Archive for giugno 2010

Le malattie della Camellia Sinensis – 1 – danni da salinità

Siccome la mia piccola Camellia Sinensis sta soffrendo in questo periodo, ho deciso di documentarmi riguardo le malattie cui il genere Camellia va soggetto. La mia fonte è http://www.cespevi.it/art/malacame.htm 

La mia camellia, nello specifico, ultimamente presenta le foglie più giovani bruciate sui bordi. Questo è successo quasi improvvisamente, si potrebbe dire, nel senso che di punto in bianco tutte le foglie più giovani hanno iniziato a bruciarsi lungo i bordi contemporaneamente. Il processo è lento e graduale e ancora le foglie non sono cadute, ma io sono ugualmente preoccupata, anche perché la pianta, che già progrediva molto lentamente, ha smesso di crescere e di fare foglie nuove.

foglie bruciate camellia sinensis

le foglie bruciate lungo i bordi della camellia sinensis

La mia fonte dice che la caratteristica delle foglie bruciate è tipica conseguenza di danni da salinità: in sostanza, si dice  che questo dipende da una eccessiva concimazione, per cui i sali diventano troppo concentrati nel terreno. Il problema si presenta più spesso e progredisce più rapidamente nelle piante allevate in vaso (ed è il mio caso) rispetto a quelle in pieno campo, perché i coltivatori tendono a concimarle troppo. Un sistema per prevenire questo inconveniente, dice ancora la mia fonte, è quello di utilizzare un substrato molto buono e soprattutto molto ben drenato. Se le piante mostrano sintomi di danni da salinità, bisogna dilavare i sali con abbondanti irrigazioni e quindi rinvasarle in un altro vaso con un substrato migliore.

Questa non è una vera e propria malattia, e si risolve con l’accortezza, da parte del coltivatore, di non concimare troppo la pianta e di ricordarsi che essa necessita di un terreno acido (non a caso le camelie sono dette piante acidofile).

Ho solo un’obiezione a questa diagnosi. Sì, la descrizione delle foglie con bruciature marroni lungo i bordi coincide, così come il fatto che tali bruciature si manifestino sulle foglie più giovani, ma ciò che non mi torna è perché di punto in bianco la pianta registri quest’eccesso di salinità, dato che io non le ho aggiunto mai nessun concime dacché l’ho rinvasata. Seguirò comunque il consiglio della mia fonte, e bagnerò abbondantemente la terra per dilavare i sali.

Coraggio, Camellia, resisti!

Lu T’ung, il poeta del té

Riporto la famosissima poesia del poeta Lu T’ung, poeta dell’epoca T’ang*contemporaneo di Lu Yu – colui che scrisse il Canone del Té, il Ch’a-ching.

“La prima tazza mi inumidisce le labbra e la gola, la seconda rompe la mia solitudine, la terza fruga nelle mie sterili viscere per scovarvi migliaia di volumi di strani ideogrammi. La quarta tazza provoca una leggera sudorazione – tutto il male della vita stilla dai miei pori. Alla quinta tazza, eccomi purificato; la sesta mi conduce nel regno degli immortali. La settima – ah, non potrei berne ancora! Riesco solo a sentire il soffio di un vento fresco che alita nelle mie maniche. Dov’è Horaisan?** Lasciatemi cavalcare questa dolce brezza che mi trasporterà laggiù!”

*618-906 d.C., la prima delle tre dinastie che fecero grande la Cina: nell’epoca T’ang, in particolare, ebbe inizio un processo di rinnovamento che fece seguito al cosiddetto Medioevo Cinese. A questa epoca qualche anno fa furono dedicate una mostra a Firenzeuna mostra a Torino.

** Horaisan è una delle mitiche isole del mare orientale considerate sede degli Immortali; ricorre frequentemente nel folklore letterario cinese e giapponese.

È ESTATE: CI BEVIAMO UNA TAZZA DI TÈ?

