Archive for luglio 2010

Japanese Green Tea… in lattina

Una lattina di té verde freddo: è la risposta estiva al caldo che ho potuto bere al Natsu Matsuri di Firenze di qualche giorno fa. E’ il Japanese Green Tea Pokka.

In realtà leggo sulla confezione, meglio, sull’etichetta dell’importatore, che il té è prodotto a Singapore (non in Giappone, quindi) da Pokka Corporation. Non è dunque un prodotto così originale ed esclusivo del Giappone (ma del resto non posso lamentarmi, io che a Chinatown ho comprato té cinese prodotto a Los Angeles!). Ma è il rischio della globalizzazione.

lattina té verde giapponese

il Japanese green tea in lattinail B-side della lattina di té verde giapponese prodotto a Singapore

Bere il té verde, naturalmente senza zuccheri aggiunti, freddo e dalla lattina, mi lascia tutte le volte un po’ perplessa. Forse per noi Occidentali la lattina contiene spesso una bibita, o comunque una bevanda stuzzicante.  Ti aspetteresti qualcosa di diverso da questo té. In realtà però il té verde è così, non va bevuto – almeno a Singapore e in Giappone – con aggiunta di zucchero, ma così com’è.

té verde giapponese in lattina

il B-side della lattina di té verde giapponese prodotto a Singapore

Naturalmente questo té verde in lattina non è disponibile per la grande distribuzione, ma solo, immagino, per i negozi specializzati in prodotti dall’Oriente, come se ne trovano anche nelle città più grandi d’Italia.

Assaggiare questo té verde freddo in lattina prodotto a Singapore è stato comunque un’interessante esperienza. Voglio credere, come vogliono farci credere, che sia questa la bibita preferita dai Giapponesi, o comunque dagli Orientali, quando hanno sete e vogliono prendere una lattina ad un distributore.

E questo è in ogni caso un nuovo pezzo che si aggiunge alla mia collezione di té. 

 
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La camellia sinensis descritta da Lu Yu

L’abbiamo già detto, la Camellia Sinensis è la pianta sempreverde della famiglia delle Teacee dai cui germogli si ricava, per infusione, il té. E’ originaria della Cina Meridionale, ed è conosciuta sin dai tempi più remoti dalla botanica e dalla medicina cinesi: era molto apprezzata per le sue proprietà di alleviare la fatica, dilettare lo spirito, rafforzare la volontà e la vista. La si usava come medicinale, sia come pozione che come pomata contro i dolori reumatici. I taoisti la consideravano un ingrediente dell’elisir dell’immortalità e i buddhisti la usavano per prevenire la sonnolenza durante le ore di meditazione.

Ma vediamo la descrizione che fa Lu Yu, l’autore del Ch’a-ching, il Canone del té (ho già parlato di lui qui), della pianta del té: 

I suoi fiori sono bianchi, come bianche rose rampicanti. Il genere migliore cresce sulle rocce, quello di media qualità su terreno sassoso; il migliore è quello che cresce selvatico, le specie coltivate sono di seconda qualità. Cresce meglio sulle rocce voltge a Sud, presso foreste profonde. Meglio di tutte la varietà color porpora, e subito dopo viene la verde; meglio di tutte le varietà a forma di gemme, e subito dopo vengono i piccoli germogli. Le foglie curve sono le più squisite; subito dopo vengono quelle piatte.”

Nello scegliere le foglie per il té bisogna sapere che quelle di migliore qualità devono “avere pieghe come gli stivali di cuoio dei cavalieri tartari, torcersi come la giogaia di un vigoroso torello, aprirsi come nebbia che salga da una gola, scintillare come un lago sfiorato dallo zefiro, ed essere soffici ed umide come il terriccio dopo la pioggia.“*

Questo è il té, e la pianta da cui si produce: pura poesia.

camellia sinensis

la camellia sinensis

* Da Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del té, pp. 22-23 e nota 3 p. 83.

Natsu Matsuri: il Giappone non è solo té

Si è conclusa da pochi giorni una bella manifestazione, Natsu Matsuri, ovvero il festival dell’estate giapponese, a Firenze, presso l’Anfiteatro del parco delle Cascine. E’ la prima volta che a Firenze si organizza un’iniziativa del genere in piena estate, ma ha riscosso un notevole successo di pubblico. La 3-giorni (21-22-23 luglio 2010) è stata promossa da LAILAC, associazione fiorentina per la promozione della cultura giapponese in Italia. Siccome per me, ancora troppo ignorante in materia, parlare del Giappone equivale a parlare del té, sono voluta andare alla terza delle serate per vedere se vi fosse qualche stand dedicato al té verde giapponese o alla cerimonia del té (la Lailac organizza ogni anno corsi di cerimonia del té). Niente di tutto ciò. L’unico té disponibile era un té freddo in lattina da prendere eventualmente allo stand gastronomico.

