volare con la mente a casa sua.

Il teacaddy di ELisabeth Barrett Browning mi ha reso chiaro che qui, a Firenze, ma ovunque in tutta Italia, in tutto il mondo, c’è qualche angolino misconosciuto che aspetta solo di essere scoperto. Io ignoravo totalmente l’esistenza innanzitutto di una poetessa di nome Elizabeth Barrett, in secondo luogo di un angolo di Ottocento ancora conservato nel centro rinascimentale di Firenze. Grazie ad occasioni minuscole come quella del Festival dell’Europa in questo caso, e di altre nel resto dell’anno, questi luoghi ignoti ai più si mostrano. Si scopre così che Casa Guidi è visitabile da aprile a novembre i pomeriggi del lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Una bella voce femminile vi aprirà e vi racconterà di come una celebre poetessa inglese mollò tutto per amore e venne in Italia dove passò il resto della sua vita. Una bella storia, un bel ricordo da serbare e da raccontare.

Casa Guidi

Il soggiorno di Casa Guidi. In primo piano, su un tavolino, il teacaddy in madreperla