Una bella tazza di tè caldo è l’immagine che normalmente si associa all’inverno, magari ad una giornata piovosa e buia. D’inverno il tè caldo dà ristoro, sollievo, fa compagnia, tiene caldo. Alcuni blend  sono poi tipicamente invernali: prendiamo il classico arancia e cannella, per esempio. E d’estate? Non vorrete mica bere un tè nero arancia e cannella d’estate? Il solo pensiero già vi fa sudare! Per fortuna hanno inventato il tè freddo. Non parlo di quello in bottiglia o di quello liofilizzato che si compra al supermercato e si scioglie nella bottiglia di acqua minerale. Sto parlando di tè freddo fatto in casa. Come? È molto semplice: si fa sobbollire quant’acqua si vuole, si mette in infusione il tè che si preferisce (il classico è il tè alla pesca, naturalmente, ma anche altri frutti, in particolare quelli estivi ed esotici, possono regalare delle soddisfazioni). Ora zuccherate, se ritenete opportuno farlo, e quindi lasciate raffreddare. Certo, dovrete pensare un paio d’ore prima che vorrete bere il tè freddo, ma, come vedete, prepararlo è semplicissimo. Poi sceglierete voi come servirlo, se freddo di frigo o con cubetti di ghiaccio, fettine di frutta e un rametto di menta per guarnire.

A proposito di menta, il tè alla menta del mondo arabo, anche se caldo, è la bevanda preferita dai beduini del deserto, e se non fa caldo lì…! Perché la menta ha un alto potere rinfrescante e soprattutto dissetante ed è l’ideale per affrontare il deserto mediorientale o sahariano. Provatelo la sera, dopo cena, molto zuccherato, e non ve ne pentirete.

Infine, prima vi dicevo di non rivolgervi al tè liofilizzato. A meno che non vi troviate in Turchia. Lì va molto  il tè in polvere alla frutta (alla mela, principalmente, ma l’ho bevuto anche al limone, all’arancia e alla ciliegia), che può essere preparato caldo o freddo. Io personalmente l’ho bevuto solo freddo e posso garantire che non è poi così male. In più è naturalmente zuccherato, per cui si rivela un’ottima bevanda per rinfrescare i caldi pomeriggi estivi.

Se invece non potete proprio rinunciare al tè o all’infuso caldo anche d’estate, potete comunque ricorrere a quei flavours che, anche se caldi, sono naturalmente rinfrescanti. Mi riferisco agli infusi ai frutti estivi o tropicali, quali la pesca, il mango, l’ananas; oppure al karkadé, anch’esso bevanda tipica del mondo arabo nord sahariano, di un bel rosso vivo e dal sapore lievemente acidulo, quindi stuzzicante. Se volete il tè, consiglio il tè bianco eventualmente aromatizzato al melograno, oppure il tè verde aromatizzato al gelsomino o, nuovamente, ai frutti esotici. Anche se caldo, vi deve ricordare l’estate!

Che sia caldo o che sia freddo, il tè è comunque un utile apporto in estate: già sapete quanto sia importante bere acqua col caldo per contrastare la disidratazione. Se invece che acqua pura assumiamo qualche buona sostanza in più, zuccheri e quant’altro sa contenuto nel tè e negli infusi, non può farci che bene contro l’afa e il caldo torrido.

Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del té

Illuminante. Non esistono altre parole per definirlo. Pagina dopo pagina mi rendo conto che finora ho perso tempo: non avevo capito niente o quasi, per esempio, della misteriosa gestualità nella cerimonia del té giapponese cui ho assistito un mese fa (e che ho descritto qui), niente deppure dell’origine del té cinese. Finora ho bevuto infinite tazze di té senza sapere cosa stavo facendo: un po’ come visitare (per me è così), un museo di arte contemporanea senza capire nessuna delle opere esposte, oppure come visitare un museo ai archeologia e guardare distrattamente le vetrine ricche di vasellame sempre uguale eppure sempre diverso, senza chiedersi chi lo producesse e perché.