Tuttavia, nonostante il té grande assente, la serata è stata piacevole e interessante: innanzitutto agli stand gastronomici si sono potuti assaggiare piatti della cucina giapponese diversi sal solito sushi, che tutti noi associamo al Sol Levante. La cosa davvero interessante, però, è stata lo spettacolo nell’Anfiteatro. La prima parte è stata un “concorso di bellezza” per il miglior travestimento da personaggio manga. Da questa gara di Cosplay ho capito 2 cose: 1) quanto i manga giapponesi abbiano successo in Italia tra il pubblico giovane e meno giovane; 2) quanto io al contrario sia ignorante in materia.

La seconda parte dello spettacolo, poi, è stata una meraviglia. Si è esibita sul palco una compagnia di ballerini giapponesi  che ha eseguito un repertorio di danza su musiche tradizionali, canzoni moderne, giapponesi ovviamente, e musiche tratte da manga. Stupendi gli abiti, stupende le coreografie: un modo di danzare, naturalmente, molto diverso da quello occidentale, con passi e movenze tutte sue particolari, una gestualità diversa. Poi il pezzo forte dello spettacolo di danza: la Danza dei Draghi: tre ballerini fanno muovere le spire di tre serpentoni lunghi una decina di metri, forse più, avvolgendosi e svolgendosi intorno ad un demone mascherato. E infine il gran finale: lo spettacolo dei tamburi taiko: è una danza oltre che musica, un ritmo cadenzato creato dai suonatori, i cui movimenti, però, sono effetto stesso del ritmo che creano. Bellissimo.

Il Giappone non è solo té verde. E’ una cultura sterminata totalmente diversa dalla nostra, è un altro mondo che bisogna conoscere. Lo spettacolo dell’altra sera è stato un bell’evento di promozione della cultura giapponese. Onore a LAILAC: chissà che non rincontreremo, prossimamente.

Esiste in Italia una cultura del té? – parte 2°

Nello scorso post mi chiedevo se esiste in Italia una cultura del té. Secondo me la risposta è no, come avevo cominciato a spiegare fornendo una serie di motivazioni: ragioni storiche, culturali, la modernità e le tradizioni. In questo post concludo l’elenco delle mie motivazioni:

  • interesse: si sta diffonfendo l’interesse per il té, ma in molti casi come risultato di un interesse per l’Oriente. Molte associazioni che promuovono la cultura orientale, ovviamente illustrano le varie cerimonie del té. L’interesse quindi nasce, viene il desiderio di emulare, di imitare, ma lo consideriamo, comunque, come qualcosa d’altro, di estraneo alla nostra forma mentis.
  • moda: eppure in questo momento in Italia il té va di moda. Gli scaffali delle librerie si vanno riempiendo di libri sull’argomento, si organizzano sempre più manifestazioni in cui il té è ospite d’onore: un esempio palese è stato ad esempio la manifestazione Antiche Camelie della Lucchesia 2010: la festa delle camelie in fiore ha trattato principalmente il té che è prodotto dalla camelia che invece fiore non dà. Siccome è una moda, il té in bustina dei grandi marchi, Twinings oppure Lipton, spadroneggia nei supermercati. Accanto ad essi si diffondono le più svariate sottomarche, sulla cui qualità spesso c’è da dubitare.
  • questione di gusti: non essendoci una cultura del té, il consumo è piuttosto eterogeneo, e  anch’esso segue le mode. Negli anni ’80 c’era solo il té nero, forse qualche primo esempio di té nero aromatizzato. Il té verde è un’acquisizione recente, il té bianco è ancora misconosciuto. Accanto al té, in Italia con gli anni ha preso sempre più piede l’infuso. Una volta c’era solo la camomilla e ho memoria, quand’ero piccola, del tiglio-menta. Ma è solo in tempi recenti che l’infuso dopopasto, o comunque rilassante, si è diffuso a macchia d’olio: il settore infusi-tisane è più esteso dello scaffale del té al supermercato. Merito di un’efficace campagna pubblicitaria che passa per le riviste femminili di salute e bellezza. Ci sarebbe da chiedersi chi influenza chi, se il nostro gusto influisce sul mercato o piuttosto il contrario…non sono certa di volerlo sapere!

In conclusione, l’Italia non ha una sua propria cultura del té. Prende a prestito da altre culture, ma non rielabora, non crea qualcosa di nuovo. Forse è perché la scoperta del té è un’acquisizione tutto sommato recente, e che ha visto il boom negli ultimi 5-10 anni. Abbiamo ancora bisogno di farlo entrare nella nostra tradizione e nella nostra cultura.

Esiste in Italia una cultura del té?

