Esiste in Italia una cultura del té? – parte 2°

Nello scorso post mi chiedevo se esiste in Italia una cultura del té. Secondo me la risposta è no, come avevo cominciato a spiegare fornendo una serie di motivazioni: ragioni storiche, culturali, la modernità e le tradizioni. In questo post concludo l’elenco delle mie motivazioni:

  • interesse: si sta diffonfendo l’interesse per il té, ma in molti casi come risultato di un interesse per l’Oriente. Molte associazioni che promuovono la cultura orientale, ovviamente illustrano le varie cerimonie del té. L’interesse quindi nasce, viene il desiderio di emulare, di imitare, ma lo consideriamo, comunque, come qualcosa d’altro, di estraneo alla nostra forma mentis.
  • moda: eppure in questo momento in Italia il té va di moda. Gli scaffali delle librerie si vanno riempiendo di libri sull’argomento, si organizzano sempre più manifestazioni in cui il té è ospite d’onore: un esempio palese è stato ad esempio la manifestazione Antiche Camelie della Lucchesia 2010: la festa delle camelie in fiore ha trattato principalmente il té che è prodotto dalla camelia che invece fiore non dà. Siccome è una moda, il té in bustina dei grandi marchi, Twinings oppure Lipton, spadroneggia nei supermercati. Accanto ad essi si diffondono le più svariate sottomarche, sulla cui qualità spesso c’è da dubitare.
  • questione di gusti: non essendoci una cultura del té, il consumo è piuttosto eterogeneo, e  anch’esso segue le mode. Negli anni ’80 c’era solo il té nero, forse qualche primo esempio di té nero aromatizzato. Il té verde è un’acquisizione recente, il té bianco è ancora misconosciuto. Accanto al té, in Italia con gli anni ha preso sempre più piede l’infuso. Una volta c’era solo la camomilla e ho memoria, quand’ero piccola, del tiglio-menta. Ma è solo in tempi recenti che l’infuso dopopasto, o comunque rilassante, si è diffuso a macchia d’olio: il settore infusi-tisane è più esteso dello scaffale del té al supermercato. Merito di un’efficace campagna pubblicitaria che passa per le riviste femminili di salute e bellezza. Ci sarebbe da chiedersi chi influenza chi, se il nostro gusto influisce sul mercato o piuttosto il contrario…non sono certa di volerlo sapere!

In conclusione, l’Italia non ha una sua propria cultura del té. Prende a prestito da altre culture, ma non rielabora, non crea qualcosa di nuovo. Forse è perché la scoperta del té è un’acquisizione tutto sommato recente, e che ha visto il boom negli ultimi 5-10 anni. Abbiamo ancora bisogno di farlo entrare nella nostra tradizione e nella nostra cultura.

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