Kakuzo Okakura è un personaggio emblematico della cultura giapponese recente. Vissuto in quella fase storica, a cavallo tra ‘800 e ‘900, in cui il Giappone voleva modernizzarsi per non soccombere al “Disastro Bianco” costituito dal mondo occidentale, attuando in questo modo un’llucinante cancellazione della propria cultura e della propria tradizione, Okakura studiò a Tokio in un’università occidentale. Ma qui, “folgorato sulla via di Damasco”, realizzò che non si doveva perdere quel ricco ed eccezionale patrimonio di cultura che il Giappone stava invece volontariamente alienando da sé.  Così Okakura improntò tutta la sua vita da un lato alla salvaguardia e alla diffusione della conoscenza della cultura orientale, dall’altro all’esportazione della cultura occidentale in Occidente, perché dalle differenze tra Occidente ed Oriente non scaturisse disprezzo ma una più intima comprensione.

Okakura affronta la spiegazione della cultura giapponese, e dello zen cui essa è improntata, impostandola da un punto di vista particolare, quello del té. Il té come fulcro della cultura orientale, come sua espressione e manifestazione in cui meglio emergono i principi zen. Il té è centrale, è una “religione estetica”, il téismo, una filosofia che esprime insieme all’etica e alla religione la concezione giapponese dell’uomo e della natura. Essa è “igiene, in quanto costringe alla pulizia; è economia, in quanto mostra che il benessere va ricercato nelle cose semplici (…), è geometria morale, in quanto definisce il rapporto armonico tra noi e l’universo. Rappresenta l’autentico spirito della democrazia orientale, giacché trasforma tutti coloro che gli sono devoti in aristocratici del gusto.” (p. 11).

Così Okakura racconta la storia del té, la sua origine e la sua evoluzione, il suo costante legame con lo zen e i suoi princìpi, tutta la filosofia (se così la si può definire) che sta dietro l’opera dei Maestri del té, dalla stanza del té (sukiya) al giardino del té (roji), alle composizioni floreali che animano il takemono, l’altare nella stanza del té. Chi legge il libro ne esce arricchito, saprà qualcosa in più sul Giappone, sulla Cina e sulle loro tradizioni e vedrà che in qualche caso ci sono dei punti in comune con il pensiero occidentale. Molte differenze, certo, ma è nella differenza che sta la bellezza. Alcune pagine sono di pura poesia, altre sono invettive (peraltro ancora attuali) contro la grettezza dei costumi moderni e occidentali, altre sono la narrazione di leggende che hanno un che di elegiaco, come la leggenda dell’Arpa domata, arpa ottenuta dal legno di un albero pregiatissimo che poté essere suonata solo da un maestro musico che cantò la natura e le sue meraviglie.

Non mi voglio addentrare nella spiegazione del pensiero zen, non ne sarei all’altezza. Ma vi invito a leggere questo libro per avvicinarvi ad esso. Non siate diffidenti, scoprirete un modo di pensare diverso dal nostro, ma vedrete che, a ben guardare, i desideri e gli interrogativi dell’uomo son sempre gli stessi, in ogni parte del mondo. Beviamoci una tazza di té!

La cerimonia del té cinese, un’ “invenzione” recente

Rileggo, a distanza di qualche anno, un articolo di Livio Zanini per ZenLife Magazine, n° speciale per Higan 2007, intitolato “Tradizione e innovazione nell’arte del té in Cina e in Giappone”. In esso si parlava della cultura del té in Giappone e in Cina, della tradizione che si è creata intorno ad esso e come mentre in Giappone si è creata una vera cerimonia del té, in Cina solo recentemente è stata, per così dire, istituzionalizzata. E’ proprio di questo aspetto che voglio parlarvi. In uno dei prossimi post, poi, descriverò proprio la cerimonia del té cinese, cui ho assistito a Higan 2007.