La risposta è no, tanto per fugare ogni dubbio. Dopo attenta analisi e riflessione sono giunta alla conclusione che in Italia non esiste, non è diffusa una cultura del té. Mentre, al contrario, quella del caffé è addirittura un’arte, il té è invece un vezzo d’importazione. Le motivazioni sono facilmente intuibili; provo qui ad elencare le principali:

  • innanzitutto ragioni storiche: se prendiamo come termine di paragone l’Inghilterra, notiamo subito che gli Inglesi hanno conosciuto il té in Oriente, lo hanno acquisito, assorbito, e lo hanno importato nella propria patria facendolo diventare un tratto distintivo della loro cultura. Alla base c’è stato l’incontro con chi già lo beveva, gli Orientali; poi l’importazione in patria e l’adattamento alle esigenze inglesi ne ha fatto un vero rito. In Italia non è avvenuto niente del genere: non abbiamo neanche mai avuto compagnie di importatori di té perché, chiaramente, in economia da sempre è la domanda che genera l’offerta.
  • ragioni culturali: sono strettamente legate alle ragioni storiche: nella nostra cultura e nell’organizzazione della nostra giornata non è concepito un momento da dedicare  a noi stessi, come può essere il té delle 5 a Londra o una cerimonia del té a scelta tra CIna e Giappone.
  • modernità: ciò è tanto più evidente oggi: il massimo che ci concediamo è la pausa caffé in ufficio (chiaramente per chi lavora: sapeste quanto té ho bevuto finché ero disoccupata…). Siamo sempre di corsa, mentre la preparazione del té, con tutti i sacri crismi, richiede calma e lentezza. Non avendone la tradizione, non ne sentiamo la necessità. Ben diverso dagli Inglesi, per i quali è un irrinunciabile momento della giornata.
  • tradizioni: non esiste una tradizione italiana del té. Mentre esiste, per dirne uno, l’English Breakfast, in Italia non è mai stato creato un blend che si sia imposto sul mercato. Non è necessario autoprodurre il té: gli Inglesi tuttora lo importano. Non abbiamo neanche creato strumenti italiani per preparare il té: usiamo porcellane cinesi, teiere in ghisa giapponesi, ammiriamo i servizi da té marocchini e il samovar russo. Ma noi non abbiamo creato nulla di tipicamente italiano con la sola funzione di bere il té.

[to be continued…nel prossimo post]

Il Karkadé

Visto che siamo in estate, è giusto parlare di quelle infusioni che sono un po’ più “estive”, se ricordate il post sul té d’estate che ho pubblicato qualche tempo fa. Oggi, pertanto, voglio parlare del Karkadé, una bevanda dissetante che deriva dall’ibisco o, per essere più precisi, dall’Hibiscus Sabdariffa, una varietà di Ibisco che cresce prevalentemente in Nordafrica,  Caraibi e America Tropicale. E’ dall’infusione dei suoi petali essiccati che si ottiene il Karkadé, bevanda rossa leggermente acidula che è conosciuta in Europa fin dal XVIII secolo, ma che ha raggiunto il “successo” in Italia nel Novecento, tra le due Guerre. Questa è una curiosità storica: in epoca fascista vigeva il divieto di consumare prodotti non italiani, come il té, per esempio, mentre il karkadé, che era prodotto in Eritrea, all’epoca colonia italiana, fu considerato degno di essere importato e bevuto in grande quantità.

ibisco

il fiore dell'ibisco, della stessa famiglia della pianta del Karkadé

Non contiene caffeina, è un ottimo rinfrescante e dissetante, diuretico, digestivo, ricco di vitamina C. Si beve sia caldo che fresco e costituisce anche la base per numerosi infusi aromatizzati, solitamente in abbinamento con la rosa canina e frutta essiccata di vario tipo: in questo caso avremo infusioni il cui colore predominante è il rosso intenso e in cui si avverte una più o meno forte nota acidulata. Il rischio infatti, per molte infusioni di questo tipo, è che si senta solo il karkadé, mentre il resto degli ingredienti dell’infusione passa in secondo piano. Il karkadé ha un sapore molto intenso, una personalità molto forte, se vogliamo definirla così, per cui non va d’accordo con tutti i tipi di abbinamento, ha bisogno di contrasti piuttosto forti, altrimenti prevale solo lui. E questa è una considerazione che faccio a partire dall’esperienza di tante e tante tisane assaggiate ai frutti o ai fiori più disparati, ma che poi riconducevano ad un unico solo flavour: quello del karkadé.

karkadé

il rosso intenso del karkadé

credits: le informazioni per scrivere quest’articolo sono tratte da uno dei fogliolini informativi a disposizione dei clienti de La via del té di Firenze, e che io, naturalmente, mi sono procurata. 

Una tazza di té: una storia zen

Nan-in, un maestro zen dell’era Meiji (1868-1912) ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo zen.

Nan-in servì il té. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il té, poi non riuscì più a contenersi. “E’ ricolma. Non ce n’entra più!” “Come questa tazza,” disse Nan-in “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo zen, se prima non vuoti la tua tazza?”

Da 101 storie Zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi.

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