Il té viene scoperto, o inventato, intorno al V secoo d.C. ed è diffuso dai Monaci Buddhisti. Esso trova largo seguito anche perché viene apprezzato dai letterati confuciani, l’élite della società cinese, la classe dirigente. Tra di essi Lu Yu nel 760 d.C. scrisse il Canone del Té, Chajing, che sancì la definitiva conquista da parte del té delle abitudini dell’élite cinese. La sua preparazione, con le foglie della Camellia sinensis, divenne un passatempo raffinato, un’arte quotidiana da svolgersi nell’intimità del proprio studio. Il té toglie il torpore e stimola la mente, è sobrio e frugale, è raffinato: riflette in sostanza lo spirito dei letterati confuciani. Non c’è però un rito precostituito alla base della preparazione del té, anzi la storia del té cinese è caratterizzata da una continua evoluzione del gusto, delle modalità di preparazione e di consumo. Il té di cui parla Lu Yu è un decotto salato di foglie di té polverizzate, ben diverso dal té cinese attuale! Da quel decotto salato si passò al té in polvere preparato in infusione nella tazza (che sarà poi usato nel Chanoyu, la cerimonia del té giapponese) e dal XVI secolo in avanti è invalso l’uso di mettere le foglie intere di té in infusione nella tazza o nella teiera. Questo metodo è il padre del té moderno, come lo conosciamo noi (anche perché mi risulta che solo il giapponese Matcha sia l’unico té in polvere attualmente esistente).

In seguito nella regione del Fujiaan si cominciò a preparare un té semifermentato, l’Oolong, al quale si abbinò una preparazione particolare, in piccolissime teiere nelle quali preparare infusi molto concentrati (il té Gongfu). Contemporaneamente, il contatto con gli Europei fece sviluppare la produzione di té neri per il mercato Occidentale.

La Cina offre perciò un panorama piuttosto variegato di tipologie di té cui corrispondono svariati modi di prepararlo, assolutamente non canonizzati, al contrario di quanto accade in Giappone. Eppure negli ultimi decenni, proprio ispirandosi al Giappone, da più parti in Cina si è provveduto a canonizzare l’arte del té cinese. Im primo Centro di Arte del Té, fondato a Taiwan nel 1980, che ha provato a mettere delle “regole”, ha codificato il sistema di infusione del té Gongfu al fine di creare una cerimonia del té cinese, per la quale sono necessari dei “Maestri infusori del té”. Nel resto della Cina continentale si è poi diffuso un sistema di certificazione per il riconoscimento dei diversi gradi di maestro del té. Di fatto, è stata inventata una tradizione. Non solo, ma il rischio cui si sta andando incontro è quello di snaturare completamente l’usanza, inventando per questa cerimonia movimenti esagerati e teatrali che ne fanno una danza, uno spettacolo dell’opera tradizionale, rivolto al pubblico, perdendo totalmente la componente intimistica che accompagnava il rito del té presso i letterati confuciano. Senza i quali il té cinese probabilmente non sarebbe arrivato ai nostri giorni.

Come nasce una passione

Non bevo té da sempre. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, da piccola e da adolescente non bevevo il té. Ho cominciato all’Università. Sapere comè, ogni scusa è buona per fare una pausa dallo studio, e il té delle 5 era un’ottima scusa. Un po’ per gioco e un po’ per prova ho scoperto che non esiste solo l’English Breakfast Twinings, che il té alla pesca esiste anche in bustina, non solo come té freddo, e che il té nero si può aromatizzare in molti modi diversi.

Poi c’è stato il passo successivo: esiste il té verde! E anche lui può essere aromatizzato. Il passo successivo poi è stato scoprire che esiste anche il loose tea, non esiste solo la bustina! Nel frattempo il mio animo collezionista  cominciava a concepire l’idea di “collezionare té”, ovvero di provarne quanti più possibile. Però intanto scoprivo che non esiste un té nero, ma infinite varietà, così come non esiste un té verde, ma infinite varietà. Un po’ come scoprire che l’universo è infinito ed è in continua espansione…

Così è nata la mia passione per il té: una serie di scoperte che mi hanno aperto gli occhi su un mondo per me totalmente inesplorato fino a 10 anni fa e che da 10 anni a questa parte mi regala giorno dopo giorno nuove soddisfazioni e nuove conoscenze, nuovi aromi, nuovi profumi, nuovi mondi e nuove culture…

Il té nel deserto, di Paul Bowles

Difficile definirlo un romanzo; difficile definirlo un racconto di viaggio. Il deserto, e il viaggio sempre più a sud, fa da sfondo al dramma interiore dei protagonisti, ne riflette le crisi, le nevrosi, luogo fisico, ma allo stesso tempo simbolo e metafora della loro vita. In due protagonisti, Port e Kit, non vanno considerati in modo disgiunto, ma nel loro essere coppia: entrambi totalmente irrazionali, lui incapace di trovare un senso alla propria condizione di uomo, convinto che nulla sia scritto, lei completamente incapace di agire da sola, in perenne ascolto di qualunque presagio, di segni, perché in realtà è tutto scritto. Tra i due ci si mette il terzo incomodo, elemento destabilizzante, che contribuisce a far sì che il viaggio della coppia diventi una fuga: fuga dal mondo, fuga da se stessi.

Romanzo interiore quindi, col paesaggio sahariano dipinto sullo sfondo, non in modo eccessivamente particolareggiato ma evocativo, in un continuo rimando tra l’esterno e l’interno, tra l’ambiente e la loro mente. Così le città sono sporche e disordinate, l’aria è talmente calda da togliere qualsiasi energia, qualsiasi volontà, il deserto è troppo luminoso, grigio per il riverbero, sempre uguale a se stesso: “diverse volte le passò per la mente che non stessero affatto andando da qualche parte, dato che non erano in nessuno luogo”.

Quasi tutti gli esseri umani che la coppia incrocia sono personaggi negativi, siano essi occidentali o arabi. E anche i rapporti umani che Port e Kit hanno con personaggi non negativi, sono sempre in qualche modo basati sull’inganno o su una sfiducia di fondo. Unica costante sembra essere il rito del té alla menta, al quale vengono costantemente sottoposti, senza possibilità di sottrarvisi.

La coppia parte dagli USA, decisa a fare un viaggio di scoperta del Sahara. Ognuno ha le sue motivazioni: il viaggio è fortemente voluto da Port, che forse fuggendo dalla civiltà occidentale vuole trovare un senso o forse, molto più prosaicamente, vuole cercare di ricucire il rapporto con la moglie, senza tuttavia risolversi a farlo. Kit d’altro canto subisce questo viaggio, così come subisce, del resto, tutti gli accadimenti della sua vita. Per tutta la prima parte del viaggio non esce dalla camera d’albergo. Solo quando resta da sola affronta per la prima volta un mondo che non è il suo: vuole perdersi, e smarrendosi nell’immensità del Sahara smarrisce anche la ragione.

Tutto il senso del romanzo è concentrato nella storia che viene raccontata all’inizio: tre fanciulle, dopo essere state sedotte da un affascinante targui che vive nel deserto, acquistano tre bicchieri e una teiera, e partono per il deserto, per ritrovarlo. Il loro desiderio è  poter bere insieme il tè sulla duna piú alta. Partono al seguito di una carovana, ma giunte nei pressi delle dune, le tre donne si addormentano prima di poter avverare il loro sogno. Vengono trovate qualche giorno più tardi da un’altra carovana di passaggio, sepolte sotto una duna e con i bicchieri pieni di sabbia.